
Alé, anche la Sardegna è entrata in elenco. Dopo Liguria, Toscana, Campania, Piemonte, Veneto… – un elenco parecchio lungo, in effetti.
A chi tocca, ora?
Sì, perché capiterà ancora, e mica bisogna essere Nostradamus per prevederlo. Lo intuiscono pure i sassi ormai, così come ormai conoscono tutta la prassi successiva a tali tragedie – sempre la stessa: le polemiche, i dibattiti in TV, l’allerta che c’era anzi no e la colpa è tua no è sua, i soccorsi in ritardo, i politicanti che dicono “siamo accanto a voi!” mentre con 10 minuti di elicottero volano sulle zone colpite per poi tornarsene nei propri palazzoni romani, gli sms da 2 Euro che siano lodati, certo, ma a volte si ha l’impressione che li abbiano inventati apposta per far mettere il cuore in pace a chi non è della zona e non sentire la colpa del pensare “meno male che è capitato a loro e non a me!”, i fondi stanziati ma che, chissà perché, non arrivano mai… Poi altre notizie occuperanno i servizi dei TG e le prime pagine dei giornali, le polemiche si placheranno, la gente troverà ben altro con cui distrarsi e tutto scivolerà via liscio come il marmo d’una tomba uguale a tante altre, l’ennesima anomalia muterà in normalità, esattamente come ogni altra che questo paese non è stato capace di risolvere e dunque ha pensato bene di rendere “normale”, appunto, di trasformare in regola. E’ normale che in Italia ci sia la mafia, è normale che i politici siano quel che sono, è normale che le strade siano piene di buche, è normale che per una partita di calcio dei “tifosi” si accoltellino. Tutte “regole”, tra le tante, e pure fedelmente rispettate – queste sì.
Ecco, anche il dissesto idrogeologico è regola, in Italia. Sempre i suddetti sassi lo sanno, ormai, che la penisola italiana da questo punto di vista è un territorio a rischio, eppure col tempo è diventato normale – ad esempio – costruire sul letto dei fiumi, se non addirittura dentro. Per poi piangere morti e devastazioni – così tante volte che ormai è cosa normale, vedi sopra. Se non fosse così, si cercherebbe di fare qualcosa, di sistemare tale anormalità, ma essendo ormai una cosa normale, mica richiede una soluzione, no? Il ragionamento fila, esattamente come fila la cosa più stupida e irrazionale nella mente dell’imbecille.
D’altro canto, è normale che un paese che ha deciso di ignorare e dimenticare di essere una delle culle mondiali della cultura, tanto da sputare in faccia a qualsiasi cosa di culturale per fare spazio – il maggior spazio possibile – all’idiozia generale, istituzionale e non, sia divenuto totalmente analfabeta anche nella lettura del territorio. Perché il territorio è elemento culturale, e il saperlo leggere, interpretare, comprendere, il sapersi adattare ad esso, è in tutto e per tutto cultura, è esercizio culturale. La si usa anche una definizione del genere, in questi casi: leggere il territorio, proprio come fosse un libro che trasmette certe nozioni, da capire, imparare e in base alle quali agire – è anche per questo che ne voglio parlare qui sul blog, in mezzo ai più disparati argomenti letterari e non solo.
Ma in Italia è ormai normale pure che al potere, sulle poltrone del comando, ci vadano i peggiori analfabeti civici – uso tale definizione cercando di trattenerne altre ben più scurrili. E dunque? Dobbiamo anche noi adattarci a tale imbecille analfabetismo? Siamo così ipnotizzati dalle mille e mille futilità che ci vengono propinate (panem et circenses, la regola è sempre quella!) da passare per emeriti cretini, e farci di conseguenza prendere per il sedere in modo tanto sfacciato?
