8 marzo. Forse.

(L'immagine è presa da qui: http://www.sositalia.it/)
(L’immagine è presa da qui: http://www.sositalia.it/)

Come ribadisco sempre, in queste occasioni (qui, ad esempio, con attinenza tematica), non credo alle varie e numerose giornate di celebrazione una tantum annuali: le capisco e accetto, ma in certi casi le trovo persino controproducenti per ciò che vorrebbero celebrare e mettere in evidenza: di frequente, infatti, rappresentano ottime occasioni per fare in modo che di certe tematiche si parli solo in quel giorno e non per il resto dell’anno, concentrandone (quando non “caotizzandone”) il dibattito al fine di esaurirlo rapidamente e depauperarne il senso.
Posto ciò, purtroppo ancora oggi (e siamo nell’anno di grazia (?) 2016, ma a volte non sembra proprio così!) il maschiocentrismo imperante – che spesso involve in bieco fallocentrismo – rende troppe volte problematica la vita delle donne, in innumerevoli aspetti della vita quotidiana ma pure – cosa peggiore – nel senso stesso identitario, antropologico e culturale dell’essere donna. Una realtà assurda eppure ben presente nel mondo contemporaneo, spesso mascherata e camuffata in diverse e subdole forme ma in fondo realmente invisibile e incomprensibile solo a chi non la voglia vedere e capire – per propria malevolenza, ovviamente.
Per tale motivo, ad accompagnare queste mie riflessioni e come personale omaggio non tanto alla celebrazione odierna ma alle sue ineludibili protagoniste (al di là di qualsivoglia dibattimento più o meno politico, e poco o tanto pertinente), quest’anno ho scelto una fotografia che ritrae delle donne del futuro, già. Vorrei così auspicare che quand’esse saranno appunto ormai adulte, tra qualche lustro o poco più (o magari – l’utopia non costa nulla – già da domani mattina, eh!), non vi sarà più bisogno di celebrare “politicamente” ovvero con l’accezione odierna alcun “8 marzo” e, dunque, la nostra “civiltà” avrà saputo finalmente eliminare qualsiasi discriminazione nei confronti delle donne e dei loro diritti. Viceversa, se non sarà così, sono certo che l’intera nostra civiltà ne subirà le drammatiche conseguenze, in primis perdendo qualsiasi diritto di potersi definire in quel modo, “civiltà”, tanto boriosamente decantato quanto ripetutamente disatteso.

