Salone del Libro 2013 di Torino: il fascino quasi incrollabile di una cattedrale nel deserto.

“Mi sembra l’edizione più bella”, “Un Salone Pop”, “La crisi gli ha graffiato l’epidermide, ma non lo ha scalfito.” eccetera. L’edizione 2013 del Salone del Libro di Torino forse più che in passato si è connotata per delle aspettative piuttosto forti, dovute non solo a un’edizione 2012 che ha lasciato perplessi parecchi operatori del settore ma pure per i continui appelli alla salvaguardia della cultura – per la quale, inutile dirlo, il libro rappresenta l’oggetto fondamentale e non solo in senso simbolico – provenienti dalla società civile in questi tempi di sbando civico e politico sempre più grave. Ergo, il principale evento nazionale legato ai libri e al mondo dell’editoria è risultato l’inevitabile obiettivo, almeno per il settore di competenza, delle suddette istanze, e gli slogan che ho citato in principio di articolo, provenienti dallo stesso establishment del Salone – ovvero rispettivamente dal direttore del salone Ferrero, dall’assessore regionale Coppola e dal presidente della Fondazione per il Libro Picchioni – hanno senza dubbio contribuito ad autoalimentare le aspettative sull’edizione appena conclusa. Dunque, cosa è stato il Salone del Libro di Torino 2013? Ha mantenuto le attese? Ha accettato di mettersi sulle spalle il pesante fardello della salvaguardia della cultura letteraria ed editoriale presso il grande pubblico, oppure no?
Innanzi tutto, è necessario dare un’occhiata al panorama generale della lettura in Italia, che come ogni anno in concomitanza con il Salone viene offerta dall’indagine Nielsen sulla lettura di libri nel nostro paese. Panorama ancora una volta nebuloso, con il mercato editoriale che nei primi quattro mesi del 2013 segna un -4,4% nel valore e un -0,75% nel volume, ovvero nel numero di copie vendute rispetto al 2012: in pratica, si sono vendute meno copie dello scorso anno nonostante un calo del prezzo di copertina dei libri, con una conseguente diminuzione dei fatturati. Perdono un po’ tutti i settori: -10,7% a valore la non fiction salone-libro-2013_logopratica (guide cucina, viaggi, lifestyle, eccetera), -8,7% la non fiction specialistica (testi di management, computer, professionale, eccetera). Più contenuto il calo per fiction (narrativa, -3,7%) e non fiction generale (saggistica, -1,9%), mentre in controtendenza è soltanto il settore dei libri per ragazzi che, da gennaio ad aprile di quest’anno, ottiene un +4% a valore e un +6% a volume. Infine, continua la sofferenza delle librerie indipendenti che riducono ancora la loro quota di mercato: dal 37,1% del primo quadrimestre 2012 al 35,6% dello stesso periodo quest’anno, mentre la quota coperta dalle librerie di catena è leggermente aumentata, dal 41,5% del 2012 al 42,2% del 2013. La vendita on line è al 6,3%, in aumento ma ancora piuttosto marginale.
Insomma: dati parecchio foschi, appunto, in qualche modo richiamati anche dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel videomessaggio inviato per l’inaugurazione del Salone, con il quale ha stigmatizzato la desuetudine degli italiani alla lettura. Eppure, bastava essere presente nei padiglioni del Lingotto per denotare anche solo visivamente un cospicuo aumento del pubblico presente rispetto, ad esempio, alla scorsa edizione, cosa che farebbe pensare a quei dati negativi sulla vendita di libri come a delle poco attendibili voci di Cassandra… Ma è il solito effetto “cattedrale nel deserto” che offre il Salone di Torino, in ciò effettivamente ben rappresentato da quell’essere “pop” che l’assessore regionale Coppola ha rimarcato all’inaugurazione. “Pop” ovvero popolare, attinente alla cultura di massa: è vero, la lettura è una cosa talmente importante per una buona società civile da non poter che sperare sia diffusa il più possibile, dunque veramente “di massa”, tuttavia il termine “pop” indica anche una peculiarità mediatica della cultura contemporanea, per questo di livello sovente inferiore rispetto a quello che l’arte letteraria, in qualsiasi forma, dovrebbe rappresentare. Per essere chiari: la lettura deve essere “pop”, di sicuro, ma il libro – e di rimando l’intero panorama letterario ed editoriale – non troppo, altrimenti si degrada allo stato di mero oggetto di consumo. Vogliamo ad esempio parlare dei libri di ricette che spuntavano ovunque (molti validi, senza dubbio, ma quanti invece del tutto inutili?), con tanto di cucina allestita nel padiglione 3 nella quale chef vari e assortiti cucinavano insieme a note presentatrici di relativi programmi TV? Più pop-mediatico (e futile qui, mi si consenta) di così! Mah…
