Salone del Libro 2013 di Torino: il fascino quasi incrollabile di una cattedrale nel deserto.

“Mi sembra l’edizione più bella”, “Un Salone Pop”, “La crisi gli ha graffiato l’epidermide, ma non lo ha scalfito.” eccetera. L’edizione 2013 del Salone del Libro di Torino forse più che in passato si è connotata per delle aspettative piuttosto forti, dovute non solo a un’edizione 2012 che ha lasciato perplessi parecchi operatori del settore ma pure per i continui appelli alla salvaguardia della cultura – per la quale, inutile dirlo, il libro rappresenta l’oggetto fondamentale e non solo in senso simbolico – provenienti dalla società civile in questi tempi di sbando civico e politico sempre più grave. Ergo, il principale evento nazionale legato ai libri e al mondo dell’editoria è risultato l’inevitabile obiettivo, almeno per il settore di competenza, delle suddette istanze, e gli slogan che ho citato in principio di articolo, provenienti dallo stesso establishment del Salone – ovvero rispettivamente dal direttore del salone Ferrero, dall’assessore regionale Coppola e dal presidente della Fondazione per il Libro Picchioni – hanno senza dubbio contribuito ad autoalimentare le aspettative sull’edizione appena conclusa. Dunque, cosa è stato il Salone del Libro di Torino 2013? Ha mantenuto le attese? Ha accettato di mettersi sulle spalle il pesante fardello della salvaguardia della cultura letteraria ed editoriale presso il grande pubblico, oppure no?
Innanzi tutto, è necessario dare un’occhiata al panorama generale della lettura in Italia, che come ogni anno in concomitanza con il Salone viene offerta dall’indagine Nielsen sulla lettura di libri nel nostro paese. Panorama ancora una volta nebuloso, con il mercato editoriale che nei primi quattro mesi del 2013 segna un -4,4% nel valore e un -0,75% nel volume, ovvero nel numero di copie vendute rispetto al 2012: in pratica, si sono vendute meno copie dello scorso anno nonostante un calo del prezzo di copertina dei libri, con una conseguente diminuzione dei fatturati. Perdono un po’ tutti i settori: -10,7% a valore la non fiction salone-libro-2013_logopratica (guide cucina, viaggi, lifestyle, eccetera), -8,7% la non fiction specialistica (testi di management, computer, professionale, eccetera). Più contenuto il calo per fiction (narrativa, -3,7%) e non fiction generale (saggistica, -1,9%), mentre in controtendenza è soltanto il settore dei libri per ragazzi che, da gennaio ad aprile di quest’anno, ottiene un +4% a valore e un +6% a volume. Infine, continua la sofferenza delle librerie indipendenti che riducono ancora la loro quota di mercato: dal 37,1% del primo quadrimestre 2012 al 35,6% dello stesso periodo quest’anno, mentre la quota coperta dalle librerie di catena è leggermente aumentata, dal 41,5% del 2012 al 42,2% del 2013. La vendita on line è al 6,3%, in aumento ma ancora piuttosto marginale.
