Internet, promesse e delusioni (Brian Eno dixit)

La grande promessa di Internet era che più informazioni avrebbero portato a decisioni migliori. La grande delusione è che in realtà più informazioni comportano maggiori possibilità di confermare le credenze di ciascuno. È una trappola cognitiva detta “pregiudizio di conferma”. Cambiare idea è una fatica mentale che, istintivamente, cerchiamo di evitare. Tra migliaia di fonti, selezioniamo quelle che confermano i nostri preconcetti. Tra due versioni, ricordiamo meglio quella che ci dà ragione.

(Brian Eno)

brian-enoSono sempre di più le voci culturalmente autorevoli e prestigiose (e Brian Eno è tale senza alcun dubbio) che si levano contro la rete, o meglio contro l’uso di essa e l’effetto di tale utilizzo palesemente improprio su troppe persone. Certo, la libertà “assoluta” (invero apparentemente tale) di cui si può godere sul web in tema di informazione (e dis-) inevitabilmente contempla – fosse solo per mera statistica – la presenza di imbecilli (Eco docet): di sicuro, sempre più la potenza della rete appare come quella di una potentissima fuoriserie il cui volante, in molti casi, sia nelle mani di chi prima “guidava” tutt’al più una bicicletta e faceva spostamenti di pochi metri, mentre ora si creda di poter girare il mondo andando però a sbattere contro ogni pur minimo ostacolo. E, naturalmente, senza ritenere che sia il caso né di fermarsi da un carrozziere a sistemare i danni, né tanto meno di fare un buon corso di guida – anzi, pretendendo di dare lezioni persino a chi è pilota professionista.

In fondo, a mio modo di vedere, la grande delusione non è nei confronti di internet – ovvero non direttamente ed esclusivamente, ma nei confronti di certa (sempre più) ampia parte del genere umano. Ennesima delusione.

E poi c’è tutta questa gente…

bla_bla_bla…che parla, parla, parla, parlaparlaparlaparla e non dice niente di niente, figlia legittima e insieme paradossale di questa nostra era dell’informazione totale che genera ignoranza assoluta. E nel frattempo che blatera frasi fatte, indotte, insulse, cercando disperatamente la considerazione degli altri e in ciò palesando la propria sostanziale inconsistenza umana (e non solo) nonché il vuoto della sua esistenza, perde sempre più la fondamentale capacità di ascoltare quelli – sempre più rari, in verità, ma ancora ci sono – che sanno ancora proferire cose interessanti e utili, disimparando definitivamente che nella vita c’è sempre da imparare – una regola aurea ignorata soprattutto da chi non sa nulla, non a caso, e non sapendo in primis che il credere di sapere tutto è il segnale di un intelletto esanime. E senza più alcuna speranza di rinvenimento.

La più vera ragione è di chi tace”, scrisse Montale. Ecco perché chi parla troppo e non dice niente è doppiamente intollerabile: perché blatera del nulla, appunto, e perché ha sempre torto, a prescindere.

P.S.: d’altro canto, già quasi quattro anni fa

Benvenuti nell’era della “non verità”!

pinocchio-giornale

Qual è il filo conduttore che lega tra loro Brexit, Donald Trump e i 35 euro che migranti e rifugiati riceverebbero ogni giorno dal governo italiano? La risposta sta in un’espressione inglese di due parole: post truth. Un’idea, quella che la nostra società stia attraversando un’epoca di “postverità”, elaborata per la prima volta nel 2004 dallo scrittore e saggista americano Ralph Keyes in un libro intitolato The Post-Truth Era: Dishonesty and Deception in Contemporary Life. Ma di che cosa parliamo, precisamente, quando parliamo di postverità?
Dire che la postverità sia semplicemente una menzogna è riduttivo, anche perché la bugia è sempre esistita e ha da sempre fatto parte dell’armamentario retorico dei politici. Semmai, in questo caso siamo di fronte a qualcosa di diverso: perché la postverità non è una semplice falsificazione della realtà, bensì un ordine del discorso che si appella all’emotività per superare i fatti e dare così consistenza a una credenza.
(…)
L’uso politico della postverità sancisce così un predominio della soggettività sul dato oggettivo. Il suo affermarsi come uno degli ordini del discorso contemporaneo – forse l’ordine del discorso per eccellenza dell’epoca che stiamo vivendo – apre a un ulteriore oltrepassamento; quello dei fatti, appunto. All’epoca della postverità fa insomma da corollario una società post-fattuale, in cui le tradizionali istituzioni deputate all’accertamento della verità perdono progressivamente ogni autorità e sono costrette a rinegoziarla su un piano che appare oggi completamente mutato.
(…)
La nozione di verità basata su fatti osservabili e testimoniabili ha caratterizzato la nostra società da allora più o meno fino alla metà del ventesimo secolo, quando il postmodernismo da una parte e il fondamentalismo dall’altra hanno cominciato a metterla in discussione. Il primo lo ha fatto diciamo così “da sinistra”, decostruendo i rapporti di potere che soggiacevano all’idea di verità per mostrare come questa fosse una nozione culturalmente costruita da cui derivavano una serie di conseguenze in termini di dominio, sfruttamento e normalizzazione dei rapporti e delle forme di vita. Il secondo lo ha fatto “da destra”, reintroducendo nel concetto di verità la variabile divina, all’esterno della quale non si dà alcuna verità. Se le origini del superamento dei fatti come base per la verità vanno ricercate in queste due correnti di pensiero, l’evento scatenante che apre a una società post-fattuale è tuttavia l’avvenuta transizione digitale della nostra cultura. Come nota Katharine Viner in un saggio pubblicato sul Guardian lo scorso luglio, la tecnologia ha disintermediato la verità. Ovverosia l’ha fatta deragliare dai binari in cui eravamo abituati a collocarla, per farle assumere una fisionomia del tutto nuova e, forse, oggi non ancora chiaramente definita.

