Considerazioni “primaverili” (cioè a caldo ma non troppo) sul Salone del Libro 2016

salone2016«Beh, grazie, il Salone lo fanno in primavera, è ovvio che le considerazioni sul tema siano tali!» dirà qualcuno. Certo, scontato rimarcarlo; invece meno scontato lo è stato, l’evento torinese, fino a mica troppe settimane fa, rimasto a lungo pericolosamente barcollante per parecchi colpi di vento turbinoso (ma pure per proprie zoppìe, eh!) e invece alla fine rimesso in sesto con poderose e provvidenziali zavorre di dné (è dialetto piemontese e termine ben intuibile, credo) e ora appena chiuso e passato alla cronaca con le prime dichiarazioni dei suoi reggenti (riportare da numerosi media: io le ricavo da qui)… dalle quali si possono ricavare alcune considerazioni sul tema, appunto, e ancor più in vista dei cambiamenti già preannunciati (ma niente affatto determinati) per il prossimo anno.
Partiamo da quanto ha comunicato la presidente della Fondazione che organizza il Salone, Giovanna Milella:

Quest’anno abbiamo staccato 126.406 biglietti. Un risultato che va oltre quelli di dodici mesi fa. Si tratta di un più 3,1 percento in più rispetto al 2015, quando i tagliandi emessi furono 122.638.

Mmmm… attenta, presidente Milella, che a parlare di Salone e biglietti si rischia di entrare in un campo minato!

Abbiamo scelto di comunicare i dati più concreti, cioè i biglietti venduti.

Ah, ok. Certo, questo rende le false cifre sparate fino allo scorso anno (300mila e più biglietti… no comment!) ancora più irritanti, da un lato, e ridicole dall’altro, ma almeno si è ripristinata una apprezzabile (e inevitabile, d’altronde) obiettività. Di contro, non è detto che ai biglietti venduti corrispondano altrettanti ingressi effettivi al Salone, inoltre il dato può fare da cronaca e regalare ai giornalisti un po’ di facezie in più da riportare nei loro resoconti ma non credo sia il più importante e significativo – anzi, tutt’altro. Comunque, ribadisco, almeno i conti da questo punto di vista sono tornati, pare.
Andiamo avanti. Sempre Giovanna Milella:

Al Salone sorridono anche gli editori: Feltrinelli ha fatto registrare un più 5 per cento di vendite rispetto allo scorso anno, per De Agostini e Interlinea più  10, mentre Einaudi ha avuto addirittura un più 30 grazie soprattutto a “Scusate il disordine” di Luciano Ligabue. – (vabbé… – n.d.s.) – Meglio ancora ha fatto la casa editrice Sur (più 35), mentre Emos Audiolibri si è fermata ad un incremento del 15-20 per cento. Più 25 anche per Donzelli Editore, 30 per Perrone Editore, 40 per Blu Edizioni, più 20 per le Edizioni Del Baldo, più 30 per Giuntina. Poche le note negative: meno 10 per cento per Scritturapura, stessa performance per Miraggi.

Ecco: qui io, puntualmente, storco il naso, perché non credo proprio che lo scopo principale del Salone di Torino sia vendere libri, ovvero sia quello di essere una specie di mercatone del libro-sconto-fiera-prendi-3-paghi-2. No. E dico no perché che si vendano più libri al Salone (il che in sé mi può far pure piacere, sia chiaro) per poi leggere sulla stampa e sul web della costante moria dei librai – soprattutto di quelli indipendenti ovvero non di catena ovvero non con le spalle (più) coperte, che poi pure questi chiudono, eh! – mi pare una cosa del tutto fuori da ogni logica, seppur possa capire che il visitatore si faccia cogliere dall’entusiasmo dell’evento e compri quello che altrimenti non comprerebbe in un lustro. Peccato però che il salone duri 5 giorni mentre i librai debbano resistere per 360 giorni in più a combattere nella situazione di mercato che ci ritroviamo, e se (ragionando in linea di principio) qualche libro venduto al Salone in questi anni fosse acquistato in libreria, beh, qualche ruga in meno sulla faccia dei librai forse la vedrei.
Passiamo ora al direttore del Salone, Ernesto Ferrero, al suo ultimo mandato:

Questa manifestazione ha saputo arrivare a un grande risultato nonostante tutto. Ha vinto la squadra che si è dimostrata più forte di invidie e critiche anche eccessive, e delle enormi difficoltà finanziarie e burocratiche che potevano bloccarla.

