Gian Paolo Serino

SerinoQuesto qui sopra è Gian Paolo Serino, critico letterario.
Posto che a me non piacciono (anzi, vi rifuggo proprio) espressioni assolutiste come “il più… di“, “il migliore” e così via, dirò che se mi dovessero chiedere chi sia, a mio parere, che di letteratura in Italia – intesa come libri/lettura e intesa come mondo, ambito particolare – ne capisca parecchio, ecco, mi verrebbe in mente lui.
Perché uno che dichiara pubblicamente cose come

In Italia di scrittori ce ne sono pochi, ci sono molti narratori.

o come

Bisogna tornare a dare un peso alle parole. Uno scrittore, prima di pubblicare, dovrebbe pensare che si sta trovando davanti a un patibolo e non esisterà un’altra volta. Un’altra volta è per i narratori, non per gli scrittori. Gli scrittori dovrebbero scrivere libri come se dovessero essere decapitati il giorno dopo.

è uno che ha capito moltissimo, di libri e letteratura, anzi, quasi tutto (e metto “quasi” in ottemperanza di quanto sopra detto).
Se volete sapere meglio chi sia (ovvio, se già non lo conoscete), qui c’è la sua pagina facebook (dalla quale traggo la foto lì sopra), e qui una illuminante intervista dal sito della Write and Roll Society (pure della quale vi parlerò, a breve.)

No, beh… dico! Il Manuale delle Giovani Marmotte!

manuali_disney_1No, beh, dico!
E’ stato nuovamente pubblicato da Giunti, con riproduzione fedele, la storica prima edizione de Il Manuale delle Giovani Marmotte, originariamente pubblicata nel 1969!
Cioè, un libro fondamentale! – voglio dire, lo fu per me bambino, e io credo lo sarebbe ancora pure per i nativi digitali contemporanei, senza alcun dubbio. I quali, magari, alla fine troveranno più divertente costruire segnali con i rami nel bosco piuttosto di starsene a chattare sui soliti social – senza contare che, nell’immaginario disneyano di quegli anni ’50/’60 (immaginario in tal caso virtuoso e meno banalmente politically correct che oggi) il manuale in dotazione alle Giovani Marmotte assomigliava parecchio al web di oggi – un po’ come, per aspetti diversi, la celeberrima Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas Adams
Insomma, ben tornato. Regalatelo, voi adulti! (E magari leggetelo, pure, se non lo avete mai fatto!)

Gli ammutinati della grande nave Mondazzoli: codardi, prudenti, eroi o che altro?

Il gruppo di "ammutinati Mondazzoli", ora equipaggio della nuova "Nave di Teseo" varata da Elisabetta Sgarbi.
Il gruppo di “ammutinati Mondazzoli”, ora equipaggio della nuova “Nave di Teseo” varata da Elisabetta Sgarbi.

