Steikolders! Steikolders! Steikolders!

Ormai l’ho ben capito da tempo: qualsiasi progetto in ambito culturale – non solo, ma lì parecchio – che non contenga nel proprio testo la parola “stakeholder”, non vale una cippa. Cioè: in realtà magari vale tantissimo, ma è come un genio vestito in modo ordinario tra persone ordinarie ma vestite all’ultima moda. Passa per un tizio modesto e dimesso, ecco.

Ormai termini come abstract, location, brand o contest sono roba da dilettanti pivelli; qui la “competizione” a chi la scrive più anglofona si fa sempre più dura. D’altro canto, vista la notevole diffusione di quella prima parola citata, mi viene pure da dire al riguardo che oggi son tutti buoni a fare gli stakeholders con i money degli altri! Eh!

P.S.: volete essere troppo avanti? Usate la definzione stakeholder engagement. La usano ancora in pochissimi, quindi ci fate un figurone. Garantito.

Ridere non è divertirsi

Comunque, non mi sorprendono certe recenti indagini sociologiche che denotano un così diffuso incattivimento, nella nostra società. Di gente che ride, durante la sua vita quotidiana, ne vedo tanta, ma che sappia veramente divertirsi – in modo benefico, intendo dire – nel vivere la propria esistenza ne trovo ben poca.
Al solito “il riso abbonda sulla bocca degli stolti”, mentre l’autentica allegria di spirito con la quale divertirsi nel vivere la vita con ciò vivendola al meglio è cosa ben più seria. Forse per questo è così rara.

No, cari itaGliani, la Crusca non ve lo esce il cane!

No, cari itaGliani, l’Accademia della Crusca non ha affatto sdoganato espressioni quali “siedi il bambino”, “scendi il cane” e altri “simpatici” orrori grammaticali affini. Ha detto tutt’altro, la Crusca, e lo segnala per bene il sito BUTAC – Bufale Un Tanto Al Chilo (bassamente rubo loro l’immagine qui sopra), che riporta un post (peraltro pubblico) dalla pagina facebook di Vera Gheno, membro dell’Accademia. Un testo che richiede un paio di minuti di lettura o poco più, evidentemente un tempo troppo lungo persino per tanti giornalisti i quali hanno invece pensato bene di diffondere la suddetta presunta novità come fosse verissima, con titoli più o meno sensazionalistici, rimarcando una volta ancora la qualità (infima) dell’informazione offerta ai loro lettori e la relativa professionalità di fondo.
Così al riguardo Vera Gheno conclude il suo post:

Tutte le volte che vedo entrare in circolo notizie del genere, comunicate con pressappochismo, mi chiedo come mai dalla parte dei lettori, conoscendo un po’ l’andazzo, ci sia così poca propensione a verificare, prima di gettare letame sul lavoro altrui. Capisco che sia soddisfacente prendersela con quella specie di Hogwarts eburnea che è per molti (per chi non la frequenta davvero) la Crusca. Troppo soddisfacente ergersi a paladini dell’itagliano correggiuto, come dice mia figlia. È così bello lapidare ed essere lapidari, no?
Ora, mi chiedo io: se vedo in giro così tante informazioni distorte nel settore che mi compete, ossia la lingua, quante ce ne saranno riguardo a questioni che non conosco così bene, e sulla cui veridicità non posso giudicare? E poi: abbiamo davvero bisogno di confezionare le notizie in maniera così povera? Anche perché confutare ognuna di queste baggianate costa uno sforzo, perlopiù senza grandi riscontri: la contronotizia corretta, si sa, è infinitamente meno attraente della ghiotta notiziona che mira diretta alla pancia delle persone.

Dunque mi spiace per voi, cari itaGliani iNIoranti (più o meno inconsapevolmente) che speravate di ottenere un tale prestigioso avallo alle vostre bizzarrie lessical-popolari, convinti di essere nel giusto a dire “siedi il bambino” e che invece sbaglino quelli che il bambino lo fanno sedere. Liberissimi di usare quelle espressioni suggestive, sia chiaro, ma nella consapevolezza che siano forme sbagliate che l’uso comune rende radicate (nel parlato vernacolare quotidiano e soltanto lì) e giammai corrette. Altrimenti, ribadisco un “concetto” a me assai caro: se il cittadino nativo di un paese dimostra di non conoscere a sufficienza la lingua propria e del paese stesso in quanto primario elemento identitario e coesivo per la sua comunità sociale (serve rimarcare le “h” svanite nel nulla di tanti “o fatto, “o detto” e cose simili che si leggono sui social?) non merita pienamente di esserne cittadino. Se non al livello “capra” (Sgarbi docet), ecco.