25 Novembre: che diventi una giornata veramente rivoluzionaria, per le donne!

VIOLENZA DONNE: DOMANI GIORNATA MONDIALE CONTRO BARBARIE
Oggi, 25 Novembre, è la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Ricorrenza fondamentale, inutile dirlo, ma che come tutte le altre simili rischia di confinare l’attenzione su una tale tragedia solo al giorno stesso, con iniziative tanto belle quanto di maniera le quali, complice il letale menefreghismo nonché la smemoratezza irrefrenabile che attanaglia l’opinione pubblica un po’ ovunque (se non la correa, subdola volontà), rischiano sempre di scivolare in breve nell’oblio.
Ma, al di là di queste evidenze che, lo ammetto, mi suscitano non poca diffidenza verso molte delle parole e delle promesse che oggi verranno spese a favore delle donne e contro la violenza su di esse – penso da sempre che tutti i giorni dell’anno dovrebbero essere proclamati contro la violenza sulle donne, appunto per quanto sopra esposto! – in questa giornata mi viene da riflettere e da proporre una cosa di una banalità sconcertante eppure, di contro, di una necessità ineluttabile io credo. Posto che da millenni il genere umano si è conformato e strutturato in un maschiocentrismo – divenuto sovente fallocentrismo – pressoché dogmatico in ogni settore del vivere collettivo – politica, religione, lavoro e, frequentemente, nelle stesse gerarchie familiari se non per rari casi sparsi qui e là per i secoli e i continenti – e posto che, obiettivamente, questo nostro mondo conformato come sopra ho detto sta parecchio andando a rotoli e in più modi, facciamo una bella cosa: che siano una volta per tutte le donne a dominare la civiltà umana. Punto. Lo dico da uomo fiero di essere tale, ma altrettanto attento alla realtà che ho intorno e alla storia da cui essa deriva, e non lo propongo con la bieca ambiguità del poter poi dire magari, tra qualche anno: «Ecco, visto? Le donne sono uguali agli uomini, anzi, peggio!» No, niente affatto. Anzi: basta con tutte quelle viscide manfrine delle quote rosa, dei contentini dati alle donne con qualche incarico qui e là che, appunto, sembra tanto il giocattolino dato in mano al bambino per farlo smettere di piangere.
No. Io sono convinto – e lo ripeto, convinto – che le donne possa veramente rappresentare e realizzare quella rivoluzione generale di cui il nostro mondo terribilmente ricolmo di problemi avrebbe bisogno, e che potrebbero avere le soluzioni che uomini dalla mente troppo impegnata a tessere intrallazzi vari e assortiti e dall’animo ammorbato da mire di potere e di guadagno indegne non hanno, e forse non vogliono avere. Inoltre, e la cosa non è secondaria, credo che quelle soluzioni le saprebbero mettere in campo con una grazia – e sia inteso questo termine nel modo meno ovvio e banale possibile – che noi uomini non possiamo di sicuro nemmeno concepire.
Attenzione: in questa mia riflessione la questione della parità di genere non c’entra nulla, semplicemente perché nemmeno la pongo. Anzi, il fatto che ancora oggi si stia a rilevare che le donne non godano di uguali diritti, libertà, opportunità e possibilità degli uomini e se ne discuta continuamente senza ottenere grossi risultati è uno dei più evidenti segni di quel maschio centrismo prima citato, e dell’arretratezza civica e sociale relativa nella quale ancora la nostra civiltà langue.
Insomma: se effettivamente la bellezza salverà il mondo, come fece dire Dostoevskij al principe Miškin ne L’idiota – una bellezza di mente e di spirito, ancor prima che esteriore – beh, insomma, credo che le donne abbiano qualche probabilità in più di noi uomini di salvarlo, questo nostro mondo.
Ed è il mio augurio non solo per questa giornata, ma per ogni singolo giorno da oggi nel futuro.

I ritratti troppo normali di Alessandra Ariatti: quando c’è molto più “senso” ove non pare che invece ci sia…

Guardate l’immagine qui sotto:

