“Intellettuali” o “pensatori”?

intellettualiConfesso che ogni volta odo proferito il termine “intellettuale” tendo sempre a inarcare il sopracciglio, quando non a percepire una specie di vago ancorché molesto bruciore di stomaco. Non certo per il termine in sé, semmai per l’uso che se ne fa sempre più spesso oggi ovvero per quell’accezione identificante piuttosto comune, e piuttosto comunemente usata a vanvera – dacché il senso originario del termine (“Nella concezione aristotelica erano definite intellettuali quelle virtù come scienza, sapienza, intelligenza e arte che consentivano all’anima intellettiva di raggiungere la verità”, per citare Wikipedia) mi pare assai svaporato nonché parecchio immeritato (si veda cosa già diceva Antonio Gramsci quasi un secolo fa al proposito!)

In ogni caso, da sempre a “intellettuale” preferisco pensatore. Perché tutti abbiamo un intelletto (“Intellettuale: che ha intelletto.”) e dunque, tutti siamo intellettuali? Potenzialmente sì, sostanzialmente giammai – in base al suddetto senso classico. Inoltre, tutti abbiamo un intelletto ma di frequente (e non dico di più) tale intelletto non genera pensieri.

Sia chiaro: la mia riflessione è meramente “umanistica”, per così dire, e svincolata da buona parte dei tanti dibattiti sull’intellettuale come esponente di una élite – il che, va da sé, è cosa sociologicamente inevitabile tanto quanto sostanzialmente sterile, a giudicare da come tale élite oggi agisca e dagli effetti che la sua azione intellettualistica consegue – o non consegue: ed è ciò che, nel caso, ne può generare un’accezione positiva o meno. Peraltro bisogna pure notare che la sussistenza di “élite intellettuali” è tipica di quelle società ove il livello di cultura diffuso – e dunque la capacità di pensare, per farla breve – sia scadente e/o decadente: sempre che un simile processo di letale contro-adattamento non venga manifestato pure dall’élite, in una sorta di situazione in cui è l’allievo ignorante, e non quello capace, che supera il maestro! (State pensando a quello – a quel paese – che penso io?)

D’altro canto, fu proprio l’intellettuale italiano moderno par excellence, Pier Paolo Pasolini, a rilevare come i rappresentanti della cultura alta e raffinata alla fine s’impegnassero in una critica sterile ed astratta chiudendosi in una sorta di casta – appunto – e assumendo un ruolo sostanzialmente conservatore (in verità non antitetico all’intellettualismo militante se culturalmente ben strutturato – cosa tuttavia oggi assai rara, in effetti), poiché vedevano nella società attuale solo connotazioni negative e lasciandosi andare al continuo rimpianto di una mitica “età dell’oro” ormai trascorsa (cito sempre da qui). Posto ciò, nonché quanto sopra detto, ove l’azione degli intellettuali, sia essa elitaria o meno, non porti almeno nel lungo periodo a una diffusa e virtuosa elevazione culturale della massa (anche partendo da una visione negativamente connotante, perché no, peraltro oggi ben più inevitabile di quanto già fosse 40 anni fa), a mio parere è da considerare fallimentare ovvero meramente e boriosamente autocelebrativa – che è in fondo quello che sosteneva Pasolini.

Insomma: “intellettuale” è termine di nobile origine ma di vita contemporanea via via alterata, per così dire. Meglio pensatore, ribadisco. Perché tutti possiamo pensare – dobbiamo pensare. Dovremmo essere – tutti, ribadisco – pensatori, ben più che “intellettuali”. Esattamente come il possedere un’auto non ci rende guidatori: dobbiamo guidarla, appunto, e guidarla bene, per esserlo veramente. Dunque, ci fossero meno intellettuali (vedi sopra, sempre) d’élite oppure no e più pensatori, ecco, credo che questo nostro mondo sarebbe un po’ meno storto – d’intelletto in primis – di quanto invece è.

Liberté, egalité, Macronité…

Quindi chi ha vinto, in Francia?

Emmanuele Macron sì, certamente, ma se il suo europeismo convinto non porterà ad un autentico e profondo cambiamento nelle istituzioni della UE (da dentro come deve essere, senza ridicole e surreali –exit di sorta: la Gran Bretagna non fa testo in merito, in primis per ragioni storiche), la vittoria potrebbe rivelarsi assai vuota di senso. Marine Le Pen no: troppo boriosa, prepotente, aggressiva, e stupidamente troppo populista per pretendere di diventare una rispettabile statista. Il Front National nì: piaccia o meno, è “il” partito di opposizione, oltralpe, ben più che la vecchia coppia repubblicani/socialisti, ma deve scrollarsi di dosso la pesante patina populista per trasformarsi in una credibile forza di governo di destra e non svanire altrimenti in una grottesca implosione.

Dunque, chi ha vinto, al di là delle percentuali? In realtà, nella politica di un paese democratico non vince realmente nessuno se a vincere non sono, in concreto, i cittadini: ci si dimentica troppo spesso che la pratica politica è nella sostanza fatta di azione ma nella forma è disciplina pienamente culturale – ovvero filosofica, specificatamente – e, in quanto tale, interessa chiunque e deve risultare proficua per chiunque. Come ha mirabilmente scritto Claudio Vercelli sulla propria pagina facebook, “Non ci difetta solo il presente ma anche e soprattutto la speranza del futuro. Non si può vivere senza un tempo a venire.”, affermazione che pare imparentarsi con quanto scrissi un po’ di tempo fa sul (così da me definito) Homo Achronicus, abulico prigioniero del presente. Ecco, da troppo le nostre società, e le classi politiche soprattutto, difettano d’una visione virtuosa e fattiva del futuro: in Francia come altrove vincerà veramente chi la saprà recuperare nelle basi culturali e nei fatti concreti. Altrimenti sul serio, e in modo definitivamente devastante, consegneremo le suddette società (e dunque tutti noi) nelle mani di populismi sempre più rozzi, biechi e ignoranti – proprio come quelli che già possiamo “vantare”, in Italia. Almeno, in Francia, il Front National una propria credibilità politica se l’è guadagnata – ripeto: che ciò disgusti o meno; in Italia, siamo ben oltre il fondo del barile della dignità politica, scavando sempre più in profondità nella me…lma.

P.S.: nell’immagine in testa al post, l’Europa dal punto di vista dei francesi!

“Racconti dal Lago” 2017: grazie!

Vorrei nuovamente ringraziare, anche qui, gli autori che hanno partecipato alla seconda edizione del Concorso Letterario “Racconti dal Lago” e che erano presenti ieri all’affollata premiazione dello stesso, svoltasi a Bellano – proprio in riva al Lago di Como, inevitabilmente! – nell’ambito della Xa edizione di “Piccoli Editori in Fiera”, durante la quale è stato pure presentato il volume che raccoglie i racconti vincenti, edito da Historica.

Per me, che del Concorso sono stato il curatore, è stato un vero piacere incontrare gli autori inclusi nella raccolta e, dopo aver letto, apprezzato e selezionati i rispettivi testi, constatare direttamente la loro genuina passione per la scrittura, per i libri e l’espressività letteraria nonché la fervida ed entusiasta capacità di recepire la bellezza del paesaggio lacustre di casa – peraltro tra i più belli al mondo – al punto da ricavarne della letteratura “dedicata” di notevole valore.

Appuntamento – salvo cataclismi imprevedibili – all’anno prossimo e alla terza edizione del Concorso!