L’appello di Orhan Pamuk per la sua Turchia, un atto culturale illuminante

pamuk1Era prevedibile, che l’appello contro la soppressione dei diritti e delle libertà fondamentali in Turchia (lo potete leggere qui sotto nella sua versione originale, uscita su La Repubblica; cliccateci sopra per leggerlo in un formato più grande) ad opera del regime dittatoriale instaurato – con giochetti degni dei peggiori rais del Quarto Mondo, peraltro – dal presidente Recep Tayyip Erdoğan, pur diffuso da un grande personaggio della letteratura mondiale e Premio Nobel come Orhan Pamuk, sia stato sostanzialmente ignorato dai nostri media. Prevedibile ma non per questo meno amaro e irritante: l’atteggiamento del mondo avanzato verso la Turchia – del quale mondo ormai il grande paese posto tra appello-pamukEuropa e Asia fa sempre meno parte, quando invece al netto di Erdogan avrebbe tutte le carte per esserne tra i protagonisti – è maledettamente sintomatico di come l’elemento da sempre fondamentale per il progresso e l’evoluzione umana, ovvero la cultura, madre naturale della libertà di pensiero e della prosperità intellettuale diffusa, venga tranquillamente messo in subordine, molto in subordine, rispetto ai soliti intrallazzi geopolitici internazionali, nascosti tra i quali chissà quali nefandezze di potere si conservano e che, salvo che per un qualche inopinato miracolo, la gente comune non verrà mai a sapere. E tutto ciò nonostante l’evidenza palese della deriva teocratica e illiberale che la Turchia, fino a qualche anno fa ben più avanzata di molti paesi europei, sta subendo, in molti casi con modalità psicopatiche e del tutto simili a quelle di certi stati che, qui in Occidente, si ama definire “canaglia” – si veda, ad esempio, la messa al bando nei teatri del paese delle opere di Shakespeare, Brecht, Čechov e altri grandi autori europei.

Ma, al di là delle considerazioni politiche che si possono ricavare dalla realtà turca contemporanea e dalla nostra complice, bieca accondiscendenza nei confronti del suo regime dittatoriale, trovo molto importante che una delle maggiori personalità della letteratura mondiale quale è Orhan Pamuk, e massima per il suo paese, scenda in campo con tale evidenza e forza nell’interesse del paese stesso e per la salvaguardia della sua civiltà. Quella di Pamuk non è solo e semplicemente una forte azione di difesa della libertà culturale presente in Turchia, ma è pure un’iniziativa che rimette con altrettanta forza al centro della realtà dei fatti la cultura e tutto il suo fondamentale valore sociale. Non può esistere civiltà che possa definirsi realmente tale e che non si sviluppi – anche in senso meramente economico, certo – attorno ad un solido fulcro culturale: quando ciò è accaduto, e purtroppo è accaduto più volte nel corso della storia (ma sappiamo bene che l’uomo ancora oggi non sa trarre utili insegnamenti dai propri ripetuti errori del passato), quella pseudo-civiltà è crollata rapidamente su sé stessa oppure è stata spazzata via con altrettanta rapidità. Ciò perché la cultura non garantisce solo la solidità civica ad una società ma, appunto, vi assicura pure libertà di pensiero e d’azione, spessore intellettuale, possibilità di costante evoluzione sociale e di sviluppo antropologico e molte altre doti.

Un esempio assolutamente da imitare, insomma, quello di Pamuk. Anche nelle nostre personali, piccole e apparentemente insignificanti realtà quotidiane, ogni volta vi sia qualcuno o qualcosa che in un modo o nell’altro (la casistica in merito è assai ampia, ahinoi!) cerchi di calpestare la cultura e la sua buona diffusione. Mille piccoli appelli possono formare una grossa, possente voce per altrettante inevitabili istanze di giustizia, equità, legalità, ragione. Questo ha sempre fatto, la cultura, e questo deve continuare a fare, ora e in futuro. Altrimenti la nostra civiltà ne resterà irrimediabilmente segnata, precipitando verso una probabile brutta, barbara fine.