Eh, l’ha detto, esimio (ex) direttore Ferrero: enormi difficoltà finanziarie e burocratiche. Che ora pare siano state risolte, ma si sa che di questi tempi di ostacoli simili ne spuntano all’improvviso come funghi, senza contare che il Salone deve comunque (anche) essere un’azienda (termine brutto ma consono) che crea utili e non perdite, come accaduto fino allo scorso anno. Purtroppo nessuno vive di aria e tanto meno (anzi, tanto peggio!) nell’ambito culturale, dove non solo di soldi non ce ne sono mai abbastanza ma quei pochi che ci sono si fa di tutto per farli sparire (perché “con la cultura non si mangia” (cit.), ricordate no?)
Di nuovo Ferrero:

Gli editori sono preoccupati di tutto questo parlare di cambiamento. Stanno assaporando il successo di quest’anno e già si sentono dire che andranno cambiate molte cose. A chi prenderà le redini raccomando di andare piano, documentarsi sui dossier, perché questa è una formula che funziona. Sicuramente da ammodernare, ma funziona.

Eh già, vanno cambiate (ancora) molte cose, al salone, se si vuole che la sua vita si allunghi di parecchio e resti in salute per lungo tempo. La formula funziona ma il rischio che diventi stantia (se non lo è già) è possente – con in più quella costante sensazione di mega-sagra paesana coi libri al posto delle salamelle che è simpatica, divertente, pure coinvolgente ma, in certi casi, parecchio avulsa dal concetto culturale (imprescindibile, se non vogliamo la trasformazione in non luogo del Salone e in non cultura dei libri) di letteratura e di lettura. Sia chiaro – lo voglio rimarcare con forza, a scanso di equivoci: il Salone del Libro di Torino è un evento più che importante, necessario per un ambito e un mercato editoriali così claudicante come quello italiano. Ma la sua necessarietà è strettamente correlata a quello che, a parere dello scrivente, è lo scopo fondamentale del Salone: il suo dover essere motore, propulsore, volano, fonte d’energia o che altro di simile per il mondo dei libri nostrano. E non solo in senso economico/industriale, anzi: soprattutto come basilare e omnicomprensivo evento di promozione della lettura per chiunque, ancor più per chi al Salone non ci viene, talmente evidente in questa sua missione da non poter essere ignorato da nessuno e da far che i suoi effetti posano spandersi nello spazio e nel tempo per l’intero anno, fino alla successiva edizione.
Per tale motivo, in fin dei conti, che si venda un tot di biglietti in più o in meno rispetto agli anni scorsi o che si vendano vagonate di libri, saranno pure cose belle e piacevoli ma conta poco o nulla. Un Salone quasi deserto ma le librerie piene di gente che compra in tutto il paese: questa sarebbe la condizione ideale che personalmente mi auguro. Restando, il Salone, un evento doveroso, lo ripeto ancora: ma che al dovere segua il piacere – della lettura, s’intende. Dacché, come dicono dalle sue parti, “Ghè mia na bèla scarpa, c’la divénta mia na sciàvata!” (“Non c’è una bella scarpa che non diventi una ciabatta”. Ecco.)

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Prossimo appuntamento con (Radio) Alice: Trieste, mercoledì 25 maggio, ore 18.30!

Alice_Radio-FragolaIl prossimo appuntamento con Alice, la voce di chi non ha voce sarà a Trieste, mercoledì 25 maggio alle ore 18.30, nell’ambito dei “Mercoledì de Il posto delle fragole”, rassegna di narrazioni ibride che anticipa il Lunatico Festival 2016, e in collaborazione con Radio Fragola. Anche questa volta con il sottoscritto sarà presente Valerio Minnella, uno dei “padri” di Radio Alice.

