Johann Michael Sattler, Wetterhorn, Mettenberg und Eiger mit den beiden dazwischenliegenden Grindelwaldgletschern (“Wetterhorn, Mettenberg e Eiger con in mezzo i due ghiacciai di Grindelwald”), olio su tela, prima del 1847. (Clic.)
Tag: Grindelwald
I ghiacciai che ancora cent’anni fa bussavano alle porte delle case. Storia degli straordinari Grindelwaldgletscher, icone nel bene e nel male del paesaggio alpino
(Articolo pubblicato in origine lunedì 5 agosto su “L’AltraMontagna”, qui.)

Invece, all’inizio dell’era turistica moderna cioè nei primi anni del secolo scorso, la principale attrazione dei visitatori della zona non erano le sue alte e imponenti vette ma ciò che fluiva da esse a valle: i grandi ghiacciai di Grindelwald, le cui fronti a quei tempi lambivano le case del paese.
I Grindelwaldgletscher, parte dell’ampio territorio glacializzato – tra i più estesi delle Alpi – che ammanta i numerosi Quattromila dell’Oberland, erano caratterizzati da due grandi lingue vallive, il Ghiacciaio Superiore (Oberer Grindelwaldgletscher) e il Ghiacciaio inferiore (Unterer Grindelwaldgletscher), che dai bacini in quota scorrevano attraverso delle strette gole fino a sfociare nel fondovalle. La fronte del Ghiacciaio Superiore arrivava a 1.180 metri di quota, quella del Ghiacciaio Inferiore scendeva addirittura a 983 metri, rappresentando la lingua glaciale alla minor altitudine di tutte le Alpi, l’unica in epoca moderna a scendere sotto i mille metri di quota.

Un famoso dipinto del pittore svizzero Caspar Wolf, datato 1774 e conservato alla Kunsthaus di Zurigo, fa ben capire la realtà storica dei Grindelwaldgletscher finora descritta:
Di contro, avrete notato che nel raccontare delle fronti dei due ghiacciai ho scritto che ne «erano caratterizzati», al passato. Infatti, entrambe le lingue pur così estese e possenti dei ghiacciai di Grindelwald oggi sono scomparse, come si può constatare dall’immagine sottostante del 2021 che offre una visuale simile a quella del dipinto di Caspar Wolf:
Dal 1879, anno di inizio delle misurazioni glaciologiche in zona, il Ghiacciaio Superiore ha perso 810 metri di lunghezza e nel 2013 la lingua si è spezzata in due parti, separandosi dall’area di accumulo a circa 2300 metri di altitudine. La lingua inferiore di ghiaccio morto – così detto perché non più direttamente alimentato dal bacino di accumulo glaciale superiore – si estende da circa 2150 fino a circa 1550 metri (al 2018), ed è il più grande corpo di ghiaccio morto della Svizzera.
Il Ghiacciaio Inferiore, un tempo il più esteso dei due, come visto, dal 1879 ha perso addirittura più di 3,5 chilometri di lunghezza, lasciando una profonda e spettacolare forra oggi attrezzata con un percorso turistico molto frequentato dai visitatori di Grindelwald ma che, a ben vedere, per la zona rappresenta un’attrazione inversa rispetto al passato: se infatti fino a un secolo fa si giungeva in zona per emozionarsi di fronte alla presenza del ghiacciaio, oggi ci si va per svagarsi grazie alla sua scomparsa.

Il Wetterhorn, una montagna spettacolare – ma alla quale poteva andare anche meglio!
(Questo post fa parte della serie “Cartoline dalle montagne“; le altre le trovate qui.)

