Le ragioni della natura e la nostra esperienza

[Cogne, Valle d’Aosta. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Regione Valle d’Aosta“.]
«La natura è piena d’infinite ragioni, che non furon mai in isperienzia.»

Così scrisse Leonardo da Vinci per rimarcare l’imprevedibilità delle forze naturali, contro le quali l’uomo può ancora fare ben poco, subendone le conseguenze sovente tragiche quando quella “ragione naturale” sfugge al nostro intendimento e a ciò che di conseguenza facciamo per cercare di governarla. Spesso inutilmente.

[Cervinia, Valle d’Aosta. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Regione Valle d’Aosta“.]
Agli amici della Valle d’Aosta e del Ticino, regioni particolarmente colpite dall’ultima ondata di maltempo in modi che nessuna ragione umana avrebbe potuto pensare, va tutta la mia solidarietà. Che singolarmente non conta nulla, ovvio, ma che mi auguro possa unirsi alla vicinanza di tanti altri che nel vedere immagini come quelle qui riproposte hanno sentito il proprio animo rabbuiarsi.

[Valle Maggia, Cantone Ticino. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Radiotelevisione Svizzera“.]
Se non possiamo fare esperienza delle ragioni della natura, come scrisse Leonardo, noi uomini almeno di quelle immagini e di ciò che raccontano la dobbiamo fare. Necessariamente.

Il mistero irrisolto della Civetta

[Tramonto sul paese di Alleghe sovrastato dalla mole della Civetta illuminata dall’ultimo Sole. Foto di Riccardo Trimeloni su Unsplash.]
Le Dolomiti sono una delle regioni più affascinanti delle Alpi non solo per la particolare bellezza delle loro montagne ma pure perché questa bellezza è alimentata da tanti altri fattori intriganti, e uno dei maggiori è certamente quello della toponomastica. Le vette dolomitiche in effetti hanno spesso degli oronimi particolari, molti dei quali con un’origine che tutt’oggi appare incerta e “misteriosa”.

Il monte Civetta, ad esempio, che delle Dolomiti è una delle vette più belle oltre che alpinisticamente più ambite. C’entra con l’oronimo il noto rapace, seppur sia ben poco diffuso sulle Alpi? E perché poi molti lo chiamano al femminile, la Civetta?

Il monte Civetta viene citato per la prima volta in un documento del 1665 con il nome di derivazione dialettale Zuita, mentre compare per la prima volta nella cartografia ufficiale in una mappa del Tirolo del 1774. Nella carta del Regno Lombardo Veneto del 1833 viene indicato con il nome di «M. Civita»: in effetti alcuni studiosi, tra i quali Domenico Rudatis – che passò alla storia anche come eccellente alpinista – fanno risalire il toponimo alla parola latina civitas, che indica un insediamento urbano non organizzato (una città non urbanizzata, in pratica). Anche Antonio Stoppani, nel suo Bel Paese, descrisse il monte Civetta così: «Avete mai visto una montagna più bella e più orrida? È la Civìta, detta anche Corpassa» definendola simile a una grande «città turrita e merlata», immagine che la visione della vasta e alta parete nord-ovest dalla zona di Alleghe e dell’alto Agordino può certamente suscitare, sebbene con buon uso di immaginazione.

Tuttavia il suddetto omonimo uccello notturno in qualche modo c’entra con la denominazione della montagna. Secondo alcune fonti, infatti, il riferimento alla civetta è dato dall’incombenza paurosa della montagna, la cui citata parete nord-ovest è tra le più alte delle Dolomiti (viene sovente definita la parete delle pareti), e per questo la stessa montagna venisse considerata stregata, portatrice di disgrazie proprio come il rapace notturno della superstizione popolare, che nel dialetto locale veniva chiamato la zuita, femminile, e ovviamente non al zuita, maschile. Il grande scalatore Emilio Comici virò tale interpretazione in chiave alpinistica sostenendo che veniva chiamata in questo modo «parchè la incanta»: egli d’altronde non si fece incantare più di tanto dalla montagna, visto nel 1931 che firmò, con Giulio Benedetti, una delle vie più famose e difficili che superano la suddetta parete nord-ovest. Un altro grande scalatore dell’alpinismo pioneristico, Paul Grohmann, confermò l’interpretazione ornitologica del nome sostenendo, molto semplicemente, che la montagna «assomiglia a una civetta», forse con ciò dimostrando di esserne rimasto incantato fin troppo.