Quella di Trieste sarà una presentazione diversa dal solito – anche se, a dire il vero, tutte le presentazioni di Alice, la voce di chi non ha voce sono diverse l’una dall’altra! – perché non solo si racconterà della storia e della rivoluzione di Radio Alice ma pure, in generale, del fine sociale del media radiofonico e delle sue potenzialità originarie, storiche e contemporanee in tal senso. Ciò grazie anche alla “presenza”, nella serata, di Radio Fragola, emittente nata a Trieste nel 1984 come radio comunitaria ovvero espressione delle donne e degli uomini che vivono, lavorano e studiano in città, oggi aderente a Popolare Network e gestita dalla Cooperativa Sociale “La Collina”. Una radio che ha ben raccolto l’insegnamento di Radio Alice, diventando un “microfono aperto” che dà voce a chi ha qualcosa da dire: cittadini, associazioni, movimenti, volontariato, organizzazioni dei lavoratori, istituzioni.

Pre-Lunatico-Festival

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XXIX Salone Internazionale del Libro: Emilio Targia intervista Luca Rota sul suo libro “Alice, la voce di chi non ha voce”

Alice-RadioRadicale-Torino-videoPer quei pochissimi (!) che si fossero persa la diretta audio e video nazionale, ecco qui sopra il podcast dell’intervista su Alice, la voce di chi non ha voce che ho avuto l’onore di sostenere presso lo stand-studio di Radio Radicale con Emilio Targia – caporedattore dell’emittente – al XXIX Salone Internazionale del Libro di Torino, domenica 15 maggio. La si può ascoltare anche solo come streaming audio, se preferite – date un occhio alla scheda dell’intervento, qui.

Devo doverosissssssimamente ringraziare di nuovo Emilio e Radio Radicale per l’invito, la disponibilità e la simpatia riservate allo scrivente e, soprattutto, alla storia di Radio Alice e al mio libro che la racconta. In fondo, come ho anche detto nel corso della chiacchierata, è stato un po’ come rimarcare una comunanza storica, mediatica e… megahertziale! L’ultima frequenza in uso da Radio Alice prima della definitiva chiusura, infatti, ovvero i 92.8 MHz, venne ceduta proprio a Radio Radicale ed è tutt’oggi una delle frequenze sulle quali si può ascoltare l’emittente a Bologna e zone limitrofe. Chissà, su quelle onde radio forse viaggiano echi lontani eppure ancora oggi densi della storia e del valore “rivoluzionario” di Radio Alice, e del tempo in cui la sua avventura si realizzò e si compì…
In ogni caso, buon ascolto e buona visione!

 

“Alice, la voce di chi non ha voce” avrà voce anche al Salone del Libro di Torino

Alice-SaloneLibroTorino-RadioRadicaleGrazie alla prestigiosa ospitalità di Radio Radicale, Alice, la voce di chi non ha voce, il (mio) libro sulla più libera e innovatrice radio di sempre, sarà ospite del XXIX Salone Internazionale del Libro di Torino: domenica 15 maggio alle ore 10.30, presso lo stand-studio della radio (Padiglione 2, J168) in diretta audio-video (e per chiunque sarà lì presente), avrò l’onore e il piacere di dialogare con Emilio Targia – caporedattore di Radio Radicale – sulla storia, la rivoluzione, il retaggio socio-culturale (e non solo) di Radio Alice nonché, appunto, sul volume che ne ho ricavato, a 40 anni esatti dalla storica prima trasmissione dagli studi di via del Pratello 41 a Bologna.
Una chiacchierata che sarà pure – in spirito – una sorta di “ritorno al passato” radiofonico, visto che l’ultima frequenza in uso da Radio Alice prima della definitiva chiusura, ovvero i 92.8 MHz, venne ceduta proprio a Radio Radicale ed è ancora una delle frequenze sulle quali ascoltare l’emittente nella zona di Bologna.

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P.S.: ovviamente, ringrazio di cuore Emilio Targia e tutta Radio Radicale per la preziosa opportunità di dare ancora voce non tanto a me quanto a (Radio) Alice, continuandone ancora la rivoluzione.