Insomma: dati parecchio foschi, appunto, in qualche modo richiamati anche dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel videomessaggio inviato per l’inaugurazione del Salone, con il quale ha stigmatizzato la desuetudine degli italiani alla lettura. Eppure, bastava essere presente nei padiglioni del Lingotto per denotare anche solo visivamente un cospicuo aumento del pubblico presente rispetto, ad esempio, alla scorsa edizione, cosa che farebbe pensare a quei dati negativi sulla vendita di libri come a delle poco attendibili voci di Cassandra… Ma è il solito effetto “cattedrale nel deserto” che offre il Salone di Torino, in ciò effettivamente ben rappresentato da quell’essere “pop” che l’assessore regionale Coppola ha rimarcato all’inaugurazione. “Pop” ovvero popolare, attinente alla cultura di massa: è vero, la lettura è una cosa talmente importante per una buona società civile da non poter che sperare sia diffusa il più possibile, dunque veramente “di massa”, tuttavia il termine “pop” indica anche una peculiarità mediatica della cultura contemporanea, per questo di livello sovente inferiore rispetto a quello che l’arte letteraria, in qualsiasi forma, dovrebbe rappresentare. Per essere chiari: la lettura deve essere “pop”, di sicuro, ma il libro – e di rimando l’intero panorama letterario ed editoriale – non troppo, altrimenti si degrada allo stato di mero oggetto di consumo. Vogliamo ad esempio parlare dei libri di ricette che spuntavano ovunque (molti validi, senza dubbio, ma quanti invece del tutto inutili?), con tanto di cucina allestita nel padiglione 3 nella quale chef vari e assortiti cucinavano insieme a note presentatrici di relativi programmi TV? Più pop-mediatico (e futile qui, mi si consenta) di così! Mah…
In effetti anche quest’anno il Salone del Libro non è sfuggito da quell’immagine a metà tra una grande sagra paesana e un supermercato dei libri che da qualche tempo offre: nulla di male, sia chiaro – anzi, molto divertente, ma da più parti mi hanno denotato come, a differenza di similari eventi esteri (Londra, Francoforte), sembra sia data maggiore importanza alla mera vendita dei libri, al Salone di Torino, piuttosto che alla primaria e basilare “missione” di diffusione e salvaguardia della cultura letteraria, anche in ambito più specificatamente professionale. Viene inevitabilmente da pensare che ogni libro acquistato al Salone è un libro in meno venduto in libreria – e magari, insisto, in una libreria indipendente – e tale fatto non mi sembra, in tutta sincerità, così positivo per un evento che invece i librai li dovrebbe difendere e con grande forza – senza contare ciò che già altri hanno denotato, ovvero che sovente il visitatore del Salone è attratto in esso dal fascino dell’evento in sé più che da un autentico interesse verso la letteratura e la lettura, e magari viene a Torino, vede da vicino qualche personaggio famoso, compra pure qualche libro ma poi, per il resto dell’anno, non entra più in libreria…
I librai, appunto: a ben vedere mancano, al Salone, pur rappresentando l’elemento forse principale dell’intera filiera editoriale nonché – l’ho pure io qui più volte rimarcato – un vero e proprio presidio culturale sparso sul territorio nazionale al servizio e a disposizione di tutti. Non sarebbe male se pure loro in un evento così omnicomprensivo fossero in qualche modo presenti, quanto meno a livello di categorie professionali nazionali o locali, dato che la loro assenza pressoché totale rende piuttosto palese l’impressione di come siano un po’ abbandonati al loro destino, schiacciati dalle librerie di catena – di proprietà dei grossi gruppi editoriali – e dall’espansione dell’editoria digitale, vera e propria razza in via di estinzione che mai nessuna pur meravigliosa libreria griffata potrà sostituire. E’ una questione in parte assimilabile a quella degli editori indipendenti – i piccoli e medi, per intenderci – la cui netta diminuzione lo scorso anno fu motivo di numerose perplessità, ma che non mi pare quest’anno tornati ad occupare i (spesso troppo costosi) stand del Salone, nonostante l’organizzazione ne avesse fatto, a parole, un preciso obiettivo dell’edizione 2013. Torino resta comunque sbilanciato a favore della grande editoria – anche per ovvie ragione di convenienza politica ed economica – e anche l’incubatore dei piccoli editori, iniziativa nata quest’anno per supportare appunto le più piccole realtà editoriali, mi pare ancora poca cosa rispetto a tutto il resto: apprezzabile, certamente, ma occorre fare di più se non si vuole che pure il Salone, più o meno indirettamente, finisca per favorire una situazione di mercato di natura oligarchica, in Italia.
Molto bello invece lo spazio dedicato al Cile, paese ospite di questa edizione del Salone – d’altro canto dal panorama letterario veramente ricco di notevolissimi autori, le cui immagini campeggiavano su grandi poster appesi al soffitto dello spazio: Neruda, Sepulveda, Bolaño, Coloane, Serrano – e cito solo i primi che mi vengono in mente, ma già sufficienti a rimarcare il rilevante valore della letteratura cilena, che avrebbe meritato un interesse del pubblico ancora maggiore di quello riscontrato.
