“L’Italia fa la guerra ai suoi scrittori” (Antonio Moresco dixit)

L’Italia è anche in questo un paese strano, ed è purtroppo un fardello in più per i suoi scrittori. Lo dico con dolore, perché io amo il mio paese. Ma è un fatto che mentre in altri paesi c’è accoglienza per i propri scrittori – basti pensare a quelli americani, inglesi e francesi, che arrivano all’estero già forti di questa spinta interna e accreditati – in Italia gli scrittori il più delle volte devono lottare duramente per poter cominciare a vivere in casa propria e nella propria lingua, superando fuochi di sbarramento e a volte addirittura pestaggi. L’Italia – e non da oggi – è fatta così: quando nasce uno scrittore, gli fanno la guerra.

Ammetto di non conoscere in maniera sufficientemente approfondita Antonio Moresco, tuttavia so del travaglio editoriale che ha dovuto subire per lungo tempo a fronte, invece, della ben più calorosa accoglienza riservata ai suoi libri in molti paesi esteri. Dunque, avrà probabilmente più d’un sassolino nelle scarpe da levarsi, nei confronti dell’editoria italiana, ma non si può non essere d’accordo con quanto afferma moresco_imagelì sopra (citazione tratta da quest’articolo su ilLibraio.it). Anzi, forse l’Italia fa pure di peggio: ignora i suoi scrittori, ignora la letteratura e la cultura tutta, convinta non si sa per quale tremenda devianza mentale che la cultura sia un ammennicolo da mensola nell’angolo buio della casa, dove se qualcuno lo nota, beh, ok, sì, carino, ma se invece nessuno ci fa caso tanto meglio: una cosa in meno da spolverare. Che poi se un bel giorno cade e si rompe ancora meglio: scopetta e paletta, sacco della spazzatura e amen.
L’altra faccia della medaglia è che senza dubbio molti scrittori nostrani – o presunti tali – fanno ben poco per non rendersi trascurabili, ma ancora una volta c’è da chiedersi: chi pubblica certe scempiaggini assolute spacciandole per “grande letteratura”? Esatto, loro, gli editori. Che in tal modo offrono su un piatto d’argento all’Italia culturalmente menefreghista la testa di loro stessi, della letteratura tutta – scrittori talentuosi compresi, dunque, i quali non mancano affatto ma restano confinati nei sotterranei dell’editoria indipendente, valorosa e coraggiosa tanto quanto vilipesa e soffocata dai colossi editoriali – e parimenti dell’intero panorama culturale italiano. Di un Italia che – intesa in primis in senso istituzionale, ma non solo – finisce sempre più per far la guerra a sé stessa.

P.S.: spunto originario per questo articolo preso da QUI.

Per una società senza più “finestre rotte”

Questo blog, lo sapere, vuole occuparsi di cultura. Cultura letteraria in primis, dacché è l’ambito di interesse primario per chi vi scrive, ma pure cultura artistica e, più in generale, cultura. Coltivazione della conoscenza, come rivela l’origine latina del termine stesso.
E’ dunque cultura anche la nostra presenza nel mondo quotidiano, i nostri gesti, le nostre azioni, i pensieri e gli intendimenti. Pur se alla fine siamo individui singoli, e per questo rispondiamo di ciò che siamo e facciamo in primis a noi stessi, siamo parte di una comunità sociale – sia la più minuscola ovvero, in senso più ampio e generale, la razza umana. Per tale motivo ogni nostro comportamento è cultura e (può/deve essere) fonte di cultura. Una cultura sociale, diffusa, partecipata, che è segno e sinonimo della nostra evoluzione umana, nonché base fondamentale della civiltà della quale siamo rappresentanti. Una cultura che, se viene a mancare, è come se mancassero quelle suddette fondamenta civili: crolla tutto, inesorabilmente.
Ecco, visto che (sono pessimista, lo so, ma vi assicuro: resisto ancora nell’essere il più ottimista dei pessimisti!) dalle nostre italiche parti pare che sempre più le relative fondamenta stiano rapidamente andando a pezzi, vi riporto questo illuminante articolo che ho trovato in originale QUI, e che ho leggermente adattato per una ancor maggiore comprensione. Un articolo che racconta e riflette intorno a una deduzione scientifica dal nome alquanto significativo, la…