Ha solo una “sfortuna”, il Wetterhorn: l’orogenesi di questa parte delle Alpi l’ha piazzata accanto a montagne ancora più elevate e, soprattutto, più celebrate dalle cronache e dal turismo mondiale. Innanzi tutto l’Eiger, poi il Monch e la Jungfrau – la celeberrima “triade” dell’Oberland bernese – e poi altri quattromila della zona come lo Shreckhorn, il Lauteraarhorn, il Finsteraarhorn… Così sovrastato da queste vette e messo in ombra dalla loro fama globale, il Wetterhorn risulta inesorabilmente meno famoso e citato. Eppure, la sua avvenenza alpestre non è da meno rispetto a quella dei rinomati monti vicini e la sua parete nord ovest non sfigura in imponenza rispetto alla celeberrima nord dell’Eiger, della quale è solo qualche dozzina di metri meno alta; d’altro canto il Wetterhorn vanta una lunga serie di opere pittoriche che lo ritraggono, come se prima dell’avvento del turismo commerciale, concentratosi sui monti vicini (innanzi tutto grazie alla rinomata Ferrovia della Jungfrau; ma anche il Wetterhorn era risalito da una funivia parecchio spettacolare: l’ho raccontata qui), i viaggiatori che giungevano in zona fossero ben più sensibili alla sua bellezza.

Ma per me che sono un gran appassionato di montagne tanto quanto di toponomastica alpina, il fascino del Wetterhorn nasce anche da questo suo strano nome: il “Corno del tempo”, inteso proprio come tempo meteorologico. Infatti wetter in tedesco significa “tempo” – «Was ist für Wetter?», «Che tempo fa?» – e lo si può usare sia con accezione positiva che per “maltempo” così come per indicare le previsioni meteo. Fatto sta che non sono riuscito a trovare alcuna informazione sull’origine del toponimo Wetterhorn. Perché tale diretto riferimento alla meteorologia nel nome? Forse che la montagna con la sua mole riesce a influenzare le correnti atmosferiche e dunque le condizioni del tempo nella zona? O forse perché anche per il Wetterhorn (come accade per molte altre montagne) la presenza di particolari circostanze meteorologiche, ad esempio la presenza di nubi stazionanti sulla vetta (come nella “cartolina” qui sotto), è sintomo di imminente maltempo?
Non è dato sapersi – almeno per lo scrivente.

L’incredibile Ascensore del Wetterhorn, la prima (forse) e più bizzarra (di sicuro) funivia costruita sulle Alpi

Tra le funivie, due sono quelle che si possono contendere il titolo di “prima funivia aerea del mondo”, essendo entrate in servizio nello stesso anno, il 1908. Una è la funivia del Colle, a Bolzano, che pur in modo primordiale assomigliava pienamente alle funivie di oggi; l’altra è invece un impianto ben più strano e sotto certi aspetti incredibile, se non assurdo, che quell’anno entrò in servizio presso Grindelwald, in Svizzera: il cosiddetto Ascensore del Wetterhorn (Wetterhorn-Aufzug).



In ogni caso rappresentava un geniale capolavoro ingegneristico e tecnologico – lo sarebbe tutt’oggi, a ben vedere – che di contro ebbe vita breve: lo scoppio della Prima Guerra Mondiale cancellò il turismo in zona e fermò l’impianto, mentre pochi anni dopo una frana danneggiò gravemente la stazione a valle. Peraltro il suo ideatore, l’ingegner Feldmann, morì nel 1905 a soli 52 anni per le conseguenze di un ictus: non solo non vide mai in servizio la sua geniale invenzione ma con tutta probabilità in sua assenza lo stesso progetto di continuare l’impianto fino alla vetta del Wetterhorn venne accantonato. Nel frattempo la Ferrovia della Jungfrau aveva cominciato la sua attività, dunque negli anni successivi i turisti avrebbero comunque trovato in zona una spettacolare attrazione ingegneristica da visitare e fruire per raggiungere le alte quote glaciali dell’Oberland bernese: un’opera che da molti venne definita l’“ottava meraviglia del mondo” e tutt’oggi affascina milioni di turisti – ma forse pure il geniale tanto quanto sfortunato Ascensore del Wetterhorn avrebbe potuto essere considerato in quel modo.


