La TV utile

tv_lcd_tiziovirgoletteHo acquistato uno di quei meravigliosi televisori al plasma ultrapiatti – bellissimo, prodigioso, ha uno spessore di due centimetri o forse neanche, una meraviglia della scienza; lo schermo, liscio più che fosse fatto d’acciaio, è più nero del nero, penso proprio per la sua composizione, per ciò di cui è fatto: un nero così profondo e puro credo non lo si possa trovare così facilmente da nessun altra parte… E ho spuntato anche un ottimo prezzo, per via di una promozione in corso… L’unica cosa è che ho dovuto discutere a lungo, quasi litigare, col commesso, che assolutamente non mi voleva vendere il televisore senza il telecomando… Ma scusi – gli dicevo – glielo pago a prezzo pieno, mica le chiedo uno sconto! Anzi – addirittura sono arrivato a proporgli – se vuole, vista la sua intransigenza, glielo pago anche qualcosa di più, se ciò serve a convincerla… Quello scuoteva la testa, ha chiamato il responsabile del negozio così che fossero in due a scuotere la testa, ma alla fine hanno ceduto, levando dalla confezione del televisore il telecomando (che, peraltro, può essere loro utile come ricambio per un altro guasto…) e facendomi pure un piccolo sconto sul prezzo – di loro iniziativa, sia chiaro… Così, mi sono portato a casa quel meraviglioso oggetto nero che più nero non si può: proprio così lo volevo, così nero, grande e piatto… Ho tirato fuori la mia vecchia valigetta delle tempere e ci ho dipinto sopra una delle più belle fotografie dello spazio profondo che abbia mai visto, ritrovata su di un libro di astronomia: innumerevoli stelle sullo sfondo nerissimo che solo lo spazio ha, e che solo nello schermo ultrapiatto di quel televisore acquistato mi è sembrato di rintracciare… E in più mi pareva che essere io a dipingere quel cielo stellato così bello – e non, magari più semplicemente, riprodurre quella fotografia e ricavarci un ingrandimento, un poster… – me lo rendesse ancora più vicino, più “mio” in qualche modo, nella sua sublime bellezza… Sono molto orgoglioso, ora, a rimirarmelo lì appeso in soggiorno… – poi così piatto, lo schermo, che non mi ingombra nemmeno, assomigliando proprio ad una finestra che dia direttamente sulle profondità cosmiche…”

Cop_LMRQP_taglio2Questo è un brano tratto da LA MIA RAGAZZA QUASI PERFETTA (Senso Inverso Edizioni, Ravenna, 2010, ISBN 978-88-96838-03-7, Pag.120, € 12,00, illustrazione di copertina di Vittorio Montipò), il primo romanzo con protagonista il folle personaggio di Tizio Tratanti – un nome (e cognome), un programma, come intuirete bene!
Cliccate sulla copertina del libro qui accanto per avere ogni altra utile informazione sul romanzo (dove acquistarlo, come, articoli, recensioni, segnalazioni e quant’altro…), e non dimenticate anche il secondo romanzo di quella che, alla fine, sarà una trilogia, ovvero
Cercasi la mia ragazza disperatamente!
Buone letture!

Più c’hai culo, più vinci! Il “quiz” Tv contemporaneo come metafora della decadente bassezza del nostro mondo