Alessandra-Ariatti-Silvia-Monica-e-Giorgio.-“La-Provvidenza-nascerà-prima-del-sole”-Lacordaire-2010-2013-©-the-Artist-Courtesy-the-Artist-and-Collezione-Maramotti-Ph.-C.-Dario-Lasagni
Beh! – suppongo direte, probabilmente, – una fotografia ordinarissima come milioni d’altre!
Vero, anzi no. Perché in realtà è un dipinto.
Già, una delle opere iperrealistiche – ma proprio iper! – di Alessandra Ariatti, artista reggiana della quale trovate un’esposizione (fino al prossimo Febbraio) presso la Colleziona Maramotti (i signori Max Mara, per capirci), proprio a Reggio Emilia.
Un iperrealismo talmente curato che per lunghi istanti viene difficile da distinguere rispetto alla fotografia, il quale rivela una notevole tecnica pittorica ma che, ho notato, viene parecchio criticato sui vari social nei quali gli articoli sulla suddetta mostra sono stati pubblicati. Sostanzialmente, l’accusa principale che viene mossa ad Alessandra Ariatti è quella di produrre qualcosa che, appunto, la fotografia sta facendo ormai quasi da due secoli, rendendo “inutile” una tale forma pittorica: un’arte “scarica”, priva di “contenuti espressione vissuto” (cito quanto ho letto tra i “critici”) proprio perché riproducente pari pari la piattezza della fotografia ordinaria, quella prodotta da chiunque con qualsiasi macchina digitale da pochi euro se non con qualsivoglia telefono cellulare.
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Invece, a mio parere, le opere di Ariatti un senso ce l’hanno. Ove la fotografia ha inseguito la pittura fino a raggiungerla e superarla, non solo in termini di quantità ma pure di qualità e di valore artistico tanto da essere ormai considerata “arte” al pari di ciò che tale è sempre stato nobilmente considerato, forse ora la pittura non può che fare lo stesso al contrario, visto come il resto dell’arte pittorica in circolazione, d’altro canto, sia parecchio comatosa e sostanzialmente priva di sviluppi interessanti – proprio in tema di “senso artistico”, peraltro – a parte rare eccezioni e al punto che amici galleristi particolarmente drastici la considerino ormai morta, o quasi. Si osserva che opere così iperrealiste sono vuote, prive di “contenuti espressione vissuto”: e se lo scopo di Alessandra Ariatti fosse proprio quello di cogliere, attraverso un tale esasperato iperrealismo, la mancanza di contenuti-espressione-vissuto ormai assolutamente tipica della vita quotidiana di tanta “gente comune”, illuminandone la sostanza attraverso l’uso del media “classico” della pittura e così evitando la quasi inesorabile banalizzazione invece generata dalla fotografia nazional-popolare (quella disponibile a tutti, come dicevo poco fa), ormai cosa divenuta tanto normale da essere per così dire conformistica?
Alessandra-Ariatti-Vilma-e-Gianfranca.-“Gratuitamente-avete-ricevuto-gratuitamente-date”-Vangelo-di-Matteo-108-2010-2013-©-the-Artist-Courtesy-the-Artist-and-Collezione-Maramotti.-Ph.-C.-Dario
Personalmente, da puro appassionato d’arte che gira per musei e mostre soprattutto per diletto e non per interesse e/o obbligo professionale, concordo con la visione alquanto pessimistica di quegli amici galleristi sulla pittura contemporanea. Ergo, ritengo che una proposta come quella di Alessandra Ariatti sia ben più originale – dal punto di vista concettuale – di tanta altra produzione pittorica ormai avviluppata su sé stessa e priva di qualsiasi effettiva vitalità espressiva. Certo, non è la prima che si impegna con l’arte iperrealista e non sarà l’ultima, eppure lo fa in un modo quanto meno più genuino, sincero e logico di tanti altri artisti. “E’ vero, vengo dal mondo della campagna, ma non dipingo nella stalla con la stufa a legna per scaldarmi, come ha scritto qualcuno, cercando di creare la mitologia di una ‘donna-scimmia’… sono una ragazza normale che ha la passione della pittura e dipinge quando ha tempo, non più di una dozzina di quadri l’anno.” (cit.)

Cliccate sulle immagini per visitare il sito web della Collezione Maramotti e conoscere più dettagli su Alessandra Ariatti e sulla sua mostra.

Donne, sognate l’uomo ideale? Cercatelo in libreria, non in discoteca o fuori dai bar!

Quando capita di averne l’occasione, leggo sempre con interesse i periodici femminili. Primo, perché non è certo il target di genere che può sancire la buona e intelligente (o meno) stampa; secondo perché ve ne sono alcuni senza dubbio ben fatti; e, terzo, perché certe futilità che si possono leggere sulle loro pagine sono a volte più accettabili di certe altre assai più rozze e becere che invece “impreziosiscono” i pari periodici maschili, i quali veramente a volte offrono un’immagine standard dell’uomo contemporaneo quasi avvilente…
Fatto sta che su uno di questi periodici femminili, in un numero recente, trovo questo interessante Geppi-Cucciari_imagearticoletto firmato dalla brava Geppi Cucciari, e intitolato Cerchi l’uomo per sempre? Guarda in libreria:

Dove trovare l’uomo con cui invecchiare davanti a un caminetto con dei nipoti accovacciati ai vostri piedi? Le discoteche sono da escludere: se avete più di 30 primavere, trovare nelle vicinanze di un cubo uno con cui intrattenersi poco più che fugacemente sarà improbabile. Le cene da amici celano incognite: a meno che non si incappi in un vedovo (quindi sofferente) o in un separato di fresco (quindi arrabbiato), è poco plausibile andare oltre il vecchio cugino dei cari amici dal fascino discreto, molto discreto, direi impercettibile. Secondo una recente ricerca, gli incontri meritevoli di approfondimento si fanno in libreria, più che in palestra: i giovani che desiderano innalzare il loro spirito risultano più allettanti di quelli che si risollevano i pettorali. Ma come attaccare bottone? Un classico è chiedere una mano per arrivare a un libro su uno scaffale alto, che raramente ospita i titoli più commerciali. «Scusi mi può prendere quel volume sulla lotta iconoclastica nell’epoca bizantina?». Se lui non ti guarda interrogativo ma ammirato, è di certo un grandioso inizio.
(Geppi Cucciari in Donna Moderna, anno XXVI n.14, 3 Aprile 2013, pag.15)