L’Europa odierna, la dignità negata, e 8 secoli di civiltà buttati al vento

(Photo courtesy Epa/Georgi Licovski)
(Photo courtesy Epa/Georgi Licovski)
Se c’è una cosa che ha segnato irrimediabilmente la storia dell’Europa in questo 2015 ormai agli sgoccioli, è certamente stata l’epitaffio nei confronti della sua (presunta) civiltà scritto da essa stessa attraverso la scellerata gestione dell’arrivo e del transito sul suo territorio dei profughi e dei rifugiati, delle cui vicende ormai tutti sappiamo – seppur spesso nel modo distorto trasmesso dai media. Eppure esattamente 800 anni fa, nel 1215, il re d’Inghilterra Giovanni Senzaterra promulgava la poi divenuta celeberrima Magna Charta, nella quale già era sancito il diritto dei rifugiati provenienti dai paesi in guerra di essere accolti – lo ricorda la prestigiosa rivista Il Mulino sulla propria pagina facebook:

“In futuro sarà lecito per chiunque uscire dal nostro regno e rientrarvi, sano e salvo, per terra e per mare, fatta salva la fedeltà che ci è dovuta, fuorché in tempo di guerra per breve periodo, secondo la comune utilità del regno, ad eccezione degli imprigionati e dei fuorilegge, della gente di paesi in guerra con noi, e dei mercanti, peri quali valga ciò che è stabilito qui sopra.”

Una delle sole quattro esemplificazioni (copie conformi) sopravvissute del testo del 1215. Cotton MS. Augustus II. 106, conservato alla British Library (tratto da Wikipedia).
Una delle sole quattro esemplificazioni (copie conformi) sopravvissute del testo del 1215 della Magna Charta. Cotton MS. Augustus II. 106, conservato alla British Library (tratto da Wikipedia).
Dopo 8 secoli, l’Europa non solo si è dimenticata di tali principi di civiltà e umanità, ma li ha pure calpestati per fare spazio a ignoranze, egoismi, biechi tornaconti, populismi, criminosità politiche varie e assortite che hanno comportato soprattutto ciò che mai dovrebbe essere negato a un essere umano, quanto più se in difficoltà: la dignità. E non sto affatto riferendomi a cosa si debba fare nel concreto: il problema non è l’accoglimento o il respingimento oppure che altro. In un senso e nell’altro, qualsiasi decisione presa deve essere sempre rispettosa della dignità delle persone: e io credo che l’Europa – salvo rari casi – non abbia saputo fare ciò, anzi, che abbia scientemente negato una condizione dignitosa a molti dei profughi giunti in terra europea da paesi a dir poco devastati da guerre e disordini, e lo abbia fatto per via di una inopinata ma purtroppo sempre più profonda barbarie politica e culturale scaturente dalla propria tremenda pochezza identitaria.
Questa enorme, ottusa e imperdonabile pecca io credo che l’Europa se la vedrà tornare indietro nel prossimo futuro – anche perché sovente chi ne fa le spese sono i bambini, ai quali in tal modo viene “insegnata” una inspiegabile (per loro) crudeltà che finirà per sedimentarsi nell’animo. Chiunque neghi diritti fondamentali di civiltà, umanità e, se è il caso, carità ad altre persone che giustificatamente ne abbisognano, inesorabilmente ne subirà le conseguenze. Lo insegna la storia, e insegna pure che, quando ciò accade, è sempre cosa drammaticamente meritata. Ma credo che a tanti dei politici che malauguratamente governano l’Europa contemporanea – un’entità geopolitica e culturale che potrebbe e dovrebbe fare da guida al pianeta intero mentre invece affoga nei pantani biecamente politici da essa stessa creati (in tema di profughi, particolarmente emblematico, ma non solo) – ciò non interessi granché, dacché sono essi stessi i primi a non capire cosa sia l’Europa, nonché cosa possa e debba fare per sé stessa, la sua gente e per il mondo del quale rappresenta una parte così importante.

ISIS, Siria, Iraq. Il punto di vista consapevole di Lorenzo Manenti, artista che quelle zone conosce bene.