Ecco, questo è stato, a (inevitabilmente) grandi linee, il Salone del Libro 2013. Un evento che ha saputo ancora una volta attrarre e affascinare un pubblico parecchio numeroso, offrendogli ciò che quello si aspettava di trovare con, io credo, forse un po’ troppa prevedibilità, ovvero troppa accondiscendenza verso la situazione di mercato attuale, in qualche modo subendola piuttosto che influenzandola – cosa che da un evento come quello di Torino ci si potrebbe anche aspettare. Pur con il suo incrollabile fascino, resistente anche in questi tempi magri come quello d’una cattedrale barocca in mezzo ad un deserto via via sempre più arido e che personalmente continuo comunque ad apprezzare (a differenza di molti che invece lo ritengono la lusinga di un ormai inutile carrozzone), probabilmente il Salone manca ancora di essere un buon volano per l’intero settore editoriale nazionale, una sorta di motore che ogni anno possa accendersi dando un prezioso impulso al comparto nella sua interezza. Comprendo benissimo che esserlo, in quest’era di crisi cronica e di smarrimento culturale, sia sempre più arduo, ma venire a conoscenza che proprio durante i giorni festosi del Salone l’Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle Biblioteche italiane e per le Informazioni bibliografiche (www.iccu.sbn.it) denuncia il rischio di chiusura perché non dispone più dei finanziamenti necessari alla gestione del Servizio Bibliotecario Nazionale (Sbn), ovvero della rete grazie alla quale vivono tutte le biblioteche italiane, rende la festa di Torino bella, sì, ma inevitabilmente anche un poco sguaiata.

Questa sera, alle ore 21.00, torna RADIO THULE con la puntata #15-12/13, live in FM e streaming su RCI Radio!

logo_radiothule_verticale_150Lunedì 20/05, ore 21.00, live su RCI Radio 91.8/92.1 FM e in streaming, nuovo appuntamento con RADIO THULE, anno IX, puntata #15!
Pronti ad ascoltare la radio come fosse una rivista da leggere, dalle pagine ricche dei più svariati argomenti? E’ giunta l’ora, questa sera, di sfogliare Cronache da Thule 3 e disquisire di libri, musica, idee, opinioni, facezie, disgrazie, considerazioni sul mondo che ci sta intorno serie oppure no… Cronache da Thule, ovvero il numero 3, per questa stagione, del magazine di Radio Thule!
In questa puntata si parlerà… Del più importante evento italiano dedicato ai libri e alla lettura, di una rock band e di un album fondamentale per la musica degli ultimi 25 anni, di uno sconcertante scempio ambientale perpetrato lo scorso inverno in Valtellina e delle sue conseguenze, di una affascinante mostra dedicata alle Alpi lombarde… E di molto molto altro! – il tutto, come sempre, ben accompagnato dalla consueta selezione musicale di alta qualità.

Per ascoltare RADIO THULE in streaming dal tuo pc clicca QUI, oppure QUI per lo streaming in HD o ancora QUI per lo streaming in UltraHD! E dal giorno successivo, qua sul blog, il podcast della puntata! Quindi, in un modo o nell’altro: save the date e stay tuned!

E’ on line il numero 108 – Maggio 2013 – di InfoBergamo!

E’ uscito il numero 108 – Maggio 2013 – di InfoBergamo, il primo mensile on-line bergamasco di cultura ed informazione, ovvero la più diffusa e letta web-rivista di genesi orobica, indubbiamente (fin dal nome, appunto!), ma di respiro, spirito e interessi assolutamente nazionali, se non di più!
Un nuovo numero al solito ricchissimo di contenuti di alto livello e di assai varia e assortita tematica, tra cultura, politica, società, arte, musica, libri, motori e molto altro. E’ ben difficile non trovare nel sommario letture interessanti e conseguenti ottime informazioni, nozioni e spunti di riflessione, cop_InfoBergamo_mag2013prova ne è il costante gradimento dei lettori, che nel corso del mese di Aprile sono stati quasi 90.000 – il miglior bollino di garanzia, questo, per un mensile che offre contenuti “importanti” e non certo articoli da mero e leggero svago mentale!