Alla fine, la scelta è sempre nostra, e nostra può essere l’azione contro chi devasta il territorio – il nostro territorio – per poi presentarsi in giacca e cravatta di fronte alle bare piagnucolando e assicurando che “io non centro nulla!”, oppure per mostrarsi in qualità di benefattore al solo scopo di intascarsi una bella fetta di soldi stanziati per l’emergenza – ah, ecco: l’emergenza all’italiana, altra normalità ormai ben consolidata!
O la smettiamo con ‘sta immonda e letale tiritera, ovvero ci riprendiamo in mano il nostro territorio togliendolo dalle mani di politici e affaristi criminali, oppure prepariamoci ad aggiungere il nome di un’altra zona del paese a quell’elenco citato in testa all’articolo – magari proprio quella in cui abitiamo: chi può dirlo che non sarà così? Ah, e nel caso, smettiamo pure una volta per tutte di considerarci cittadini di una “democrazia”! Questa sì, una cosa che dovrebbe essere normale e invece è diventata ormai una sconcertante anomalia!
Categoria: Opinioni
Anno 2033, nuovi titoli in libreria

Sarà questo il futuro dell’editoria nostrana, quello che potremo trovare sugli scaffali di “prestigio” delle librerie tra qualche lustro?
Visto come stanno andando le cose – e al di là di qualsivoglia bene o male della cosa – credo proprio di sì. In fondo il futuro lo si costruisce sempre nel presente, no?
P.S.: le immagini dei libri sono tratte da ildeboscio, e riprese poi con una riflessione sul tema da questo articolo de Il Fatto Quotidiano.
Non ci sono più gli scrittori di una volta. E se fosse anche per questo, che non si vendono libri?
La letteratura italiana continua a girare attorno ai soliti tre o quattro nomi: Calvino, Gadda, Pavese… Poi viene soltanto una modesta scuola postmoderna nella quale non mi riconosco; un relativismo che finisce per dissolvere l’idea stessa del male. E diciamo la verità, questo vale anche per una certa letteratura americana à la page… non certo Faulkner o Bellow.
(Enzo Bettiza, estratto da Novecento, il secolo del Male ancora in cerca di scrittori forti, Corriere della Sera, 2 aprile 2010)
Stavo disquisendo qualche giorno fa, con “colleghi” autori ed editori durante la Rassegna della MicroEditoria di Chiari, di tale questione – e lo facevo proprio lì, in un evento dedicato a quell’editoria indipendente nella quale si può ancora trovare letteratura di qualità, sovente ben più che nei cataloghi dei grandi e blasonati editori. Ci si chiedeva, in buona sostanza: ma non è che qui, in Italia, non ce ne sono più
di grandi scrittori? Non è che ha ragione Bettiza, che pur con tutta la produzione letteraria ed editoriale contemporanea (e lasciando stare ciò che succede all’estero, in America o altrove, visto che almeno io non conosco così bene quel panorama letterario da poterlo indubitabilmente giudicare) di gente come Calvino, Gadda, Pavese in giro non ce n’è proprio più?
Ovvero, intendiamoci: di bravi scrittori ce ne sono parecchi in circolazione, gente che sa scrivere, che sa usare la lingua italiana, che sa creare storie accattivanti, divertenti, piacevoli da leggere, questo è fuor di dubbio. Ma di autori che sappiano creare opere dotate di autentico valore letterario, di spessore, di rilevanza tale da apparire – anche da subito, fin dalla prima lettura – come qualcosa che certamente resterà, che non verrà dimenticata e superata da altre future cose… Che sappiano mettere nei loro testi non solo belle storie, personaggi suggestivi, argomenti intriganti e/o emozionanti ma pure quel quid, quel tot di vera, alta o altissima letteratura il quale renda i loro libri elementi culturali imprescindibili per il pubblico, dunque per la società, che può usufruire della loro lettura… Ecco, ribadisco: mi viene da pensare e mi è venuto da esprimermi, a Chiari con i miei interlocutori, più o meno come si è espresso Bettiza. Unica differenza, ho citato qualche altro esempio di autore del passato ad oggi, secondo me, mai raggiunto da nessuno (Buzzati, ad esempio).
