Errando per antiche vie, da Cortina a Milano attraverso le montagne “olimpiche” e le loro realtà contemporanee

Oggi, 5 dicembre, è partita da Cortina d’Ampezzo Errando per antiche vie. In cammino da Cortina a Milano, una grande azione performativa per la quale artisti e pubblico percorreranno a piedi la distanza che separa Cortina e Milano (250 Km, 12 giorni di cammino consecutivi) tra il 5 e il 16 dicembre (a un mese e mezzo dall’inizio delle Olimpiadi), per raccontare il territorio che per la prima volta sarà messo sotto i riflettori internazionali grazie ai giochi olimpici 2026.

Ideato da Michele Losi – regista, performer e direttore artistico di Campsirago Residenza − con ORA – Orobie Residenze Artistiche e Danzare A Monte_Pluraldanza, Errando per antiche vie. In cammino da Cortina a Milano è una grande azione di cammino e performance con ben 12 giorni di cammino comunitario aperto a tutte e tutti e che vedrà il coinvolgimento di artisti e artiste, compagnie, associazioni locali, realtà culturali del territorio, reti nazionali; un progetto realizzato con la collaborazione di 10 comuni e oltre 20 enti del terzo settore che operano nella cultura e nel sociale.

Il progetto unisce l’attraversamento a piedi dei paesaggi montani delle Alpi e Prealpi a performance teatrali e di danza, presentazioni di libri, proiezioni di film e documentari, pranzi e cene di comunità, incontri e dibattiti: oltre 30 appuntamenti in 12 tappe per comporre una grande grande azione performativa e comunitaria. Con il cammino, e grazie alla sua natura partecipativa aperta, si vuole elaborare un racconto della montagna che si basa sulla responsabilità, sul protagonismo dei territori alpini e prealpini, sulla restanza di chi decide di vivere e lavorare in quota e nel margine, al di là della spettacolarizzazione legata alla narrazione olimpica.

[Veduta del nucleo di Campsirago, sul Monte di Brianza. Immagine tratta da www.campsiragoresidenza.it.]
Errando per antiche vie è un cammino che racconta la montagna che resta nell’ombra, quella delle fragilità, dei ghiacciai che scompaiono e dei grandi carnivori che fanno ritorno, dei giovani che lasciano le città metropolitane per abbracciare uno stile di vita più lento e consapevole, la montagna dei rituali, dei simboli. La montagna del contemporaneo, attraverso il coinvolgimento delle tante e diverse comunità che la abitano: vecchi e nuovi residenti, giornalisti, alpinisti, esercenti, accompagnatori e guide alpine, artisti e poeti, cittadini e istituzioni, alpeggi e rifugi.

Vi parteciperò anch’io, domenica 14 dicembre a Campsirago insieme a Luigi Casanova, presidente di Mountain Wilderness Italia, e al suo ultimo libro “Oro Colato”, da poco pubblicato per Altreconomia:

A breve vi darò altre info sulla giornata. Nel frattempo, cliccando qui trovate il comunicato stampa e il programma completo delle tappe e degli eventi che caratterizzeranno il cammino; il programma, e altri dettagli al riguardo, lo trovate anche sul sito web di Campsirago Residenza.

“Difendiamo la Montagna”: un coordinamento per la tutela e lo sviluppo equilibrato dei monti lecchesi (e non solo)

Martedì 2 dicembre scorso è stato presentato a Lecco con una conferenza stampa il Coordinamento “DIFENDIAMO LA MONTAGNA”, un nuovo soggetto che intende operare a favore dei territori montani della provincia di Lecco e delle loro comunità residenti mettendo in dialogo costante le istituzioni, l’associazionismo di montagna e ambientale, esperti e studiosi dei temi legati alle terre alte e la società civile.