Mosul-museumLe terribili immagini dei terroristi dell’ISIS che distruggevano le opere d’arte antica del museo di Mossul, che pochi giorni fa hanno indignato il mondo (almeno a parole), mi hanno fatto tornare il mente un altro terribile saccheggio d’un luogo d’arte di quella parte sfortunata di mondo, quello del Museo Archeologico di Baghdad – il quale peraltro è stato fortunatamente riaperto da poco. Era il 2003, e di tale scempio fu data la colpa – ovvero venne accusata la complicità in qualche modo dolosa, per alcuni, agli americani. Se considerate che da più parti si ipotizzano legami tra la nascita dell Califfato dell’ISIS e l’attività della longa manus politico-militare americana, capirete perché (malignamente, ma forse anche no) mi sia tornato in mente quell’episodio di ormai 12 anni fa in Iraq.
Ancor di più, tuttavia, ho considerato che, per cercare di capire meglio cosa stia succedendo laggiù, non potevo che sfruttare la fortunata conoscenza di Lorenzo Manenti, mirabile artista la cui ricerca si è sovente incentrata sulla storia e la cultura (passate e contemporanee) dell’area mediorientale, anche grazie a residenze in loco – ultima in ordine di tempo in Giordania.
Sono convinto ci sia necessariamente molto da capire, sulle questioni mediorientali. Questioni fondamentali perché in effetti, banalmente ma ineccepibilmente, trattano della culla della nostra stessa civiltà. E perché in un certo senso in quella zona del mondo avvengono cose meravigliose e insieme cose terribili, più che altrove, forse. E’, insomma, anche per noi che virtualmente siamo lontani e alieni da quelle situazioni, un’ottima palestra di meditazione socio-geopolitica e filosofica.
Questo è quanto di estremamente interessante e illuminante Lorenzo Manenti mi ha scritto, prendendo come spunto iniziale il video della devastazione del museo di Mossul. Lo ringrazio di cuore anche per avermi concesso il permesso di condividere tali sue osservazioni, qui.