Come sempre, per InfoBergamo mi occupo di argomenti legati al mondo dei libri e dell’editoria, cercando di illuminarne certe evidenze e realtà contemporanee e, se possibile, offrine un punto di vista obiettivo e alternativo. In questo numero 108, ho (ri)acceso una indispensabile luce su una delle normative di legge vigenti nell’editoria tra le più travisate – in bene e in male – degli ultimi tempi: la cosiddetta Legge sul prezzo del libro ovvero Legge Levi, dal nome del deputato che ne è stato primo firmatario. C’è chi la sostiene a spada tratta considerandola una buona medicina per i mali che affliggono l’editoria nostrana, c’è chi la aborrisce come se viceversa ne fosse la pala che scaverà la fossa finale… Ma forse, il vero nodo della questione è altrove, come probabilmente hanno già capito in alcuni paesi esteri dove di normative regolamentanti il mercato editoriale ve ne sono già da tempo e, a quanto pare, funzionano anche bene. Nell’articolo, dal titolo I LIBRI COSTANO TROPPO, ANZI NO, TROPPO POCO! Il dibattito incessante intorno alla legge italiana sul prezzo del libro e le conseguenze sul futuro dell’editoria e di noi lettori, cercherò appunto di illuminare e riassumere al meglio il tema, sperando in tal modo di dare ai lettori la possibilità di comprenderlo meglio e di farsene una propria opinione libera tanto quanto consapevole.
Cliccate sul titolo sopra riportato dell’articolo oppure QUI per leggerlo direttamente ma, ribadisco, non perdetevi nulla dell’intero ultimo numero e di tutto quanto offre la piattaforma web del mensile, cliccando sull’immagine della copertina lì sopra ed entrando nel sito del mensile: InfoBergamo merita sul serio la vostra attenta lettura, e sono certo che non vi deluderà!

P.S.: tra l’altro, iscrivendovi a InfoBergamo (se non l’avete già fatto, chiaro!), oltre a ricevere la newsletter e, ogni mese, una discreta e-mail che vi informerà della nuova pubblicazione del periodico, potrete inviare alla redazione i vostri racconti, novelle e poesie o le vostre immagini digitali, che verranno pubblicate con il numero successivo del mensile…

MIA Fair 2013, Milano: la fotografia tra buliMIA, metoniMIA e anoniMIA…

Si è chiusa ieri a Milano la terza edizione della MIA Fair, la miglior esplorazione possibile che si possa compiere nella fotografia moderna e (soprattutto) contemporanea: Oltre duecento gallerie, ciascuna presentante un solo artista/fotografo – formula tipica della fiera milanese, che personalmente trovo molto funzionale e gradevole – e inoltre una sezione dedicata alle proposte direttamente scelte dalla direzione artistica MIA, una bella presenza dell’editoria di settore, molti eventi di contorno, il tutto ben organizzato dal team guidato in prima persona da Fabio Castelli, l’inventore della fiera.
Visitare MIA Fair è veramente come compiere la migliore esplorazione possibile nella produzione d’arte fotografica odierna, come già dicevo poco sopra: si può capire piuttosto bene cosa si sta facendo, come lo si fa, le tendenze più in voga e, ovviamente, pure le “devianze” verso futilità e sciatterie più o meno accentuate. Ormai la fotografia, da figlia di un dio minore come è stata considerata dal mondo dell’arte fino a poco tempo fa, è diventata non solo membro effettivo di esso ma pure, per così dire, onorario – come ho potuto constatare anche al MiArt, per restare in ambito milanese, ovvero altrove in altri eventi artistici recenti. La fotografia tira parecchio, non c’è che dire, ed è forse oggi uno dei MIA_logo_photomedia artistici più in grado, potenzialmente, di fare onore a quelli che sono gli scopi stessi dell’arte in quanto espressione dell’umano intelletto; innegabilmente ciò è dovuto pure alla relativa facilità produttiva e alle infinite possibilità date dall’elaborazione digitale, che possono certo creare inaspettati capolavori ma pure mostruosità indicibili – l’onnipotenza della tecnologia mi pare che a volte faccia uscir di senno qualcuno fotografo, artista o che altro, nella falsissima e pericolosa convinzione che tutto possa essere considerato “arte” se dotato d’una qualche “elaborazione” (in senso generale) la quale, più o meno direttamente, possa giustificare un significato profondo e (pseudo)filosofico a immagini viceversa d’una banalità sconcertante…
Insomma: quei tre termini con i quali ho costruito il titolo di questo post – giocando come mio solito con le parole, le rime e i concetti – credo possano abbastanza ben riassumere le sensazione che ho ricavato dalla personale esplorazione della MIA Fair di quest’anno.