Sono alcuni passaggi di un articolo a firma di Flavio Pintarelli, uscito su Prismo lo scorso 3 ottobre, che ho trovato tra i migliori in tema di crescente trionfo (dacché tale parrebbe, al momento) della post verità – che io trovo ancor più significativo chiamare non verità – nel prismo_logonostro tempo attuale; articolo che vi invito caldamente a leggere, qui.
È un trionfo – intendiamoci: spero vivamente che non lo sia, uso il termine solo con (inevitabile) senso drammatizzante – che di fatto mette in difficoltà anche il razionalismo quale elemento fondativo e insostituibile di una società/civiltà autenticamente avanzata e libera. Se quasi un secolo e mezzo fa Nietzsche osservava (in Umano, troppo Umano, 1878-1879) che «La fede nella verità comincia col dubbio in quelle “verità” finora credute» – aforisma a mio parere semplicemente fondamentale per qualsiasi intelletto attivo -, oggi stiamo giungendo ad un punto opposto, ovvero alla negazione di qualsiasi dubbio in presenza di (presunte) verità pur prive di fondamento – anzi, soprattutto per esse più che per altre. Una condizione non tanto ir-razionale quanto più anti-razionale. Il che, inutile rimarcarlo, nella ipertecnologica era dell’informazione totale rappresenta un vero e proprio paradosso, che rischia di rendere altrettanto paradossale dunque incredibile – nel senso proprio di non credibile – persino la più nuda e cruda realtà. Condizione che non può che avere effetti devastanti – alcuni dei quali stiamo già vivendo, in fondo; ma torniamo di nuovo all’evidente sincronismo con certa letteratura distopica novecentesca e con i suoi fantasticati mondi sociali nei quali la verità delle cose, e la conseguente realtà dei fatti creduta dai più, sono elementi decisi a tavolino da un potere superiore, totalmente svincolate da qualsiasi riscontro oggettivo e verificabile. Ma lo si dice spesso che la fantasia, anche quella più sfrenata, viene spesso superata dalla realtà ordinaria, no?

Presidential Apprentice: il nuovo reality USA

trump-apprenticeLa notizia che il neo-eletto presidente degli USA Donald Trump resterà produttore esecutivo del celebre (in America) reality show The Apprentice – nella forma Celebrity: cliccate sull’articolo qui sopra riportato per leggerlo e saperne di più – ha solo all’apparenza una semplice connotazione politica che peraltro facilmente molti riterranno secondaria – legata al poliedrico conflitto d’interessi di The Donald con la conseguita carica istituzionale. In verità, la notizia risulterà oltre modo emblematica per qualsiasi studioso, cultore o appassionato di scienze sociali, per come riveli in maniera palese quel processo di correlazione, fusione – quando non confusione – tra realtà/verità e finzione/invenzione, già in atto da tempo un po’ ovunque nel mondo (e ovviamente in quello maggiormente mediatizzato, in particolare) ma che al solito l’America, nel suo essere incubatrice e sviluppatrice primaria delle “realtà” (nel senso più ampio del termine e senza delimitazione tra accezione positiva e negativa) del mondo contemporaneo, disvela in maniera lapalissiana nonché sempre più conforme – ribadisco quanto già espresso più volte, in precedenza (qui, ad esempio) – a certe opere letterarie distopiche del secolo scorso.

Insomma: al di là di qualsivoglia considerazione attuale e/o futura sull’operato politico del nuovo Presidente, senza alcun dubbio ne vedremo delle belle. E capire quanto, oltre ad essere “belle”, saranno vere oppure finte sarà un esercizio assolutamente frequente, nei mesi a venire.

Ma nasce prima la scempiaggine o il media che la riporta?

microphonesNo, vorrei veramente capire. Un po’ come la questione su che sia nata prima la gallina o l’uovo… Vorrei capire se certi intellettuali (o pseudo-tali), titolati e/o sedicenti esperti, apprezzati opinionisti, personaggi consumati, uomini di mondo – per non parlare dei politici, certo – proferiscono sovente palesi e sconcertanti scempiaggini perché si ritrovano davanti il microfono di un canale TV o il registratore di un giornalista di qualche “rinomato” quotidiano che la richiedono e non sapendo che dire dicono la prima cosa che passa loro per la mente senza prima farla passare da un qualche sistema di controllo cerebrale (anche per non deludere il relativo interlocutore mediatico, che se non gli si dice qualcosa di “forte” potrebbe rimanere scontento, e con lui i suoi editori), oppure se siffatti tizi proferiscono certe scempiaggini perché proprio le pensano, elaborano, meditano e ne sono così convinti e fieri da non perdere occasione di renderle pubbliche ogni qualvolta si ritrovino davanti il microfono di un canale TV o il registratore di un giornalista di qualche “rinomato” quotidiano i quali ne divengono gli amplificatori, certi che i telespettatori, ascoltatori, lettori non ne saranno delusi.
Ecco, visto la notevole frequenza con cui tali casi si manifestano, siano l’uno o l’altra cosa, mi piacerebbe proprio capirlo.