La “buona” scuola è anche una forma di cultura mentale

Qualche giorno fa, in risposta al mio articolo Quando tra il dire e il fare c’è di mezzo la buona scuola (un articolo di Tullio De Mauro) nel quale il noto linguista disquisiva sul sistema scolastico italiano paragonandolo, seppur indirettamente, a quello finlandese – notoriamente tra i migliori del mondo – Faby, curatrice del blog Soliloquio in compagnia, ha scritto un interessante e significativo commento, che a mio modo di vedere riassume ed evidenzia bene alcuni dei punti nodali della “questione scuola” contemporanea.
Ve lo ripropongo ora trasformandolo a sua volta in articolo, appunto per come lo trovi assai meritorio di attenzione e di qualsiasi ulteriore contributo aggiuntivo. Mi viene solo da aggiungere una cosa: si sta parlando di scuola, ovvero di uno dei pilastri fondamentali di una società. Tutti dovremmo tenere ben presente questa cosa, e in primis coloro i quali hanno facoltà di decidere politicamente su di essa, quando invece spesso, negli ultimi anni, l’hanno maneggiata e continuano a maneggiarla come fosse un qualcosa di fastidioso, di ingombrante, di trascurabile se non per mere (e assolutamente bieche) ragioni di convenienza partitica. Come fosse una sorta di scatola, che se messa in verticale piuttosto che in orizzontale o se colorata di rosso piuttosto che di blu di verde potrebbe pure essere gradevole e gradita da qualcuno, ma il cui contenuto sembra non interessare nessuno, neanche chi ne è/sarebbe – istituzionalmente – direttamente responsabile.

4_9 ONLINE NEWS KOULUTUSJARJESTELMATvirgoletteSi potrebbe disquisire per ore sul nostro sistema scolastico. Vediamo la Finlandia come un esempio a cui tendere ma, a mio avviso, ne siamo lontani mille miglia, non per mancanza di capacità, ma per mancanza di mezzi concessi. Finché lo Stato italiano si ostinerà a non incentivare la cultura e la responsabilità del sapere la scuola da sola non può farcela. E qui metto dentro il calderone tutta una serie di questioni che allo stato attuale rimangono irrisolte: mancanza di fondi, inadeguatezza delle infrastrutture in cui lavorare, numero abnorme di alunni per classi in cui dentro mettici pure BES, DSA ecc ecc, poco rispetto dei ruoli, troppa turnazione degli insegnanti a causa del precariato, perciò poca continuità nel metodo d’insegnamento. La scuola finlandese ha locali adeguati e a norma per ospitare ragazzi e insegnanti, si lavora per piccoli gruppi in cui il singolo è seguito e valorizzato, esiste il rispetto esteso alle varie personalità della scuola e il rispetto per il materiale e i locali messi a disposizione. Noi abbiamo classi ghetto (parlo per esperienza), in cui non riesci a curare le eccellenze perché devi rallentare per seguire ragazzi più bisognosi. Le aule sono piccole, ci sono problemi in caso di evacuazione per terremoti o incendi. Il sistema classe non è aperto perché ancora non c’è la cultura della responsabilità. Il ragazzo da noi studia perchè è obbligato e non perchè lo ritiene una risorsa. Infine i genitori remano contro, pensando che gli insegnanti non educhino i loro figli, ma creino abusi di potere se li rimproverano e li riportano all’ordine…. Cosa cambiare per primo, per eguagliare il sistema finlandese? Forse il nostro modo di pensare.

Self(ie)-publishing, ovvero: preservare le risorse naturali del pianeta è cosa nobile e lodevole!

(Immagine tratta da https://boscafelife.wordpress.com/)
(Immagine tratta da https://boscafelife.wordpress.com/)
Leggo spesso sul web interessanti elegie riguardanti il self-publishing e gli allettanti vantaggi offerti dall’autoedizione letteraria all’autore del terzo millennio rispetto a ciò che può offrire il 99,9% degli editori. Addirittura il self-publishing s’è guadagnato un proprio adeguato spazio nell’ultimo Salone del Libro di Torino, con un incontro (griffato Amazon!) nel quale alcuni autori indipendenti hanno rilasciato i propri consigli su come autopubblicarsi e promuovere le opere così prodotte al meglio. Ovviamente leggo anche di prese di posizione contrarie sulla questione, ma senza dubbio lo stato quasi cadaverico dell’editoria italica, e l’etica professionale assai evanescente che sovente presenta, rende piuttosto allettante nella mente dell’aspirante scrittore-con-titolo-edito-in-curriculum la scelta di fare da sé. Lo capisco, sotto certi aspetti.