Da tale riflessione ricavo una provocazione pressoché inevitabile: e se noi autori italiani contemporanei, in quanto esponenti della società dalla quale veniamo e nella quale viviamo ovvero da narratori di essa e gioco forza influenzati da essa e dalla sua realtà ordinaria – pur se scriviamo storie di purissima fantasia – finissimo ineluttabilmente e nostro malgrado ad assumere da questa nostra società una certa parte, poca o tanta, della sua palese decadenza, la quale va a intaccare fin dal principio (ovvero nella nostra testa) la bontà letteraria di ciò che scriviamo? Se la capacità dei grandi scrittori del passato come quelli citati di ergersi al di sopra dell’ordinarietà quotidiana per raccontare storie e scrivere libri realmente originali, illuminati e illuminanti oggi, nel sistema politico, economico, sociale e culturale per molti versi corrotto in cui viviamo, non fosse più possibile? Anzi, se pure quando ci si creda alternativi e “antagonisti” a tale sistema e si ritenga di scrivere cose conseguenti, in effetti non si sia che un ennesimo e patetico sottoprodotto di esso, in fondo fruttuoso al suo proliferare?!?
Insomma – per tornare su un piano più pratico – e se in Italia si leggessero pochi libri anche perché non ve ne siano in giro di così sublimi e imperdibili?
E’ una provocazione, lo ripeto, che peraltro ritaglio in primis su me stesso e sul mio meditare circa tale questione – non sto dando dell’incapace letterario a nessuno, sia chiaro! Ma per il bene della letteratura, in virtù della passione di chiunque verso i libri e la lettura e in considerazione della realtà dei fatti nazionale (senza inutili e vuoti catastrofismi, eh!), credo che ci si debba interrogare anche con modalità così urtanti, in modo da comprendere nel miglior modo possibile la situazione in corso e trarne buone conseguenze, azioni, reazioni e ispirazioni.
La vendetta di un antieroe in un futuro molto “presente”. “Io non sono come voi”, il romanzo di Italo Bonera
Non sono affatto aduso a parlare di libri che non ho ancora letto, tanto meno a presentarli qui sul blog. Tuttavia, in tal caso, se non ho ancora conosciuto lo scritto, ho avuto modo di conoscere lo scrittore, Italo Bonera, autore di Io non sono come voi – edito da Gargoyle, casa editrice di ottimo valore nei generi ai quali il romanzo fa riferimento. E, in qualche modo, ciò che sovente cerco in un buon libro mi è parso di ritrovarlo in anticipo in chi l’ha scritto, nelle sue parole, nel suo animo – ovvero in quella minima fessura attraverso la quale l’ho potuto “osservare”, nel poco tempo a mia disposizione – e nel suo porsi come autore di una storia certamente particolare, che intreccia fantascienza e thriller, distopica nella forma ma drammaticamente pragmatica nella sostanza, cioè nel suo narrare di un futuro che la realtà del nostro mondo potrebbe rendere ben più prossimo di quanto verrebbe da pensare e temere.
Leggo dalla presentazione del romanzo:
Nell’anno 2059, durante una calda serata estiva, un uomo sta tranquillamente fumando la sua sigaretta seduto sul sagrato di una chiesa, quando viene arrestato per avere preso le difese di un ragazzo extra-comunitario aggredito dalla polizia. Potrebbe essere un evento del tutto insignificante se non fosse che, per pagare il suo inesistente debito con la giustizia, viene condannato a prestare servizio allo Stato come mercenario.
Ignara vittima sacrificale di un regime totalitario mascherato da democrazia, per il mite professore questa è l’occasione per sperimentare un piacere sino allora sconosciuto: il piacere di uccidere. Privato della sua natura, l’uomo senza nome deciderà di vendicarsi contro tutti coloro che hanno risvegliato in lui il demone. Nel bel mezzo della sua cruenta missione vendicativa, però, si rende conto che qualcosa non torna, che alcuni importanti dettagli sono stati trascurati e la sua vita, come quella dei suoi amici, è in pericolo.
