Doccia fredda

Ice-Bucket-Challenge (2)
Premessa (inevitabile): evviva il tirarsi in testa acqua ghiacciata se lo si fa per raccogliere fondi a favore di chiunque ne abbia bisogno* (e i malati di SLA, per i quali ora si stanno raccogliendo, ne hanno parecchio – soprattutto qui da noi, in questa miserrima Italietta)! Però mi chiedo: perché un’iniziativa divertente alla quale chiunque è libero di aderire ma anche no (intendo il tirarsi secchiate gelide in terra) rischia per l’ennesima volta di finire in volgare caciara? Tra web-esibizionismi, accuse varie (quello ha dato tot e quella invece una miseria…), snobistiche storture di naso e infinite chiacchiere vane e vanesie, mi viene da pensare che: 1) ogni singolo euro donato a favore di chi ha bisogno è oro colato (e più sono meglio è, inutile dirlo); 2) si può benissimo donare senza esibirsi sul web e senza per ciò passare per antipatici, ovvero senza doverlo dire a chicchessia; 3) il massimo sarebbe se, passata la moda di ‘sto Ice Bucket Challenge (perché per i più sarà, ahinoi, mentre in origine non lo era e non lo è), le donazioni a favore dei malati di SLA (e di mille altre situazioni di bisogno) continuassero e magari aumentassero, anche senza il bisogno d’una secchiata d’acqua gelata in testa o d’altro del genere. Altrimenti sì, sarebbe una ben poco divertente doccia fredda – una terribile doccia gelida – per quei malati e per chi li aiuta a vivere una vita dignitosa.

*: Forse tale post non sembra di “interesse culturale” come quelli che solitamente pubblico qui nel blog ma, a ben vedere, un fenomeno virale del genere diventa (anzi, è già diventato) costume, seppur temporaneo, per quanto se ne parli e se ne scriva: ergo, è cultura. Pop, trash, idiota o virtuosa, di un’estate oppure no, la sostanza non cambia. E se lo diventasse in toto, ovvero ottenendo di accendere in maniera definitiva l’attenzione sulle innumerevoli situazioni di bisogno che il nostro mondo contemporaneo presenta – e la SLA è una di esse – sarebbe la migliore delle iniziative culturali desiderabili.

Per scrivere bene bisogna andare in giro con le proprie braghe (Giovanni Civa dixit)

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Ecco, dicevo, quando ho iniziato non sapevo come scrivere, per me scrivevo come Maurizio Milani, cioè magari come lui, poi un po’ come un altro e poi mica lo sapevo più come scrivevo. Mi sforzavo di scrivere bene per dirmi “vé che sono capace”. Invece poi ho trovato un maestro, il maestro unico come lo chiamo io, come si chiama lui, che mi ha insegnato che per scrivere mica ti devi sforzare, cioè faticoso è faticoso scrivere, ma per farlo bisogna cercare le proprie braghe. Che poi quando le trovi non pensi che stai scrivendo, come andare in giro con le tue braghe, appunto, vai in giro ma mica ci pensi che sei dentro a un paio di braghe, mi diceva, se sono le tue.

Giovanni Civa, La ragione va agli asini e secondo me cio’ ragione, pag.9 (Senso Inverso Edizioni)

(E QUI trovate la recensione (?!) del suddetto libro.)

Un primitivo in “vacanza” (anche dal web)

Edward Hopper, "Sun in a empty room", 1963
Edward Hopper, “Sun in a empty room”, 1963