Lo capisco, sì, come – valutando le circostanze e contestualizzando gli elementi che ne traggo – capisco che ancora oggi vi possa essere gente che pensi che la Terra sia piatta, tuttavia non lo ammetto. Così come, mi spiace, ma non posso proprio ammettere il self-publishing, ovvero: capisco che rappresenti un sistema di pubblicazione di testi scritti alternativo alla classica filiera editoriale, ma non posso ammettere l’uso che tanti, troppi fanno di esso, e le motivazioni che adducono a sostegno di tale loro scelta.
Tra di esse si annoverano il controllo totale sul proprio lavoro senza interferenze altrui (ma pensare che se uno ti consiglia di usare quella copertina piuttosto che quell’altra è perché magari ne sappia più di te, no?), il controllo quasi totale dei diritti sul venduto, al netto della percentuale per la piattaforma di stampa e/o di distribuzione (già, perché autopubblicandoti speri ardentemente di diventare milionario!), i tempi tecnici ridotti (voglio il mio libro subitooooo!), le spese assolutamente basse da sostenere… Ma la motivazione principale a sostengo del self-publishing, alla fine, è da sempre quella che non serva (non servirebbe) l’imprimatur di un editore “vero” per poter diventare, ed essere considerato, uno scrittore. Certo, di scempiaggini in forma di libro parecchi editori, sia grandi che piccoli, ne pubblicano a iosa. Ma quanti autori indipendenti sanno veramente autoresponsabilizzarsi al punto da far vagliare attentamente i loro scritti da gente che se ne intenda veramente (e mica dalla mamma o dalla morosa o dal cugino professore o dall’amico d’infanzia!) prima di decidere di pubblicarli, ovvero prima di cedere alla voglia matta di vedersi il proprio libro, con il proprio nome e cognome stampato in copertina a caratteri ben visibili, tra le mani?
Inoltre: il voler pubblicare ad ogni costo (siamo sinceri, è questa in fin dei conti la base del self-publishing e la sua fortuna!) non è in principio la stessa cosa? Alla fine, allo scrittore che vuole essere tale non interessa che vi sia un editore (sovente sconosciuto, poi) dietro la sua opera: interessa l’opera, il libro, il tomo cartaceo o digitale da mostrare in giro e sul web. Il poter dire “io ho scritto un libro!” – senza poi perdere troppo tempo nello spiegare come lo si è pubblicato, ovvero in base a che sostanziali elementi critici, letterari ed editoriali. Il farsi self(ie)-publishing, in pratica: l’importante non è scrivere, è mostrare il libro scritto agli amici e sui social. E sentirsi finalmente assunti nel celestial empireo degli scrittori. “Scrittori”, già: perché poi, scrivere un libro significa essere scrittori, la regola diffusa e condivisa è questa. Non autori, scrittori. Vabbè.
Insomma: convincetemi che in tema di self-publishing non possa essere valida la ben nota teoria delle finestre rotte, se potete. Che vale, e lo dico da subito, con l’editoria tradizionale – anzi, vale soprattutto con la grande editoria, coi suoi libroidi che non hanno alcun valore letterario imposti come mode irrinunciabili e venduti come fossero detersivi al supermercato – e dunque non vedo perché il self-sublishing ne sarebbe immune. Non vedo perché possa salvarsi dal modus vivendi e operandi imposto dalla società contemporanea – apparire, mostrarsi, esibire, ostentare, pavoneggiarsi, far sapere in ogni modo di esserci (per non sentirsi fuori dal giro (?), emarginati, ignorati, con troppi pochi “like” sui social… self(ie)-publishing, appunto! – proprio il sistema di pubblicazione editoriale più semplice, immediato e meno filtrato che sia disponibile oggi, cioè il più affine alla società liquida contemporanea. Perché pure nell’editoria tradizionale ci saranno tantissimi vetri rotti, ma tutto sommato – soprattutto tra gli editori indipendenti – resta qualcuno in grado di poterli sostituire o quanto meno riparare. Nel self-publishing, invece? Il giudizio dei lettori? Uh, sai cosa può interessare a quei tanti che si credono pronti per il Nobel letterario soltanto perché hanno scritto qualcosa – ovviamente ritenuto un capolavoro assoluto!
