I ritratti troppo normali di Alessandra Ariatti: quando c’è molto più “senso” ove non pare che invece ci sia…

Guardate l’immagine qui sotto:

Alessandra-Ariatti-Silvia-Monica-e-Giorgio.-“La-Provvidenza-nascerà-prima-del-sole”-Lacordaire-2010-2013-©-the-Artist-Courtesy-the-Artist-and-Collezione-Maramotti-Ph.-C.-Dario-Lasagni
Beh! – suppongo direte, probabilmente, – una fotografia ordinarissima come milioni d’altre!
Vero, anzi no. Perché in realtà è un dipinto.
Già, una delle opere iperrealistiche – ma proprio iper! – di Alessandra Ariatti, artista reggiana della quale trovate un’esposizione (fino al prossimo Febbraio) presso la Colleziona Maramotti (i signori Max Mara, per capirci), proprio a Reggio Emilia.
Un iperrealismo talmente curato che per lunghi istanti viene difficile da distinguere rispetto alla fotografia, il quale rivela una notevole tecnica pittorica ma che, ho notato, viene parecchio criticato sui vari social nei quali gli articoli sulla suddetta mostra sono stati pubblicati. Sostanzialmente, l’accusa principale che viene mossa ad Alessandra Ariatti è quella di produrre qualcosa che, appunto, la fotografia sta facendo ormai quasi da due secoli, rendendo “inutile” una tale forma pittorica: un’arte “scarica”, priva di “contenuti espressione vissuto” (cito quanto ho letto tra i “critici”) proprio perché riproducente pari pari la piattezza della fotografia ordinaria, quella prodotta da chiunque con qualsiasi macchina digitale da pochi euro se non con qualsivoglia telefono cellulare.
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Invece, a mio parere, le opere di Ariatti un senso ce l’hanno. Ove la fotografia ha inseguito la pittura fino a raggiungerla e superarla, non solo in termini di quantità ma pure di qualità e di valore artistico tanto da essere ormai considerata “arte” al pari di ciò che tale è sempre stato nobilmente considerato, forse ora la pittura non può che fare lo stesso al contrario, visto come il resto dell’arte pittorica in circolazione, d’altro canto, sia parecchio comatosa e sostanzialmente priva di sviluppi interessanti – proprio in tema di “senso artistico”, peraltro – a parte rare eccezioni e al punto che amici galleristi particolarmente drastici la considerino ormai morta, o quasi. Si osserva che opere così iperrealiste sono vuote, prive di “contenuti espressione vissuto”: e se lo scopo di Alessandra Ariatti fosse proprio quello di cogliere, attraverso un tale esasperato iperrealismo, la mancanza di contenuti-espressione-vissuto ormai assolutamente tipica della vita quotidiana di tanta “gente comune”, illuminandone la sostanza attraverso l’uso del media “classico” della pittura e così evitando la quasi inesorabile banalizzazione invece generata dalla fotografia nazional-popolare (quella disponibile a tutti, come dicevo poco fa), ormai cosa divenuta tanto normale da essere per così dire conformistica?
Alessandra-Ariatti-Vilma-e-Gianfranca.-“Gratuitamente-avete-ricevuto-gratuitamente-date”-Vangelo-di-Matteo-108-2010-2013-©-the-Artist-Courtesy-the-Artist-and-Collezione-Maramotti.-Ph.-C.-Dario
Personalmente, da puro appassionato d’arte che gira per musei e mostre soprattutto per diletto e non per interesse e/o obbligo professionale, concordo con la visione alquanto pessimistica di quegli amici galleristi sulla pittura contemporanea. Ergo, ritengo che una proposta come quella di Alessandra Ariatti sia ben più originale – dal punto di vista concettuale – di tanta altra produzione pittorica ormai avviluppata su sé stessa e priva di qualsiasi effettiva vitalità espressiva. Certo, non è la prima che si impegna con l’arte iperrealista e non sarà l’ultima, eppure lo fa in un modo quanto meno più genuino, sincero e logico di tanti altri artisti. “E’ vero, vengo dal mondo della campagna, ma non dipingo nella stalla con la stufa a legna per scaldarmi, come ha scritto qualcuno, cercando di creare la mitologia di una ‘donna-scimmia’… sono una ragazza normale che ha la passione della pittura e dipinge quando ha tempo, non più di una dozzina di quadri l’anno.” (cit.)

Cliccate sulle immagini per visitare il sito web della Collezione Maramotti e conoscere più dettagli su Alessandra Ariatti e sulla sua mostra.

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20 pensieri riguardo “I ritratti troppo normali di Alessandra Ariatti: quando c’è molto più “senso” ove non pare che invece ci sia…”

    1. Ciao Arlin! 🙂
      Bel punto di vista, il tuo!
      In effetti hai ragione, anche se il senso della raffigurazione della realtà ha poi scopi diversi… Ma credo che se gli comunicassi tale tua opinione, ad Alessandra Ariatti, te la faresti amica fedele a vita!
      Grazie di cuore del tuo commento e… accidenti, devo frequentare di più il tuo blog. E’ veramente intrigante, caLa signoLa MaestLa!!! 😀 😉
      Ciao!
      Luca

      1. no, infatti, immaginavo che per ottenere certi risultati (comunque notevoli, non intendo certo sminuire) dovessero essere di grandi dimensioni. Thanx

      2. Gìà, anche perché non credo che l’artista miri a un semplice sfoggio di tecnica pittorica, che finirebbe per sminuire il senso tematico del suo iperrealismo.
        Grazie a te! 🙂

