Ultrasuoni #21: Duran Duran

Chi mi conosce, facilmente sa (e chi non mi conosce lo sa da ora) che, musicalmente, ma non solo, la mia “anima” è forgiata nel più tenebroso black metal e rivestita con il più oltranzista hardcore/grind. Tuttavia, nonostante ciò (ma perché mai, poi? Bando ai convenzionalismi, suvvia!), io qui, lo dico e lo ribadisco, confesso che da sempre ritengo i Duran Duran una delle più grandi pop band dell’epoca contemporanea, che peraltro debuttava esattamente quarant’anni fa, il 15 giugno 1981, pubblicando il primo omonimo album.

Icona assoluta dei scintillanti anni Ottanta (dei quali i DD hanno scritto quello che si può definire l’inno definitivo del decennio, Rio – già, non Wild Boys come tanti ritengono) ma capaci di “invecchiare” benissimo e come ben poche altre band – come loro solo i sublimi Depeche Mode, io credo – al punto da pubblicare uno dei migliori album (All You Need Is Now) più di trent’anni dopo il loro esordio, musicisti sopraffini, creatori di una serie impressionante di brani di successo – più di loro forse solo i Depeche Mode, di nuovo – dotati di classe eccelsa, di grande eleganza e stile sempre impeccabile, belle persone anche dal punto di vista umano, pure, hanno forse avuto una sola grande “sfortuna”, ovvero la loro più grande fortuna: l’enorme successo planetario. Che li ha resi un mito generazionale o, più banalmente, un sogno per milioni di teenagers, che ha fatto guadagnare loro un sacco di soldi ma che, di contro, ha offuscato buona parte delle loro notevoli qualità artistiche. Le quali peraltro la critica riconosce loro senza alcuna remora ma oggi, più che ai tempi dell’incontenibile successo e del relativo delirio adolescenziale degli anni Ottanta, quando il mondo cantava le loro canzoni ma in fondo era più interessato alle apparizioni TV, al look, ai vari gossip e a quant’altro di off topic rispetto alle suddette grandi qualità artistiche.

Li voglio celebrare con un brano famoso ma non come le loro più celeberrime hits, eppure in grado di presentare al meglio la classe, la raffinatezza e l’eleganza musicale, la capacità compositiva e l’inimitabile appeal che si può riscontrare di frequente lungo tutta la loro carriera: New Moon On Monday. Melodia sopraffina, arrangiamento elegantissimo, fascino irresistibile, orecchiabilità assoluta e un “classico” testo alla Simon Le Bon, cioè bizzarramente criptico alla sua maniera.

Nota divertente: NMOM ve lo propongo anche in qualità di eccezione (video) che conferma la regola. Già, perché sia Andy Taylor che Nick Rhodes (chitarrista e tastierista dei DD) hanno dichiarato che il brano abbia il video peggiore mai girato dalla band. Nelle sue memorie, citate da Wikipedia, Taylor scrive che «Tutti… lo odiano, in particolare la scena terribile alla fine, dove balliamo tutti insieme. Ancora oggi, alla sua vista rabbrividisco e me ne vado.»

Be’, cari Duran Duran, di video peggiori nel frattempo la musica contemporanea ne ha offerti molti altri; di grandi band come voi, invece, ben poche. È questo, insieme alla vostra musica, che alla fine conta. E basta.

P.S.: cliccando sulle fotografie, tratte dalla pagina Facebook della band, potrete leggere una ampia e articolata biografia dei Duran Duran, tratta da Onda Rock.