Eppoi, diciamoci la verità: cos’è tutta ‘sta foga di voler scrivere, e ancor più di dover pubblicare su supporto solido cartaceo (che alla fine si vede sempre meglio che un mero e inevitabilmente virtuale ebook) in ogni modo possibile ciò che si è scritto? Che senso ha, se poi dobbiamo considerare che in giro non vi sia un’analoga foga di voler leggere? Ma a questo punto non crediamo  – tutti quanti, sì – che pure l’impegno per la conservazione delle risorse naturali del pianeta, in special modo quelle boschive così terribilmente sfruttate per ricavarne carta poi utilizzata in modo parecchio discutibile, sia un’azione profondamente nobile e lodevole?
Tutto ciò, ribadisco per concludere, sapendo perfettamente che un sacco di editori – o pretesi/presunti tali – sono degli emeriti cialtroni, almeno in numero proporzionale a quello degli scrittori – o pretesi/presunti tali. Ma questo, in ogni caso, è un altro discorso.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Streaming di libri: innovativo salvagente o ennesima zavorra per il mercato editoriale?

Lea_landing_11All’ultimo Salone del Libro di Torino, il Gruppo Editoriale Laterza ha presentato Lea – Libri e altro, progetto di diffusione editoriale in streaming che si configura come una vera e propria biblioteca digitale dalla quale è possibile scegliere e leggere, in configurazione iniziale, 500 libri in streaming, con un abbonamento che ricalca quello delle piattaforme che offrono musica o film, a 7,90 euro al mese o 79,00 euro all’anno. Lea, a dire della stessa casa editrice, si ispira all’esperienza di Spotify, che permette di accedere alla musica senza doverla neanche scaricare, e ripercorre la strada dei contenuti in abbonamento già intrapresa nel nostro Paese da Amazon con il suo Kindle Unlimited.
Posto che il progetto nasce da una casa editrice specializzata in testi di saggistica prevalentemente umanistica, dunque relativamente di nicchia per il mercato editoriale, ma considerando che, ovviamente, può essere esempio per iniziative simili da parte di editori di narrativa generalista, viene inevitabilmente da chiedersi: è una buona idea, questa di Laterza? Un nuovo prezioso ausilio per la diffusione della lettura nel nostro paese, oppure un’altra mazzata sui piedi di un’editoria che non sa più cosa inventarsi per salvare sé stessa e i suoi sempre più tetri bilanci?
Di sicuro la seconda che ho scritto è ciò che hanno subitamente pensato i librai. Un sistema di diffusione di libri e letture in streaming, senza più bisogno fisico dell’oggetto-libro e di un suo acquisto nei punti vendita, ovviamente in linea teorica taglia fuori dalla filiera editoriale le librerie, tutt’al più ridotte – in base a quanto sostiene la stessa Antonia Laterza, ideatrice del progetto – a punti vendita degli abbonamenti a Lea, in cambio di una percentuale prevista per ogni abbonamento venduto. E nemmeno sembra tenere il concetto di social reading e di community alla base del progetto, di dialogo e discussione sui libri, la condivisione sui social e quant’altro del genere, che vorrebbe coinvolgere le librerie su Lea per alcuni servizi utilizzabili all’interno della piattaforma, come i gruppi di lettura specifici delle stesse librerie: un’idea, detta così, apparentemente interessante ma poi sostanzialmente inapplicabile per mille motivi, e che fa peraltro cadere il senso stesso di “gruppo di lettura” offerto dalle librerie, che nascono proprio intorno a testi acquistati/acquistabili presso di esse ovvero in base a specifiche argomentazioni offerte in quelle attività comuni sovente legate al tipo stesso di libreria, non certo imposte e calate dall’alto in base a volontà altrui.