“Racconti dal Lago”, la nuova raccolta di Historica dedicata al Lago di Como

Domenica prossima 8 maggio, alle ore 11.00, nell’ambito di Piccoli Editori in Fiera – la rassegna dedicata all’editoria indipendente che si svolge a Bellano, sulle rive del Lago di Como – verrà presentata per la prima volta in pubblico Racconti dal Lago, la raccolta che è il frutto dell’omonimo concorso letterario organizzato da Historica Edizioni (che ovviamente ne è l’editrice) in collaborazione con Cultora, il portale italiano di informazione culturale, e della quale ho avuto l’onore di essere il curatore.
Su Racconti dal Lago, e sul lavoro di curatela che ho compiuto – del quale fa parte il piacere derivante dalla lettura dei venti racconti scelti e la relativa meditazione sulle storie, le narrazioni e le invenzioni letterarie in essi presentate – ho voluto mettere nero su bianco alcune personali considerazioni: ve le propongo nel testo a seguire, il quale mi auguro sia non solo una buona e intrigante presentazione della raccolta e dei suoi contenuti letterari, ma anche una riflessione più ampia e generale (ma non meno intensa e approfondita) sul rapporto che può intercorrere tra un ambito naturale così peculiare, come quello del Lago di Como, il suo genius loci e le genti che ne abitano le rive e le terre limitrofe. Un rapporto per certi aspetti speciale, indagando il quale risulta ancor più piacevole, densa e intrigante la lettura dei racconti.

doppia-cop-ombra-racconti-lagoIntroduzione – tre parole significative

Nella lettura dei racconti scelti poi per formare questa bellissima e molto intensa raccolta di Historica Edizioni, mi sono ritrovato non solo a giudicare la qualità letteraria degli stessi, ma ho cercato pure di coglierne gli elementi di fondo, per così dire, quelli che dei racconti formano non tanto la mera struttura sintattica, espressiva e narrativa quanto quella più profondamente culturale – e intendo con ciò riferirmi all’identità elementale dei testi più legata alla cultura stessa del territorio del Lago di Como e alla sua gente, della quale gli autori qui presenti sono un campione del tutto autorevole proprio perché in grado di raccontare e di raccontarsi – raccontare una storia per raccontare anche un mondo, quello dove vivono cioè quello che rendono vivo con la loro presenza vitale quotidiana.
Tra le tante impressioni in tal senso, ritengo di poter compendiare buona parte di esse in tre parole – o elementi o fattori o entità… insomma, fate voi – che mi sembrano più di altre significative e rappresentative dei testi che compongono la raccolta. Tre parole all’apparenza banali o forse pure ovvie, ma che credo lo siano molto meno di quanto si creda e, anzi, che nella loro semplicità apparente celino in verità molti e variegati significati assolutamente profondi e intriganti, che di seguito vi voglio raccontare dacché costituiscono importanti valori aggiunti alla qualità letteraria dei testi presenti in Racconti del lago.
Le tre parole sono: lago, malinconia, amore.

Lago

Se oggi i laghi, in qualità di elementi del paesaggio naturale e della relativa idromorfologia, assumono soprattutto una valenza estetica e di rimando culturale, dunque sostanzialmente positiva e legata alle più piacevoli emozioni e sensazioni, secondo certe antiche raffigurazioni simboliche i laghi erano visti come palazzi sotterranei di diamante o di cristallo da dove emergevano fate, streghe, ninfe e sirene, creature che sovente attiravano gli uomini verso la morte. Assumevano dunque la temibile valenza di paradisi illusori e rappresentavano creazioni dell’esaltazione dell’immaginazione[1]. Immaginazione, dunque fantasia, ovvero creatività: una contiguità di termini niente affatto casuale, e il volume che sto presentando ne è una prova piuttosto lampante, direi.
Ma al di là dell’interpretazione simbolica più antica del “lago” in qualità di elemento naturale, che peraltro verrà utile a breve, è interessante notare in che modo il lago – di Como, ora – ovvero con quale parte da protagonista, entri nei racconti che compongono la raccolta. Perché sì, il lago è un protagonista dei testi presenti nel volume ed è inevitabile che sia così, ma la sua presenza non è affatto solo scenografica oppure meramente ispirante in senso ambientale ed emozionale. Leggendo i racconti, più volte sono tornato alle considerazione che sugli elementi naturali, e sul bosco in particolare – “entità” sotto molti aspetti paragonabile al lago -, si possono fare nel leggere e studiare una produzione letteraria contemporanea che personalmente ritengo tra le più interessanti e particolari, quella della Scandinavia. In essa la Natura e il bosco, appunto, sono veri e propri personaggi che entrano nelle narrazioni non solo e non semplicemente come sfondi delle stesse ma né più né meno come attori, elementi realmente attivi, presenze che influenzano i protagonisti umani, ne caratterizzano gli spiriti, ne influenzano le azioni e plasmano i caratteri anche se, gioco forza, in maniera mediata. La loro presenza, così evidente e per certi versi ingombrante, così ineluttabile e dinamica sia in senso spirituale e metafisico che pratico, contribuisce al carattere generale delle storie narrate, che indubbiamente senza di essa avrebbero tutt’altra valenza, letteraria e non solo.
Ecco, ho trovato che per i racconti presenti nella raccolta possono valere le stesse considerazioni: il Lago di Como non fa da semplice scenografia, pur bellissima, spettacolare, romantica, intensa, alle storie narrate ma è spesso un personaggio attivo in esse, una specie di attore non protagonista – o dal protagonismo “mediato” – la cui presenza è tuttavia fondamentale per il senso e la profondità narrativa di esse, oltre che per le potenziali peculiarità emozionali scaturenti.
Trovo molto interessante e significativa questa impressione, perché denota un legame di natura antropologica, oltre che meramente estetica e culturale, del lago con le genti che vivono in sua prossimità. Anzi: seppur la bellezza del lago sia sempre e comunque presente in chiunque, che sia abitante sulle sue rive o forestiero in visita e in transito lungo le sue sponde, mi viene da pensare che proprio l’abitudine a tale bellezza da parte di chi abita in zona agevoli la riscoperta, magari anche solo in modo inconscio, di quel legame antropologico con l’entità lacustre, col suo peculiare genius loci. Una sorta di imprimatur metagenetico nell’animo e nell’io più profondo e autentico delle persone – dei laghée, come vengono definiti nel dialetto locale coloro che abitano sulle rive del Lago di Como – che ne determina poco o tanto la vita e l’esistenza quotidiana oltre che i pensieri, la fantasia, la creatività (sia essa artistica o d’altra specie). Anche nel caso in cui essi stessi non se ne rendano nemmeno conto, come ribadisco; ma credo che, in buona parte dei casi, questa influenza sappia rendersi ben percepibile, determinando la relativa consapevolezza.