11535809_851954494892166_8554946868459883076_nNon guardo quasi mai la TV – lo rimarco spesso, ci tengo – e qualche giorno fa, in casa altrui con televisore acceso, ho potuto constatare che, ancora, intorno all’ora di cena va in onda tutta quella messe di quiz di idiozia stratosferica il cui concetto fondamentale, riassumendo in modo succinto tanto quanto pragmatico, è “più c’hai culo, più vinci”.
E se la prima sensazione è quella di un’ira funesta che al confronto quella del pelide Achille è roba da torneo di scopa in un ospizio, la seconda, appena dopo, è quella di un frustrante sconforto, per come tali quiz sappiano rappresentare perfettamente la decadente e letale pochezza della nostra società contemporanea.
Porca miseria, nei quiz mikebongiorneschi di un tempo – tipo Lascia o Raddoppia, per dire – partecipava gente del calibro di John Cage, uno dei più grandi geni del Novecento, e alla stesura delle domande contribuivano intellettuali come Umberto Eco Secondo alcuni rappresentavano i primi esempi di trasformazione in valore monetario del sapere (in senso negativo, s’intende), ma certamente quelli che vincevano, allora – dacché si presuppone pure che in quegli anni non vi fossero sospetti di brogli e intrallazzi ad’uso d’audience come oggi – erano veri e propri pozzi di scienza nelle materie per le quali si presentavano. Era una forma evidente di meritocrazia, in buona sostanza. Mediatizzata quanto si vuole – e quanto potesse esserlo allora – ma lo era.

John Cage a “Lascia o raddoppia?” con Mike Bongiorno, nel febbraio del 1959.
Oggi, invece? “Cosa lava l’orsetto lavatore?” Cioè, si vincono decine di migliaia di Euro con domande che offenderebbero l’intelligenza di un bambino di seconda elementare? Per di più alle quali spesso i concorrenti nemmeno sanno rispondere ma, in un modo o nell’altro – a botte di culo, appunto! – riescono comunque a portarsi a casa una somma che, nel peggiore dei casi, vale un anno di lavoro in fabbrica! Ovvero, negando totalmente la meritocrazia e invece sancendo, una volta di più, la regola assolutamente italiota per la quale meno si merita, o meno doti si hanno, più si può ottenere, più si può arrivare in alto. E ci spacciano ‘sta cosa orribile come “la bella possibilità di poter ottenere qualcosa anche quando non si saprebbe come poterla ottenere”: esattamente come accade in sempre politica, sovente nello spettacolo, spesso in ambiti sociali e istituzionali e altrove.
Non so cosa abbia risposto la tizia che appare nell’immagine in testa al post alla domanda su cosa lava l’orsetto lavatore, ma mi auguro che seguendo l’indicazione apparente delle lettere abbia effettivamente risposto il culo. Perché in questo modo avrebbe ovviamente sbagliato la risposta, ma sarebbe di sicuro apparsa più onesta e coerente, con sé stessa e con quelli che (con tutto il rispetto) hanno il coraggio di guardare queste divertenti tanto quanto ignobili produzioni televisive contemporanee.

L’insopportabile rumore di fondo della TV contemporanea

fileTrovo che vi sia un sistema tanto semplice quanto efficace per dimostrare come la gran parte della TV contemporanea trasmetta e diffonda scempiaggine: togliere l’audio.
Provateci e guardatela, così muta. Forse, come è accaduto a me, senza il parlato televisivo affabulatorio che inevitabilmente ci distrae e ci condiziona – non solo mentalmente ma anche nella percezione di quanto stiamo osservando sullo schermo – potrete rendervi conto di come quei personaggi di tante trasmissioni TV odierne appaiono in tutto ciò che fanno – azioni, movenze, gestualità, espressioni facciali, sguardi, e con loro tutto ciò che hanno intorno – dei perfetti idioti. Quantunque bravissimi, in tale loro idiozia, così funzionale a passarvi (inculcarvi) i messaggi che si vuole far passare, ovvero degli ottimi attori dell’insopportabile (ma non per tutti, ahinoi) pantomima messa in atto per gli scopi di cui sopra, e che molto si basa sulle parole, sui testi recitati, sulle allocuzioni imposte all’attenzione (o a ciò che ne è sostituto) del telespettatore.
Se invece togliete l’audio, da subito e inesorabilmente vi parrà di stare osservando dei burattini, dei buffoni dalle movenze artificiose, pacchiane e palesemente stolte, dei guitti che sul palco televisivo recitano (malissimo, peraltro) la loro farsa. Passino le immagini di eventi sportivi o certi documentari, nei quali ovviamente l’audio conta relativamente, e non si contino quelle rarissime trasmissioni di divulgazione culturale per le quali l’audio è necessario ben più delle immagini. In ogni altra produzione televisiva – telegiornali, talk show, spettacoli da prima/seconda/ventesima serata, reality, programmi di intrattenimento – toglietelo, l’audio, e vedrete quanto cretine si riveleranno, dimostrando inoltre come, appunto, la TV contemporanea ci affabuli con le sue ciance continue, un rumore di fondo vocale che ha il solo scopo di renderci suadente ciò che, in tutto e per tutto, sarebbe da considerare supremamente stupido.
In questo modo forse, anche voi come me, dopo aver tolto l’audio converrete decisamente che sarà buona cosa togliere pure il video, levandovi di mezzo una volta per tutte la sua spaventosa e intollerabile miseria mediatica.