Il Coordinamento è nato su iniziativa di alcune persone che si occupano a vario titolo di cose di montagna, oltre a esserne tutti quanto degli assidui frequentatori – Emilio Aldeghi, Arianna Cecchini, Paolo Galli, Ruggero Meles, Giovanni Ponziani, Silvia Tenderini e lo scrivente – e si è strutturato attraverso frequenti interlocuzioni con l’associazionismo di montagne e di tutela ambientale lecchese durate due anni, nel corso delle quali sono emersi vari temi e motivi che hanno supportato la decisione di costituire il Coordinamento – a cui hanno già aderito alcune associazioni mentre se ne attendono altre.

[Il servizio sulla conferenza stampa andato in onda nel TG di “UnicaTV” il 3 dicembre. Cliccate sull’immagine per vederlo, il servizio parte a 19’05”.]
Innanzi tutto la realtà del territorio montano lecchese, dotato di grandi valenze paesaggistiche, turistiche, culturali, identitarie oltre a rappresentare una cerniera prealpina fondamentale, non solo dal punto di vista geografico, tra la parte più antropizzata della Lombardia, quella a nord di Milano, e l’area prettamente alpina, quella retica e valtellinese. Valenze numerose e importanti delle quali però a volte la popolazione locale non ha piena consapevolezza, come si evince quando vengano proposte particolari iniziative di sviluppo turistico verso le quali il territorio, poste le suddette specificità, si presta molto.

Di contro, tanto in queste circostanze quanto in generale, è spesso carente se non del tutto assente il dialogo tra i decisori politici e istituzionali e la società civile, il che rende indispensabile la tessitura di una interlocuzione costante e consapevole tra istituzioni e comunità locale riguardo i processi decisionali e gli interventi proposti nei territori. Per questo il Coordinamento non nasce contro qualcuno o qualcosa ma proprio per diventare un media tra istituzioni, territorio montano, comunità e ulteriori soggetti funzionali al miglior sviluppo possibile della montagna lecchese.

[Il centro di Lecco con sullo sfondo il Resegone, insieme alle Grigne le montagne lecchesi per eccellenza. Immagine tratta da https://leccotourism.it.]
Dunque gli obiettivi di “DIFENDIAMO LA MONTAGNA”, oltre a quanto già ben intuibile nel nome e nel “sottotitolo” del Coordinamento sono quelli di (far) conoscere, analizzare, riflettere, informare, dialogare, se è il caso di contrastare ma innanzi tutto contribuire a mantenere sempre al centro territorio, paesaggio e comunità ovvero salvaguardia del territorio, sviluppo economico, sociale e turistico, bisogni e istanze della comunità nell’ottica già rimarcata del miglior sviluppo possibile per le montagne lecchesi.

“DIFENDIAMO LA MONTAGNA” è un Coordinamento assolutamente aperto, nel senso al netto di chi vi aderisce che chiunque – associazione, ente, gruppo sociale, soggetto privato – vi si può appoggiare stabilmente oppure in occasione di determinate circostanze e azioni, nella più totale libertà reciproca di movimento e opinione; anche per questo è stato definito in quel modo e non come “Comitato” o altro titolo del genere. Parimenti, il Coordinamento intende creare una rete di azione civica a favore delle montagne con le altre realtà simili che operano sulle Alpi italiane, nella certezza che «l’unione fa la forza» e fa anche massa critica a sostegno della tutela dei territori montani e in sostegno delle loro comunità.

[La home page del sito web del Coordimamento. Cliccateci sopra per visitarlo.]
Tutto quanto rimarcato finora è stato compendiato in un “Manifesto”, che indica le linee guida sulle quali si muoverà l’azione del Coordinamento. Inoltre è già attivo il sito web https://difendiamolamontagna.it/ nel quale si potrà trovare ogni cosa elaborata e messa in atto dal Coordinamento, la documentazione utile a conoscere i fatti di montagna lecchesi, la rassegna stampa, le iniziative organizzate oltre ovviamente allo stesso Manifesto e ai contatti, che si possono utilizzare da subito per qualsiasi comunicazione relativa all’attività del Coordinamento o segnalazione, richiesta, istanza, necessità e per ogni altra cosa che chiunque possa cogliere nel vivere, abitare e frequentare le montagne della provincia di Lecco.