D’altro canto – sempre ragionando in senso generale, non sullo specifico caso Laterza – mi viene al solito da pensare che posta la situazione drammatica in cui versa lo stato della lettura in Italia, ogni iniziativa che possa e voglia tentare di risollevarne le sorti – peraltro in tal caso con modalità del tutto analoghe alla diffusione editoriale digitale – sia benvenuta. Non riesco però a non rilevare alcuni elementi che nel complesso, non per pregiudizio ma per obiettività, mi suonano strani. Uno, il fatto di ispirarsi ad un sistema di diffusione del quale Amazon è sovrana: come a dire che, piuttosto di contrastarlo, tanto vale arrendersi e imitarlo, senza pensare troppo alle conseguenze che potrebbe generare. Due, l’altra ispirazione, Spotify, servizio di streaming musicale: ma veramente, al di là della mera fruizione, la letteratura di qualità è assimilabile alla musica mainstream? Un saggio storico lo si può ritenere simile a un album di Lady Gaga, e dunque lo si può trattare e diffondere allo stesso modo? Tre, il social reading: a chi piace veramente? E’ sul serio un’esigenza della comunità dei lettori, oppure è qualcosa che lo si vuol far passare come tale per mero interesse e calcolata convenienza? Quattro: può essere che sia utile alla causa della lettura (e dei lettori) il voler togliere di mezzo a tutti i costi l’oggetto-libro, il volerlo rendere in modo assoluto una sorta di entità virtuale, qualcosa piazzato in un cloud lontano e nemmeno più presente in forma di ebook sul proprio hard disk? Oppure si corre forte il rischio che un elemento culturale articolato come un libro, un testo letterario, finisca per perdere ancora più del proprio appeal nei confronti del pubblico meno portato alla sua fruizione? Ovvero che il libro e la lettura si riveli definitivamente quanto di più opposto (non contrario, opposto) alla virtualità contemporanea così invece funzionale per altre cose? Cinque: per tutto quanto sopra esposto, non è che sia soltanto un modo molto scaltro attuabile dagli editori per salvare i propri bilanci aziendali senza di contro offrire qualcosa di veramente innovativo, nella sostanza, al lettore? Sei: i librai, ma ne ho già detto.
Ora, per concludere: lungi da me l’essere pregiudizialmente negativo nei confronti di progetti come Lea e di qualsiasi altra cosa che – ribadisco – possa tentare di tappare al meglio le falle della barca editoriale italiana sempre più imbarcante acqua. Tuttavia a volte risulta irrefrenabile l’impressione che tali progetti siano soltanto e soprattutto iniziative di facciata, individuali e mai corali, mutuate da esperienze straniere nate in situazioni meno preoccupanti rispetto alla nostra, mai mirate a ottenere un reale e concreto beneficio per l’intero mercato editoriale ma soltanto tornaconti parziali e personali, mentre ciò che in primis serve veramente, ovvero rimettere il libro sotto gli occhi e tra le mani degli italiani prima che qualsiasi altra cosa, non viene quasi mai considerato e attuato. E se ciò non avviene, qualsiasi buona e innovativa iniziativa a favore della lettura non potrà mai conseguire il necessario successo.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Torino: Salone del Libro, o Solone? Alla ricerca del senso odierno della kermesse torinese – sempre che vi sia…

d5feac9f0dc3656e28f2ef965ab044afPreciso da subito: a differenza di molti altri, non sono mai stato un denigratore del da poco concluso Salone del Libro di Torino, nonostante abbia sempre considerato le motivazioni dei contrari sovente comprensibili e sostenibili. Tuttavia, voglio dire, un evento come quello torinese ho sempre pensato (e lo penso tuttora, pur con i distinguo che puntualizzerò di seguito) che tutto sommato ci stesse, una volta l’anno, in un panorama editoriale comunque importante come quello italiano, anche se di esso inglobava – e ingloba – i suoi elementi più popolani e provinciali, per così dire, dando la costante impressione di una gigantesca sagra paesana nella quale ti aspettavi di veder spuntare oltre uno dei suoi angoli il banco di vendita delle salamelle – che poi è a suo modo effettivamente spuntato, da un paio d’anni a questa parte, con l’ingresso delle zone dedicate alla moda della cucina.