Gianni Morandi Vs Rest of the World. Ovvero: ma i social sono veramente “social”?

morandi-facebookLa recente vicenda dell’epico (!) scontro tra Gianni Morandi e il web – ovvero una certa parte di esso su facebook – in tema di immigrati, del quale avrete certamente letto un po’ ovunque, mi ha fatto riflettere una volta di più su un tema già da altri e non di rado sollevato riguardo l’uso comune dei social network, ovvero l’effetto di tale uso nei costumi contemporanei – al di là delle opinioni espresse dalle parti battaglianti, sulle quali non entro nel merito (e nemmeno mi interessa farlo).
Inutile rimarcare di nuovo come facebook, twitter e tutti gli altri social abbiamo portato al compimento assoluto e reiterato il senso del celeberrimo quarto d’ora di notorietà per tutti intuito da Andy Warhol negli anni ’60 in tema di TV, e quanto la nostra presenza sul web assuma in maniera netta tratti egotistici tanto spinti da risultare sovente ridicoli. Ma in fondo la cosa può anche essere bonariamente comprensibile: il web rappresenta un’arena pubblica potenzialmente illimitata, dunque era ed è inevitabile che finisse e finisca per riprodurre su macroscala quanto da sempre avviene nelle piazze delle città in cui viviamo, e nelle quali è naturale che ci si faccia vedere – eccetto nei casi di sciatteria estrema – nel modo più piacevole e interessante possibile. Poi certo, l’eleganza, lo stile e la capacità di proporre cose realmente interessanti sono altra cosa, ma tant’è.
Ciò che invece la vicenda Morandi contra facebook (ovvio che il paragone citato nel titolo è ironico, e per giunta ribadisco: faccio di tutta l’erba un fascio per solo per ragioni di chiarezza espositiva) mi ha (ri)messo in luce, riguarda quale socialità sia oggi generata dalla nostra presenza sul web, ovvero, facendo un ulteriore passo a monte del tema, se effettivamente facebook, twitter e compagnia bella siano social network, se veramente possano generare una rete sociale nel senso migliore del termine, dunque di conversazione, dialogo, dissertazione, scambio di opinioni, anche di posizioni e divergenze nette ma sempre di matrice socializzante, dunque sostanzialmente inclusiva e non esclusiva, non “monopolizzante”, per così dire.
L’impressione forte che ho invece mutuato dalla vicenda in questione, al di là dell’ammirevole e cordiale gentilezza con la quale Gianni Morandi ha risposto a tutti i messaggi di tono avverso alle sue opinioni ricevuti, anche a quelli più rabbiosi, è stata – nuovamente – che l’uso che tanti di noi fanno dei cosiddetti social network è sostanzialmente antisociale. Un uso, e una presenza individuale, che piuttosto di essere aperta a quel mondo illimitato che il web rappresenta e disponibile all’interconnessione sociale, culturale e intellettuale offerta dalla rete, risulta invece spesso di chiusura, di arroccamento estremo sulle proprie convinzioni, sostenute e imposte dogmaticamente dal palchetto virtuale del nostro profilo social: un palco assolutamente funzionale a ciò per come ci consente di non avere un contatto diretto con chi disquisisce con noi – se non attraverso mere parole scritte – e di eliminare con un semplice clic i commenti sgraditi, evitando sul nascere qualsiasi buon scambio di opinioni. E’ come se quel prima citato egotismo col quale cerchiamo in tutti i modi di metterci in mostra sul web, tra foto, selfie, emoticon e quant’altro – senza mai che ci passi per l’anticamera del cervello che a tanti altri delle nostre cose possa non fregare una beneamata cippa, e restando poi in ansia se il numero di “like” ricevuti non è ritenuto adeguato alle nostre aspettative – si espanda e intacchi anche la parte “intellettuale” della nostra presenza sul web, per questo imponendo le nostre convinzioni esattamente come fossero selfie e conferendo ad esse la stessa funzione identificativa individuale delle immagini in cui siamo (pensiamo di essere) strafighi/e: una funzione inesorabilmente netta, indiscutibile, sovente tranchant che guai a permettersi di confutarla, insomma.
