Italia senza più memoria? Gli archivi e le biblioteche pubbliche senza più fondi e a rischio chiusura, ennesima vigorosa zappa sugli italici piedi

archiviocentraleDobbiamo ammettercelo. Noi italiani siamo veramente insuperabili nel tirarci gran zappate sui piedi, e ancor più nel non sdolorare più di tanto, facendo quasi finta di nulla e continuando a camminare pur sempre più zoppi e vacillanti.
In un mio precedente articolo qui nel blog, vi raccontavo della vicenda del MuFoCo, il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, alle porte di Milano, che per la questione della soppressione delle provincie nonché delle loro competenze, e per la relativa incertezza su quanto ci sarà dopo di esse e su quali incarichi avrà qualsiasi cosa verrà dopo (nuove figure istituzionali, città metropolitane, regioni subentranti o che altro), rischia la chiusura.
Ora, questa situazione di sostanziale caos – gestionale e, ancor più, finanziario, in aggiunta agli ormai endemici tagli alle risorse delle istituzioni pubbliche, in ambito culturale e non solo – rischia di fare vittime ben più numerose e “illustri”: le biblioteche e gli archivi di Stato. La cosid­detta «Legge Del­rio» (56/2014), approvata qualche settimana fa, mette in serio pericolo questi luoghi fondamentali della cultura nazionale in quanto, dopo la soppressione delle competenze in materia da parte delle provincie, non stati ancora identificati gli enti che dovrebbero subentrare nella gestione. Per mettere in luce tale pericolo, alla fine dello scorso Dicembre è stata lan­ciata l’iniziativa «A chi com­pete la cul­tura?» con la quale l’Associazione Ita­liana Biblio­te­che (AIB), l’Associazione Nazionale Archi­vi­stica ita­liana (ANAI), il coor­di­na­mento per­ma­nente di musei archivi e biblio­te­che (MAB) e l’Icom Ita­lia hanno cercato – e cercano, anche attraverso una raccolta firme ad hoc – di richia­mare l’attenzione pubblica sul tema e di sollecitare una soluzione, o quanto meno qualche iniziativa istituzionale in tal senso.
Già, perché alla fine il problema più grave è sempre il solito: le istituzioni parlano, ovvero impongono, ma non sentono, ovvero non ascoltano ragioni di chi subisce quelle imposizioni, ne prima e ne dopo averle ordinate. Non solo, tali imposizioni arrivano come lame taglienti a ferire un “corpo” già debole e malandato: i tagli delle risorse comminati negli ultimi anni (da tutti i governi in carica: unità d’intenti tanto sorprendente quanto sconcertante…) hanno più che dimez­zato un per­so­nale dipendente già dotato del “primato” di più anziano d’Europa (età media supe­riore ai 58 anni!); inoltre, il blocco del turn over e delle assun­zioni ha mol­ti­pli­cato a dismi­sura il pre­ca­riato e il lavoro quasi gra­tuito. La dra­stica dimi­nu­zione delle risorse ha spinto a dimez­zare l’orario di apertura e alla chiu­sura di set­tori fon­da­men­tali come le eme­ro­te­che della Biblio­teca nazio­nale di Firenze e in quella di Roma, provocando poi casi limite come quello dell’Archivio Nazionale di Roma, al quale non solo è stato triplicato l’affitto, ma ha dovuto pure subire il trasferimento di parte dei documenti conservati in un magazzino a Pomezia – ed è inutile dire che quando accadono certe cose, e parti del patrimonio culturale (qualsiasi cosa esso sia) vengono “ricollocate” altrove rispetto alle sedi di pertinenza, ciò significa quasi certamente abbandono, incuria, deperimento, rovina. A meno che qualche funzionario pubblico dall’animo particolarmente nobile non s’accorga di questo e non si faccia carico di risolvere una situazione del genere.
Sala_studioAncora una volta, si è costretti a denunciare la pressoché totale noncuranza delle istituzioni nei confronti della cultura nazionale, e soprattutto di quella cultura basilare – nel senso che veramente sta alla base – per la nostra società contemporanea. Dell’ipotesi che le biblioteche pubbliche siano costrette alla chiusura è superfluo denotare la tragicità assoluta, che chiunque è in grado di comprendere. Vorrei però anche mettere in luce quanto sarebbe tremendo se pure gli Archivi di Stato – da quello centrale di Roma, con sede all’EUR a quelli sparsi per i capoluoghi di provincia – fossero costretti a non poter più far fronte ai propri compiti fondamentali, che sono (cito da Wikipedia) “la conservazione e sorveglianza del patrimonio archivistico e documentario di proprietà dello stato e la sua accessibilità alla pubblica e gratuita consultazione”. Sono – in soldoni – la memoria dello Stato Italiano, l’hard disk della propria storia istituzionale e politica. Se non si potesse più gestire in modo ottimale questa memoria, e se non la si potesse più rendere fruibile ai cittadini, poco o tanto, si tirerebbe una gigantesca zappata sui piedi dell’Italia in quanto stato, nazione, comunità civica ed entità sociale. Una zappata unicamente dovuta a negligenza ovvero – mi sia consentito – a ignoranza tremenda e inesorabilmente contagiosa, per come verrebbe automaticamente riversata sulla memoria condivisa da tutti noi che cittadini italiani siamo. Diventeremmo un popolo istituzionalmente smemorato: e sapete bene che quando non si possiede memoria non si ha più identità, restando in balìa di qualsivoglia alterazione e falsificazione della realtà.
Al momento non è dato ancora di sapere come finirà questa storia, e se siano allo studio efficaci soluzioni ai problemi in questione. Resta tuttavia – e già indelebilmente – l’ennesima prova di come tutti, ovunque, conoscano e ammirino l’Italia come uno dei paesi col più ricco patrimonio culturale del pianeta eccetto l’Italia stessa, con le sue classi dirigenti in testa. E alé, avanti a vigorose zappate sui nostri poveri piedi!