Da bravo insider nel mondo editorial-letterario nazionale trovo parecchio significativo e divertente (ma pure inquietante, a osservare dalla parte opposta) quanto sta accadendo intorno a Mondazzoli, la nuova e possente corazzata dell’editoria italiana nata dalla fusione di Mondadori e Rizzoli per dominare senza rivale alcuno i mari editoriali nazionali. E mi pare divertente oltre che consono pure restare nella metafora nautico-marina, visto che pure altri ben più titolati di me hanno deciso di avvalersene.
Or dunque c’è in corso un bell’ammutinamento con relativo abbandono della nave: prima Antonio Franchini, considerato uno tra i migliori editor italiani ergo punta di diamante di Mondadori, che prima del varo della nuova corazzata ha preso il primo salvagente che ha trovato e se ne è fuggito verso Giunti, vascello da diporto solcante acque apparentemente (per ora) più sicure. Poi è stato il turno di Roberto Calasso, marinaio di lungo corso e grande esperienza delle agitate acque editoriali italiche, che ha calato in mare la propria raffinata scialuppa Adelphi ed è tornato verso (proprie) rive più tranquille. Prima ancora la stessa cosa l’aveva fatta Rosellina Archinto con la propria omonima barca, ancor più piccola e dunque ancor meno bisognosa di irruenti flutti mossi da prue di navi troppo grandi.
Ora invece è la volta di un folto gruppo tra marinai e ufficiali, al comando dell’ammiraglia Elisabetta Sgarbi, che non solo abbandona la corazzata Mondazzoli ma addirittura vara pure una nuova imbarcazione editoriale, La Nave di Teseo (ecco perché poco fa dicevo che la metafora nautico-marina in corso m’appare divertente e consona) sulla quale prendono in largo vecchi e giovani lupi di mare quali Umberto Eco, Sandro Veronesi, Furio Colombo, Pietrangelo Buttafuoco e molti altri – pure con esperienze di navigazione in mari più esotici, come Tahar Ben Jelloun, Michael Cunningham e Hanif Kureishi.
Insomma, tirando le somme di tutto ciò, un ammutinamento bello e buono, appunto. E perché, poi, questa fuga peraltro parecchio urgente da una corazzata così possente e apparentemente dominante, dunque in grado di offrire notevoli vantaggi e risorse per chi a bordo di essa solchi i mari assai agitati, appunto, dell’editoria nazionale, oltre che irti di scogli e secche pericolose? Per un improvviso e irrefrenabile bisogno di libertà di navigazione? Perché qualcuno teme che la pur possente nuova nave faccia la fine ingloriosa della Costa Concordia, e per motivi simili? Per mere ragioni politiche – come già supposto da qualcuno?
Forse, la risposta più valida a questa domanda sta classicamente nel mezzo, e compendia queste come altre ipotesi in merito. Sicuramente, poi, ogni “ammutinato” ha sue buone ragioni e convenienze particolari, vista anche la differente sostanza dei natanti fuggiti. Nel frattempo mi viene di pensare già al futuro, ovvero alle conseguenze di tutto quanto sopra raccontato, e specularci sopra, dacché in ogni caso è in corso una bella tempesta nel mare editoriale italiano, le cui ripercussioni potrebbero risultare pesanti oltre che, almeno al momento, impensabili. E comunque, appunto, volendo speculare, vi dico che a mio parere, tra un tot di anni, la situazione potrebbe essere la seguente: una corazzata Mondazzoli che finirà frequentemente in acque basse – se non in pericolose secche – con i suoi comandanti i quali, constatando di non poter solcare maestosamente i mari editoriali come desiderato, penseranno seriamente di vendere l’intero naviglio a qualche altro armatore – magari estero, magari dotato di una nave ancor più grande e in grado di trasferire tutto il carico sulla propria per mandare la prima allo smantellamento; e tanti piccoli/medi/grandi (ma non troppo) navigli che solcheranno le agitate acque suddette navigando (salvo qualche caso fortunato) sempre più a vista tra scogli, iceberg, onde anomale, magari pure qualche pericolosa mina inesplosa, in certi casi preoccupati di vedere sugli strumenti delle loro plance di comando segnali economici frequentemente rossi e inquietantemente lampeggianti, e angosciati nel vedere il livello delle acque intorno ai propri scafi sempre più basso.
Già, perché alla fine, che si navighi su imponenti corazzate o su instabili bagnarole, quello che conta è che ci sia dell’acqua su cui navigare, e che ce ne sia a sufficienza. E l’acqua in oggetto, in qualsiasi mare editoriale, è portata da fiumi che si chiamano lettori, lettura, buoni libri, bravi scrittori, cultura diffusa, supporto istituzionale… Se viene a mancare quest’acqua fondamentale, beh, appunto, c’è e ci sarà ben poco non solo di che navigare, ma nemmeno di che nuotare.

P.S.: ah, ma guarda… stupidamente mi rendo conto ora che pure il nome di battesimo dell’attuale comandante della corazzata Mondazzoli è “Marina“! La metafora nautica è completa, dunque!

Con la cultura non si mangia… anzi no: non TI FANNO mangiare!