Posto ciò, e accettando tale sua natura da ipertrofico mercato rionale, appunto, non si può non tornare a considerare la realtà alla quale il Salone fa riferimento coi suoi dati concreti i quali – lo sapete bene – fotografano ormai da tempo una situazione della lettura in Italia sempre più asfittica e depressa. Dunque, ugualmente non si può tornare a non porsi un dubbio già altrove sollevato in passato senza che mai qualcuno abbia saputo diradarlo in modo efficace – cosa peraltro assai ostica, visti i suddetti dati: ma il Salone del Libro di Torino, oggi, ce l’ha ancora un senso? Serve ancora a qualcosa? O è ormai una sorta di circo Barnum del libro, che una volta smontato l’annuale tendone lascia solo un prato calpestato e disseccato? Un evento così grande, e grandemente promozionato, sostenuto, glorificato da più parti, come si può relazionare con la costante caduta verso l’abisso del numero di libri venduti, dei lettori e della generale (nonché al momento apparentemente inarrestabile) crisi del settore editoriale nazionale?
Tali domande quest’anno risultano ancora più consone, stando alle voci sulla fine della gestione organizzativa del Salone da parte del duo Rolando Picchioni-Ernesto Ferrero e sull’eventuale loro successione. Un duo che ha consolidato negli anni una sorta di format espositivo sostanzialmente immutato/immutabile: Torino da tempo è quello che si può constatare ogni volta che si entra nei padiglioni del Lingotto, sempre lo stesso, con varianti minime e comunque prettamente di forma, non di sostanza. Ed è un format senza dubbio profondamente nazional-popolare (volevo scrivere populista ma sono rinsavito all’ultimo), che puntualmente misura il proprio successo sul numero di visitatori conseguito – sempre in prodigioso aumento, anche quest’anno e chissà per qual strabiliante miracolo, mah… – o su altri dati simili, molto di facciata, da titolone mediatico, anziché basarsi su risultati meno appariscenti ma probabilmente più utili alla buona salute del comparto editoriale. Ma, forse, il salone degli ultimi anni – se non da sempre – nemmeno punta ad ottenere frutti strategici di tale natura, e in ogni caso, torno al nocciolo della questione, il dato sulle affluenze record al massimo evento editoriale nazionale contrapposto a quello sul sempre minor numero di lettori, cioè di quelli che gli editori li tengono in piedi, è questione da storcimenti di naso parecchio intensi e dolorosi.
Certo, qualcuno potrebbe di contro obiettare che, senza il Salone di Torino, la situazione potrebbe pure essere peggiore. Senza dubbio, non si può controbattere efficacemente a un’obiezione del genere, semmai si potrebbe rilanciare: e se la formula del Salone alla fine dei conti risulta controproducente, per la vendita di libri e la diffusione della lettura? Sì, proprio così: non più un Salone ma un Solone dei libri, un evento saccente, troppo retorico, troppo ridondante, senza un’effettiva strategia culturale alla base ma con mere, semplicistiche visioni commerciali, una sorta di ipermercato del libro che non faccia nulla per abituare i propri clienti alla qualità dei propri prodotti ma punti tutto sulla quantità. Un evento, insomma, che si proclama paladino dei libri ma che alla fine ne diventa un (pur involontario) persecutore.