N.B.: buona parte delle informazioni citate in questo mio articolo le ho ricavate dal sito web del Museo Nazionale Svizzero di Zurigo.
La montagna ridotta a fast food. Il turismo “mordi-e-fuggi”, un male in costante diffusione per le località montane e che va fermato al più presto
[Articolo originariamente pubblicato il 26 maggio 2024 su “L’AltraMontagna“.]

Il problema del turismo mordi e fuggi esiste ed è percepibile dal 2020. All’epoca non si poteva viaggiare a causa del coronavirus e si era sviluppato il trend dei camper. Fin qui nulla di male, anzi: il Comune vive di turismo e ha bisogno dei turisti. Parallelamente si è però sviluppato il turismo dei selfie nell’area della cascata di Staubbach, che implica moltissime persone che vanno a sommarsi a quelli che soggiornano da noi. È il nuovo segmento di ospiti che al momento ci causa qualche problema. Gli altri siamo preparati per accoglierli e sono i benvenuti. Questi invece di solito vengono da noi con una macchina in affitto, entrano in valle e intasano il nostro villaggio creando il caos. E naturalmente dopo aver scattato le loro foto ripartono immediatamente.
Sono parole (di qualche giorno fa) di Karl Näpflin, sindaco di Lauterbrunnen, località del Canton Berna, in Svizzera, famosissima per essere al centro di una valle alpina dai cui fianchi rocciosi cadono decine di copiose cascate d’acqua (pare siano ben settantadue!) al punto da essere ritratta un soggetto costante del marketing turistico svizzero. Con le conseguenze denunciate dal sindaco del comune: over tourism fuori controllo, traffico, caos, rumore, degrado paesaggistico e disagio per i locali, con il rischio che pure la bellezza e il fascino del luogo ne vengano intaccati. Conseguenze peraltro ormai comuni a tutti i luoghi che, per scelta o loro malgrado, subiscono il sovraffollamento turistico.
Anche a Lauterbrunner ora si pensa all’istituzione di un ticket di accesso al paese per limitare i flussi turistici, come già attuato e pensato altrove: ma a meno di fissarlo a un costo veramente alto, forse efficace ma ben poco etico per come danneggerebbe i visitatori meno abbienti che avrebbero il diritto di godere del luogo come quelli benestanti (in ogni caso al momento si parla di 5 o 10 franchi), sorgono parecchi dubbi che una misura del genere in un luogo come Lauterbrunnen possa risultare uno strumento efficace di controllo e gestione del sovraffollamento che lo attanaglia. In circostanze del genere il rischio, oltre a quello citato poco sopra, è che venga colpito soprattutto il turismo interno e di prossimità (che per certi aspetti avrebbe maggiore “diritto” di visitare il luogo) piuttosto di quello estero, che in luoghi come Lauterbrunnen rappresenta il grosso dei visitatori e che nemmeno si accorgerebbe del pagamento del ticket, compreso nel costo del tour insieme a mille altri servizi all inclusive.
Tuttavia, al netto di tale questione che comunque diventerà sempre più all’ordine del giorno anche in Italia, il suo vero punto nodale – a mio parere – anche più della quantità è la qualità che connota il modello turistico alla base del sovraffollamento: il mordi-e-fuggi di quelli che «dopo aver scattato le loro foto ripartono immediatamente» come afferma il sindaco Näpflin. Un modello devastante – ad eccezione di quelli che lo gestiscono, ovviamente – soprattutto per luoghi di pregio tanto quanto delicati come quelli di montagna ma che in moltissimi casi è il modello al quale puntano certi progetti, iniziative, idee, manufatti e infrastrutture che così spesso vediamo proporre o realizzare sui monti. È il turismo dei selfies, dei posti belli solo se “instagrammabili”, dei panchinoni giganti, dei ponti tibetani e delle installazioni turistiche similari che esauriscono la propria attrattiva nell’arrivare (in auto) nei paraggi, starci sopra per qualche momento, farsi un autoscatto, postarlo sul social media preferito e addio.

[⇒ L’articolo continua su “L’AltraMontagna”, qui.]