Di altri termini così abusati, nei discorsi sul turismo in montagna, che anche basta!

A seguito dell’articolo pubblicato qualche giorno fa nel quale ho elencato alcuni termini talmente usati e abusati, nei testi e nei discorsi sul turismo in montagna e su cose affini, che parecchia gente proprio non ne può più di sentirli, numerosi amici (che ringrazio di cuore) ne hanno evidenziati altri parimenti sfruttati e consumati al punto che, oltre a diventare quasi irritanti, la loro stessa accezione ordinaria sfuma, perde senso, si storce, devia, si ribalta… Come rimarcavo nel precedente articolo, questo abuso di parole e formule – spesso ad mentula canis – è la manifestazione di un evidente impoverimento lessicale nella comunicazione a scopi turistici e similari, che la standardizza verso un livello sempre più basso, funzionale al mercato massificato e al consumismo dei luoghi (in fondo ciò che conta unicamente per i promotori di questi modelli di frequentazione turistica), e di contro del tutto antitetica alla narrazione delle valenze paesaggistiche, naturali, ambientali e culturali dei luoghi soggetti loro malgrado a quel lessico impoverito ma pure ai loro visitatori, nella cui percezione di quei luoghi si creano cortocircuiti disorientanti e parecchio dannosi.

E se invece si tornasse a raccontare i territori turistici in modi lessicalmente “normali”, senza slogan, luoghi troppo comuni, frasi fatte, banalità, termini abusati, iperboli assurde e quant’altro di linguisticamente opinabile, cercando di raccontare ciò che il loro paesaggio sa offrire invece di quello che vi si può acquistare?

Secondo me, se così si facesse, un po’ di problematiche che caratterizzano in negativo il turismo contemporaneo si risolverebbero rapidamente.

Comunque, eccovi un’altra “bella” (si fa per dire) infornata di terminologie e formule abusate, con l’invito sempre valido di segnalarne ancora altri e le vostre relative considerazioni, così da creare un piccolo antivocabolario turistico, tanto ironico quanto emblematico e utile:

  • Experience: ma quanto abbiamo vissuto male e ci siamo persi noi che fino a qualche tempo fa in montagna vivevamo “esperienze”? Che fortunati invece i gitanti di oggi che si godono le experience! Come? Dite che sono la stessa cosa? Be’, una differenza sostanziale c’è: l’esperienza la si vive e acquisisce gratuitamente, della “experience” si può godere solo se si compra e paga. È tutta un’altra cosa, in effetti.
  • Green: questo termine è un po’ la versione anglofona di “sostenibilità”, utilizzato ad mentula canis quando si voglia far credere che una cosa sia ambientalmente equilibrata senza prendersi la briga di specificare come lo sia e perché. Infatti sorge il dubbio che il termine nasconda un sottile inganno, che in realtà non sia “green” ma grin, che in inglese significa (anche) “sorriso enigmatico”, “sogghigno”. Come di uno che vi stia prendendo in giro, ecco.
  • Caleidoscopio di colori: temo sia la combinazione cromatica che assume il paesaggio nello sguardo di uno che abbia assunto allucinogeni. Se osservate un paesaggio e trovate che la gamma di colori risulti armoniosamente conforme al territorio e alle sue peculiarità geografiche o antropiche e non si manifesti in strutture simmetriche caleidoscopiche (appunto), beh… provate ad assumere allucinogeni, ecco!
  • Natura incontaminata: sono state trovate microplastiche e altre sostanze contaminanti persino sulla vetta dell’Everest e in Antartide, il che – purtroppo – rende la definizione ormai priva di senso reale e credibilità. Infatti chi la usa nel lessico turistico spesso sta fingendo che alcune aree naturali siano “incontaminate” per poterle così contaminare al pari delle altre.
  • Chilometro zero: in origine i prodotti così definiti erano quelli che si acquistavano presso l’azienda agricola del paese, oggi invece si ha l’impressione che tale formula stia subendo la stessa sorte di «Prodotto in Italia» per la quale basta che qualcosa venga confezionato entro i confini nazionali per essere definito così, anche se viene prodotto dall’altra parte del mondo. O forse si riferisce ai beni trasportati con veicoli acquistati a “km zero”?
[Ecco, per dire…]
  • Adrenalinico: fa il paio con “mozzafiato” e, visto come l’adrenalina in quanto neurotrasmettitore provoca effetti come l’accelerazione della frequenza cardiaca, l’aumento della pressione sanguigna e la dilatazione delle vie aeree, se qualcuno dovesse vivere «un’esperienza adrenalinica» in un «paesaggio mozzafiato» spero per lui che vi sia un medico nelle vicinanze. E con lui uno psicoterapeuta che, dopo la rianimazione, gli faccia capire che godere del paesaggio con maggior calma e serenità non è affatto una colpa, anzi.
  • Borgo abbarbicato: in effetti se un borgo è situato su un versante montuoso, spesso è “abbarbicato”, una peculiarità che peraltro, in un paese con diffusi dissesti idrogeologici come l’Italia, non è esattamente qualcosa da vantare a cuor leggero. Ma poi, sopra quale grado di pendenza del monte il borgo diventa “abbarbicato” invece che esser semplicemente situato su un pendio?
  • Inclusivo: è un termine certamente affascinante, questo, se non fosse che di frequente chi lo usa in certi contesti o per determinati ambiti non aggiunge chi o cosa possano e debbano includere. Con la sensazione che, in tali casi, il termine venga utilizzato con un’accezione paradossalmente esclusiva.
  • Splendida cornice: a volte ci si trova di fronte a certi dipinti, racchiusi in cornici notevoli, la cui qualità artistica è così discutibile che inevitabilmente si pensa: be’, vale più la cornice del quadro! Ecco: i paesaggi naturali pregevoli, come quelli frequentati dal turismo, di “valore” invece ne hanno così tanto che a nessuno verrebbe in mente di racchiuderli in una pur «splendida cornice», eccetto a quelli che invece non sanno coglierne e apprezzarne realmente la bellezza e, evidentemente, li considerano solo merce da agghindare e vendere.
  • Terra di contrasti: ecco un’altra di quelle formule suggestive e accattivanti che descrivono “qualcosa” ma nessuno capisce bene cosa. Con il risultato che, quando viene così usata al punto di diventare abusata, i veri «contrasti» che evidenzia sono tra le specificità della “terra” in questione e la turistificazione omologante che le viene imposta, a partire dalla banalità del lessico utilizzato.

Questo è quanto, per ora. Converrete che c’è di che ridere, riflettere, inquietarsi, inorridire… fate voi.

Ribadisco il mio grazie di cuore agli amici che hanno segnalato i termini e le definizioni i cui miei commenti avete appena letto: Maurizio Brini, Giovanni Grosskopf, Peter Hoogstaden, Cesare Martinato, Ettore Pettinaroli.

Stipendi che calano, skipass che aumentano e lo sci in un cul-de-sac

[Foto di Helena Volpi da Pixabay.]
A chi si occupa come me di montagna, dunque anche della sua frequentazione turistica in questi tempi difficili, viene inevitabile mettere a confronto le notizie che raccontano di come i redditi medi italiani (con il relativo potere d’acquisto) siano gli unici in Europa, insieme a quelli della Grecia, a essere diminuiti negli ultimi vent’anni (del 3,9%), e quelle che rimarcano i continui aumenti dei prezzi delle vacanze in montagna: ad esempio – visto che è appena cominciata la nuova stagione sciistica – quelli degli skipass, che per l’inverno 2025/2026 rincarano in media del 4/6% e che in soli quattro anni sono aumentati mediamente del 38% (!).