Malinconia

Fermi tutti, preciso subito! Non dovete intendere la parola “malinconia” nel suo senso originario, quello che trae origine dal greco melancholía, composto di mélas, mélanos (“nero”), e cholé (“bile”), quindi “bile nera”[2] – una delle condizioni umane più tristi in assoluto, insomma!
In verità uso tale termine ma ho riflettuto molto su quale fosse più consono utilizzare riguardo ciò che vi dirò a breve. Probabilmente sarebbe un po’ più adatto il termine struggimento inteso come traduzione italiana del più letterario Sehnsucht[3], ma a sua volta ha una connotazione fin troppo cupa, oppure il “baudelaireano” spleen[4], pure non poco tetro a meno che lo si intenda come lo stesso Baudelaire lo volle intendere non tanto nei celeberrimi I Fiori del male[5] quanto in Lo spleen di Parigi[6], ovvero: «Con più libertà, molti più dettagli, e molta più satira»[7] – con meno tetraggine e più leggerezza, in pratica.
A dire il vero quanto vorrei intendere io si trova per certi versi a metà di tutto ciò e, ribadisco, su un versante ben più luminoso che oscuro. Ma al di là del termine più corretto per compendiarne il senso, certamente in tutti i racconti, anche in quelli più allegri, divertenti, leggeri, mi è parso di cogliere almeno un pizzico di questo “stato d’animo” – o di pensiero, o di spirito – pseudo-malinconico, come una sorta di costante percezione anche del lato in ombra di tutte le cose, oltre che di quello in luce e più piacevole, più gradevole e proficuo.
Un’impressione che, a ben vedere, ritrovo nella sostanza del concetto in un passo sul Lago di Como scritto da Hermann Hesse:
Non ho mai saputo amare veramente questo lago, forse addirittura troppo bello e scintillante, e che troppo volentieri si prodiga per esibire la propria ricchezza, mancandogli invece la cosa più bella che un lago possa avere: una sponda dolce e ampia. I monti si ergono con aria inquietante e scendono giù spietatamente, in alto selvaggi e brulli, in basso sovraccarichi di paesi, giardini, residenze estive e locande: tutto qui è rigoglioso, è una realtà di vivido splendore, è tutto uno squillare e scintillare di magnificenza e opulenza; non è rimasto un solo angolo per il sogno e l’immaginazione, non una palude coperta di canne o un pascolo addormentato, non un umido prato rivierasco o una seducente macchia di vegetazione selvaggia.
Tuttavia anche questa volta l’intensa bellezza esercitò la sua potente attrazione su di me con il romanticismo rupestre di borghi erti, la fierezza rigorosa delle ville aristocratiche con giardini, parchi e porticcioli, l’amena coesistenza di terreni e costruzioni.[8]
Una inquietudine – o struggimento, appunto – che si genera dalla visione del paesaggio lacustre, in parte troppo spietato e in parte così esageratamente opulento e rigoglioso da risultare impossibile da “comprendere” totalmente negli occhi e nel cuore, al punto da tarpare qualsiasi ulteriore immaginazione riguardo esso, e che da quella visione paesaggistica sembra derivare pure una similare inquietudine d’animo e di spirito – che però nulla può, lo precisa subito Hesse, nell’impedirgli (ovvero impedire a chi come lui si ritrovi al cospetto del Lago di Como e del suo paesaggio, sia un residente o un viaggiatore) l’attrazione verso la sua romantica bellezza.
L’autore che dunque si ritrovi a scrivere, raccontare, narrare del e sul Lago di Como non potrà dunque non lasciar fluire nel proprio scritto entrambi questi stati d’animo, ed è infatti quanto posso riscontrare nei racconti di questa raccolta, ma con una differenza non da poco rispetto a quanto asserito da Hermann Hesse: gli autori di Racconti dal lago, forse proprio perché fatti della stessa sostanza del loro bacino lacustre ovvero discepoli dello stesso genius loci ancestrale, sanno ben superare quel limite al sogno e all’immaginazione riscontrato dal celebre scrittore tedesco[9] per inventare e narrare nuove storie, le quali tuttavia, andando oltre il suddetto limite, non possono non portarsi appresso un poco (o un tanto) di ciò che spiritualmente lo determina, quel leggero eppur concreto struggimento che rende le narrazioni mai superficiali, mai leggere o futili e invece sempre piene, dense di emozionalità, ben distese lungo un ampio spettro di sensazioni, sensi e percezioni, dalle più intime e sfuggenti alle più aperte e partecipate.
Nulla di triste e oscuro insomma, lo ribadisco di nuovo, ma un’espressività letteraria e  narrativa completa e intensa, fatta per restare oltre la lettura, oltre le mere parole che la compongono, per lasciare una traccia evidente e altrettanto densa nell’animo dello stesso lettore.

