La siccità (non) fa rima con volontà

[Il fiume Po, ovvero quel che ne rimane, a Polesine Zibello (Parma). Foto di Paolo Panni tratta da www.oglioponews.it.]

È ormai risaputo che il cambiamento climatico causa un aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi meteorologici estremi, come alluvioni e siccità, ma per la comunità scientifica non è immediato ricondurre un singolo fenomeno di questo tipo all’aumento della concentrazione atmosferica di gas serra. Per accertare eventuali rapporti di causa ed effetto servono studi appositi. Nel caso della siccità che da più di un anno sta colpendo il Nord Italia oltre che la Francia, la Svizzera e altre regioni europee, causando molti problemi sia al settore agricolo che a quello della produzione di energia, ne è stato pubblicato uno da poco: dice che il cambiamento climatico l’ha aggravata.
Semplificando i risultati dello studio, è emerso che siccità analoghe a quella di questi mesi erano meno estese geograficamente e meno lunghe: il riscaldamento globale sembra aver ampliato le zone di alta pressione e causato una maggiore evaporazione dell’acqua dal suolo e dalle piante.

[Da La siccità nel Nord Italia sembra legata al cambiamento climatico, articolo pubblicato su “Il Post” il 4 marzo 2023. Lo potete leggere interamente anche cliccando sull’immagine lì sopra.]

Che una regione geografica come la Pianura Padana ovvero l’Italia settentrionale in generale, ai piedi della più importante e elevata catena montuosa europea con i suoi ghiacciai pur in sofferenza e i numerosi vasti bacini imbriferi delle sue vallate, possa soffrire la siccità appare ancora oggi una cosa incredibile. E invece sta accadendo, per il secondo anno di fila e in modo vieppiù grave.

Forse anche per questo non siamo così sensibili nei confronti della crisi climatica in atto, così repentina e in certi casi drammatica: fatichiamo a credere che qualcosa di tanto rilevante stia accadendo, non ce ne capacitiamo, restiamo aggrappati alla convinzione che sia qualcosa di occasionale, che presto tutto quanto tornerà come prima quando invece ogni evidenza scientifica segnala il contrario. Di qualsiasi entità sarà l’effetto dei cambiamenti climatici in corso (speriamo non troppo grave) dovremmo finalmente e globalmente progettare, sviluppare e attivare la più efficace resilienza possibile. Cosa che possiamo benissimo fare se lo vogliamo, ovvero se la massa critica della società imporrà ai governi e alle istituzioni di farlo senza più tentennamenti. Potrebbe facilmente uscirne una grande occasione di progresso globale, per giunta, a tutto vantaggio in primis proprio di governi e istituzioni.

Come scrisse Spinoza, «La volontà e l’intelletto sono la stessa e unica cosa.» Ecco forse perché, nell’incapacità di pensare, concepire, comprendere ovvero di sensibilizzare l’intelletto alla realtà in corso, non sappiamo nemmeno ricavare la volontà di sviluppare la necessaria resilienza per noi stessi. Fino a quando possiamo andare avanti, così?

«Un utilizzo molto cautelativo dell’acqua»

[Immagine aerea di qualche giorno fa del Po nel tratto compreso nella provincia di Pavia, dalla quale è evidente la scarsità di acqua presente nel letto del fiume.]
Un servizio originariamente andato in onda giovedì 23 febbraio, nel notiziario di “Unica TV”, (lo potete vedere qui sopra) riporta le dichiarazioni di Massimo Sertori, assessore uscente agli Enti Locali, Montagna e Piccoli Comuni della Regione Lombardia con delega (anche) alla gestione delle acque, in merito alla gravità della situazione idrica in essere e ai forti rischi di una nuova e drammatica siccità nel corso della prossima estate (ne ho già scritto anche qui). Presso atto della realtà di fatto e della notevole mancanza di acqua nei fiumi e nei laghi lombardi, l’assessore dichiara di aver istituito «Il tavolo sulla crisi idrica già nei mesi di dicembre e gennaio invitando a un utilizzo molto cautelativo della risorsa acqua in erogazione a valle dei laghi».

Ribadisco queste parole:

un utilizzo molto cautelativo della risorsa acqua in erogazione a valle dei laghi.

Ora, al di là dei possibili aspetti tecnici e idrologici sottesi a queste parole, legati al fatto che i laghi prealpini fungono da sempre da serbatoi idrici per le pianure, ad ascoltare le parole dell’assessore mi è sorta spontanea e subitanea una domanda: perché un utilizzo molto cautelativo dell’acqua solo a valle dei laghi e non anche a monte? Dalla quale sorge un’altra domanda conseguente: forse perché l’acqua a monte dei laghi, dunque sulle montagne lombarde, è ampiamente utilizzata per alimentare gli impianti di innevamento artificiale delle piste da sci, alquanto promossi, sostenuti e finanziati da Regione Lombardia e dall’assessorato che fa capo a Sertori, i quali in questo ennesimo inverno avaro di neve naturale hanno funzionato a lungo per consentire l’apertura dei comprensori sciistici con gran consumo delle risorse idriche locali (nonché di energia, a sua volta per buona parte ricavata dall’acqua negli impianti idroelettrici)?

Sono domande assolutamente e inevitabilmente spontanee, ribadisco.

P.S.: sia chiaro che la risposta «ma tanto l’acqua consumata per la neve artificiale poi si scioglie e ritorna disponibile» che forse qualcuno potrebbe dare non è ammessa dacché più volte dimostrata equivoca e insostenibile.