Una buona risposta a tutto ciò – batto di nuovo lo stesso chiodo, e continuerò a farlo anche in futuro – può venire dall’editoria indipendente. L’ultima ricerca Nielsen sul mercato editoriale italiano, presentata proprio a Torino durante il Salone, rivela che, a fronte di un’ennesima, drammatica perdita del 4% nel volume di vendita di libri nel primo quadrimestre 2015, la grande distribuzione organizzata ha perso nel il 14,8% di copie vendute, mentre le librerie indipendenti segnano un +2,4%, dato positivo che da anni non si riscontrava. C’è da riflettere su cosa possa significare tutto ciò per un Salone che immancabilmente e palesemente ogni anno offre la massima considerazione ai grandi editori – ovvero ai padroni della distribuzione organizzata e ai diffusori dei tipici libri di essa, che con la letteratura autentica hanno sempre meno di che spartire, anche questo lo sapete bene – relegando nella “periferia” dei suoi padiglioni gli editori indipendenti, nonostante basti una rapida occhiata alle loro proposte per capire quanta ottima qualità vi sia tra di esse ovvero, appunto, quanta buona letteratura, se confrontata ai libroidi messi in bella evidenza dai grandi editori come fossero cellulari alla moda. Una buona cosa che il Salone del futuro dovrebbe cercare di conseguire, insomma, potrebbe proprio essere il riequilibrio tra la componente editoriale industriale e quella indipendente, ponendosi come ponte, come elemento di contatto e di “traduzione” delle rispettive esigenze commerciali e culturali al fine di trovare accordi virtuosi per entrambi. Dovrebbe tornare ad essere un’occasione strategica per tutto il settore editoriale, di analisi e di proposizione, di progettualità e di visioni future – ciò che, nel loro piccolo già dimostrano di fare i piccoli editori anche nell’ambito del Salone stesso.
Ora come ora, risulta evidente che un evento pur in grande stile come quello torinese non stia apportando significativi vantaggi al mondo di cui è rappresentanza. Personalmente credo che non ci sia molto da rallegrarsi nel sapere che anche quest’anno il Salone ha battuto il record di affluenza precedente registrando uno 0,7% in più di visitatori, se poi leggo che si è perso un ulteriore 4% di vendite librarie; preferirei senza alcun dubbio leggere dati opposti. Il circo nazionale del libro può certamente divertire e intrigare per quella singola giornata di visita nei suoi tendoni, ma se poi non lascia dietro di sé nulla di buono rischia realmente di trasformarsi da dilettevole spettacolo circense a futile teatrino di burattini – burattini capaci solo di vantarsi di quanti libri si è venduto senza curarsi di quali libri siano, di quanta cultura della lettura sappiano essi portare con sé e diffondere, e incapaci di capire se anche domani, e non solo oggi, vi saranno ancora motivi validi per quei loro vanti.
Dunque, per concludere: ma sì, ben venga il Salone, anno dopo anno, con tutto il suo carrozzone luccicante e un po’ kitsch; ma poi il libro e i lettori esistono anche nei restanti 360 giorni dell’anno. Non lo si dimentichi.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Gianni Morandi Vs Rest of the World. Ovvero: ma i social sono veramente “social”?

morandi-facebookLa recente vicenda dell’epico (!) scontro tra Gianni Morandi e il web – ovvero una certa parte di esso su facebook – in tema di immigrati, del quale avrete certamente letto un po’ ovunque, mi ha fatto riflettere una volta di più su un tema già da altri e non di rado sollevato riguardo l’uso comune dei social network, ovvero l’effetto di tale uso nei costumi contemporanei – al di là delle opinioni espresse dalle parti battaglianti, sulle quali non entro nel merito (e nemmeno mi interessa farlo).
Inutile rimarcare di nuovo come facebook, twitter e tutti gli altri social abbiamo portato al compimento assoluto e reiterato il senso del celeberrimo quarto d’ora di notorietà per tutti intuito da Andy Warhol negli anni ’60 in tema di TV, e quanto la nostra presenza sul web assuma in maniera netta tratti egotistici tanto spinti da risultare sovente ridicoli. Ma in fondo la cosa può anche essere bonariamente comprensibile: il web rappresenta un’arena pubblica potenzialmente illimitata, dunque era ed è inevitabile che finisse e finisca per riprodurre su macroscala quanto da sempre avviene nelle piazze delle città in cui viviamo, e nelle quali è naturale che ci si faccia vedere – eccetto nei casi di sciatteria estrema – nel modo più piacevole e interessante possibile. Poi certo, l’eleganza, lo stile e la capacità di proporre cose realmente interessanti sono altra cosa, ma tant’è.