P.S.: articolo pubblicato anche su CULTORA, qui.

“‘O vedi che semo coijoni!” (Onofrio del Grillo dixit)

Gasperino: …Ma che li tieni tu li conti?
Amministratore: Sono il suo umilissimo amministratore signor Marchese…
Gasperino: E fammeli vedé ‘sti conti. Quanto spennemo dentro ‘sta casa?
Amministratore: Ma perché? Non si fida di me? Sono generazioni che amministriamo la sua famiglia… prima mio nonno, poi mio padre e adesso io…
Gasperino: Ma che t’offenni? Per esempio, quanto ‘o pagamo er carbone? Famme sapè.
Amministratore: Mmmh il carbone…
Gasperino: Il carbone! Quanto ‘o pagamo?
Amministratore: E che possiamo pagare…
Gasperino: E che possiamo pagare? Quanto ‘o pagamo?
Amministratore: Sette paoli il quintale.
Gasperino: E ‘a carbonella?
Amministratore: Quattro.
Gasperino: E le fascine, pe’ accenne er foco?
Amministratore: Cinque a dozzina.
Gasperino: E ‘a legna?
Amministratore: E quella non la compriamo, viene dai nostri boschi… la vendiamo.
Gasperino: E quanto ce famo?
Amministratore: Dieci al quintale.
Gasperino: ‘O vedi che semo coijoni! Ma come, compramo tutto a tre volte il prezzo corente e solo ‘a legna ‘a vennemo alla metà?! Dice nun me fido… Ho fatto bene a vedé i conti… artro che. Se tu me freghi qui, me freghi su tutto! Perciò sei un ladro; sei ladro tu, tu padre e tu nonno e io ve licenzio a tutti e tre. Aspetta ‘n pò, prima da fa’ fagotto dimme na cosa… Ma quer vinello che se semo bevuti giù a tavola, ma che ‘o famo noi?
Amministratore: Si signore, viene dalle vigne del Mascherone…
Gasperino: Siii?!? E quanto ce n’avemo?
Amministratore: Parecchie botti di quello nuovo più quello vecchio imbottigliato.
Gasperino: E ‘ndo stanno tutte ste botti e ste bottije… ortre che a casa tua?
Amministratore: Giù in cantina.
Gasperino: Allora io vado in cantina e tu te ne vai affanculo, brutto ladro.

Della serie: vizi atavici di un paese senza speranza (con possibile soluzione, ad aver gli attributi di praticarla. Ad averli, già – altro vizio, anzi, altra pecca…).

(Ovviamente lo spezzone è tratto da Il marchese del Grillo, film del 1981 diretto da Mario Monicelli.)

“Oppio 2.0”. E censura 2.0

Ci risiamo.
Fammi controllare… Anno 2014. Ok, non stavo sbagliando. Non io, almeno.