[La parete nord-ovest della Civetta. Immagine di pubblico dominio.]
A definire meglio l’interpretazione oronomastica legata al rapace notturno ci pensò Giovanni Angelini, grande conoscitore di queste montagne che sulla Civetta (al femminile dunque, perché sia valida l’interpretazione della città turrita, sia quella del rapace notturno, sempre di quel genere si tratta) ci scrisse alcuni libri. In uno di essi, Civetta per le vie del passato, scrive che l’immagine a cui si deve fare riferimento non è quella del piccolo rapace notturno, cioè occorre pensare non alla civetta appollaiata in agguato precisa Angelini ma bisogna figurarsela nell’atto di spiccare il volo ad ali aperte, con vista da nord est, cioè dalle alture zoldane al confine con la Forcella Staulanza. Soltanto così, di scorcio, la bella sommità si erge rostrata. Cosa che verrebbe dimostrata dal fatto che la montagna venga chiamata Zuita sia sul versante agordino che su quello zoldano, dal quale la grande parete nord-est non è visibile il che casserebbe l’interpretazione della civitas turrita.

Mistero risolto, dunque? Niente affatto, perché pare che la gente dei territori ai piedi della Civetta sostenga ancora che il nome non abbia alcun legame con l’italiano “civetta” ma si riferisca a quel termine latino civitas dal quale viene l’oronimo primitivo «Monte Civita», riportato sui vecchi documenti, come già visto, ai quali essi conferiscono una maggiore e più affidabile ufficialità toponomastica.

Il “mistero” permane, quindi. Ma, nel caso della Civetta come di altre montagne dal toponimo dubitabile, mi sembra di poter dire che tale incertezza non va affatto a scapito della bellezza e del fascino della montagna, ma, anzi, ne rappresenta un ulteriore elemento di fascino e di attrattiva. Come se tale suggestivo “mistero” toponomastico conferisca e alimenti un costante interesse, curiosità, desiderio di maggior conoscenza dunque, per molti versi, doni vitalità alla montagna tanto nella geografia locale quanto, e anche più, nella mente e nell’immaginazione dei residenti e dei visitatori i quali, che nelle sue forme ci vedano una città turrita oppure una civetta con le ali spiegate, credo vi ritrovino comunque lo spettacolare, attraente fulcro di un paesaggio di rara magnificenza.

Il maltempo estremo nelle valli alpine, tra rassegnata abitudine e necessaria prevenzione

Sono terribili e inquietanti le immagini del maltempo che ha colpito molte valli alpine, alle cui genti va tutta la vicinanza e la solidarietà, per quel che può servire. Luoghi di bellezza naturale assoluta che in breve tempo si sono trasformati in specie di gironi infernali nei quali non il fuoco ma l’acqua si è abbattuta con inaudita violenza su ogni cosa dando la vivida e spaventosa impressione di non poter lasciare scampo a niente e nessuno. Non che i danni provocati dal maltempo altrove siano meno terribili, ovviamente, ma di certo immagini come quelle giunte da Noasca, in Valle dell’Orco, con la Cascata di Noaschetta che letteralmente esplode dal pendio sopra le case del paese e rende furiose le acque del torrente Orco, fanno veramente paura. E il maltempo poi non risparmia nessuno, piccoli comuni come Noasca e grandi località rinomate come Cervinia – al pari di paesi ben più efficienti e organizzati, oltre che dotati di una migliore gestione dei territori, come la Svizzera.