Partiamo con bulimia, ovvero “grande fame” – di fotografia, ovviamente: come dicevo, l’interesse attorno all’arte fotografica è costante se non sempre crescente, nonostante i tempi magri che stiamo vivendo. Molti prezzi di opere esposte sono certamente accessibili a tanta gente, e si è ormai creato un collezionismo e un mercato di genere sostanzialmente diverso rispetto a quello dell’arte visuale “classica” nonché piuttosto vasto, che giustifica una produzione di lavori imponente, con tutto quanto ciò comporta in termini di livellamento della qualità per eccesso di quantità, appunto. Ma se finché il “tiro” suddetto tiene ci può essere posto per tutti, non ho potuto non notare un po’ meno fremito del pubblico tra gli stand, rispetto allo scorso anno… Mi aspettavo un maggior affollamento interessato, insomma, nella giornata di apertura della mostra più nazionalpopolare quale è sempre la domenica: non so se questo sia un segno di calo della fame, o di dieta forzata per evidenti carenze finanziarie di sempre più persone oppure, più semplicemente, perchè la fotografia è un media che più di altri può essere apprezzato, valutato e magari pure acquistato, almeno a livello di trattative iniziali, sul web. L’interesse e il tiro ci sono, lo ribadisco e me lo confermano molti galleristi con cui ho chiacchierato: forse il problema è opposto, ovvero c’è fin troppo da mangiare, ora, rispetto alla capienza degli stomaci, e ogni tanto una insalata leggera ci sta anche bene!
Metonimia, ovvero il sostituire una parola con un’altra di significato correlato o correlabile. Cioè, in tal caso: fotografia per arte, e viceversa. Correlazione esistente ed evidente, in certi casi, del tutto ambigua in altri se non forzata o peggio fasulla in alcuni. Come affermavo prima, la fotografia è diventata ormai membro d’onore del mondo artistico contemporaneo, ma ciò non significa automaticamente che tutti i lavori fotografici presentino un considerabile valore artistico, dacché a volte tale valore mi pare più affermato da un certo apprezzamento interessato di chi vuole spingere il lavoro in oggetto piuttosto che dalle peculiarità dello stesso. Insomma, per intenderci, forse certa fotografia sta nelle gallerie d’arte come una bottiglia d’acqua sta in una enoteca: non è detto che siccome l’involucro è lo stesso, anche il contenuto sia assimilabile… Ma, sia chiaro, di fotografia creata con intento autenticamente artistico ce n’è e anche di alto livello: nella produzione imponente immessa sul mercato di oggi, si tende forse troppo a fare di tutta l’erba un fascio, quando invece certe ben determinate distinzioni dovrebbero essere più fermamente mantenute, anche per non annacquare il valore complessivo della fotografia contemporanea e, indirettamente ma nemmeno troppo, dell’arte stessa.