Trovo che la vicenda narrata dal romanzo del pacifico professore universitario che si trasforma in un vendicatore sanguinario e senza pietà rappresenti pure sotto certi aspetti una cruda metafora dello sviluppo recente della nostra civiltà, il cui sistema sempre più controllato da pochi centri di potere abbia reso molti, se non degli assassini, dei biechi approfittatori della vita altrui che hanno sostituito il proprio senso civico (se mai ve ne fosse uno, ovvio, ma ammettiamo di sì, se vogliamo considerarci membri di una civiltà!) col sentore di un individualismo di natura bestiale, una sorta di regressione ad una barbarie post-moderna nascosta dietro la mera tranquillità dell’assoggettamento al suddetto sistema, per il quale alla fine di tutto la regola del mors tua vita mea diventa quella fondamentale, alla faccia della società civile, della democrazia, dei rapporti umani e di tutto il resto – definizioni spesso ben più belle che buone.
A ben vedere, tra Grande Fratello di matrice orwelliana e videocrazia imperante, la totaldemocrazia in vigore nell’anno 2059 di Il non sono come voi non è così distante, nella concezione, nel tempo e neppure nello spazio della realtà che viviamo quotidianamente.
Certo, sto disquisendo di un romanzo di fantasia, non di un saggio con chissà quali finalità preveggenti, senza dubbio… Oppure no?
Un autore di grande lucidità e potenziale valore letterario intenso, Bonera. Ve lo consiglio, Io non sono come voi, e per quanto mi riguarda me lo leggerò presto. Intanto, cliccate sulla copertina del libro per visitare il sito web di Gargoyle e conoscerne ogni dettaglio, oppure QUI per la pagina facebook.
La società decadente e l’intellettuale bistrattato: una chiacchierata (di nuovo) sul tema
Quelli che potete leggere di seguito sono interessanti (spero!) strascichi elucubrativo-chiacchierosi tra lo scrivente e Paolo Terruzzi susseguenti al post Dalle stelle alle stalle (e ritorno, si spera!). Se oggi lo scrittore in quanto “intellettuale” conta sempre meno, nella società… pubblicato qui sul blog qualche settimana addietro, sul tema della sempre più declinante importanza dell’uomo di cultura, e più specificatamente dello scrittore (ovvero del “letterato”, come si diceva una volta), nell’epoca contemporanea… Perché, insomma, del fatto che in una società così problematica e degradata come la nostra gli intellettuali – quelli veri, naturalmente! – e il loro pensiero vengano messi sempre più al bando piuttosto che essere considerati voci importanti da ascoltare dacché più illuminate di (tante) altre, ci sarebbe da discutere quotidianamente e moooooolto a lungo!