Purtroppo questi episodi sono l’ennesima manifestazione dell’estremizzazione in corso dei fenomeno meteorologici nonché della loro crescente frequenza, che fa dei territori montani, già di norma delicati e fragili, zone che abbisognano di un’attenzione assai sensibile, ben più che in passato, quando ancora il cambiamento climatico non era in corso con effetti importanti. Se resta come sempre ineludibile la predominanza della Natura e delle sue forze sulla pur ipertecnologica civiltà umana odierna – la quale a volte invece si sente invincibile al punto da credere di poterle imbrigliare e controllare, quelle forze, finendo inesorabilmente per essere strapazzata e vinta – risulta sempre più indispensabile costruire (a volte ri-costruire) l’equilibrio tra uomo e Natura nell’ottica della realtà corrente e in divenire, che evidentemente non è quella di solo pochi lustri fa e non sarà la stessa che vivremo tra venti o trent’anni. Per fare ciò, occorre innanzi tutto destinare risorse molto maggiori a tale attività di quelle fino a ora stanziate (scarse anche per l’altrettanto scarsa attenzione della politica nazionale verso la questione), ma ancor più bisogna elaborare una consapevolezza ecoambientale finalmente piena e compiuta, che in tal modo faccia da solida base d’azione per l’efficiente e virtuosa gestione politica dei territori, senza più ideologismi di qualsivoglia natura e progetti dall’impatto ambientale a rischio troppo elevato quando non da subito palese, dei quali purtroppo le nostre montagne, e le iperturistificate Alpi in particolare, sono già oggi fin troppo piene.

Chissà se dalle devastazioni cagionate ai territori, dalla sofferenza e dai disagi che le comunità residenti devono sopportare sapremo tratte delle utili lezioni per il futuro, oppure se già domani ci saremo dimenticati di tutto quanto e torneremo a pensare cose del tipo «sono eventi eccezionali, non accadrà di nuovo!»

Già, chissà.

In calce a quanto sopra, sono molto d’accordo con quanto ha scritto questa mattina Pietro Lacasella su “L’AltraMontagna”: «È curioso invece notare una generale assenza di preoccupazione per gli eventi meteorologici estremi che si sono abbattuti, negli ultimi giorni, sui territori montani. […] Viene spontaneo chiedersi il motivo di questo silenzio: forse perché la montagna, e i suoi abitanti, interessano solo quando offrono spunti di propaganda? Forse perché la montagna viene intesa unicamente come un luogo rilassante dove alzare i calici e trascorrere le vacanze? Forse perché questi eventi meteorologici probabilmente si inseriscono in un quadro di cambiamento climatico già previsto dagli esperti, che disturba le coscienze, ma sostanzialmente ignorato dall’attuale classe dirigente?»

Alberto Paleari, “L’attraversamento invernale delle Alpi. Dal lago Maggiore al lago dei Quattro Cantoni”

Di attraversamenti sciistici invernali della catena alpina ce ne sono stati parecchi, dal primo del 1956 compiuto da due squadre rispettivamente capitanate da Walter Bonatti e Bruno Detassis – che per allora fu un’impresa quasi epica – alle traversate contemporanee e spesso con protagonisti ugualmente rinomati, come quella compiuto di recente dal noto scrittore-esploratore francese Sylvain Tesson. Si tratta di traversate “per la lunga” delle Alpi, generalmente da est a ovest, le più lunghe e complicate dunque più difficili ma anche le più “ordinarie” nel loro criterio puramente geografico e orografico. Di traversate con gli sci “per la larga” della catena alpina invece non ce ne sono molte documentate, essendo innanzi tutto meno “logiche” – in fondo le Alpi si potrebbero attraversare da sud a nord o viceversa in mille modi con altrettante diverse rotte – ma non per questo risultano meno sciisticamente laboriose, e possono offrire numerose altre “logiche” che diano loro un senso.

Alberto Paleari, guida alpina ossolana e prolifico scrittore, decide di intraprendere con due amici una traversata sciistica invernale delle Alpi unendo due dei principali laghi alpini, l’italiano lago Maggiore e lo svizzero lago dei Quattro Cantoni, con uno scopo preciso: raggiungere la città di Altdorf, nel Canton Uri, e portare il proprio omaggio al mito fondativo elvetico per eccellenza, Guglielmo Tell, il cui monumento adorna la piazza centrale della città.