Anonimia, infine, termine che è inutile spiegare, e il cui senso qui è facilmente intuibile. Come ha brillantemente affermato Pio Tarantini in uno scritto che ho ripreso tempo fa anche qui sul blog, che la fotografia, con tutte le sue enormi potenzialità digitali, ancora oggi tenda a riprodurre (e/o a imitare) quanto già fatto dalle altre arti visive e in particolare dalla pittura, è una cosa parecchio discutibile. Sarebbe come avere tra le mani un computer potentissimo e utilizzarlo a mo’ di calcolatrice… In questa edizione della MIA mi è parso di vedere ben poca sperimentazione, poco coraggio e intraprendenza, mentre ho notato una certa standardizzazione di molta produzione su immagini che, evidentemente, sono ritenute quelle di maggior impatto, ergo di miglior apprezzamento da parte del pubblico – con relative buone ricadute commerciali, ovvio. Ugualmente, molta produzione rinnova con forme odierne ma sostanza “classica” cose già fatte in passato – anni ’50 e ’60 del Novecento, soprattutto – mentre non è ancora molto diffuso un approccio di matrice artistica alla creazione dell’immagine fotografica, la quale vive ancora molto, io credo anche troppo, di tecnica. Il che non significa certamente che tali immagini non siano belle – anzi, di brutte opere alla MIA ce n’erano assolutamente poche – ma di contro significa che esse, andando oltre la loro valenza estetica, alla fine non offrono granché.
Per finire, due nomi a mio parere rimarcabili tra i fotografi presentati in fiera: uno, Gian Paolo Tomasi (con Galleria Elleni di Bergamo), tra i pochi che ha veramente reso la propria fotografia un media del tutto artistico, capace di colpire l’occhio tanto quanto la mente e l’animo, illuminando e parimenti confondendo tutti ovvero instillando quello stato di estatico smarrimento che è sovente una delle fonti primarie della ricerca di conoscenza e consapevolezza sulla realtà d’intorno. Due, Piero Leonardi (proposta MIA), con la sua serie Purgatory, tutta giocata su variazioni del bianco in paesaggi apparentemente invernali ma che potrebbero benissimo essere altro ovvero ambientazioni indeterminate, metafisiche, ultra-minimaliste al punto da poter/dover essere colmate dalla percezioni e dalle visioni mentali del visitatore.
Per concludere: fiera bellissima, evento che resta imprescindibile, tempi grami anche per lo sfavillante sistema dell’arte del quale la fotografia è parte ormai integrante, con conseguente vago eppure percepibile momento di attesa, di stiamo-sul-chi-va-là-più-di-prima, di assestamento d’un mercato ancora piuttosto nuovo e probabilmente per questo non del tutto definito e definibile.
A Ottobre MIA Fair raddoppierà, e debutterà a Singapore: un format italiano di successo da esportare, o una fuga verso mercati più ricchi e intraprendenti? Vedremo, vedremo…

(P.S.: la foto in testa al post è di M.Tarantini)

Un tesoro prezioso tra le mura di casa. Le librerie domestiche e la loro importanza tanto fondamentale quanto, a volte, incompresa…

InfoBergamo_Aprile2013_350L’articolo a mia firma pubblicato sull’ultimo numero del mensile di informazione e cultura InfoBergamo – il 107 di Aprile 2013 – è dedicato a una risorsa culturale preziosissima che buona parte di noi ha sottomano, coscientemente o meno, e dotata di un’importanza pratica che sotto certi aspetti risulta inopinata e sorprendente: le biblioteche domestiche, ovvero le nostre piccole o grandi librerie di casa. L’articolo si intitola – significativamente – Un tesoro prezioso tra le mura di casa e vi dimostrerà non solo con asserzioni teoriche ma pure con il supporto di dati statistici “ufficiali” come il conservare in casa una buona libreria, il più possibile ben fornita di libri di valore, è una vera e propria “azione culturale”, un investimento prezioso non solo per noi stessi ma pure, senza esagerare, per l’intera nostra società, come insegnano anche certe nazioni nelle quali si legge ben di più che qui e che – io credo non a caso – funzionano molto meglio che il nostro paese…
Come al solito ve lo propongo, tale articolo, di seguito, mentre cliccando QUI potrete leggerlo nella sua versione “originale” nel sito di InfoBergamo (che potrete visitare cliccando invece sulla copertina dell’ultimo numero, lì sopra).
Buona lettura e, ancora di più, buona riflessione.