Ho la grande fortuna di aver conosciuto Gian Paolo Tomasi, senza dubbio uno dei più importanti fotografi italiani contemporanei, e aver goduto dell’onore di chiacchierare con lui mi ha confermato ciò che già avevo “visto” nelle sue opere: uomo assai sagace, illuminante, capace di interpretare con un “semplice” scatto fotografico un mondo intero di parole, idee, opinioni – e di bellezza, nel caso. E artista mordace, come l’arte deve essere. “L’arte si rivolge a tutti nella speranza di essere, prima di tutto, sentita, di suscitare uno sconvolgimento emotivo.”: affermava ciò il celebre regista russo Andrej Arsen’evič Tarkovskij, ben conscio di come altrimenti essa non diventi che un mero esercizio di conformismo, ovvero l’ennesima e alquanto pelosa affermazione del sistema di potere vigente.
Insomma, forse avrete saputo della questione dell’esclusione di Oppio 2.0, l’opera che Tomasi aveva destinato alla mostra Respect Me aperta al MAXXI di Roma – in questo articolo potete leggere, seppur sommariamente, i dettagli di tale vicenda – inizialmente accettata senza alcun problema e poi, appunto, rifiutata. Ora: l’opera in sé, come ogni altra, può piacere o meno, ma non è certo diritto del “committente” rifiutarla con queste modalità (cioè dopo l’iniziale assenso). Chi ritiene che la committenza possa essere libera di rifiutare un’opera richiesta – azione sostenibile solo in presenza di qualcosa di assolutamente triviale e offensivo, e non è certamente questo il caso – si dimentica che il MAXXI è un ente di diritto pubblico (così come qualsiasi altro ente superiore che abbia voce in capitolo nella gestione del museo romano) e dunque, formalmente, che dovrebbe rispondere all’assenso o al dissenso del pubblico, appunto, prima che di sé stesso. Dacché, se in quel modo invece funzionasse il giudizio sulle opere artistiche, credo che buona parte dell’arte contemporanea di matrice sociale (sociologica) in circolazione sarebbe stata censurata e negata alla fruizione pubblica.

"Oppio 2.0", l'opera "censurata" dal Maxxi.
“Oppio 2.0”, l’opera “censurata” dal Maxxi.

Censurata, già: uso questo termine non a caso, dacché qui siamo in presenza di una bella e buona censura. “Sono spiacente di comunicarle che per sopraggiunte valutazioni di opportunità si è ritenuto più prudente non esporre la sua opera”: questa la risposta della funzionaria del Viminale che ha negato il consenso all’esposizione dell’opera di Tomasi. Sopraggiunte valutazioni di opportunità: un politico navigato e scafato al magna magna più istituzionalmente tipico non avrebbe saputo esprimersi meglio (peggio). “E’ una tradizione di cui abbiamo il massimo rispetto. La scelta di non esporre l’opera è dettata solo da questo senso di rispetto e non da cautela o prudenza. Non sarebbe stato né bello né corretto assimilare il burqa alla violenza verso le donne, cui è dedicata la mostra internazionale che si è aperta al Maxxi” continua il testo censorio.
Bene, sfido chiunque a ritenere il burqa una libera e consapevole scelta delle donne dei paesi ove è imposto – paesi che, ma guarda che strana coincidenza, sono in fondo alle classifiche che rilevano la salvaguardia dei diritti civili, delle donne e non solo ovviamente. L’opera di Tomasi ha efficacemente ritratto la realtà di una parte di mondo nella quale la dignità delle donne è tragicamente calpestata, nel mentre
"Coca City", altra celebre e assai significativa opera di Tomasi.
“Coca City”, altra celebre e assai significativa opera di Tomasi.
che quegli stessi poteri che la perseguono fanno affari con traffici che l’intero mondo aborrisce – ma forse solo per mera convenienza, mi viene da credere. Quel mondo, insomma, che in certi (italici) casi se ne sta zitto contro certa barbarie ideologica che pure al suo interno cerca in tutti i modi di dettare legge, ma che di contro chiude entrambi gli occhi su altre verità, evidentemente scomode – o verso le quali non si ha la volontà, l’orgoglio e l’intelligenza di intervenire.
Da tutto ciò, inevitabilmente, che può derivare? Una bella e buona censura, appunto. Calata dall’alto, e nascosta (male) dietro un preteso/presunto rispetto delle tradizioni. Che nemmeno l’arte, quell’arte che da sempre è fonte di illuminazione fondamentale sulla realtà che abbiamo intorno e sulle relative verità, si può permettere di toccare. Peccato che le “tradizioni”, quando siano imposte a suon di obblighi, piuttosto che permettere l’evoluzione delle società sulle quali hanno effetto le fanno spaventosamente regredire; e peccato che il “rispetto” quando viene derivato da pura convenienza politica e non dalla consapevolezza del suo stesso senso divenga pusillanimità – o vogliamo tornare a epoche pre-illuministiche, forse? – ovvero segno di grandissima debolezza civica. E sia chiaro, chi sta scrivendo queste riflessioni aborrisce certi politicanti che sbraitano contro le culture straniere e tutto ciò che di esse è realtà!
Insomma, ribadisco: qual è la somma di finale di tutto quanto? E’ la censura. Nell’anno di (dis)grazia 2014, nel quale menti tanto distorte, a furia di imporre rispetti privi di qualsivoglia logica storica, sociologica e antropologica, ottengono il risultato contrario. Inevitabilmente.
Tuttavia, altrettanto inevitabilmente, mi viene da dire che alla fine Gian Paolo Tomasi – con la sua arte – ne uscirà vincitore. Perché ogni volta che qualcuno si arroga il diritto di agire e imporre decisioni prive di alcuna autentica logica, alla fine si sta tirando la zappa sui piedi. E’ solo questione di tempo, e di “dissanguamento” (intellettuale)…