Amore

Anche in questo caso, siamo lontanissimi da qualsivoglia concezione sdolcinata e superficialmente romantica del termine “amore”, che non a caso – volendo tornare ai più antichi simbolismi dai quali peraltro derivano tutte le accezioni moderne delle cose del nostro mondo – faceva riferimento a nozioni tutt’altro che sdolcinate! Basti pensare solo alla cosmogonia orfica, che racconta della genesi di Amore dalle tenebre notturne, che partoriscono un uovo dal quale, appunto, esce Amore, mentre le due metà spezzate del guscio formano la Terra e il cielo: un elemento, dunque, che non rimanda al mero piacere legato all’innamoramento (concetto che si legherà al termine solo dopo, questo) ma che rappresenta e assicura la coesione interna del Cosmo[10]. D’altro canto, Platone lega pure in modo indissolubile il concetto di amore a quello di bellezza, sia nel senso di bellezza sensibile che di bellezza della sapienza, considerata il più alto possibile.[11]
Insomma, per non farla troppo lunga e “professorale”: c’è molto “amore”, nei racconti presenti nella raccolta, ma quasi sempre è un amore “alto”, scevro da mere e dozzinali passionalità le quali, quando vi siano, sono sempre in qualche modo meditate e afferenti ad un concetto di amore che mi viene da riportare a quelli “aulici” sopra citati.
Credo, anche in tal caso, che il lago c’entri molto. E c’entri in modo diverso, e appunto più profondo nonché aulico, rispetto a quanto verrebbe facilmente – e in fondo non erroneamente – da pensare circa la carica romantica (nel senso più ovvio del termine), sentimentale e languida del paesaggio lacustre verso gli “innamorati”, o i potenziali tali (e quelli a loro affini). In qualche modo il lago rende l’amore vissuto sulle sue rive un qualcosa di meno banale del solito e più intenso, più intimo, più spirituale – senza contare che, inutile dirlo, non è “amore” solo quello legato alla passione amorosa che può nascere in due persone vicendevolmente attratte, dacché l’amore vive in forme e sostanze molteplici che in certi casi tornano direttamente a riferirsi a quell’antico concetto orfico di coesioni cosmica, nel quale vi si possono comprendere infinite cose ed elementi.
È un po’ come se il lago con la sua vitalità – i venti, il moto delle onde, le correnti, lo sciabordio continuo dell’acqua sulle rive… – mantenesse in costante movimento anche il sentimento amoroso che si vive sulle sponde stesse, lo tenesse sempre fremente e vivace e ciò nel bene ma pure nel male, nei suoi aspetti più perturbanti e agitanti. Il paesaggio lacustre anima e influenza l’amore, insomma, lo porta oltre qualsivoglia banalità e ovvietà, lo rende specchio di quello stesso sentimento che provano le persone di fronte alla sua bellezza, che può essere di totale ammirazione e venerazione nei momenti più placidi ma anche di sgomenta meraviglia, se non di attraente inquietudine, quando le acque si gonfiano di onde violente che sferzano le rive e i venti soffiano impetuosi e irati contro tutto e tutti – anche in tali situazioni agitate, ribadisco, non ci si può non fare attrarre dalla bellezza inquieta e turbante del lago, esattamente come a volte l’amore genera passioni verso persone – o verso circostanze – per le quali saranno più sofferenza e tormento ad esserne peculiarità, piuttosto di felicità, beatitudine e piacere.