Tornato dalle vacanze, mi riconnetto al web (il mondo dove ormai tutti quanti siamo – voce e senso antropologico del verbo essere) con una vaga sensazione di rimorso, già… Per aver avuto il coraggio, anzi, la sfacciataggine di fare vacanza (assenza, ovvero “l’essere vacante; la condizione di un ufficio privo del titolare” – cfr. Dizionario Garzanti) anche dal web, dai social network, dai servizi di messaggistica e da tutto il resto.
Certo, uno smartphone ce l’ho anch’io, le varie notifiche le leggevo e ho risposto ai messaggi più urgenti ma, appunto, ho ancora l’illusione, o l’ingenuità, di pensare alla “vacanza” in ogni sua accezione e soprattutto in quella per me fondamentale di assenza – da casa, dal lavoro, dalla vita di tutti i giorni, dall’ambiente che mi vede attivo (volente o nolente) per quasi tutti gli altri 350 giorni dell’anno.
E la vacanza, in tal modo, non può non significare viaggio, non importa verso dove o quanto lontano: siano 10 chilometri o 20.000 il senso è lo stesso. Viaggio totale, del corpo e della mente, viaggio spaziale dunque e viaggio – se così posso dire – “temporale”, quanto meno per come la cadenza cronologica spesso rigida, a volte frenetica, che governa le nostre vite quotidiane può essere finalmente messa da parte e sostituita con altri ritmi e altri orari, almeno per due settimane. Inoltre, il “mio” viaggio deve essere mentale anche per poter essere vero, per poter visitare, esplorare, conoscere, comprendere e assimilare altri luoghi, altre genti, altre culture – che sia un paese lontano ovvero la montagna o la spiaggia a mezz’ora d’auto da casa, lo ribadisco, non importa ciò.
Per questo la mia vacanza è stata anche dal web, in quasi ogni sua forma interattiva contemporanea. E per questo, parimenti, sento quel rimorso di coscienza dovuto al fatto di essermi così assentato, per non aver intrattenuto conversazioni con i miei vari contatti come al solito, per aver fatto mancare i vari “mi piace”, per non aver letto tutte le notifiche, i post, i commenti. Mi dispiace molto di questo, e ora cercherò di rimediare a tutti i ritardi e alle eventuali mancate risposte, se ne devo; ma è stato (quest’anno come gli anni scorsi e come quelli futuri, lo dico fin d’ora) una sorta di “obbligo” al quale non ho voluto sottrarmi. Non sto ovviamente sostenendo, con ciò, che coloro i quali anche in vacanza restano connessi e attivi continuamente sul web sbaglino, anzi: è certamente la migliore e più giusta interpretazione, la loro, del prezioso concetto social del web contemporaneo, e in effetti il mio rimorso nasce anche dalla sensazione di rifiutare, con la mia “vacanza”, i grandi e meravigliosi vantaggi della connettività in rete oggi a disposizione di tutti, ovunque ci si trovi. La mia è semplicemente una scelta, probabilmente primitiva e anacronistica, che mi permetto di impormi (e imporre a chi è in contatto con me, il quale sia certamente libero di biasimarmi!) solo perché vale per due settimane all’anno, non di più. Due settimane nelle quali, se per tutto il resto dell’anno il web ci consente di viaggiare dovunque restando seduti a casa o in ufficio, decido di viaggiare nel mondo reale ovvero fuori dalla virtualità della rete, con le mie gambe, la mia mente e lo smartphone nello zaino, dal quale fuoriesce solo la sera in hotel. Ok, oggi mi è toccato perdere qualche mezz’ora per vagliare la montagna di messaggi ricevuti sulle caselle di posta e sui social network, senza dubbio, ma d’altro canto in tal modo ho riscoperto il piacere di riconnettermi al mondo virtuale e di riscoprire nuovamente tutte le sue potenzialità, proprio come quando si torna a casa dopo un periodo d’assenza e ci si bea di nuovo delle sue comodità. Per apprezzare al meglio una cosa, in fondo, bisogna ogni tanto sentirne la mancanza.

INTERVALLO – Riga (Lettonia), New National Library of Latvia

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E’ stata soprannominata Il Castello di luce, e l’immagine notturna qui riprodotta fa capire bene perché. La nuova Biblioteca Nazionale di Lettonia a Riga, progettata dall’architetto americano di origine lettone Gunnar Birkerts, sarà inaugurata ufficialmente il 29 Agosto 2014, e si configura come una delle più grandi, innovative e complete dell’intera Europa baltica. Il suo progetto si ispira a una leggenda del folclore lettone, quella del castello di luce edificato sulla collina di vetro, la quale narra che il fantastico castello sprofondò in un antico lago e risorgerà da quelle profondità lacustri solo quando i lettoni diverranno nuovamente padroni della loro terra. In effetti è quanto accaduto nel 1991, con l’indipendenza del paese baltico dal dominio russo/sovietico…
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Cliccate sulle immagini per visitare il sito web della biblioteca, oppure QUI per leggere un interessante documento (in inglese) sulla storia della stessa e sul progetto del nuovo edificio.

“Lucerna, il cuore della Svizzera”: una città, un viaggio un libro, una prossima (vostra) meta…

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Cliccate sull’immagine… poi QUI e magari poi QUI, o QUI.