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Teoria delle finestre rotte

Nel 1969, presso l’Università di Stanford (USA), il professor Philip Zimbardo ha condotto un esperimento di psicologia sociale. Lasciò due auto abbandonate in strada, due automobili identiche, la stessa marca, modello e colore. Una venne lasciata nel Bronx, quindi una zona povera e conflittuale di New York; l’altra a Palo Alto, una zona ricca e tranquilla della California. Due identiche auto abbandonate, due quartieri con popolazioni molto diverse e un team di specialisti in psicologia sociale, incaricati di studiare il comportamento delle persone in ciascun sito.
Si scoprì che l’automobile abbandonata nel Bronx cominciò ad essere smantellata in poche ore. Perse le ruote, il motore, specchi, la radio, ecc. Tutti i materiali che potevano essere utilizzati vennero presi, e quelli non utilizzabili vennero distrutti. Dall’altra parte, l’automobile abbandonata a Palo Alto rimase intatta.
È comune attribuire le cause del crimine alla povertà. Attribuzione nella quale si trovano d’accordo le ideologie più conservatrici, sia di destra che di sinistra). Tuttavia, l’esperimento in questione non finì lì: quando la vettura abbandonata nel Bronx fu demolita e quella a Palo Alto dopo una settimana era ancora illesa, i ricercatori decisero di rompere un vetro della vettura a Palo Alto, in California. Il risultato fu che scoppiò lo stesso processo, come nel Bronx di New York: furto, violenza e vandalismo ridussero il veicolo nello stesso stato come era accaduto nel Bronx.
Perché il vetro rotto in una macchina abbandonata in un quartiere presumibilmente sicuro è in grado di provocare un processo criminale?
Non è la povertà, ovviamente ma qualcosa che ha a che fare con la psicologia, col comportamento umano e con le relazioni sociali.
Un vetro rotto in un’auto abbandonata trasmette un senso di deterioramento, di disinteresse, di noncuranza, sensazioni di rottura dei codici di convivenza, di assenza di norme, di regole, che tutto è inutile. Ogni nuovo attacco subito dall’auto ribadisce e moltiplica quell’idea, fino all’escalation di atti, sempre peggiori, incontrollabili, col risultato finale di una violenza irrazionale.
In esperimenti successivi James Q. Wilson e George Kelling hanno sviluppato la cosiddetta teoria delle finestre rotte, con la stessa conclusione da un punto di vista criminologico, ovvero che la criminalità è più alta nelle aree dove l’incuria, la sporcizia, il disordine e l’abuso sono più alti.
Se si rompe un vetro in una finestra di un edificio e non viene riparato, saranno presto rotti tutti gli altri vetri. Se una comunità presenta segni di deterioramento civico e sociale e questo è qualcosa che sembra non interessare  a nessuno, allora lì si genererà la criminalità. Se sono tollerati piccoli reati come un parcheggio in luogo vietato, il superamento del limite di velocità o il passare col semaforo rosso, se questi piccoli “difetti” o errori non sono puniti, si svilupperanno “difetti maggiori” e poi i crimini più gravi.
Se parchi e altri spazi pubblici sono gradualmente danneggiati e nessuno interviene, questi luoghi saranno abbandonati dalla maggior parte delle persone (che smetteranno di uscire dalle loro case per paura di bande), e questi stessi spazi lasciati dalla comunità saranno progressivamente occupati da sbandati, gente di malaffare, criminali.
Gli studiosi hanno sviluppato la teoria dei vetri rotti in una forma ancora più forte e grave, dimostrando in base a ricerche statistiche che l’incuria ed il disordine accrescono molti mali sociali e contribuiscono a far degenerare l’ambiente.
A casa, tanto per fare un esempio molto pratico, se il capofamiglia lascia degradare progressivamente la sua casa, come la mancanza di tinteggiature alle pareti che stanno in pessime condizioni, cattive abitudini di pulizia, proliferazioni di insane abitudine alimentari, utilizzo di parolacce, mancanza di rispetto tra i membri della famiglia e quant’altro del genere, poi, anche gradualmente ma inevitabilmente, cadranno pure la qualità dei rapporti interpersonali tra i membri della famiglia ed inizieranno a crearsi cattivi rapporti con la società in generale. Forse alcuni, un giorno, assumeranno comportamenti tali da porsi al di fuori della legge, e dentro un carcere.
Questa teoria delle finestre rotte può essere un’ipotesi valida a comprendere la degradazione della società e la mancanza di attaccamento ai valori universali, la mancanza di rispetto per l’altro e alle autorità (presupponendo che esse meritino rispetto, ovvio: il tutto ovviamente peggiora se le autorità per prime provocano, con il loro comportamento, il degrado delle comunità che amministrano!), la degenerazione della società e la corruzione a tutti i livelli. La mancanza di istruzione e di formazione della cultura sociale, l’assenza di buona informazione, la mancanza di opportunità, generano un paese con finestre rotte, con tante finestre rotte e nessuno che sembra disposto a ripararle.
La “teoria delle finestre rotte” è stata applicata per la prima volta alla metà degli anni Ottanta nella metropolitana di New York City, che era divenuta la zona più pericolosa della città. Si cominciò combattendo le piccole trasgressioni: graffiti che deterioravano il posto, lo sporco dalle stazioni, ubriachezza tra il pubblico, evasione del pagamento del biglietto, piccoli furti e disturbi. I risultati furono evidenti: a partire della correzione delle piccole trasgressioni si è riusciti a fare della Metro newyorchese un luogo sicuro. Successivamente, nel 1994, Rudolph Giuliani, sindaco di New York, basandosi sulla teoria delle finestre rotte e l’esperienza della metropolitana, ha promosso una politica di tolleranza zero. La strategia era quella di creare comunità pulite ed ordinate, non permettendo violazioni alle leggi e agli standard della convivenza sociale e civile. Il risultato pratico è stato un enorme abbattimento di tutti i tassi di criminalità a New York City.
La definizione “tolleranza zero” suona come una sorta di soluzione autoritaria e repressiva, ma il concetto principale di essa deve fare riferimento al rispetto delle regole di convivenza civica, con maggiore prevenzione e promozione di condizioni sociali di sicurezza. Non è questione di violenza ai trasgressori, né manifestazione di arroganza da parte della polizia – giammai, anzi: sarebbe essa stessa un’espressione di grave degrado sociale, ed in primis in materia di abuso di autorità dovrebbe valere la tolleranza zero. E non si tratta di tolleranza zero nei confronti della persona che commette il reato, ma è tolleranza zero di fronte al reato stesso, chiunque lo commetta. Lo scopo finale deve essere quello di agevolare la nascita ed lo sviluppo di comunità ordinate, rispettose delle regole che sono alla base della convivenza civica, sociale ed umana, dotate di alto senso civico e spiccata consapevolezza sociale, il tutto nella tutela assoluta dei diritti e delle libertà fondamentali di ogni cittadino.