In effetti anche quest’anno il Salone del Libro non è sfuggito da quell’immagine a metà tra una grande sagra paesana e un supermercato dei libri che da qualche tempo offre: nulla di male, sia chiaro – anzi, molto divertente, ma da più parti mi hanno denotato come, a differenza di similari eventi esteri (Londra, Francoforte), sembra sia data maggiore importanza alla mera vendita dei libri, al Salone di Torino, piuttosto che alla primaria e basilare “missione” di diffusione e salvaguardia della cultura letteraria, anche in ambito più specificatamente professionale. Viene inevitabilmente da pensare che ogni libro acquistato al Salone è un libro in meno venduto in libreria – e magari, insisto, in una libreria indipendente – e tale fatto non mi sembra, in tutta sincerità, così positivo per un evento che invece i librai li dovrebbe difendere e con grande forza – senza contare ciò che già altri hanno denotato, ovvero che sovente il visitatore del Salone è attratto in esso dal fascino dell’evento in sé più che da un autentico interesse verso la letteratura e la lettura, e magari viene a Torino, vede da vicino qualche personaggio famoso, compra pure qualche libro ma poi, per il resto dell’anno, non entra più in libreria…
I librai, appunto: a ben vedere mancano, al Salone, pur rappresentando l’elemento forse principale dell’intera filiera editoriale nonché – l’ho pure io qui più volte rimarcato – un vero e proprio presidio culturale sparso sul territorio nazionale al servizio e a disposizione di tutti. Non sarebbe male se pure loro in un evento così omnicomprensivo fossero in qualche modo presenti, quanto meno a livello di categorie professionali nazionali o locali, dato che la loro assenza pressoché totale rende piuttosto palese l’impressione di come siano un po’ abbandonati al loro destino, schiacciati dalle librerie di catena – di proprietà dei grossi gruppi editoriali – e dall’espansione dell’editoria digitale, vera e propria razza in via di estinzione che mai nessuna pur meravigliosa libreria griffata potrà sostituire. E’ una questione in parte assimilabile a quella degli editori indipendenti – i piccoli e medi, per intenderci – la cui netta diminuzione lo scorso anno fu motivo di numerose perplessità, ma che non mi pare quest’anno tornati ad occupare i (spesso troppo costosi) stand del Salone, nonostante l’organizzazione ne avesse fatto, a parole, un preciso obiettivo dell’edizione 2013. Torino resta comunque sbilanciato a favore della grande editoria – anche per ovvie ragione di convenienza politica ed economica – e anche l’incubatore dei piccoli editori, iniziativa nata quest’anno per supportare appunto le più piccole realtà editoriali, mi pare ancora poca cosa rispetto a tutto il resto: apprezzabile, certamente, ma occorre fare di più se non si vuole che pure il Salone, più o meno indirettamente, finisca per favorire una situazione di mercato di natura oligarchica, in Italia.
Molto bello invece lo spazio dedicato al Cile, paese ospite di questa edizione del Salone – d’altro canto dal panorama letterario veramente ricco di notevolissimi autori, le cui immagini campeggiavano su grandi poster appesi al soffitto dello spazio: Neruda, Sepulveda, Bolaño, Coloane, Serrano – e cito solo i primi che mi vengono in mente, ma già sufficienti a rimarcare il rilevante valore della letteratura cilena, che avrebbe meritato un interesse del pubblico ancora maggiore di quello riscontrato.
Ecco, questo è stato, a (inevitabilmente) grandi linee, il Salone del Libro 2013. Un evento che ha saputo ancora una volta attrarre e affascinare un pubblico parecchio numeroso, offrendogli ciò che quello si aspettava di trovare con, io credo, forse un po’ troppa prevedibilità, ovvero troppa accondiscendenza verso la situazione di mercato attuale, in qualche modo subendola piuttosto che influenzandola – cosa che da un evento come quello di Torino ci si potrebbe anche aspettare. Pur con il suo incrollabile fascino, resistente anche in questi tempi magri come quello d’una cattedrale barocca in mezzo ad un deserto via via sempre più arido e che personalmente continuo comunque ad apprezzare (a differenza di molti che invece lo ritengono la lusinga di un ormai inutile carrozzone), probabilmente il Salone manca ancora di essere un buon volano per l’intero settore editoriale nazionale, una sorta di motore che ogni anno possa accendersi dando un prezioso impulso al comparto nella sua interezza. Comprendo benissimo che esserlo, in quest’era di crisi cronica e di smarrimento culturale, sia sempre più arduo, ma venire a conoscenza che proprio durante i giorni festosi del Salone l’Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle Biblioteche italiane e per le Informazioni bibliografiche (www.iccu.sbn.it) denuncia il rischio di chiusura perché non dispone più dei finanziamenti necessari alla gestione del Servizio Bibliotecario Nazionale (Sbn), ovvero della rete grazie alla quale vivono tutte le biblioteche italiane, rende la festa di Torino bella, sì, ma inevitabilmente anche un poco sguaiata.