In effetti, lo sci contemporaneo appare per molti versi paradossale dal punto di vista economico anche più che da quello climatico. Ad oggi l’industria sciistica resta gioco forza un’economia irrinunciabile per molti territori montani, la cui gestione sempre più onerosa (anche in forza degli effetti della crisi climatica, ma non solo per quelli) costringe i responsabili dei comprensori sciistici ad aumentare continuamente i prezzi, a prescindere dalle mire di certe località di diventare mete di lusso – anche se ciò diventa un impulso e una giustificazione ulteriori per quegli aumenti.

[Infografica tratta da “Il Post.]
Tuttavia, come palesato dalle notizie sopra citate, la platea ad oggi ancora fondamentale per le stazioni sciistiche italiane, cioè quella del turismo nazionale, si sta sempre più restringendo in quantità di utenti e qualità della vacanza, il che costringe le stazioni ad attirare il turismo estero, per certi versi più redditizio ma per altri meno fidelizzabile e garantito, essendo più legato all’andamento del mercato turistico e ai relativi trend stagionali.

[Qui “Il Sole-24Ore” riassume gli aumenti in alcune delle principali stazioni sciistiche italiane per la stagione 2025/2026.]
Per restare attrattive e fronteggiare la concorrenza del mercato le stazioni devono costantemente investire in nuovi impianti, infrastrutture e servizi, accollandosi ulteriori costi che inevitabilmente, pur con le frequenti e discutibili iniezioni di soldi pubblici che la politica italiana riserva all’industria dello sci, finiscono per alimentare ulteriori aumenti dei prezzi al pubblico, con il risultato che la forbice tra accessibilità economica dell’attività sciistica e più in generale della vacanza invernale in montagna e sostenibilità per un pubblico sempre più ampio si allarga continuamente, ben oltre i limiti che molti utenti possono ritenere accettabili per le proprie finanze ordinarie. Nel frattempo, come accennato, il pubblico straniero oggi c’è e domani non si sa, magari diretto verso altre mete che intanto hanno accresciuto la propria attrattività turistica, sicché i corposi e costosi investimenti compiuti dalle stazioni rischiano di non essere finanziariamente ammortizzati, con conseguenti dissesti nei bilanci e ulteriori debiti da coprire. Come? Con altri aumenti dei prezzi, inevitabilmente.

Un gran “bel” cul-de-sac, insomma, nel quale le stazioni sciistiche si stanno infilando sempre più a fondo, consapevoli dei rischi crescenti per la propria sopravvivenza già a breve termine ma d’altro canto non sapendo che fare di diverso – o, meglio, non avendo la volontà e la capacità di farlo.

[Prestigiosi hotel di lusso in certe località e brutti condomini di seconde case vuote in altre: le due facce della medaglia turistica alpina.]
Per questo sostengo che la fine dello sci, in molte stazioni che ancora oggi resistono con i propri comprensori, ancor più che dalla (ovvero in correlazione con la) crisi climatica potrebbe essere cagionata dalla sostanziale, inesorabile insostenibilità economica e dalla conseguente implosione del settore ormai divenuto una bolla, salvo pochi casi tra i comprensori più strutturati e meno soggetti tanto al degrado del clima quanto alle variabili del mercato.

Una cosa è comunque certa: sulle nostre montagne lo sci, in gran parte, ha ormai il destino segnato, e lo affermo senza alcun sarcasmo ma con molto dispiacere.

Due “luna park”, diversi ma uguali

Date un occhio alle due immagini qui sotto:

Al netto del contesto visibile e delle debite proporzioni, vi trovate qualche differenza?

Io sì: la prima raffigura chiaramente un luogo di montagna, l’altra evidentemente no.

Fine, non trovo altre differenze sostanziali. Stesse funzionalità (sono due parchi divertimenti o luna park, se preferite), medesimo disordine delle attrazioni, identiche finalità meramente ludiche e, dunque, simili modalità di fruizione indotte.