Certo: a ben vedere che strumenti di tale potenza comunicativa come i social network potessero e dovessero prevedere una tale “deriva” era ed è cosa ovvia. Tuttavia, come la piazza pubblica cittadina e la gente che la frequenta è ottima espressione (e cartina tornasole) del carattere urbano della città stessa, ugualmente i social network contemporanei sono spesso ottima rappresentazione della nostra società, che fino a prova contraria si “manifesta” ormai quasi del tutto sul web ma poi vive e agisce nella realtà “vera”, intorno a noi. E che la loro funzione social venga in modo così netto stravolta e capovolta, raggruppando un miliardo e più di piccoli e insignificanti (salvo rari casi) fortini personali nei quali gli utenti del web si arroccano con tutto sé stessi lasciando sempre più rare possibilità agli altri di interagire proficuamente e fruttuosamente, è cosa che ci deve far pensare parecchio.
Dallo scambio di opinioni, dal dialogo, dal confronto e dalla riflessione reciproca nasce l’evoluzione e il progresso delle idee, è una cosa che accade fin dalla notte dei tempi. Avere oggi a disposizioni degli strumenti così meravigliosamente adatti a metterci vicendevolmente in relazione e dialogo, a generare una rete sociale virtualmente illimitata dunque illimitatamente virtuosa nei suoi potenziali effetti benefici, e utilizzarli invece per darci reciprocamente degli idioti solo perché incapaci di metterci in discussione (cosa che può confutare le nostre idee ma può pure rafforzarle: un principio tanto banale quanto evidentemente e pervicacemente incompreso) è elemento, lasciatemelo dire, di tristezza infinita, nonché segno di una decadenza intellettuale e culturale diffusa di livello oltre modo preoccupante.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, la 13a puntata 2014/2015 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, venti aprile duemila15, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #13 dell’anno XI di RADIO THULE. Titolo della puntata, “Il SocialCapitalista. Vita e opere di Adriano Olivetti”.
Nella storia recente d’Italia c’è stato un industriale capace di concepire un modello di imprenditoria non solo innovativo e assolutamente avanzato, ma pure in grado di mettere realmente in pratica quel vecchio motto per il quale “il lavoro nobilita l’uomo”: Adriano Olivetti. Un mecenate, un sognatore, un utopista o forse, più concretamente, un imprenditore nel vero senso della parola, indipendente e libero da qualsiasi vincolo politico al punto da risultare scomodo a tanti. Non è forse un caso, per ciò, che l’esperienza di quell’azienda che rese l’Italia leader mondiale dell’elettronica è praticamente finita nel nulla mentre sarebbe da riconsiderare a fondo e nuovamente concretizzare, oggi che il tanto celebrato “made in Italy” rivela troppe malcelate ipocrisie e finisce spesso in mani straniere…

adriano fra le fabbricheDunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
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Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!