Lecco diventa “comune montano”: opportunità e rischi di una piccola ma significativa “rivoluzione” amministrativa

P.S. – Pre Scriptum: questo articolo è stato pubblicato da numerosi media d’informazione lecchesi la scorsa settimana. Se i suoi contenuti sono ovviamente mirati sulla realtà locale, il senso generale delle considerazioni espresse è senza dubbio valido per i numerosi altri casi simili che si sono manifestati sulle montagne italiane.

[Foto di Maurizio Moro, tratta da www.leccotoday.it.]
Dunque, la Legge 12 settembre 2025 n.131, “Disposizioni per il riconoscimento e la promozione delle zone montane”, meglio conosciuta come “Legge sulla Montagna”, ha rielaborato la definizione di «comune montano» e, in base alla riclassificandone conseguente, farebbe diventare tale Lecco mentre ne escluderebbe alcuni che prima lo erano, ad esempio Vercurago, Valgreghentino, Calolziocorte, Ello, Monte Marenzo. Il condizionale al momento è d’obbligo in quanto pare che la riclassificazione sia stata “sospesa” per le forti critiche pervenute da molti territori montani, soprattutto appenninici; d’altro canto l’eventuale revisione del provvedimento allargherebbe i parametri al momento definiti, di sicuro senza diminuire il numero dei comuni inclusi tra i quali Lecco ci sarà senza dubbio.

Per la cronaca, la rielaborazione contemplata dalla Legge definisce “montano” un comune che ha il 25% di superficie sopra i 600 metri e il 30% di superficie con almeno un 20% di pendenza, oppure un’altimetria media superiore ai 500 metri, oppure un’altimetria media più bassa ma il territorio interamente circondato da Comuni che rispettano uno dei primi due criteri. Già molto è lo scompiglio che questi nuovi criteri stanno generando nelle aree interne italiane, soprattutto lungo l’Appennino – ma non mancano proteste pure nei territori alpini. Anche sulle montagne lecchesi la riclassificazione genera effetti rilevanti, ad esempio sull’assetto delle Comunità Montane locali; di contro l’ingresso di Lecco tra i comuni montani, di gran lunga il più importante e di maggior peso politico del territorio, genererà certamente nuovi equilibri nei rapporti di forza sussistenti nelle terre alte lecchesi.

Se obiettivamente c’era il bisogno di una ridefinizione dei comuni montani italiani, per sfrondarne numerosi che di montano avevano ben poco ma godevano degli stessi benefici degli altri, è discutibile che la riclassificazione sia stata basata unicamente sui dati altimetrici e geomorfologici senza invece considerare i fattori storici, socioeconomici e culturali di territori che spesso presentano una dimensione di natura “montana” pur senza raggiungere la quota che la sancisce anche altimetricamente – su questi aspetti ad esempio si basano molte delle proteste dei comuni declassificati. Includere quei fattori, immateriali ma senza dubbio peculiari per i relativi territori (nell’Italia “paese dei mille campanili” effettivamente ogni comune è spesso un’entità a se stante, per molti motivi), avrebbe di sicuro comportato un lavoro di ridefinizione più lungo e complesso ma probabilmente pure garantito una maggior equità generale senza minare i rapporti e le dinamiche locali ormai storicizzate.

A ragione qualcuno esulta per il fatto che la “nuova” Lecco montana avrà accesso a numerosi benefici, agevolazioni e finanziamenti; in verità la dotazione della Legge n.131 è parecchio esigua – 200 milioni di Euro all’anno per il triennio 2025-2027 da distribuire su tutto il territorio nazionale: fanno 10 milioni all’anno per regione e dunque, per quanto riguarda la Lombardia, circa 20mila Euro per ciascun comune montano, non certo una somma che consenta grandi iniziative. Se lo Stato centrale riconoscesse l’attenzione e la considerazione che i territori montani italiani meriterebbero, poste le tante criticità che li caratterizzano e al netto di classificazioni amministrative più o meno eque, le somme in gioco sarebbero dovute essere ben più alte. Che non lo siano dice molto al riguardo – e la cronicità di molti dei problemi della montagna italiana dice il resto.