  1. Le opere di quest’artista mi piacciono! Non sono d’accordo con i critici. Trovo che questi dipinti non solo abbiano un senso, ma siano capaci di suscitare emozioni più di una fotografia. Mi colpiscono gli occhi dei bambini, le rughe delle due donne anziane colte nella quotidianità. Forse è proprio questo il senso: cogliere lo straordinario nell’ordinario.
    Proprio oggi sul mio blog, ho postato un articolo sull’arte contemporanea… Trovo che abbiano un senso maggiore opere di questo tipo, piuttosto che un aeroplano rovesciato sulla piazza di Salisburgo! Probabilmente è questione di sensibilità. Che ne pensi?
    Buona giornata, Dada

    1. Caro Luca eccomi qua dopo una leggera influenza. Abito come sai a reggio emilia, sono a dieci minuti dalla ex sede principale del gruppo “MAX MARA FASHION GROUP”,Lavorai alle dipendenze delal famiglia Maramotti quando era ancora in vita il capostipite, Dottor Achille Maramotti, tipo tosto,duro e severo, diversamente non sarebbe arrivato in cima alla vetta! Egli, uomo largo e alto, imponente e con il viso da “banda bassotti”, faceva tremare noi dipendenti al sol vederlo passare per i suoi uffici. Indossava sempre un camice bianco da sarto, pur essendo “il padrone”, fumava un sigaro cubano lungo mezzo metro, mentre in ogni dove c’erano i cartelli con scritto “Vietato fumare”. Data la mole di stoffa che avevamo i nazienda, i cartamodelli e altri materiali altamente infiammabili(spagnolette, pizzi, sete, tonnellate di carta velina per i modelli, lane….) un incendio era meglio non averlo in azienda!!Ho lavorato per lui tre anni, in contabilità e all’ufficio faconisti (leggi fasonisti) cioè quei laboratori che producevano e producono ancor oggi, i tanto amati capi spalla e pret a porter, che Max Mara si pensa che produca, ma che in realtà vengono prodotti tutti all’estero, per i costi bassissimi di produzione. Max Mara fornisce il disegno, il prototipo, il capo chiamato “Campione”, la stoffa, gli accessori, segue il laboratorio terzista durante le varie fasi della lavorazione, poi ritira i capi da introdurre sul mercato e nei vari negozi, oramai sparsi per tutto il mondo!La produzione viene fatta in Malesya, Mauritius, Cina, Romania e quant’altro. Ad oggi, (io non lavoro più là dal lontano 1988) pochi capi d’abbigliamento e maglieria vengono prodotti in Emilia Romagna ed in Italia. Non credo ci fosse qualcuno che non sapesse che le nostre produzioni eccellenti non solo in fatto di abbigliamento, vengono tutte e dico quasi tutte tutte prodotte all’estero. Tornando all’argomento centrale, ora in quella sede c’è da anni, la collezione privata dei figli del Dottor Achille,(Luigi, Ignazio e Ludovica) la sede e le altre filiali si trovano ubicate in altre zone decentrate della mia città. Rimane l’unica grossa e sana azienda d’abbigliamento reggiano che da lavoro a migliaia di persone, hanno partecipazioni in molte banche e sono miliardari all’ennesima potenza. Il nostro CREDITO EMILIANO, di Reggio Emilia è praticamente tutto loro, anche lì ci sono tesori d’arte, quadri e statue di un valore inestimabile. A proposito il dottor Achille viveva in un castello ad Albinea, e se devo essere sincera, conosco anche tutti i visi, che hai postato: sono tutte persone di Reggio Emilia. Mi ha fatto molto piacere tu abbia parlato della mia città, rinomata anche per questa forte, seria, e produttiva azienda. Grazie al dottor Maramotti Achille e alla sua nonna Marina Rinaldi, dal cui nome prende il nome la linea per le signore “in carne”. Marina Rinaldi fondò la scuola di taglio e cucito nel lontano 1951 insomma è storia locale molto bella! per quanto riguarda la signora Ariatti non la conosco perciò prima di esprimermi, devo studiarla.Se sono veramente dipinti come dici, io li trovo fantastici! Sarà perchè ripeto conosco le persone, ma sembrano fotografie. Grazie Luca per avermi dato l’opportunità di parlare di Max Mara e di Reggio Emilia. L’avresti mai detto? Tu cominci con dei dipinti, io ti racconto la storia dei Maramotti…..Fabiana.

  2. Molti critici non sono abituati al “leggermente diverso” ai cambiamenti, si sentono appagati solo quando le regole sono rispettate. Io li trovo splendidi, e faccio i complimenti ad Alessandra per la straordinaria capacita’.

    1. Vero, e probabilmente sono appagati perché ciò mantiene intatto il loro “buon nome” critico, con tutti i privilegi annessi e connessi…
      Grazie di cuore del tuo commento, Mari! 🙂

      1. Credo anch’io, a volte quando si gode di privilegi ai quali non si vuol rinunciare si e’ disposti a scendere anche a compromessi con se stessi, e se vanno a scapito di altri…. “pazienza”. E’ sempre un discorso di…. coscienza!

  3. “Coscienza”, già… quella cosa che a volte sembra più rara di un pinguino all’Equatore!
    Che poi, ok, è anche comprensibile che uno tenti di preservare le proprie posizioni acquisite, ma quando per fare ciò si finisce per contribuire a danneggiare un intero sistema, ovvero la cultura che vi sta alla base e che, nell’arte forse più che altrove (ma non solo in essa) è basata sull’evoluzione continua, insomma… La cosa diventa assai opinabile!

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