Se la cultura è soffocata, soffoca la democrazia – e la politica fa da cappio. “Democrazy”, il video di Francesco Vezzoli, sempre più attuale…

L’imminente inizio della fase finale della campagna elettorale negli Stati Uniti, ovvero la rinnovata constatazione di come essa si svolga, con quali metodi e con quali reazioni popolari (soprattutto, devo ammetterlo, da parte repubblicana, madre in qualche modo di tutto il populismo politico contemporaneo e del modus operandi relativo: d’altronde fu proprio Ronald Reagan, mediocre attore trasformato in presidente della maggiore superpotenza mondiale (!) a dichiarare che “La politica è come un’industria dello spettacolo”) mi ha fatto tornare alla mente l’illuminante video che nel 2007 Francesco Vezzoli presentò alla 52a Biennale d’Arte di Venezia, Democrazy. Opera che, passati 5 anni dalla sua presentazione – un tempo cronologicamente breve eppure assai lungo, parimenti, per il mondo contemporaneo in costante e rapida evoluzione (o involuzione…) – mi sembra assolutamente attuale e ancora totalmente illuminante. Pure (ma è inutile rimarcarlo) per quanto analogamente succede in Italia, con conseguenze concrete anche peggiori.


Democrazy era – è, anzi – composto da due video della durata di un minuto scarso, “spot elettorali di due ipotetici candidati alle presidenziali americane del 2008. Nell’arena si confrontano due icone mediatiche del nostro tempo: Sharon Stone e Bernard-Henry Levy. La seducente attrice sex symbol e il filosofo di fama mondiale presentano il loro programma elettorale spettacolarizzato e ridotto a mere frasi ad effetto, come la politica ci ha abituati in questi ultimi anni.
Come scrisse all’epoca Tommaso Martini sul mensile di approfondimento culturale Sindrome di Stendhal (anche la parte in corsivo qui sopra è sua), “Vezzoli ci pone davanti ad una delle più gravi emergenze che la democrazia deve affrontare: la politica è diventata il trionfo dello spettacolo. Le leggi che regolano il dibattito pubblico, e soprattutto le campagne elettorali, sono sempre più vicine a quelle del mondo dello spettacolo e dello show business. L’allarme fu lanciato già negli anni Sessanta da Guy Debord (1931-1994) in “La società dello spettacolo”, ripreso da McLuhan e negli anni Ottanta da Neil Postman nell’interessantissimo saggio “Divertirsi da morire. Il discorso pubblico nell’era dello spettacolo”, recentemente edito da Marsilio in Italia. Postman scriveva dopo la campagna elettorale da cui uscì vincitore l’ex-attore Ronald Reagan. Era il 1984, e la mente non poteva che correre a George Orwell e alla sua distopia. Ma Postman riconosce nel mondo attuale uno scenario ben più drammatico di quello immaginato dalla scrittore inglese. Non esiste un Grande Fratello che censura, controlla, schiavizza. Postman denuncia la somiglianza con il “Mondo nuovo” dell’omonimo romanzo di Aldous Huxley, in cui i libri, lo scrivere, l’informazione non sono né vietati né censurati, ma più subdolamente nessuno prova più interesse nei loro confronti: la gente sarà felice di essere oppressa e adorerà la tecnologia che libera dalla fatica di pensare. Non esiste un Grande Fratello ma il Grande Fratello presso il quale cercano rifugio migliaia di uomini. Questa tendenza ha invaso anche il dibattito politico e la politica stessa. Politica, religione, notizie, sport, educazione, economia, tutto è diventato un appendice della grande industria dello spettacolo, e nessuno protesta, anzi nemmeno ci bada. Siamo tutti pronti a divertirci da morire afferma Postman.”