In ogni caso, per quanto riguarda il lecchese, altri rischi potrebbe generarsi dalla nuova, riclassificata realtà montana. Un primo rischio, al quale ho già accennato, è che il “peso politico” di Lecco tolga spazio, forza rappresentativa e risorse agli altri comuni montani; un secondo rischio è che un simile depotenziamento colpisca la Comunità Montana Lario Orientale-Val San Martino, una delle due che insistono sul territorio provinciale lecchese peraltro già afflitta da numerose “debolezze”, e paventarne un accorpamento con la Comunità Montana Valsassina-Valvarrone-Val d’Esino-Riviera potrebbe creare un’entità troppo variegata e inesorabilmente informe, visti anche i territori piuttosto eterogenei sui quali opererebbe. Un ulteriore rischio, peraltro già intrinseco alla stessa Legge sulla Montagna – parimenti a molti provvedimenti messi in campo dalle istituzioni per i territori montani – è che l’assenza di una visione strategica, organica e globale nei riguardi delle iniziative da mettere in atto da parte dei comuni montani rispetto a quelli che non lo sono – o lo erano e ora non più – generi ulteriori disequilibri di varia perniciosità nei territori coinvolti e dunque una opinabile realtà a diverse velocità per la provincia lecchese.

Per tali motivi risulterebbe importante e necessario, considerata l’impossibilità attuale di elaborare quella visione strategica a cui accennavo, che tutti i soggetti amministrativi della provincia lecchese – la quale a ben vedere è tutta montana/pedemontana e chiaramente strutturata nel tempo come realtà di stampo rurale-montano, non certo planiziale/padano – facessero rete quanto meno per gestire i possibili rischi del nuovo assetto territoriale e collaborassero ben più attivamente di ora all’elaborazione di un percorso amministrativo e politico condiviso nonché dotato di uno sguardo per così dire glocale – su scala innanzi tutto provinciale, ovviamente -, inclusivo tanto quanto attento alle specificità di ogni singolo comune e alle conseguenti interazioni possibili. Perché in un territorio come quello lecchese, se la montagna nel suo complesso gode di una realtà e di uno sviluppo ben equilibrati, i benefici che ne derivano raggiungono facilmente anche i comuni che montani non sono ma, appunto, che le montagne le osservano da vicino dalle finestre delle loro case.

«Piutost che nient l’è mej piutost» anche in bassa Valtellina (?)

[Immagine e notizia tratte da “La Provincia-UnicaTV“.]
Di nuovo ci si ritrova nelle condizioni di doversi rallegrare del fatto che in bassa Valtellina la Regione Lombardia elargirà circa 7 milioni e mezzo di Euro (di 14 milioni e 400mila totali riservati per questa zona e la contigua Valle Brembana dalla Strategia regionale “Agenda del Controesodo” 2021-2027 – DGR 5587 del 23 novembre 2021) a beneficio di venticinque comuni (l’elenco è qui) per «una serie di progetti importanti che saranno ripartiti sulle amministrazioni comunali a beneficio dell’intera popolazione residente e di chi visita il territorio».

Già. Ma facendo i classici “conti della serva”, semplici ma significativi, si deduce che, posta la cifra in gioco, ai venticinque comuni beneficiari andranno 300mila Euro ciascuno. Cioè più o meno il costo di una rotonda. La stessa “serva” quindi considera che l’importo totale elargito all’intero territorio in questione è inferiore a quello che di frequente la Lombardia destina al finanziamento di un singolo impianto di risalita al servizio di comprensori sciistici, spesso in località dove per ragioni climatiche e ambientali la pratica dello sci presto sarà impossibile: solo a Piazzatorre ad esempio, nella stessa Valle Brembana, la Regione Lombardia ha annunciato uno stanziamento di quasi 14 milioni per il rinnovo degli impianti sciistici lì presenti, posti sotto i 1800 metri di quota. Quasi il doppio di quanto elargito ai venticinque comuni basso-valtellinesi.