Il viaggio è raccontato da Paleari in L’attraversamento invernale delle Alpi. Dal lago Maggiore al lago dei Quattro Cantoni (MonteRosa Edizioni, 2017, 202 pagine), ed è il diario di un’avventura vera e propria oltre che pienamente compiuta: non solo scialpinisticamente, anche geograficamente, storicamente, sul piano culturale e dal punto di vista antropologico, per come la rotta percorsa dalla piccola squadra guidata da Paleari diventa il fil rouge narrativo dei territori, dei luoghi e dei paesaggi attraversati []

[Alberto Paleari, al centro, e i due amici protagonisti della traversata ai piedi del monumento a Guglielmo Tell di Altdorf. Foto di Alberto Paleari.]
(Potete leggere la recensione completa di L’attraversamento invernale delle Alpi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

“Nei Sentieri Selvatici” e più spettacolari dell’Adamello, prossimamente

[La sommità dell’Adamello, 3539 m. Foto ©Mauro Speziari.]
Il Parco dell’Adamello è senza dubbio tra le aree protette più belle e importanti delle Alpi italiane, comprendendo nel proprio territorio la raggiera di vallate che hanno origine dal versante lombardo della calotta del Ghiacciaio dell’Adamello, il più grande d’Italia.

È un territorio ricco di meravigliose peculiarità, a volte poco conosciute, attraverso le quali la natura alpina si manifesta all’ennesima potenza, così come nel tempo si è manifestata una relazione umana altrettanto peculiare (nel bene e nel male) con queste montagne dalla quale scaturiscono innumerevoli narrazioni di grande fascino e suggestione.

In un contesto del genere, così potentemente alpino, sono ben lieto di darvi notizia del prossimo inizio di “Nei Sentieri Selvatici”, una rassegna di cammini geopoetici che il Parco Adamello ha organizzato e ideato insieme all’autore Davide Sapienza proprio per valorizzare il legame tra geografia e poetica nell’ambiente alpino del Parco e della Riserva della Biosfera Valle Camonica-Alto Sebino. E posso asserire con certezza assoluta che non c’è persona, autore, guida, nume migliore di Davide per andare alla scoperta e alla conoscenza del territorio camuno.

La rassegna propone cinque appuntamenti, tra luglio e ottobre: sarà ufficialmente presentata martedì prossimo 2 luglio, alle ore 14.30, nella Sala Cemmi presso la sede della Comunità Montana di Valle Camonica, in Piazza Tassar, 3 a Breno.

Invece il primo appuntamento è fissato per sabato 13 luglio 2024 e s’intitola 𝗘𝘀𝗽𝗹𝗼𝗿𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗶𝗻 𝗩𝗮𝗹 𝗦𝗮𝗹𝗮𝗿𝗻𝗼, una delle più emblematiche vallate della zona, che nel Novecento ha conosciuto il più forte sviluppo dell’industria idroelettrica (insieme alla Val d’Avio) ma che offre molti altri spunti esplorativi importanti. Non a caso qui già nel 1883 sorse uno dei primi rifugi del versante camuno dell’Adamello, il Rifugio Val di Salarno, sostituito nel 1908 da un più moderno rifugio dedicato a una figura chiave della storia camuna, l’avvocato Paolo Prudenzini, che tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi anni del Ventesimo Secolo esplorò profondamente il Gruppo Adamello. Sulle sue tracce, e con la guida preziosa di Davide Sapienza, i partecipanti potranno respirare la “poetica” di chi scorse nella montagna un orizzonte comune e tutt’oggi ineludibile.

[Veduta della Val Salarno dall’alto del passo omonimo, 3158 m. Foto di SPIW, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
I posti sono limitati, l’iscrizione è possibile qui: https://bit.ly/EsplorandoInValSalarno. L’invito che vi sottopongo per parteciparvi è caloroso, e non solo per il periodo estivo in corso!

“Nei Sentieri Selvatici” è una iniziativa della Comunità Montana Valle Camonica (Parco Adamello + Riserva della Biosfera Valle Camonica-Alto Sebino) con l’Officina Culturale Alpes (alla quale mi onoro di fare parte), il che è garanzia di qualità e fascino assoluti.

P.S.: e chi volesse scoprire perché l’Adamello si chiama così, dia una letta a questo mio articolo di qualche tempo fa.