Il bisogno di libertà del creativo, secondo Cesare Pavese

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Non occorre ricordare il carattere piuttosto ostico di Cesare Pavese, forgiato da una vita ricca di difficoltà e di tormenti, dunque si potrebbe pure ritenere che il tono della lettera sopra riprodotta dipenda anche da ciò. Ma al di là di questa eventuale peculiarità, peraltro già evidenziata un po’ ovunque sul web (sul quale la lettera sta girando già da un po’), mi sembra interessante come Pavese, fors’anche indirettamente, ponga in evidenza il bisogno di libertà e di affrancamento da qualsivoglia imposizione che ogni creativo – di qualsiasi natura esso sia – necessita per produrre lavori di pregio, nonché l’altrettanto forte esigenza di vivere la vita in base alla propria libera natura umana – che in fondo è sempre in qualche modo figlia della Natura naturale, per così dire – al fine di ricavarne i migliori spunti da tradurre poi in arte.
Insomma, come a rimarcare con forza che l’arte, sia essa letteraria o che altro, non può e non potrà mai diventare “di consumo”, prodotta per contratto, per ordine superiore quand’esso sia legato a fini non meramente artistici. La fantasia, la creatività e il “talento” artistico non sono elementi industriali, e non potranno mai essere correlati ad altri elementi ben più materiali – le vendite, il profitto, il successo – che magari verranno pure e saranno certamente graditi, ma in quanto conseguenze naturali (appunto!) e non per obblighi contrattuali. Per carità, poi potrebbe pure esserci l’autore che, dovendo scrivere per contratto 4 libri all’anno, sappia scrivere 4 capolavori, ma al momento questa mi pare ancora un’ipotesi alquanto utopica e, sotto molti aspetti, inumana.
Purtroppo oggi, invece, a me pare che la direzione intrapresa dal comparto di produzione culturale – e in particolare da quello letterario/editoriale – sia proprio questa. Con le conseguenze che ormai risultano lampanti.

P.S. del 08/04: come mi ha giustamente fatto notare qualcuno – ad esempio Dario Bonacina oppure Veronica Adriani, che ringrazio – la sopra riprodotta lettera di Cesare Pavese non aveva invece alcuna matrice astiosa, ma era parte di uno scambio scherzoso tra lo stesso Pavese e il suo editore, Giulio Einaudi. Ecco di seguito la lettera antecedente che “provocò” la risposta dello scrittore:
10152597_10203548945793268_399172054_nSpiega bene il tutto anche un articolo de Il Post.
Tuttavia ciò non cambia il senso e la validità di quanto ho ricavato dal tono della lettera (dalle cui “eventuali peculiarità” infatti andavo al di là), dacché la questione disquisita rimane, eccome! E buon per Pavese che dovette avere a che fare con un Giulio Einaudi (seppur, pure con lui, non senza qualche problemino…), e non con un editore contemporaneo con le sue strategie commerciali – quelle che, appunto, fanno tanto bene al comparto editoriale nazionale, no? Lo dicono i report ufficiali che la lettura dalle nostre parti va sempre meglio, vero?

ScrivendoVolo con Erri De Luca, nel suo nuovo ciclo di “conversazioni”, dal 27 Febbraio a Roma

ScrivendoVolo, il sito letterario con il quale collaboro (e che, dati alla mano, è tra i più influenti d’Italia nel settore) è media partner del ciclo di conversazioni di Erri De Luca con OH!PEN Italia, con primo appuntamento giovedì 27 Febbraio a Roma, prezzo gli Accademia Studios – cliccate sulla locandina per avere ogni informazione sull’evento.

locandina-de-luca
Personalmente, qui, mi preme di rimarcare l’importanza di questa collaborazione per ScrivendoVolo, sito letterario in primis – appunto – ma non solo, dacché sempre più contenitore e catalizzatore di testi, testimonianze ed eventi culturali in senso generale, un senso quanto mai vitale e necessario per un paese come il nostro disperatamente bisognoso di conoscenza, di sapere, di consapevolezza diffusa – di cultura, insomma, come non mai sinonimo di civiltà.
Serve dire che ScrivendoVolo merita tutta la vostra attenzione (se già non lo conoscete) e le vostre visite? No, certo, ma nel caso, cliccate QUI!