Auguri a Bob Dylan, ma…

[Bob Dylan raffigurato in un graffito su un muro di Manchester, UK. Foto di hugovk @ flickr,  https://www.flickr.com/photos/hugovk/https://www.flickr.com/photos/hugovk/125953317/, CC BY-SA 2.0: fonte dell’immagine: commons.wikimedia.org.]
Oggi la gran parte del mondo della musica e milioni di fan in giro per il mondo rendono omaggio a Bob Dylan, nel giorno del suo ottantesimo compleanno. Mito assoluto della musica contemporanea, inventore della figura del “cantautore” e del folk rock, poeta vincitore d’un Nobel, anzi, “menestrello del rock”, eccetera, approfitto di questo suo così importante genetliaco per dire (così confondendomi nella massa giubilante e sperando di apparire meno irriverente) che trovo da sempre Dylan uno degli artisti musicali più noiosi, soporiferi, sovente assai poco attraenti e a volte sconcertanti che abbia mai ascoltato. Trovo che abbia scritto cose sublimi ma pure cose a dir poco mediocri, e ho letto suoi versi veramente meravigliosi come altri che paiono scritti da un alunno di terza elementare, al punto da farmi chiedere se fosse lo stesso autore ad aver scritto gli uni e gli altri. Il che me lo fanno apparire – a me medesimo, ribadisco – certo non più mirabile di altri grandi artisti della musica o della parola scritta a lui coevi o successivi, la cui produzione ritengo in generale di qualità superiore e più costante nel tempo ma di contro molto meno osannati e culturalmente emblematizzati.

Ecco.

Detto ciò, non è assolutamente mia intenzione mettere in discussione la fama, la considerazione, l’influenza e la riverenza che Dylan ha accumulato nel tempo fino a oggi, tutte così indubitabilmente meritate, e ne riconosco pienamente il valore storico e culturale come lo può riconoscere il suo più grande fan (d’altro canto difesi pure l’assegnazione del Nobel a Dylan, parecchio criticata da tanti altri): primo, perché io non sono nessuno per permettermi ciò, e secondo perché non è quello che voglio affermare qui ora. E non è nemmeno una questione di “bastiancontrariaggine” o di mostrarsi alternativi e fuori dal coro contro la voce della maggioranza. Semmai, e molto semplicemente, voglio rimarcare che si può diventare grandi anche senza ascoltare Dylan e senza per questo apparire dei poveri idioti, forse.

Forse, eh, lo ripeto.

Dunque mi auguro di essere la classica eccezione che conferma la regola (ben felice di passare per un povero idiota, nel caso), e auguro a Bob Dylan di non farsi ascoltare da me per ancora moltissimi dischi e altrettanti innumerevoli anni.

L’Irlanda del Nord, una ferita europea che sanguina ancora

Probabilmente avrete letto o sentito dagli organi di informazione, nelle scorse settimane, del riacutizzarsi degli scontri tra cattolici e protestanti – ovvero tra nazionalisti-repubblicani e unionisti-lealisti – nell’Irlanda del Nord e in particolare a Belfast, ennesimo strascico di quella incredibile e per molti versi paradossale vicenda bellica che fu il conflitto nordirlandese, tra gli anni Settanta e Novanta del secolo scorso, una guerra a bassa intensità (ma nemmeno così tanto, a ben vedere) conosciuta come The Troubles, “I disordini”, quasi a rimarcare il basso profilo che si è sempre cercato di conferire ad essa e al suo retroscena storico-etnico-politico – in effetti il termine “trouble” indica anche un semplice guaio o un mero disturbo. Qui trovate un ottimo dossier sulla situazione attuale nordirlandese tratto da “Il Bo Live”, notiziario dell’Università di Padova.

Peraltro questo 2021 è un anno particolarmente significativo per l’Irlanda del Nord, dal momento che si “celebrano” due ricorrenze di segno geopolitico opposto: da una parte i cento anni dalla creazione della regione con la separazione dalla Repubblica d’Irlanda e la giunzione del Regno Unito, dall’altra i quarant’anni dalla scomparsa di Bobby Sands, attivista politico nordirlandese e figura di grande influenza a livello internazionale, che morì in carcere il 5 maggio 1981 a seguito di uno sciopero della fame condotto a oltranza come forma di protesta contro il regime carcerario a cui erano sottoposti i detenuti repubblicani, e per questo considerato un “martire” della lotta per l’indipendenza nordirlandese.