Lorenzo Manenti
Lorenzo Manenti
Il video è scioccante, non avrei mai voluto vederlo, ma quando mesi fa arrivò la notizia della conquista di Mossul mi ricordo di aver pensato che prima o poi sarebbe accaduto l’irreparabile. E questa volta la situazione è ben peggiore di quella del museo di Baghdad 12 anni fa: allora, nonostante la situazione disperata, ci fu la reazione di pochi ma coraggiosi iracheni che cercarono di fermare lo scempio, e comunque i responsabili del museo ebbero la possibilità di spostare in luoghi sicuri tutto quello che era possibile spostare. Coloro che presero a mazzate le statue colpivano per scaricare la rabbia repressa per decenni dalla dittatura di Saddam, altri rubarono per fare affari d’oro, non c’era la volontà di distruggere sistematicamente tutte le opere presenti nel museo. Quello che più colpisce ora è l’azione che avviene indisturbata, senza nessuna opposizione. Non sono così esperto da poterti dare un’opinione chiara sulla responsabilità diretta degli Stati Uniti in tutto questo… la situazione in Medio Oriente si è deteriorata anno dopo anno, errore dopo errore, da almeno un secolo a questa parte. E’ appena passata la ricorrenza della Prima Guerra Mondiale che si è conclusa con l’Impero Ottomano fatto a pezzi da Francia e Inghilterra a tavolino secondo logiche che non hanno tenuto conto di etnie, religioni e quant’altro… così i curdi si sono trovati divisi in 4 o più nazioni, gli Sciiti un po’ in Iraq e un po’ in Persia e così via… nascono nazioni guidate da fantocci filooccidentali solitamente scelti appositamente tra le minoranze etniche del paese di turno e quando qualcuno alza la testa, come fece Mossadeq in Iran, interviene la CIA a spegnere gli entusiasmi, con la conseguenza che a volte i popoli si incazzano e al potere in Iran ci sono saliti gli ayatollah… e via via fino alla pianificazione dell’invasione dell’Iraq, nazione non scelta a caso tra le tante in discussione: gli Stati Uniti volevano aprire il Medio Oriente al loro libero mercato, serviva una nazione modello per spalancare il loro business in quell’area di mondo così chiusa, l’Iraq era la nazione più debole, fiaccata dalla logorante guerra contro l’Iran e dall’embargo del decennio successivo. Un errore dietro l’altro… eliminato Saddam hanno azzerato esercito e polizia lasciando senza stipendio e con un’arma di ordinanza a disposizione migliaia di persone, hanno dato in mano la ricostruzione del paese a ditte statunitensi che hanno portato i loro operai, i loro materiali, i loro macchinari lasciando a terra le ultime fabbriche irachene ancora in piedi… altre migliaia di persone senza un lavoro e imprenditori e industriali che in molti casi hanno deciso di dare gli ultimi risparmi ai ribelli… hanno dato in mano la nazione a politici dichiaratamente filosciiti creando divisioni interne con i sunniti ed i curdi (che comunque da sempre rivendicano la loro indipendenza) e per di più hanno abbandonato l’Iraq quando questo era ancora debolissimo sotto tutti i punti di vista (il tutto con costi stratosferici ricaduti sui cittadini americani stessi). Nel frattempo si sono destabilizzati tutti i paesi del nord Africa e per contagio la Siria. Ogni paese è storia a sé… in Egitto per esempio continua questo braccio di ferro tra popolo che vuole diritti e democrazia e personaggi che salgono al comando del paese e in breve si prendono tutti i poteri. In Marocco il Re ha capito in tempo l’andazzo e ha fatto concessioni quanto basta per spegnere gli animi accesi. La Libia è stata prima aiutata nella volontà di eliminare la dittatura di Gheddafi da un’Europa a pezzi e subito dopo abbandonata a sé stessa con tutte le conseguenze che vediamo oggi. La Siria è diventato territorio di scontro per procura tra potenze che hanno difeso Assad e potenze che hanno aiutato i ribelli contro Assad. Questi ribelli sono una costellazione di sigle e siglette ognuna delle quali risponde a propri ideali e a propri scopi. Da parte nostra è mancata la volontà di capire bene e fino in fondo con chi si aveva a che fare, è mancata la capacità di creare un fronte unito contro Assad. Nei lunghi anni di indecisione nostra sul da farsi la rivoluzione ha cambiato pelle… quando sei in mare con l’acqua alla gola e qualcuno ti tende la mano tu la prendi senza chiederti di chi è… in Siria sono arrivati migliaia di guerrieri che nulla avevano a che fare con gli ideali alti e puri di chi ha cominciato quella rivoluzione e molti degli aiuti (soldi e armi) sono finiti nelle mani sbagliate. Ora, non saprei dirti se questo è avvenuto per errore, miopia o invece per lucida e spietata strategia… non lo so… vedendo le conseguenze attuali e future (la prossima e probabile invasione di terra di una coalizione guidata dagli USA) fatico a vedere possibili ciniche speculazioni sulla situazione per trarre un qualche vantaggio. E questa mia idea è rafforzata dal fatto che sempre gli USA stanno per raggiungere l’indipendenza energetica con le nuove tecniche di estrazione del petrolio. Ci sono altri attori in gioco come l’Arabia e il Qatar che pare abbiano finanziato e non poco l’ISIS con lo scopo di destabilizzare la zona… ma con quale fine? Per alzare il prezzo del petrolio? L’impressione è che ci siano molti paesi che hanno fatto il loro gioco sporco più o meno direttamente ma alla fine la situazione è sfuggita di mano a tutti. Quello che più mi preoccupa è vedere parte delle popolazioni cadute sotto l’ISIS applaudire le file di pick up che sfrecciano per le strade… ecco, questa è la cosa più pericolosa, il fatto che generano consenso, il fatto che una parte di popolazione vede in loro qualcosa di meglio di ciò che avevano prima. E se un gruppo di terroristi armati di AK47 e mitragliatori su pick up li puoi eliminare on un bottone e uno schermo a migliaia di km di distanza lo stesso non lo puoi fare con queste persone che applaudono gli uomini vestiti di nero. Ad esse devi dare una prospettiva futura diversa, devi spiegargli le cose… e di certo non gliele puoi imporre a modo tuo… la democrazia in questi paesi, se arriverà, avrà comunque un dna diverso dalla nostra, avranno una loro storia come noi abbiamo avuto la nostra, con i loro tempi, come noi abbiamo avuto i nostri, con migliaia di morti, come noi abbiamo avuto i nostri innumerevoli morti.
Riguardo alla nostra indifferenza sull’importanza di tali questioni, non so che dire. Cioè: al muratore bergamasco che si alza alle 5 e mezza per andare a Milano a sbarcare il lunario sai cosa importa di quello che succede in Medio Oriente? Magari allo stesso muratore non gliene frega niente di visitare Brera o gli Uffizi… o l’Accademia Carrara… allo stesso tempo penso a quanto le nazioni occidentali, Italia compresa, spendono in missioni archeologiche in quell’area di mondo per formare il personale locale, continuare gli scavi, aprirne di nuovi, sistemare i musei, gli archivi ecc. ecc.
Ti ricordi, l’anno scorso, lo scandalo di quei milioni di euro spariti, cioè rubati, da Clini che era il responsabile di un progetto internazionale per la tutela delle risorse idriche dell’Iraq? Quello era un progetto utilissimo perché in Iraq saper domare le acque dei due grandi fiumi ha da sempre fatto la differenza tra lo sviluppo delle economie e quindi delle civiltà e la decadenza delle stesse. Progetti come questi vanno a beneficio di tutti, non generano distinzioni etniche…
Questo per dire che la volontà di fare qualcosa di buono c’è.
Ho scritto un fiume di cose, non so se abbiano un senso logico e non so se rispondono alle tue richieste di chiarimenti. L’unica e reale certezza, purtroppo, è che la situazione laggiù è sempre più complicata e difficile.