Ciò che invece la vicenda Morandi contra facebook (ovvio che il paragone citato nel titolo è ironico, e per giunta ribadisco: faccio di tutta l’erba un fascio per solo per ragioni di chiarezza espositiva) mi ha (ri)messo in luce, riguarda quale socialità sia oggi generata dalla nostra presenza sul web, ovvero, facendo un ulteriore passo a monte del tema, se effettivamente facebook, twitter e compagnia bella siano social network, se veramente possano generare una rete sociale nel senso migliore del termine, dunque di conversazione, dialogo, dissertazione, scambio di opinioni, anche di posizioni e divergenze nette ma sempre di matrice socializzante, dunque sostanzialmente inclusiva e non esclusiva, non “monopolizzante”, per così dire.
L’impressione forte che ho invece mutuato dalla vicenda in questione, al di là dell’ammirevole e cordiale gentilezza con la quale Gianni Morandi ha risposto a tutti i messaggi di tono avverso alle sue opinioni ricevuti, anche a quelli più rabbiosi, è stata – nuovamente – che l’uso che tanti di noi fanno dei cosiddetti social network è sostanzialmente antisociale. Un uso, e una presenza individuale, che piuttosto di essere aperta a quel mondo illimitato che il web rappresenta e disponibile all’interconnessione sociale, culturale e intellettuale offerta dalla rete, risulta invece spesso di chiusura, di arroccamento estremo sulle proprie convinzioni, sostenute e imposte dogmaticamente dal palchetto virtuale del nostro profilo social: un palco assolutamente funzionale a ciò per come ci consente di non avere un contatto diretto con chi disquisisce con noi – se non attraverso mere parole scritte – e di eliminare con un semplice clic i commenti sgraditi, evitando sul nascere qualsiasi buon scambio di opinioni. E’ come se quel prima citato egotismo col quale cerchiamo in tutti i modi di metterci in mostra sul web, tra foto, selfie, emoticon e quant’altro – senza mai che ci passi per l’anticamera del cervello che a tanti altri delle nostre cose possa non fregare una beneamata cippa, e restando poi in ansia se il numero di “like” ricevuti non è ritenuto adeguato alle nostre aspettative – si espanda e intacchi anche la parte “intellettuale” della nostra presenza sul web, per questo imponendo le nostre convinzioni esattamente come fossero selfie e conferendo ad esse la stessa funzione identificativa individuale delle immagini in cui siamo (pensiamo di essere) strafighi/e: una funzione inesorabilmente netta, indiscutibile, sovente tranchant che guai a permettersi di confutarla, insomma.
Certo: a ben vedere che strumenti di tale potenza comunicativa come i social network potessero e dovessero prevedere una tale “deriva” era ed è cosa ovvia. Tuttavia, come la piazza pubblica cittadina e la gente che la frequenta è ottima espressione (e cartina tornasole) del carattere urbano della città stessa, ugualmente i social network contemporanei sono spesso ottima rappresentazione della nostra società, che fino a prova contraria si “manifesta” ormai quasi del tutto sul web ma poi vive e agisce nella realtà “vera”, intorno a noi. E che la loro funzione social venga in modo così netto stravolta e capovolta, raggruppando un miliardo e più di piccoli e insignificanti (salvo rari casi) fortini personali nei quali gli utenti del web si arroccano con tutto sé stessi lasciando sempre più rare possibilità agli altri di interagire proficuamente e fruttuosamente, è cosa che ci deve far pensare parecchio.
Dallo scambio di opinioni, dal dialogo, dal confronto e dalla riflessione reciproca nasce l’evoluzione e il progresso delle idee, è una cosa che accade fin dalla notte dei tempi. Avere oggi a disposizioni degli strumenti così meravigliosamente adatti a metterci vicendevolmente in relazione e dialogo, a generare una rete sociale virtualmente illimitata dunque illimitatamente virtuosa nei suoi potenziali effetti benefici, e utilizzarli invece per darci reciprocamente degli idioti solo perché incapaci di metterci in discussione (cosa che può confutare le nostre idee ma può pure rafforzarle: un principio tanto banale quanto evidentemente e pervicacemente incompreso) è elemento, lasciatemelo dire, di tristezza infinita, nonché segno di una decadenza intellettuale e culturale diffusa di livello oltre modo preoccupante.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.