Ho sempre trovato estremamente emblematica, e sotto diversi aspetti inquietante mentre per altri inconcepibile, la storia dei Troubles: una guerra – anche se “a bassa intensità” ma pur sempre guerra – di matrice (anche) religiosa, combattuta in una delle terre più belle, nobili e avanzate d’Europa, parte integrante della formativa e identitaria cultura celtica alla base della storia europea, eppure capace di provocare più di 3.500 morti (con i paramilitari repubblicani cattolici che furono responsabili del 60% delle vittime, gli “unionisti lealisti protestanti” del 30% e le forze di sicurezza britanniche del 10% – sottolinea l’articolo di Wikipedia) e segnata da episodi a volte spaventosamente efferati, che oggi tendiamo a credere propri solo di certe forme di terrorismo integralista ma che, incredibilmente, trovano numerosi precedenti nei Troubles, tra stragi di civili anche ad opera dell’esercito britannico (non si può non citare la famigerata Bloody Sunday al riguardo), attentati in luoghi pubblici, assassinii efferati, vendette di pari abominio e altri episodi che verrebbe ben più facile correlare a situazioni da guerre civili in parti del mondo ben più problematiche rispetto all’Irlanda del Nord e alla sua nobile gente.

Ad oggi Belfast, capoluogo della regione e città per giunta molto bella, è ancora estremamente frammentata dal punto di vista etnico-politico e alcune zone urbane con la presenza ravvicinata di cattolici e protestanti sono divise da muri – già, muri: non è stato quello di Berlino l’ultimo muro “politico” europeo – i cui varchi vengono chiusi nelle ore notturne in forza di una sorta di coprifuoco permanente. Una delle vie centrali di Belfast, che anche nelle ultime settimane è stata citata nelle varie notizie sui recenti disordini, è Shankill Road, il cui nome rimanda all’omonimo quartiere circostante ma che, a chiunque abbia un minimo di conoscenza della storia dei Troubles, ricorda una delle vicende più spaventose ed efferate della guerra: quella degli Shankill Butchers, i “macellai di Shankill”, un ramo terroristico dell’Ulster Volunteer Force che si rese protagonista di almeno 23 omicidi di cittadini cattolici (ma non solo, ci furono anche protestanti tra le vittime) che rapiva, torturava e uccideva barbaramente tagliando loro la gola con un coltello da macellaio. Già, esattamente come i terroristi islamisti dell’ISIS, le cui immagini delle stragi compiute con tali modalità qualche anno fa hanno sconvolto il mondo, additate giustamente come esempli di barbarie e di fanatismo assoluti e insopportabili ma che nessuno o quasi dei vari cronisti ha rimarcato come fossero del tutto similari agli episodi degli Shankill Butchers, quasi che questi ne abbiano rappresentato un terrificante “modello” da imitare (peraltro non nuovo nella storia più cupa dell’umanità ma certamente non frequente negli ultimi decenni).

Dunque, è triste sapere quella meravigliosa terra nuovamente preda di disordini o, per meglio dire, mai affrancata da essi e dalle sconcertanti motivazioni di fondo, le quali temo resteranno vive fino a quando non vi sarà una reale spinta di matrice socioculturale e antropologica, ancor più che politica, al cambiamento della società nordirlandese verso un maggior equilibrio generale delle sue componenti, in verità ben più omogenee di quanto la storia regionale possa far credere. Di contro quella dei Troubles resta una vicenda costantemente emblematica e dalla conoscenza necessaria ovvero che non può essere omessa nella cognizione e comprensione dell’Europa recente e contemporanea. Al proposito, vi sono molte opere che nei vari media raccontano i Troubles, e da differenti punti di vista, ma poche in italiano: tra queste mi permetto di consigliarvene due, un film e un libro. Il film è Bloody Sunday, del 2002, che racconta proprio quella maledetta domenica di sangue a Derry, un’opera molto bella, tesa, visivamente potente e per certi versi straziante; il libro è Qui Belfast, di Silvia Calamati, un testo sicuramente schierato (dalla parte dei repubblicani) ma che offre una cronaca e una disamina complete della guerra nordirlandese forse come nessun altra opera in lingua italiana. Una guerra la cui storia, purtroppo, al momento resta una ferita aperta, profonda e assai dolorosa nel corpo della nostra Europa.