Ma il luogo raffigurato nell’immagine in basso è Gardaland, che conoscete di certo, mentre quella dell’immagine in alto è, come accennato, la vetta di una montagna alpina di quasi 1600 metri di quota, l’Hartkaiser sopra Ellmau in Tirolo, Austria: e a me – senza volerne criticare direttamente la presenza lassù e chi ne fruisce, sia chiaro – pare un ottimo esempio di lunaparkizzazione del territorio montano, ecco.

Detto ciò, e a parte le mie opinioni al riguardo: giostre e attrazioni ludiche a 1600 metri di altezza per famiglie e bambini (ma non solo per loro, in verità) nel bel mezzo d’un paesaggio alpino di grande bellezza e ricco di cose meravigliose da vedere e visitare… accettabile? Ammissibile? È ciò che serve al luogo nelle specifico e alle montagne in generale per essere valorizzate e per attirare visitatori? O tutto ciò rappresenta una interpretazione errata dell’idea di fruizione del territorio montano se non una volgare banalizzazione del luogo e delle sue peculiarità ovvero il segnale di una carente consapevolezza culturale riguardo ciò che sono le montagne e che sanno offrire?

Inoltre: visto il target evidente di tali attrazioni, sono cose che servono realmente al pubblico che le frequenta per generare da parte loro interesse, attenzione e fascino nei confronti delle montagne, oppure deviano e inquinano da subito queste qualità, necessarie ad un autentico godimento del paesaggio montano, tanto negli adulti quanto, cosa ben più grave, nei piccoli, assuefacendoli a una montagna iper-infrastrutturata e di contro disabituandoli alla conoscenza e alla consapevolezza della natura autentica (sia in senso ambientale che culturale) delle terre alte ovvero alla loro specificità identitaria rispetto alle zone metropolitane più urbanizzate?

Che ci siano giostre a non finire a Gardaland, ovvero in una zona già ampiamente antropizzata, ci sta; che vi sia un contesto simile sulla cima di una montagna delle Alpi – e che ce ne siano a decine per tutte le montagne alpine e appenniniche, di forma varia ma uguale sostanza, nel bel mezzo di un contesto geografico, naturale, ambientale che dovrebbe sorprendere ed entusiasmare chiunque senza bisogno di tali manufatti ludici – non sempre ci sta. Anzi, quasi mai.

Questo ovviamente non significa, per quanto mi riguarda, che non possano esistere contesti simili anche in montagna, ma certamente significa che tanti di quelli realizzati così di frequente hanno ampiamente superato i limiti di decenza, di assennatezza e di contestualità che il luogo in cui sono installati avrebbe richiesto di osservare al fine di tutelarne la bellezza, l’attrattiva e l’anima alpestre.

Eppoi: siamo proprio sicuri che per divertirsi sulle montagne – soprattutto riguardo i più piccoli – ci siano bisogno di tutti questi pseudo-luna park così come delle altre infrastrutture turistiche “da divertimento” e non siano più sufficienti prati, boschi, ruscelli, angoli naturali, vedute e panorami strepitosi, sentieri e percorsi in ambiente e, insomma, tutto ciò che la montagna sa offrire? E se fosse così, perché non sarebbero più sufficienti?

Sono domande, persino banali a pensarci bene, che i promotori di tutte quelle infrastrutture non si pongono, ovviamente, ma che chi ama la montagna o la frequenta con almeno un minimo di autentica passione qualche volta dovrebbe porsi, secondo me.

N.B.: l’immagine del “luna park” di Ellmau è tratta da questo articolo pubblicato sul sito della CIPRA, la Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi, a corredo – non casuale, ovviamente – di un articolato documento di osservazioni sulla nuova strategia europea per il turismo. Nel documento la CIPRA critica gli effetti negativi del turismo di massa e chiede un potenziamento dei trasporti pubblici e modelli turistici innovativi e adeguati alle specificità regionali e territoriali.