12112046_1104000772952045_4790945494532222734_nVe lo ricordate, no, cosa sentenziò pubblicamente quel noto ex ministro italiano in un frangente nel quale, assurgendosi a rappresentante e portavoce non solo del governo di appartenenza o un’intera classe politica ma dell’intero, strategico e ben radicato modus operandi alla base degli atti pubblici istituzionali… Con la cultura non si mangia disse. Già.
Ma se tale dichiarazione programmatica comprova in maniera indubitabile il “perché” della situazione di frequente sfascio del comparto culturale italiano, con conseguenti ricadute sociali e civiche, in verità sarebbe un poco da modificare, posta la realtà effettiva delle cose in tal senso: con la cultura non ti fanno mangiare. Perché qualcuno che mangia c’è, e solitamente non è mai colui che la cultura la produce, semmai è chi la cultura sfrutta per mere ragioni politico-gestionali (per stare seduto sull’ennesima poltrona istituzionale itaGliana, insomma). Invece chi la cultura la sa produrre, e spesso dimostrando un talento mirabile – in letteratura, in arte visiva, nel cinema, nel teatro e in tanti altri comparti culturali – inevitabilmente farà la fame. O meglio, verrà ridotto a fare la fame, almeno finché non troverà la porta giusta da aprire e ciò quasi sempre svendendosi alle bieche e distorte logiche commerciali (se non proprio consumistiche) che purtroppo da tempo hanno intaccato anche la cultura nazionale e che rifuggono da qualsiasi autentico talento creativo/artistico/culturale in genere come il fuoco dall’acqua. Per questo, anche nel campo creativo, sempre più “cervelli”, ovvero giovani culturalmente talentuosi, se ne vanno all’estero (vedi qui, ad esempio). Forse alla fine sfonderanno, forse no, ma certamente in ogni caso non saranno costretti alla miseria per non riuscire a valorizzare adeguatamente – o quanto meno sufficientemente – le loro capacità.
A meno che, un domani, qualcuno non ci spieghi come fare la spesa e pagare le bollette di casa con visibilità, creatività, talento, sacrificio, gavetta infinitaTutti valori che la nostra società non riconosce più, ormai.

H

H hSi, è la lettera “H quella lì sopra, maiuscola e minuscola.
Vi chiedo di partecipare con me a un grande esercizio di… ehm, civiltà, ecco. Copiate quella lettera e condividetela ovunque notiate che ve ne sia bisogno – e sono certo che troverete innumerevoli occasioni per poterla, anzi, doverla condividere. Su svariati siti web, sui social (un sacco, qui), nelle mail che riceverete – persino, come è capitato a me, nei comunicati stampa relativi a concorsi letterari (!!!)
Veramente c’è in giro un sacco di gente – non conta poi quanta sia: è sempre e comunque troppa – che evidentemente non la conosce o s’è scordata della sua esistenza, e non si rende conto di quanto fondamentale sia conoscerla, quella lettera, e usarla nel modo corretto. Veramente ‘sta gente non si rende conto che, al contrario, darà sempre di sé un’immagine parecchio brutta, indegna quasi – dacché è facile la considerazione, quantunque gratuita, che se uno non la usa o la usa male, l’H, chissà quante altre cose non saprà usare (mi vien da dire la testa in primis, ma non voglio sarcasmeggiare troppo!)
Ergo, ribadisco: copiate e condividete il più possibile. Aiutiamola, questa gente: magari non lo merita – in effetti è irritante constatare che non ci arrivino da soli, a risolvere tale mancanza – e per di più il nostro aiuto sarà di natura totalmente gratuita (magnanimità assoluta, già). Certo, potreste pensare che viceversa bisognerebbe fargliela pagare – sempre in senso linguistico-metaforico, eh! – ma vorrei di nuovo rimarcare la matrice civica di una tale donazione. Un civismo grammatico contro un drammatico stato di fatto, ecco.  Il quale civismo, poi, inevitabilmente ha e avrà ricadute positive su chiunque e qualsiasi cosa, statene certi – sui miei nervi in primis, senza dubbio!
Ah, ci sarebbe pure uno slogan bell’e pronto, per quanto sopra: “Usatela e correttamente, l’H, non mandate l’italiano in vacca!” Potreste scriverlo nel biglietto d’auguri per un bel dono natalizio di “H”, ecco. Forse chi riceverà il regalo non capirà cosa sia e a cosa serva, ma c’è da sperare che col tempo saprà rendersi conto di che dono assolutamente prezioso gli avrete fatto – e avrete fatto, ancor più, a chiunque leggerà le sue cose scritte.
Se invece in risposta al suddetto dono vi dirà qualcosa del genere “grazie, ma non o capito che regalo è”, beh, allora… passate pure alle vie di fatto. Per quanto mi riguarda, non avrò visto e sentito nulla.