(Ma ovviamente se leggerete prima il post suddetto comprenderete meglio il senso della chiacchierata, alla quale è altrettanto ovvio che chiunque può partecipare e nel caso aggiungere il proprio punto di vista…)
Paolo Terruzzi: “E’ pur vero che il contrasto otium/negotium relativo al ruolo dell’intellettuale in senso lato, che continua da secoli, ha avuto un andamento quasi ciclico nella storia, ma è altrettanto vero che un sistema come il nostro, così relativistico e frammentato, quanto mai strabordante di informazioni e idee condivise o non, tanto ravvicinato che diventa quasi possibile sfiorare l’ubiquità della propria immagine, di così spaventosa e vertiginosa enormità rispetto al singolo, non è mai esistito in tutta la millenaria evoluzione delle società umane. Ciò che intendo dire è che, essendo le direttive della cultura tenute in saldo pugno dai media, e passando ogni cosa, di valore intellettuale alto o meno, innovativa o ripetitiva, banale o straordinaria, proprio dai media; questo “dovere” rischia di diventare un nostalgico richiamo recidivo destinato a fallimento, passando forse sotto silenzio e ripudio, a tempi in cui la società di oggi non si riconosce e che quindi rifiuta (mi riferisco appunto ai tempi in cui l’intellettuale poteva ancora “guidare le masse”). Per spiegare la probabilmente unica, figurandosi tuttavia vagamente utopica tanto quanto maestosa, soluzione al problema, mi permetto di prendere in prestito un’idea di Machiavelli (sì perché che lo si voglia o meno, il buon trattatista fiorentino c’entra sempre), sebbene lui l’avesse contestualizzata a livello politico: in sostanza il principe deve cogliere l’occasione al volo, capire i tempi in cui si ritrova a dover agire, ovviamente in concordanza e armonia con le sue stesse volontà, abilità o virtù, in altre parole è necessario che il principe si doti di plasticità per rendere vittorioso il proprio intento. Ovviamente questo è inteso politicamente, mancando quindi di altri aspetti, ma lo si può benissimo convertire in ambito sociale: prendere una società per le palle, insomma, e, sebbene possa sembrare che le due posizioni da te descritte (quella dell’intellettuale e quella della società direzionata/direzionabile) paiano in stridente antitesi, non si può fare a meno di constatare come la prevalenza (assolutamente giustificabile, perché trattasi della parte attiva fra le due, come una mente e un corpo, mentre l’altra è passiva, come fosse la vittima di droghe mediatiche) della prima, sia invece possibile solo nella misura in cui si sfrutti proprio la mondiale influenza dei media, mantenendo (sempre e comunque) e in questo modo iniettando (come se si sostituisse quelle droghe in medicine) nel sistema, tutti i contenuti, nozioni e quant’altro che l’intellettuale intende far passare, forse riuscendo a ridurre l’ignoranza e l’indifferenza verso le possibilità intellettive e creative della mente, non dico ad elidere l’intrattenimento (anche stupido e cretino, perché no?) e le fughe dalla complessità e dalle riflessioni più profonde, perché per nutrire la mente: “miscere utile dulci”. Non si tratta di un asservimento alle masse e neppure ai mezzi di comunicazione globali, ma di una via efficace per perseguire un perfezionante e nobile obiettivo. Scalzerebbero inoltre, questi intellettuali, i precedenti punti di riferimento (quali certi disumani conduttori televisivi o giornalisti, opinionisti bestie e spocchiosi ecc.), non perché i primi sono modelli da assumere come “ducenti” senza altro motivo oltre al fatto che sono stati imposti (forzatamente o “silenziosamente”, ossia senza che la massa si accorga di essere guidata verso certe idee o convinzioni), ma in quanto porterebbero le persone allo sfruttamento delle proprie possibilità mentali, e parallelamente si raggiungerebbe una certa libertà di pensiero, professata dagli intellettuali stessi, che in questo senso non imporranno determinate convinzioni con la forza, ma forniranno una serie di punti di vista, in qualsiasi campo speculativo, posti allo stesso livello fra loro e passibili di confronto, cosicché starà poi all’ individuo, che poscia diventa collettività, scegliere che cosa condividere o meno (e qui si potrebbe anche discorrere all’ infinito sulla religione e le ideologie). Il vero ostacolo, lo si evince facilmente, è proprio il mettere in pratica un simile proposito, in quanto prima di tutto è imprescindibile riferirsi ai vertici, cioè a coloro che gestiscono il “plagio del tutto”, rischiando di imbattersi in piani che giocano con gli interessi, i vantaggi, i guadagni ecc… Per non parlare poi dell’intrinseca relazione fra canali informativi e popolazione, che si influenzano e degradano vicendevolmente. Non sono certo considerazioni né ottimiste né pessimiste, ma realiste. Mi fermo soltanto precisandomi proprio sulle libertà di pensiero, le quali si può ben dire che siano sempre state tragicamente compromesse dagli estremismi culturali (oserei dire la più grande piaga di tutti i tempi, la base di guerre e conflitti) e poiché questi sempre presenti, essendo uno specchio della più fosca natura umana, il raggiungimento delle quali emancipazioni, di comunicazione ed espressione, resta la più grande utopia di tutti i secoli.