P.S.: per avere un quadro ancora più dettagliato sui temi sopra esposti e conoscerne un ulteriore punto di vista, a sua volta proveniente dall’ambito artistico, vi propongo a questo link un articolo a firma Marco Enrico Giacomelli uscito su Artribune.com. In esso, Giacomelli sottopone un’interessante dissertazione circa altri ipotizzabili motivi celati dietro alla furia iconoclasta dei terroristi dell’ISIS. Motivi se possibile ancora più materiali, e assolutamente vili, di quelli annunciati dalla propaganda del bieco califfato.

Russell Chapman, “Syria: Refugees and Rebels”

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Russell-Syriabook-copIn Siria la guerra c’è ancora. Già, forse qualcuno, a leggere una così perentoria affermazione, potrebbe pensare, così su due piedi: ma no, come può essere? I media non ne parlano ormai più! Appunto, è proprio questo il nocciolo della questione, ed è un nocciolo paradossale: oggi, nell’epoca dell’informazione in tempo reale e a portata di tutti che il web può offrire, con la relativa possibilità d’una accresciuta consapevolezza di ciò che veramente sta accadendo sul pianeta, i media tradizionali tendono sempre più a fornire solo certe notizie oppure soltanto in un certo modo, con un certo punto di vista evidentemente gradito a qualcuno. Per questo motivo, quella fetta dell’opinione pubblica ancora fortemente influenzata da tali media, operanti soprattutto in TV, viene portata non solo a pensare della realtà quanto gli viene da essi trasmesso, ma in molti casi a credere che certa realtà sia autentica solo quando certificata da un servizio TV o da un articolo sul celebrato quotidiano, come se ciò che non passa su questi media non esiste, o quanto meno non è importante.
La Siria, dicevo. Se ne è parlato diffusamente, mesi fa, quando pareva che il mondo si fosse deciso a intervenire per sistemare la questione, poi, in breve tempo e inesorabilmente, la realtà siriana è sparita dai media nazional-popolari, come se laggiù non si combattesse più, la gente non morisse più e le parti in lotta avessero trovato qualche forma di riappacificazione. Niente affatto, invece: poco o nulla è cambiato soprattutto tra la gente comune, la tragedia siriana continua a sconvolgere il paese e la sua struttura sociale, senza che ancora si possa intravedere all’orizzonte qualche soluzione. Per questo è dovere di tutti noi non ignorare la questione – come ogni altra di simile gravità, e purtroppo il periodo in cui sto scrivendo ne offre a bizzeffe – ovvero, osservando la cosa dalla parte opposta, è nostro diritto sapere come stiano realmente le cose laggiù, senza aspettare che ce ne informino i media – se mai lo faranno poi. Per tutto questo (e mi scuso per essermi dilungato fin a qui con la mia prolusione) Syria: Refugees and Rebels, volume di parole (in lingua inglese) e soprattutto immagini del fotografo scozzese – ora di base in Svizzera – Russell Chapman, è una fonte fondamentale, non solo per chiunque voglia capire meglio che succede in Siria, ma anche per chi senta il bisogno di andare oltre a quanto offerto dall’informazione tradizionale, attingendo a una fonte diretta, indipendente, consapevole e attenta alla realtà più autentica, senza fronzoli o doppi fini o che altro…

Leggete la recensione completa di Syria: Refugees and Rebels cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!