Ogni qualvolta una ricerca statistica che si occupi dell’ambito editoriale e della lettura di libri in Italia viene resa pubblica, è un po’ come se venisse reso disponibile uno scudiscio con il quale si viene fustigati: una pressoché certa occasione di dolore e di struggimento, per chi ama i libri! E’ inutile rimarcarlo ancora, ormai: la vendita di libri in Italia e la relativa diffusione della lettura rappresentano un tasto dolentissimo nel panorama socioculturale nazionale, che impietosamente quelle statistiche fotografano periodicamente, scatenando (giustamente, sia chiaro) la solita messe di considerazioni e di proposte per pensare e tentare un’inversione di rotta – cosa assolutamente auspicabile, per il bene di tutti e non solo di editori e lettori. E’ infatti altrettanto inutile rimarcare come niente più dell’opera scritta rappresenta bene il concetto di “cultura”, ovvero come libro sia il mezzo di diffusione culturale per eccellenza fin dalla sua invenzione: non un oggetto qualsiasi, insomma, ma un potente simbolo di civiltà e urbanità, – per come la cultura sia di esse da sempre la base fondamentale: basta infatti constatare i risultati opposti, in sua mancanza…
Poste tali premesse, proprio quelle statistiche così frequentemente pessimiste sullo stato della lettura dalle nostre parti offrono inaspettatamente pure una potenziale e notevole inversione di rotta, assolutamente considerabile anche perché alla portata di tutti e, soprattutto, senza che si debba far quasi nulla per metterla in atto!
Mi spiego: una recente (è stata pubblicata lo scorso Gennaio) ricerca commissionata al Censis dalla Fondazione Marilena Ferrari e intitolata “Il valore del bel libro”, è andata a indagare il rapporto tra gli italiani e l’oggetto-libro, sia dal punto di vista “estetico”, per così dire, che da quello del valore simbolico e culturale di esso. Tra i vari dati, emerge che ben il 65% dei giovani nella fascia d’età compresa tra i 18 e i 24 anni desiderano avere in casa libri da esibire e sfogliare, contro una media del 52% del campione complessivo. Ovvero: molti lettori italiani, ancor più se giovani, ambiscono a possedere a casa propria una piccola o grande biblioteca domestica, composta possibilmente da bei libri. Una questione culturale ovvero di identità, come spiega lo stesso Censis: il libro è un oggetto che rappresenta uno “scrigno di sapere”, fruibile ma anche mostrabile, quindi qualcosa la cui proprietà rappresenta un valore aggiunto più importante rispetto a quella di altri comparabili oggetti possedibili. Un altro interessante dato della ricerca evidenzia come in oltre la metà delle famiglie italiane (il 53,5%) sono conservati libri lasciati in eredità, con tutta probabilità volumi lasciati dai genitori e dei nonni. Ciò dimostra in fondo quanto affermato in principio, cioè che i libri non possono essere considerati alla stregua di un bene di consumo, ma hanno un ben maggiore valore intrinseco: sono il segno più tangibile del patrimonio culturale della propria famiglia, in pratica. Infatti solo il 17,8% degli italiani si disinteressa di ciò che accadrà ai loro libri quand’essi saranno passati a miglior vita, mentre l’82,2% spera che i propri eredi potranno godere, oltre che dei beni materiali, anche dei libri che verranno loro tramandati.
Insomma, avrete già capito come questi dati illuminino con estrema chiarezza l’importanza di possedere in casa una propria biblioteca personale, e di conservare in bella vista sugli scaffali domestici libri possibilmente di valore. Abitudine che ahinoi non tutti hanno, visto che più di una famiglia italiana su dieci (il 10,1%) afferma di non possedere libri in casa! D’altro canto, il vantare a casa propria una ben fornita libreria potrebbe sembrare un qualcosa che contrasta con l’altro ambito di conservazione editoriale-letteraria a nostra disposizione, cioè le biblioteche pubbliche (della cui fondamentale importanza ho già disquisito qui, nel numero di Gennaio 2013). E invece non è così, anzi avviene il fenomeno contrario: la ricerca del Censis rivela che quando si recano in biblioteca e vi osservano i libri conservati e disponibili, soprattutto se di pregio, 5 italiani su 10 coltivano il desiderio che alcuni di quei libri possano andare ad arricchire la loro biblioteca domestica. Insomma: non perché si ami tenere in casa tanti libri, non si possa restare assidui frequentatori di biblioteche! Semmai, appunto, frequentarle rappresenta un ulteriore ottimo stimolo verso la passione per i libri e la lettura nonché, con quel coltivato desiderio di possesso dei volumi più belli prima citato, un vitale incentivo pure per l’asfittico mercato editoriale nostrano!