Esattamente questo è il punto, ben focalizzato da Martini, negli USA come dalle nostre parti: il menefreghismo imperante, che nasce dalle scarse educazione e consapevolezza civiche, che viene ben coltivato dal potere proprio attraverso il populismo esasperato e spettacolarizzato al fine di farne l’arma migliore per spegnere una volta per tutte il cervello. Operazione riuscita perfettamente, tanto da far credere ai suddetti “menefreghisti” di stare facendo qualcosa di buono e utile per il proprio paese!
Vezzoli sceglie per la sua immaginaria campagna elettorale proprio un’attrice, rappresentante esplicita del mondo della celluloide e della finzione, e un filosofo, che rappresenta la ricerca della verità attraverso l’interpretazione della realtà. Ma entrambi utilizzano le stesse tecniche, si vendono allo stesso modo all’elettorato. (…) Gli spot elettorali sono speculari, i candidati si chiamano Patricia Hill e Patrick Hill. Non hanno più importanza i contenuti ma la fotogenia, la sicurezza, la retorica. Il discorso politico non risponde più alle regole dell’argomentazione, della logica, ma si sottomette alle forche caudine dei formati televisivi. Ormai la televisione è diventata il luogo principe del confronto politico, Porta a Porta è la terza Camera del nostro Paese, i voti di milioni di elettori sembrano dipendere da ceroni, impostazioni della voce, giacche e cravatte. E la televisione comunica soprattutto per immagini, una forma non adeguata al contenuto che deve essere espresso in uno scontro politico: la forma è contro il contenuto, lo esclude. Ma forse ci si trova davanti solo alla punta dell’iceberg del problema. Bisogna domandarsi, infatti, se nella politica esistono ancora contenuti. Francesco Vezzoli decostruisce e analizza in “Democrazy” i subdoli sistemi di manipolazione ideologica di massa, facendo propria la preoccupazione di Neil Postman del 1985: l’arena televisiva comporta una sostanziale riduzione della democrazia anche nei paesi sviluppati.
Si tratta esattamente di ciò: manipolazione ideologica di massa. E da ciò mi permetto di ricavarne una lettura culturale (anti- o filo-, dipende da come si guarda la cosa), dacché contro un tale stato di fatto le armi migliori in nostro possesso, io credo, sono il libero pensiero, l’intelligenza, il raziocinio, la consapevolezza della realtà, la curiosità di saperne di più. E la cultura è certamente il mezzo migliore per dare loro forza massima: non a caso è l’arte – la videoarte di Vezzoli, qui – a illuminarci la verità della questione. E altrettanto non a caso la cultura è da sempre invisa a qualsiasi potere che voglia dominare in modo totalizzante: tenterà di controllarla e soggiogarla, ma la cultura è da sempre sinonimo di libertà, quindi cercherà di negarla e vietarla. Perchè un popolo ignorante è ben più facile da comandare che uno intelligente…
Mi auguro abbiate la fortuna, prima o poi, di vedere da qualche parte Democrazy di Francesco Vezzoli in modo migliore che qui. Lo merita, e merita di illuminarvi.