P.S.: e leggete più libri, che forse così imparerete meglio la vostra lingua, cribbio!

La rivalsa (della poesia)

Christian Schloe, “The poet”

Già me lo notasti –
Volevi andare via,
Già me lo dicesti:
«E’ giunta l’ora, e così sia!»

Ma non capisti che dagli altri ero diverso –
Tu pensasti «egli crede che io sia la sua dimora!»,
Io succube vassallo, tu mia signora
A comandare il gioco sì perverso.

Ma in fondo che sei tu – semplice candida lacchè del tempo!
Conosco il tuo segreto, il trucco della tua bellezza:
Non io che vivo in te ma tu in me – perpetuamente!

Che dici? Ora insisti, vuoi restare, non mi dai scampo?
Prego, resta pure – orsù, non ti rinfaccio niente,
O dolce, ingenua giovinezza!

(Un tempo ne scrivevo anch’io parecchia, di poesia – questa sopra riportata si intitola La Rivalsa, appunto -, e a volte me la pubblicavano pure. Poi qualcuno, a fronte di ciò, un giorno mi disse: «Ah, ma allora tu sei un poeta!» “Poeta”, io? – chiesi a me stesso rimanendo sconcertato e intimorito da tale evenienza. Poeta no, poeta è troppo, una cosa troppo grande, troppo alta, e la poesia una materia troppo preziosa e delicata da maneggiare con autentico merito, quantunque l’abbia studiata a fondo per anni… no, è troppo difficile essere un vero “poeta”, i veri poeti sono grandissimi letterati che hanno acquisito la dote di maneggiare la forma più nobile e sublime di letteratura, non posso esserlo, io, non ne sono in grado.
Ora, non dico che per tali riflessioni di poesia non ne abbia più scritta, ma quasi.)

La grandissima bellezza

Sapete, no, che tra domenica e lunedì scorsi si è manifestato il meraviglioso fenomeno della cosiddetta Luna rossa. Ma altrettanto meravigliosa benché non più rossa ma al naturale, per il sottoscritto, è stata la Luna della serata successiva: l’ho potuta osservare mentre tornavo a casa, salendo lungo la strada che attraversa il versante boscoso del monte e, verso oriente, guarda gli alti crinali prealpini.

Non c’era nessuno oltre me, nessun’altra auto che saliva o scendeva. La Luna era ad un’altezza sull’orizzonte per la quale si posizionava in corrispondenza delle chiome spoglie degli alberi lungo la strada, così che – mi muovevo a bassa velocità e la potevo osservare senza alcun pericolo – in forza del percorso stradale in quel tratto ho goduto dell’impressione che la palla lunare rotolasse lungo il profilo montuoso seguendone quasi perfettamente l’andamento disegnato contro il cielo bluastro, appena frenata dagli alberi attraverso i cui rami sfolgorava la sua piena luminosità, grandissima al punto che, con quel cielo limpido, si potevano distinguere perfettamente i dettagli della superficie, le zone ricche di crateri verso i due poli, il grande Oceano delle Tempeste, il cratere Copernico, il Mare della Serenità, quello della Tranquillità… Sembrava quasi che, se mi fossi fermato per fissare meglio quella visione celeste, avrei potuto veder luccicare i moduli Apollo rimasti lassù o qualcos’altro di riflettente presente sul suolo lunare. Ma dovevo tornare a casa, dunque m’è toccato “far tramontare” la Luna – proseguendo lungo la strada che, salendo, si avvicina ai crinali montuosi più alti dietro i quali, appunto, la grande sfera splendente è inesorabilmente scivolata, lasciando segnalare la sua presenza dalla luminosità diffusa in quella zona di cielo.

Spesso certa grandissima, purissima e preziosa bellezza – come quella, per me, che vi ho appena descritta – ci si offre davanti nel modo più semplice e immediato. Dovremmo sempre cercare di rendere altrettanto semplice il saperla cogliere e comprendere, per godere della sua suprema energia e rendere il nostro rapporto quotidiano col mondo – dunque il mondo stesso – più bello e puro, ecco.