Per concludere

Ecco: lago, malinconia, amore. Certo, potrebbero essere ben di più le parole emblematiche e significanti per i testi di Racconti dal lago, e mi auguro che sia effettivamente così, che tante altre parole potranno scaturire nella mente e nell’animo di chi leggerà la raccolta – così come, ugualmente, siano ulteriori e differenti le impressioni che ciascun lettore potrà ricavare dal volume e dai suoi testi. Perché il lago è un piccolo/grande universo ricolmo di infinite cose, in primis della storia della sua gente e delle storie che la sua gente può ricordare, pensare, inventare, elaborare e dunque narrare. Finché ciò accadrà, finché la gente potrà e saprà raccontare, anche il lago raccontare infinite storie. In fondo, un po’ come Walter Bonatti (il quale guarda caso abitava in vista del Lario, alle porte della Valtellina) diceva delle montagne, lo stesso si può dire del lago: che non sarà mai soltanto un mero specchio d’acqua finché gli uomini lo vivranno – sulle acque e sulle rive – e lo sentiranno parte di sé stessi.

Note

[1] Jean Chevalier, Alain Gheerbrant, Dizionario dei Simboli, BUR, 1a ediz. 1986.
[2] Ottorino Pianigiani, Vocabolario Etimologico della lingua italiana, voce “Melanconia”.
[3] Parola-chiave dello spirito romantico tedesco ottocentesco, derivante dall’antico alto tedesco Sensuht, con significato di “malattia del doloroso bramare”.
[4] Altro termine assai in uso nel decadentismo dell’Ottocento – ma esistente già nello stesso Romanticismo – e reso celeberrimo da Baudelaire, il cui concetto viene direttamente dall’antica medicina ellenica degli umori. Deriva dal greco splēn; in inglese significa “milza”.
[5] Charles Baudelaire, I fiori del male, 1a ediz. 1857 (orig. Les Fleurs du mal).
[6] Charles Baudelaire, Lo spleen di Parigi. Piccoli poemi in prosa, 1a ediz. 1869 (orig. Petits poèmes en prose. Le spleen de Paris).
[7] Charles Baudelaire, Lettera a Troubat, Parigi, 1866.
[8] Hermann Hesse, Vedere l’Italia, Guanda, Parma, 1995.
[9] Il quale peraltro, non bisogna dimenticarlo, visse a lungo e morì a Montagnola, sopra il Lago di Lugano, dunque in pratica nello stesso paesaggio naturale che accomuna il bacino lacustre svizzero con il vicino Lario.
[10] Pierre Grimal, Dictionnaire de la mythologie grecque et romaine, 3a ediz. Parigi, 1963. Citato in Jean Chevalier, Alain Gheerbrant, Dizionario dei Simboli, op.cit.
[11] Nicola Abbagnano, Dizionario di filosofia, 1a ediz. UTET 1971.

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