[Veduta della piana di Morbegno con alle spalle l’accesso alle Valli del Bitto e le Alpi Orobie sullo sfondo. Immagine di Massimo Dei Cas tratta da www.paesidivaltellina.eu.]
Dunque, tocca dire “Piuttosto che niente è meglio piuttosto”, come recita il noto motteggio milanese che ho citato nel titolo di questo articolo? Sì, tocca dirlo e con notevole amarezza, visto come sia evidente che quegli stanziamenti in concreto rilanciano poco o nulla ma servono soltanto e al solito a mantenere una condizione di estrema precarietà in territori montani che abbisognerebbero di ben altre risorse e visioni strategiche a lungo termine  per contrastare efficacemente le dinamiche socioeconomiche e demografiche negative (altra cosa perennemente mancante in queste iniziative istituzionali), oltre che servire, in questo caso, ad accontentare zone che restano pressoché escluse dalle ricadute vantaggiose (sempre che ve ne siano) generate in Valtellina dalle Olimpiadi.

Forse le proporzioni finanziarie in gioco dovrebbe essere opposte, ovvero molte più risorse destinate alle strategie di sviluppo socioeconomico delle comunità e al supporto della stanzialità residenziale e lavorativa invece che alle infrastrutture turistiche, peraltro quasi sempre gestite da società private facenti lucro – fondatamente da parte loro, per niente se per ciò vengono spese, e facilmente sprecate, ingenti risorse pubbliche.

No, temo si sia ancora ben lontani dal fornire ai nostri territori montani ciò che realmente chiedono e hanno bisogno. Il rischio è che di questo passo, e senza una profonda e consapevole revisione tanto politica quanto culturale da parte delle amministrazioni pubbliche, svanisca rapidamente anche il piutost e resti solo il nient, il nulla e l’abbandono definitivo.

MONTAG/NEWS #10: sono accadute parecchie cose interessanti la scorsa settimana sulle montagne

In questo articolo a cadenza domenicale trovate una selezione di notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete nella settimana precedente parecchio interessanti e utili da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così che ognuno possa approfondirle a piacimento. Di notizie del genere sulle montagne ne escono a bizzeffe, e la scorsa settimana in modo particolare, tra vacanze natalizie sula neve imminenti e le Olimpiadi sempre più vicine: questo è un tentativo di non perdere alcune delle più significative. Durante la settimana le più recenti di tali notizie le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.

Buone letture!


PISTE DA SCI APERTE SOLO IN PARTE MA SKIPASS A PREZZO PIENO

Montano le polemiche sulle tariffe nelle stazioni sciistiche svizzere, che per la scarsità di neve offrono solo una parte di piste aperte ma spesso vendono i propri skipass a prezzo pieno. Gli operatori dei comprensori sciistici difendono la scelta, che sarebbe giustificata dai costi di gestione comunque elevati nonostante l’apertura parziale delle piste, mentre le associazioni di difesa dei consumatori la criticano e guardano in modo negativo a questa evoluzione del mercato sciistico. Cosa accadrà invece in Italia, nell’imminenza delle vacanze natalizie?


LA VALPOSCHIAVO, UN MODELLO VIRTUOSO (E DA REPLICARE)

Un’indagine e una ricerca sviluppate nell’ambito del progetto di sviluppo regionale “PSR 100% (bio) Valposchiavo” nell’autunno del 2024, i cui risultati sono stati presentati in questi giorni, mettono in luce le peculiarità del “modello Valposchiavo”, territorio alpino marginale, poco turistificato e apparentemente “sfortunato” ma che ha saputo fare di necessità virtù e fortune, diventando un laboratorio di sviluppo socioeconomico alpino veramente esemplare e da imitare.


L’INEVITABILE SARCASMO ESTERO PER L’ITALIA “OLIMPICA”

Sembra proprio che uno degli “effetti collaterali” generati dall’ormai palese disastro organizzativo e gestionale delle Olimpiadi di Milano Cortina sia la costante attenzione dei media esteri rispetto a ogni episodio negativo che accade nelle stazioni sciistiche italiane: come ha fatto il “Times” britannico dando notizia della rabbia degli sciatori ad Arabba per la pessima qualità della neve sulle piste per il troppo caldo. Certo in alcuni media esteri non manca una certa dose di cinismo antitaliano, ma senza il disastro olimpico probabilmente la situazione sarebbe ben diversa.