Il “Blogger Contest 2012” de Le Dolomiti Bellunesi: la montagna va sul web, il web va sulla montagna!

Verrebbe di primo acchito da pensare che montagna e web siano due mondi molto distanti: il primo, da sempre ammantato da un’aura “primordiale” per la quale fatica, pericolo, forza, coraggio e altro di simile ne sono da sempre elementi fondanti; l’altro, beh, è il presente che è già futuro, è la tecnologia capace di supportare l’uomo in ogni cosa, è il poter fare tutto ed essere ovunque semplicemente stando davanti a un pc e un monitor… Ma certo, sto parlando per sensi assoluti, e in verità montagna e web sono due mondi che fin dall’inizio dell’attuale era informatica sono andati a braccetto, e sulla rete si può trovare tanta di quella montagna da ben fare il paio con quella vera, quella di roccia e ghiaccio che sta là fuori…
Per questo il Blogger Contest 2012 organizzato da Le Dolomiti Bellunesi – uno dei più prestigiosi periodici di montagna italiani – è un’iniziativa assolutamente interessante e perfettamente al passo con i tempi e con quella gran massa di frequentatori delle alte quote che, parimenti, lo sono del web.

Con lo spirito di raccontare la montagna in tutte le sue espressioni e di diffondere l’interesse per la narrazione attraverso i nuovi media, la rivista Le Dolomiti Bellunesi istituisce il premio “BloggerContest.2012 racconta la tua montagna”.
Il partecipante (blogger) dovrà presentare un breve elaborato (post), su un tema libero inerente la montagna (racconto alpinistico, escursionistico, scialpinistico, speleo; esplorazione; saggio su ambiente, storia, cultura; intervista; qualsiasi altro sports praticato in montagna), nella forma più efficace per essere consultato in un weblog (blog).
Tutti gli elaborati ricevuti saranno valutati a giudizio insindacabile e inappellabile di una giuria appositamente predisposta e formata da persone qualificate nel campo culturale, scientifico, alpinistico e giornalistico.Tuttavia nello spirito dei social network, i veri giudici saranno i lettori che potranno commentare e votare i post pubblicati dalla giuria. Al post che entro il 31 ottobre 2012 avrà ricevuto più commenti sul blog www.altitudini.wordpress.com, verrà assegnato il titolo Best Blogger LDB 2012.
I post vincitori verranno pubblicati sulla rivista Le Dolomiti Bellunesi e premiati con materiali tecnici offerti da aziende sponsor.

(estratti dal regolamento del Contest)

Cliccate sul logo del Blogger Contest 2012 per averne ogni informazione utile: il regolamento, la giuria, gli sponsor, i premi e ogni altra cosa, oltre ovviamente alla scheda di iscrizione. La scadenza del concorso è fissata al 1 Settembre 2012.