Luca Rota: “Hai ragione, la forza dell’intellettuale è sempre stata, e dovrebbe sempre essere, anche quella di sapersi adattare ai flussi cognitivi del tempo vissuto, ovvero adattare quelli, e la relativa derivante cultura, l’informazione, i media e quant’altro, alla propria missione di erudizione. Certo, come noti bene, ciò significa inevitabilmente – oggi ancora di più – scontrarsi contro il sistema di potere vigente, che non ama certo chi ne sappia più di lui tanto da poter svelare facilmente tutte le sue magagne. D’altro canto c’è forse stata un’eccessiva assuefazione dell’intellettuale a tale sistema, agevolata dal dolce piacere del successo, della fama più o meno grande, del denaro… Insomma: troppo spesso il “dotto” s’è fatto comprare, anche per assicurarsi una certa tranquillità funzionale alla pratica della propria attività culturale/artistica. Ma, come scrivevo l’altro giorno citando Gauguin, “l’arte o è plagio o è rivoluzione”, e il “plagio” lo si può anche intendere come, appunto, assuefazione a un certo modus vivendi e operandi gradito ai poteri dominanti: un plagio delle loro idee, insomma, un utilizzo di esse per conformarvi intorno anche le proprie, in cambio di soldi e celebrità mediatica, come ribadisco. Ecco, bisognerebbe invece riaffermare di nuovo, e con la massima forza, l’impeto rivoluzionario della cultura e delle arti, che da sempre sono il miglior cibo per la mente, e per la libertà di pensiero che è “rivoluzione” in senso assoluto: continuo studio e riflessione sulla realtà, continuo progresso del sapere, continua ricerca della verità, costante rilettura del mondo che abbiamo intorno per poterlo sempre meglio comprendere e, proprio per questo, per poterlo cambiare, per farlo costantemente progredire ove ve ne sia bisogno. D’altro canto l’intellettuale, con la sua attività creativa, è il primo e più grande esempio di “libertà di pensiero”, dunque è il rivoluzionario per eccellenza. Dovrebbe nuovamente e finalmente capirlo, per evitare un oblio proprio nonché delle arti e culture di cui è espressione altrimenti inevitabile, temo, nella “società liquida” (e sempre più liquida) contemporanea.”
Paolo Terruzzi: “Sì, infatti, sono d’accordissimo… poi dipende da quali sono le intenzioni: se si vuole essere artisti bisogna prendere in considerazione questo punto di vista dei punti di vista, perché è quello che ogni grande esempio nella storia ha integrato alla propria attività culturale: ricerca, ricerca continua e innovativa, con il suo positivismo o negativismo, con i suoi slanci irrazionali e le analisi sistematiche e puntigliose, che sappia rendersi conto delle produzioni passate e sappia prenderle con coscienza alimentando ancora la “macchina organica e modellabile” delle culture, la quale si può dire che veramente sia la salvezza dell’umanità, perché non ci lascia mai soli, o almeno allevia un po’ quella solitudine che qualche volta viene a visitarci, ci dice che qualcuno è già passato in una qualsiasi situazione mentale, emotiva, o di altra natura in cui ci si può trovare, ci dice di credere… E’ esattamente lo stesso discorso che si faceva l’altra volta con Giovanni Allevi (sul quale con Paolo Terruzzi condivido la stessa assai negativa opinione – n.d.s.): non artista perché ha “limitato” in tutti i sensi le possibilità espressive, sia adeguandosi alle pubbliche opinioni di corte vedute, sia snobbando gli esempi passati, i quali, basta un po’ di studio e buona volontà, possono essere perfettamente fatti propri, in modo che si noti quanto è stato detto, fatto, prodotto, sentito, pensato ecc. E si possono dire ancora miliardi di cose sulla questione…”