MA QUINDI COS’È “MONTAGNA”, ALLA FINE?

Sul “Fatto Quotidiano” anche Marco Albino Ferrari torna a rimarcare l’importanza di definire cosa sia realmente “montagna”, al fine di elaborarne il futuro con piena cognizione di causa: una questione che nemmeno la recente riclassificazione del “DDL Montagna” sembra abbia risolto. «È arrivato il momento che i grandi media nazionali non ci raccontino più solo la montagna-Cortina, patinata e minoritaria, ma neppure che la descrivano come il luogo dei vinti da assistere, come un rimorchio passivo, luogo dimenticato a cui guardare con benevolenza e rassegnazione.»


TICINO: NIENTE NEVE, SCI GIÀ IN DIFFICOLTÀ

A poche settimane dall’avvio formale della stagione sciistica invernale, l’assenza di precipitazioni obbliga i gestori delle stazioni ticinesi a rinviare la data di partenza, mentre altri invece optano per un’offerta minima. «Le temperature sono troppo elevate anche per l’innevamento artificiale. […] «Oggi, se va bene, riusciamo a lavorare da fine gennaio, quando ormai le vacanze natalizie sono un ricordo» lamentano gli impiantisti della Svizzera italiana.


ANCHE LO JODEL È “PATRIMONIO DELL’UMANITÀ”

Se qualche giorno fa è stato celebrato l’inserimento della cucina italiana nei “Patrimoni dell’Umanità” Unesco, allo stesso tempo in Svizzera si è festeggiato il canto alpino per eccellenza, emblema dell’identità elvetica anche se diffuso in altri paesi delle Alpi (e pure fuori dall’Europa) e famoso ovunque: lo jodel, a sua volta riconosciuto come “Patrimonio culturale immateriale” dall’Unesco.


UN ALTRO TURISMO PER LA VALSASSINA SENZA PIÙ LO SCI

La Valsassina un tempo ospitava numerose stazioni sciistiche che la crisi climatica e le congiunture economiche degli scorsi anni hanno chiuso rapidamente. Oggi prova a (ric)ostruire una frequentazione turistica post sciistica grazie a “Un’altra Via per la Valsassina, progetto vincitore del bando Cariplo “Montagne in Transizione 2025”, con il quale si creerà un itinerario escursionistico di circa sette giorni, le cui tappe collegheranno tra loro tutte le ex stazioni sciistiche valsassinesi. Un progetto molto bello e emblematico, da conoscere.


C’È ANCORA CONFUSIONE, SULLA DEFINIZIONE DI “MONTAGNA”

Anche “Il Post”, in un articolo dello scorso 12 dicembre, si è occupato del pastrocchio nel quale si è infilata la recente “Legge sulla Montagna” sul tema della definizione di “comune montano”, spiegando rapidamente e chiaramente i termini della questione. Che stanno ancora tenendo in fibrillazione moltissimi comuni montani italiani, soprattutto appenninici, o che almeno “montani” lo erano fino a ieri e oggi rischiano di non esserlo più, perdendo così molti finanziamenti ed agevolazioni e peggiorando ulteriormente la realtà delle aree interne italiane.

MONTAG/NEWS #7: cose interessanti successe sulle montagne la scorsa settimana

In questo articolo a cadenza domenicale trovate una selezione di notizie relative a cose di montagna pubblicate in rete nella settimana precedente che trovo interessanti e utili da conoscere e leggere, con i link diretti alle fonti originarie così che ognuno possa approfondirle a piacimento. Di notizie del genere sulle montagne ne escono a bizzeffe: questo è un tentativo di non perdere alcune delle più significative. Durante la settimana le più recenti di tali notizie le trovate sulla home page del blog nella colonna di sinistra; qui invece trovate il loro archivio permanente.