Beh, che dire, da “doppio frequentatore” delle librerie (stando potenzialmente sugli scaffali con qualche mio libro e di fronte a essi come famelico compratore di libri altrui) se non che sono del tutto d’accordo con quanto scritto da Geppi Cucciari. Certo, quanto scritto nell’articolo non evita di tirare in ballo qualche banale luogo comune – ovvero che il frequentatore di librerie il classico tipo in stile secchione-nerd e che non possa invece, pure lui, essere un bel virgulto atletico e fisicato, e ovviamente viceversa – ma di sicuro l’immagine troppo spesso imposta dai media del tipo tutto pettorali e abiti alla moda (il “tronista”, insomma) come quella dell’uomo vincente con le donne dimostra in verità quanto basso, bassissimo sia il livello culturale della nostra società – e sinceramente mi fa parecchio ribrezzo il constatare come tale modello maschile piaccia a certe ragazze e donne… Inconcepibile eppure inevitabile, per quel nostro livello culturale infimo diffuso, appunto.
Ma se, giusto per essere par condicioso, la verità anche questa volta sta nel mezzo – come già avevano capito venti secoli fa i Romani: mens sana in corpore sano – non posso non sottolineare che mai nessun pur supersviluppato muscolo potrà avere la forza che ha il cervello e la sua intelligenza, ne tanto meno il fascino. Come i muscoli, che col tempo inevitabilmente s’inflaccidiscono, anche il basare il propri fascino soltanto sul fisico è cosa destinata a svaporare rapidamente – anche perché spesso segno di scarsissima personalità… L’intelligenza, beh, quella no, non si inflaccidisce mai, ed è il miglior segno di personalità e di fascino che una persona può dimostrare. Anche perché, appunto, basta un buon libro da leggere per rinvigorirla e mantenerla sempre ben allenata.
Tutt’al più, donne, se entrare in una libreria per seguire il consiglio di Geppi Cucciari ma dentro non trovate nulla di maschilmente interessante, potete sempre consolarvi con l’acquisto di un buon libro, no? (che, visti certi uomini in circolazione – e lo dico io, uomo, sostenendolo peraltro da molto tempo – potrebbe pure essere una compagnia ben migliore…)

La recensione di “La mia ragazza quasi perfetta” sul web magazine SiamoDonne


A due anni dall’uscita, ancora se ne parla! Una lusinghiera recensione di La mia ragazza quasi perfetta è stata pubblicata sul web magazine SiamoDonne per mano (e penna, anzi, tastiera) di Sara Rota, che ringrazio di cuore.
SiamoDonne è un magazine online publicato da Daniele Mendini Editore, nato nel 2009 più per passione che con un’intento specifico. L’idea era quella di creare un luogo dove le donne potessero partecipare in prima persona (come autrici o come lettrici) e potessero navigare in un sito ideato per loro e per i loro interessi. Un luogo piacevole, tranquillo e senza troppe pretese. Con fatica e con costanza il magazine ha preso una forma sempre più definita e sta diventando un vero e proprio punto di riferimento per i numerosi utenti (che comprendono anche molti uomini, a dispetto del nome).
In ogni caso, La mia ragazza quasi perfetta si conferma una lettura molto gradita dal pubblico femminile, nonostante il protagonista del romanzo sia un uomo con sguardo sul mondo da uomo, e ciò certamente non può che farmi molto piacere.
Cliccate sulla citazione tratta dalla recensione oppure sul logo di SiamoDonne per accedere al web magazine e leggere la recensione completa, oppure cliccate sul libro per conoscerne ogni dettaglio, per sapere come e dove acquistarlo, per leggere la rassegna stampa completa e tutte le recensioni pubblicate…
Insomma: buona lettura!