Ultrasuoni #12: Turbonegro, Apocalypse Dudes

TURBONEGRO! Basta la parola – il nome, anzi!

E se non bastasse, potrei dire “la più grande rock band in assoluto a cavallo del secolo” – e non intendo solo per l’ambito hard rock ma per il rock’n’roll in senso lato.

E se non fosse sufficiente ancora, potrei aggiungere: potenti, originali, teatrali, scenografici, energici ed energizzanti, entusiasmanti, estremi ma al contempo assolutamente pop, ironici, sarcastici, sboccati, licenziosi, divertenti, tecnicamente pregevoli, fenomenali dal vivo, antisistema ma pure “istituzionali” (se ne chieda conto al Municipio di Oslo!)…

…vero e proprio monumento nazionale norvegese e pietra miliare del rock scandinavo, famosissimi a livello mondiale (lo dimostrano i loro 2036 (!) fan club sparsi per il pianeta, detti Turbojugend), dotati della quella rarissima facoltà di scrivere brani apparentemente semplici, da tre-accordi-tre, eppure perfetti, con un “tiro” straordinario, di quelli che già alla seconda volta che li ascolti li canticchi o che ti metti a saltellare al loro ritmo in modo istintivo e insopprimibile.

E se pure così non bastasse, be’, ascoltatevi Apocalypse Dudes, a detta di molti uno dei più grandi album di rock di sempre, pubblicato nel 1998 e semplicemente perfetto, con ogni suo elemento al posto giusto nel momento giusto ovvero con 13 brani uno più bello, divertente, esplosivo, irresistibile dell’altro; un album, peraltro, persino capace di superare un altro capolavoro rock come il precedente Ass Cobra.

Ecco, non serve dire null’altro ma ascoltare. Ma mi raccomando: attenti alla scimmia lì dietro!

Ultrasuoni #5: Frankie Goes to Hollywood, Warriors of the Wasteland

Tra i gruppi di “seconda fascia” del pop anni ’80 ovvero quelli non così celebrati come altri – da noi, intendo dire – eppure tra quelli più originali ed emblematici vanno sicuramente annoverati i Frankie Goes to Hollywood: e non solo per essere riusciti a diventare parecchio noti con soli due album pubblicati – ma con un filotto di singoli notevoli e vendutissimi – ma pure, a mio modo di vedere, per un’attitudine musicale assolutamente significativa per molta parte della scena pop del decennio (a prescindere dall’essere pure un’icona LGBT, come d’altronde tanti artisti del periodo). Un’attitudine punk rock purissima – non a caso da quell’ambito scaturisce la storia della band come di tante altre del tempo, seppur spesso in modi sovente invisibili o quasi – virata, mediata, acculturata e proposta in salsa pop-dance ma senza mai scadere nel banale, sia nella scrittura dei brani e sia nelle musiche. Warriors of the Wasteland ne è un ottimo esempio: la struttura del brano quasi hard rock, arrangiamenti potenti con un che di “epico”, un’esecuzione altrettanto potente e, dal vivo, proposta in forma elettrica per rimarcare quell’attitudine punk rock “genetica” del gruppo, ben evidente nel video dell’esibizione al Montreux Rock Festival del 1986 che vi propongo, che poi altrove svaniva totalmente e “antiteticamente” – vedi (senti) in brani come The Power of Love – ma sempre, da rockettari o da mielosi, mantenendo uno stile personale e peculiare che fa dei FGTH una band senza dubbio da rivalutare e riscoprire.