SE ANCHE I BIVACCHI DIVENTANO “OGGETTI DI CONSUMO”

Sul sito di Mountain Wilderness Italia Nicola Pech propone alcune interessanti riflessioni sulla “questione dei bivacchi”. «Un tempo erano punti di partenza per salite lunghe e complesse, ripari essenziali in caso di maltempo, luoghi di silenzio e necessità. Ora sono diventati mete. Si va al bivacco per arrivare al bivacco. Spesso affollato, spesso ridotto a oggetto di consumo. E allora, davanti a questo uso sempre più superficiale della montagna, cosa si propone? Costruire nuovi bivacchi. È un paradosso perfetto. La montagna non chiede oggetti, chiede vuoto.»


NEMESI TURISTICA SULLO JUNGFRAUJOCH?

La guida di viaggi americana Fodor’s, che ogni anno pubblica una «No list» di destinazioni turistiche da evitare, vi ha inserito la celeberrima regione della Jungfrau, in Svizzera, a causa dell’eccessivo turismo e della pressione sugli ecosistemi locali, rimarcando che i troppi turisti «Stanno facendo pagare il loro tributo ai ghiacciai che stanno scomparendo, alle risorse naturali e alla vita quotidiana della popolazione locale». “No limits, no list”, in pratica: che il business turistico più smodato stia diventando un boomerang per le località che lo hanno promosso?


RICONOSCERE LE ALPI COME “ECONOMICAMENTE FRAGILI”

Durante l’assemblea generale di Eusalp (l’Alleanza europea delle regioni alpine) in corso a Innsbruck, Regione Lombardia ha chiesto che l’Europa riconosca le zone alpine come “ambiti economicamente fragili”, dunque meritevoli di maggiori investimenti e politiche ad hoc, per creare condizioni favorevoli a residenti e imprese e mitigare i fenomeni di spopolamento. È una proposta condivisibile, ovviamente, ma con la speranza che dalle parole si passi ai fatti e che tali fatti non siano “impropri” ai territori alpini, come spesso accade.


IL «GRANDE BLUFF» DEL VILLAGGIO OLIMPICO DI MILANO

Non è una notizia direttamente concernente la montagna, ma ci sono di mezzo le Olimpiadi invernali di Milano Cortina e quello che viene definito dalla stampa “Il grande bluff del Villaggio Olimpico di Milano”, per il quale meno di un posto letto su tre sarà affittato agli studenti a prezzi calmierati, fa nuovamente capire bene come vengono gestite le Olimpiadi lombardo-venete, anche nei territori montani coinvolti. E mancano 74 giorni, sì: all’inizio del disastro olimpico.


I COMUNI DI MONTAGNA CHE PER LEGGE NON LO SARANNO PIÙ

Come tanti temevano già settimane or sono, la ridefinizione di “comune montano” inserita nel recente “DDL Montagna” sulla base di criteri strettamente altimetrici e di pendenza rischia di declassificare numerosi comuni soprattutto nelle aree appenniniche, togliendovi risorse e servizi. Dal Ministero si afferma che «Il 20 per cento delle realtà non sono montane» ma ad esempio nelle Marche e in Emilia Romagna i comuni declassificati sarebbero più di tre quarti. Un pasticcio contro il quale i sindaci si dicono “in rivolta” invocando modifiche urgenti alla legge.

E se gli abitanti delle coste italiane migrassero (per forza) sulle montagne?

[Immagine tratta da www.alanews.it.]
Secondo il XVII Rapporto “Paesaggi sommersi” curato dalla Società Geografica Italiana che lo ha presentato lo scorso 28 ottobre, il 20% delle spiagge sarà sommerso prima del 2050 e il 40% entro il 2100. La zona maggiormente esposta è l’alto Adriatico ma anche città come Cagliari e Venezia rischieranno di finire sott’acqua; ben 800mila persone saranno a rischio ricollocazione.