La “mia” MIA! – Milan Image Art Fair 2012 (con “personale” mini-fotocronaca)

Mi chiedevo, qualche giorno fa: sarà la MIA, la fiera della fotografia e del video artistici – giovane, “piccola”, di settore – l’evento alla fine più importante (in senso assoluto) dell’anno per l’arte a Milano?
Risposta post-visita: al momento, credo di .
Ottima location (come consueto, il SuperStudio Più), gamma completa di espositori (gallerie ed editoria specializzata) con molte presenze estere, tanta gente (impressione certamente amplificata dagli spazi più ristretti rispetto ad un padiglione fieristico “classico”, d’altro canto l’affollamento alle biglietterie non è mai mancato), molte belle opere/immagini, un po’ meno cose realmente originali e innovative, con predominanza di ritrattistica e foto di paesaggio naturale e urbano, pochissimo video (credo perché avendo, il video, un piede nell’arte e uno nella cinematografia, dunque essendo più attratto dalle cinerassegne, soprattutto relative ai cortometraggi). Tutto sommato, lo ribadisco, parecchie cose fascinose e ispirative, a rimarcare una vitalità della produzione fotografica, nel mondo dell’arte, ben maggiore a tante altre espressioni artistiche contemporanee, alla faccia di quanti ritengano ancora la fotografia la figlia di un dio (dell’arte) minore.
Veramente un ottimo evento, insomma. E sì, dunque: un posto da podio nella “competizione” tra gli eventi d’arte a Milano (e non solo) se l’è guadagnato di sicuro. Per me, al momento, è anche quello più alto.
Di seguito, una mini-fotocronaca del tutto personale della MIA 2012…

MIA in/out

MIA brightness

MIA people

Milan Image Arte Fair 2012, ovvero MIA: sarà la tua fiera d’arte preferita?

E se alla fine il miglior evento artistico dell’anno a Milano fosse la MIA – Milan Image Art, la fiera della fotografia e del video? Una fiera appena nata (è solo alla seconda edizione), piccola (nell’estensione), diversa dalle solite impostazioni (un solo artista per galleria, ad esempio), di settore (fotografia e video arte, appunto, d’altro canto discipline tra le più vitali e ancora generative/innovative dell’arte contemporanea, che il grande pubblico continua a identificare – l’arte, intendo – principalmente con la pittura, viceversa ormai moribonda nella sostanza)… Eppure, con tutta probabilità, un evento sotto molti aspetti vincente molto più di altri, tanto maggiori di “peso” e patinati di nomea, quanto un po’ troppo vuoti di autentica sostanza.

MIA Fair, organizzata da DO.MO.ART Srl, è la prima fiera d’arte in Italia dedicata alla fotografia e alla video arte. Viene inaugurata giusto oggi, e rimarrà aperta al pubblico dal 4 al 6 maggio 2012 presso lo spazio espositivo di Superstudio Più, tra le location milanesi più note per manifestazioni dedicate all’arte, al design e alla moda.
La prima edizione del 2011 di MIA Fair ha ottenuto risultati importanti, ospitando 230 espositori, tra cui 194 artisti italiani e internazionali, provenienti da oltre 20 paesi. MIA Fair è inoltre riuscita a catalizzare, oltre ogni previsione, una straordinaria attenzione di pubblico e di critica, raccogliendo in solo quattro giorni di programmazione un totale di circa 15.000 visitatori, di cui oltre 800 accrediti stampa.
Come anticipavo poco fa, MIA Fair è concepita con una formula innovativa che abbraccia diversi aspetti: ad esempio, un artista per ogni singolo stand, offrendo così la possibilità di visitare tante piccole mostre, consentendo una migliore comprensione del lavoro dell’artista. altra cosa originale è il catalogo, composto dall’insieme di tanti fascicoli, ciascuno per ogni stand, esaustivo nelle informazioni per ogni progetto presentato, raccogliendo i quali il visitatore potrà comporre il “suo” catalogo. A corollario di tutto ciò, il ricco programma culturale previsto supporterà un collezionismo consapevole e la sezione sul libro fotografico permetterà di apprezzare gli straordinari esempi della piccola grande editoria che si occupa di questo settore.

Insomma, MIA Fair 2012 sarà la mia fiera, nel prossimo weekend. E sono certo che, interessante come si preannuncia, potrebbe essere anche la meta giusta per tanti di voi.
Cliccate sull’immagine del logo per visitare il sito web ufficiale di MIA, e conoscere ogni cosa utile sull’evento e su come visitarlo.