Ma facciamo un passo in più verso il punto della questione. Possedere una buona biblioteca domestica è certamente motivo di vanto e segno di preziosa verve culturale e intellettuale; ma perché può rappresentare anche una potenziale e notevole inversione di rotta per lo stato e la salvaguardia della lettura, attuabile senza alcuno sforzo?
A tale domanda risponde un’altra ricerca con cadenza annuale, in questo caso firmata ISTAT e pubblicata lo scorso Maggio 2012 (usualmente in concomitanza con il Salone del Libro di Torino, il più importante evento nazionale del settore, come saprete) dal titolo “La produzione e la lettura di libri in Italia”. Da essa si può evincere un dato estremamente interessante e significativo, cioè che la propensione alla lettura è palesemente legata alle opportunità offerte dal contesto familiare: tre persone su quattro che dispongono di oltre 200 libri in casa leggono almeno un libro all’anno e nel 20% dei casi sono forti lettori. Ancora più eloquenti e importanti sono quei dati che nella ricerca ISTAT evidenziano un significativo incremento della quota di giovani lettori nelle famiglie nelle quali sono presenti libri in casa e, in particolare, in quelle dove la biblioteca domestica è più consistente. Infatti, se in media il 56,3% dei bambini e ragazzi tra i 6 e i 14 anni dichiara di aver letto almeno un libro, tale quota raggiunge il 75,1% nel caso in cui in casa siano presenti più di 200 libri, mentre la percentuale crolla al 20,8% se in casa non ce ne sono affatto.
Eccolo qui il punto della questione, dunque: se in casa ci sono libri, la passione per la lettura nasce e cresce da sé, e più ce ne sono più si diventerà lettori forti – con le ovvie virtù del caso. Ora capirete bene anche il perché del titolo che ho voluto dare al presente articolo, e del valore concreto e imprescindibile che i libri hanno, per chi li possiede ma pure, indirettamente, per l’intera comunità nella quale si vive: basta la loro presenza nelle nostre case per indurre in chiunque, e soprattutto nei più giovani (cosa a dir poco fondamentale, per il nostro futuro!), una sana e preziosa “educazione culturale automatica”, a far che il solo oggetto-libro ci invogli alla lettura, all’impegnare la mente e la fantasia nelle storie e nelle vicende narrate tra le pagine, ci stimoli alla conoscenza e all’uso virtuoso del nostro intelletto – magari di contro spegnendo qualche televisione in più, o concedendo ai suoi discutibili programmi meno attenzione del solito. E credo del tutto superfluo indicare quanto ciò sia importante per l’intera società, e per la civiltà che vi sta alla base: non è un caso che i paesi civilmente più avanzati e che meglio funzionano dal punto di vista sociale e istituzionale – le nazioni nordeuropee, classicamente – sono quelli in cui la quantità di libri pro capite letti annualmente è la più alta, e nelle cui case, soltanto guardandovi dentro dalle finestre, si possono assai spesso notare ampie e fornitissime librerie. Sorta di casseforti culturali in cui custodire una ricchezza veramente grande, un autentico tesoro prezioso che noi tutti possiamo avere, conservare (e possibilmente accrescere) tra le mura di casa nostra, il quale di sicuro non potrà che portarci ottimi frutti.
Per questo il conservare dei libri va ben al di là del mero acquisto e possesso e diventa un’importante e virtuosa azione culturale: è un vero e proprio investimento per il futuro, che ci costa veramente pochissimo ma che è in grado di renderci tutti più ricchi, di quella ricchezza il cui valore umano, statene certi, mai nessun capitale finanziario potrà eguagliare.