Letteratura è invenzione, non descrizione (Björn Larsson dixit)

La peculiarità della letteratura non è quella di descrivere il reale qual è, ma di immaginarlo, ovvero – come diceva Baudelaire a proposito di Balzac – non di copiare la realtà, ma di inventarla. E’ proprio della letteratura, poesia compresa, liberarci dalla realtà specifica per poi ritrovarla migliore, veritiera o diversa. La letteratura esiste per svolgere una funzione di cui le altre forme d’arte e di scrittura sono incapaci, vale a dire proporre altri modi di vita, altre possibilità di pensiero, altre maniere di impiegare il linguaggio, al fine di comunicare e capirsi meglio. Esiste perché abbiamo bisogno di sapere che le cose, compresa la lingua, possono essere diverse da come sono. La sua forza non è né dare lezioni né essere un documento veritiero, ma risiede in quell’appello alla libertà del lettore di cui parlava Sartre. O come ben diceva, con la sua arte della formula: “Non si scrive per gli schiavi.”

(Björn Larsson, Bisogno di libertà, Iperborea, 2007, traduzione di Daniela Crocco, pag.195-196)

Larsson_2000Anche perché, mi viene modestamente da aggiungere alle parole di Larsson, una letteratura che semplicemente descrive la realtà, e non tenta di inventarla o quanto meno di reinterpretarla sulla base di nuovi punti di vista, non è che un testo di condanna per il libero pensiero. E’ come un piccolo territorio racchiuso in un recinto nel quale si resta imprigionati e si finisce per girare in tondo, quando invece la vera letteratura è una strada da seguire che ci può condurre fino a dove mai avremmo pensato di poter giungere.

Le parole si sgretolano, in questo mondo pornoemotico (Kari Hotakainen dixit)

In questo mondo pornoemotico, dove piangere davanti alla tivù è diventato il segno dell’autenticità, le parole che contano si sgretolano a partire dagli angoli e perdono ogni efficacia.

(Kari Hotakainen, Täiteilijät käyttävät kärsimystä keppihevosena (“Gli artisti usano il dolore come capro espiatorio”, Helsingin Sanomat, 19/04/2014: citato da Nicola Rainò nella postfazione de La legge di naturaIperborea, 2015)

karihotakainen3Hotakainen descrive perfettamente, pur in poche (ma intense, non a caso) parole, la drammatica perversione del linguaggio nella pornoemotica (neologismo azzeccatissimo!) epoca contemporanea, nella quale la finzione emozionale, con cui si vuole far credere di saper/poter esprimere qualcosa, in verità non esprime nulla di nulla (se non un senso di vuoto pressoché assoluto) e in più distrugge l’autentica, suprema e insuperabile espressività che creature intelligenti e senzienti come noi detengono come nessun altra, ovvero le parole. E se si sgretolano esse, si sgretola il senso stesso dell’essere umani: si diviene creature non più in grado di comunicare, non più in grado di capirsi vicendevolmente, non più capaci di evolvere.
In fondo, è questo l’unico buon motivo (seppur inconscio, temo) che tanti possono avere per piangere davanti alla tivù: la loro dipartita culturale. Amen.

Scrivere libri è così penoso! (Kari Hotakainen dixit)

“Laura sollevò la penna e guardò il foglio. Tutto fuori dalle righe, grafia orrenda. Bevve un po’ d’acqua e lesse quello che aveva scritto. Terribile. Detto a parole non avrebbe fatto nessun effetto, pensò. Ma così per iscritto suonava orribile e definitivo. Ma come fanno a scrivere i libri? Dev’essere così penoso. Centinaia di pagine definitive…”

(Kari Hotakainen, La legge di natura, Iperborea, 2015, traduzione e postfazione di Nicola Rainò; orig. Luonnon Laki, 2013)

Hotakainen1Eh, l’antinomia della scrittura è proprio tutta lì: scrivere è – deve essere – al contempo divertente e penoso, leggero e faticoso, mutevole e definitivo. Perché da un lato scrivere è esercizio vitale, e la vita deve – dovremmo fare in modo che sia – divertente, leggera nel senso di agevole, mutevole ovvero mai ordinaria e immutabile; dall’altro è penoso perché ogni parola andrebbe soppesata, calibrata, lungamente meditata, ergo faticoso come un esercizio che ci impegni a fondo e con tutto noi stessi, e definitivo perché ciò che si è scritto ci rappresenta, ci giudica, ci conferisce valore e ci consente di salvarci da quella condanna – a sua volta definitiva, non a caso – che ci cadrebbe addosso nel caso di una scrittura inutile, priva di senso e di sostanza letteraria. La scrittura è una sentenza che ci scriviamo da soli, in pratica: fosse per noi la vorremmo sempre di assoluzione con elogio ma, non di rado e senza che ce ne rendiamo conto, è invece di condanna senza appello.

Willem Elsschot, “Formaggio olandese”

cop_formaggio-olandeseNel dialetto delle mie parti c’è una divertente espressione “gastronomica”, che più o meno fa così: la bùca l’è mia stràca se la sent mia de vàca. Ovvero: la bocca non è stanca se non sa di vacca, ove con “vacca” si intende il formaggio. Il senso è chiaro: ogni buon pranzo non può dirsi veramente tale, e concluso, se non si mangia pure un pezzo di formaggio. Siccome lo scrivente è un grande appassionato di tale pietanza – che il colesterolo si fotta, sì! – non potevo non farmi incuriosire da questo romanzo breve (o novella che dir si voglia) di Willem Elsschot, Formaggio Olandese (Iperborea, 1° ediz. 1992, traduzione di Giorgio Faggin, prefazione di Charles van Leeuwen. Orig. Kaas, 1933) e ancor prima proprio dal suo autore, uno dei più grandi scrittori neerlandesi (cioè di lingua olandese, anche se di nazionalità belga dacché nacque e morì ad Anversa) ma a me, devo ammetterlo, pressoché sconosciuto.
Il formaggio in questione è l’Edam, tipo dei Paesi Bassi (lo denota il titolo italiano ma avrete notato che in origine il romanzo si intitola semplicemente Kaas, “Formaggio”, quasi a rimarcare che per l’autore una pietanza del genere non potesse che provenire dall’Olanda) ed è certamente il protagonista del romanzo al pari del personaggio principale, Frans Laarmans, alter ego ironico di Elsschot presente anche in altre opere dell’autore belga. Che a sua volta è alter ego di sé stesso: Willem Elsschot è infatti uno pseudonimo, il nome d’arte di Alfons Jozef de Ridder che in verità, oltre a essere scrittore e poeta, fu un imprenditore di successo nel settore commerciale e pubblicitario…

Willem_Elsschot-e1392584258146Leggete la recensione completa di Formaggio olandese cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!