Perché ne scrivo, io che in questo blog mi occupo di cose non di mare ma di montagna? Be’, qualcuno lo intuirà: perché molte di quelle centinaia di migliaia di persone che dovranno ricollocarsi forse sceglieranno le montagne come nuova residenza più che le città di pianura, le quali tra qualche decennio e con il progredire della crisi climatica saranno ancora più torride e meno vivibili di quanto già non lo siano oggi, dunque meno preferibili da abitare. Per di più l’area più a rischio di sommersione è quella dell’alto Adriatico, prossima all’area alpina orientale la quale, come il resto delle montagne italiane, stanno attirando sempre più nuovi abitanti: ben 135mila persone tra il 2019 e il 2024 hanno spostato la residenza in montagna, rivela il recente “Rapporto Montagne Italia 2025” dell’UNCEM (si veda anche la mappa sotto pubblicata). Qualcuno penserà che sia una quantità ancora risibile, non a torto; ma se si considera che la Valle d’Aosta conta poco più di 122mila abitanti, è come se una regione pur piccola come quella valdostana fosse nata in forma sparsa sulle montagne italiane. Messa sotto questo punto di vista la questione è giù più significativa, ne converrete.

[Le aree dell’alto Adriatico a rischio sommersione. Immagine tratta da https://ecocentrica.it.]
Insomma: da una parte si dovrà prossimamente “fuggire” dalle coste in sommersione, dall’altra si sta già salendo sulle montagne per abitare, in una dinamica di neo-popolamento montano dettata da vari fattori, non ultimo quello di resilienza alla crisi climatica, e nonostante le molte criticità socioeconomiche e politiche dei territori montani italiani. Per ciò è ipotizzabile che, se la prima circostanza dovesse realmente realizzarsi, come rimarca il rapporto “Paesaggi sommersi”, facilmente molti fuggitivi costieri potrebbero salire sui monti: come registra l’UNCEM, le zone montane dell’Appennino Tosco-Emiliano e alcune delle Alpi e Prealpi venete, prossime all’alto Adriatico come detto, sono già tra quelle che più attirano nuovi abitanti.

Dunque, posto tutto ciò, sarebbe il caso di predisporre una ben articolata strategia politica preventiva con la quale regolare e gestire al meglio i fenomeni descritti se e quando cominciassero a manifestarsi ma pure, più in generale, per sostenere al meglio il neo-popolamento montano in corso, così da fare di necessità virtù ovvero trasformare un potenziale grosso problema in una straordinaria occasione di evoluzione e sviluppo per i territori montani italiani, in primis quelli che sono e saranno coinvolti dai flussi in ricollocamento. La recente “Legge sulla montagna”, approvata dal Parlamento tra luglio e settembre scorsi, al netto delle buone intenzioni contenute nel suo testo e valutata a mente fredda, viene ormai considerata l’ennesima occasione persa in primis perché nuovamente mancante di quella visione strategica organica di sviluppo dei territori montani che servirebbe a sostenere la loro riqualificazione e rinascita economica, sociale, demografica, culturale oltre che politica – senza contare quanto la Legge sia nata già depotenziata dalla scarsità di fondi a disposizione (200 milioni di Euro in tre anni per l’intero paese, meno di 10 milioni a regione) per l’attuazione dei suoi propositi.

[Veduta di Auronzo di Cadore, immagine tratta da www.veneto.info.]
Perché invece non lavorare allo sviluppo della montagne italiane, finalmente, non sul presente in riferimento al passato ma dal presente in ottica futura e con visione a lungo termine, ragionando su ciò che verrà, prevedendo quanto più possibile le dinamiche che caratterizzeranno i nostri territori montani, elaborando le conseguenti migliori strategie e fornendo ad essi gli strumenti di gestione più adatti per trovarsi pronti ad amministrare il futuro prossimo con tutto ciò che presenterà e imporrà di dover affrontare?

Questa sì che sarebbe un’autentica “rivoluzione” per le montagne italiane, che metterebbe concretamente in pratica quelle numerose potenzialità di territori-laboratorio per un nuovo abitare – non solo in ottica di resilienza climatica e ambientale – che tanti indicano e rimarcano per le nostre terre alte ma che ad oggi, purtroppo, rappresentano ancora una mera ipotesi affascinante nella forma ma evanescente nella sostanza. E se ad oggi manca la volontà e la visione politica per dare copro e attuare questa “rivoluzione”, forse saranno fattori ben più intransigenti come quelli previsti dal Rapporto “Paesaggi sommersi” della Società Geografica Italiana a renderla presto necessaria, anzi, inevitabile.