Ecco: è bene di tornare a leggere questa teoria, e di diffonderla quanto più possibile soprattutto dalle nostre parti. Ce n’è un disperato bisogno, ahinoi.

Atti di (mala)fede (Augusto Monterroso dixit)

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Le idee che Cristo ci lasciò sono tanto buone che fu necessario creare tutta l’organizzazione della Chiesa per combatterle.

(Augusto Monterroso, Cristianesimo e chiesa, in Il resto è silenzio, a cura di Barbara Bertoni, Sellerio 1992, pag.124; citato da Paolo Nori qui)

Affermazione ineccepibile quella di Monterroso – un autore di mirabile valore letterario che meriterebbe ben più considerazione, dalle nostre parti, di quanto non abbia. Ineccepibile dacché comprovata dalla storia, da venti secoli a questa parte e fino ad oggi. E, voglio dire: compreso, l’oggi.

David Ohle, “L’era di Sinatra”

Cop_era_sinatraResto sempre molto scettico di fronte alle indicazioni e ai “consigli” che a volte campeggiano sulle copertine dei libri, con lo scopo di solleticare l’interesse del potenziale lettore ancor più di quanto possano fare titolo e copertina dei libri stessi ma pure, ciò facendo, condizionandone in qualche modo la libertà d’acquisto. Per carità, nulla di male, i libri si pubblicano affinché vengano acquistati, prima che letti – e, sia chiaro, non mi sto riferendo a quelle citazioni entusiastiche e glorificanti sparate a caratteri ben leggibili sulle copertine di certi libri (“Il romanzo che ha fatto impazzire milioni di lettori!”, robe del genere, ecco…) le quali, solitamente, sulle copertine vi stanno proprio per cercare di nascondere dietro quel loro “strillare” l’assai probabile pochezza letteraria del libro stesso (e difatti, solitamente, più citazioni di quel tipo vi sono, meno valido il libro è, dato che, ça va sans dire, quando di valore lo è non ha certo bisogno di simili sparate da bieco rotocalco di gossip!)
Posto ciò, devo però ammettere che per un libro come L’era di Sinatra di David Ohle, (ISBN Edizioni, 2007, traduzione di Matteo Colombo; orig. Age of Sinatra, 2004) la presenza di una “indicazione” è anche ammissibile, in forza delle classiche e super minimali copertine della casa editrice milanese (che l’illustrazione l’hanno, ma nelle facciate interne delle stesse), e vuoi anche perché David Ohle è poco meno che un UFO nel panorama letterario internazionale, al punto che nemmeno Wikipedia ha un articolo su di lui. Fatto sta che l’indicazione sulla copertina del libro, a mo’ di sottotitolo dello stesso, dice: Un romanzo molto strano. Il che vuol dire tutto e vuol dire nulla, dacché si potrebbe poi stare qui a disquisire per ore su cosa si possa e debba intendere in letteratura contemporanea col termine “strano”…

Leggete la recensione completa di L’era di Sinatra cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Se il gergo non fa altro che istupidire la gente (Tom Robbins dixit #2)

Tra gli uomini, l’incapacità di percepire correttamente la realtà è spesso responsabile di comportamenti anomali. Ogni volta che alla parola capace di descrivere accuratamente un’emozione o una situazione si sostituisce un termine gergale, sciatto e multiuso, si pregiudica il proprio orientamento nella realtà e ci si spinge sempre più lontano dalla riva sulle acque caliginose dell’alienazione e della confusione.
La parola “forte”, per esempio, ha una connotazione ben precisa. “Forte” significa “gagliardo, robusto, resistente”. Come parola, è uno strumento prezioso per descrivere una persona, un attrezzo, un tessuto. Quando però viene applicata in modo generico e inappropriato, come nell’uso gergale, non fa che oscurare la vera natura della cosa o della sensazione che dovrebbe rappresentare. Si trasforma in una parola-spugna, dalla quale si possono strizzare significati a secchiate, senza mai sapere quali sono quelli giusti. Quando una persona dice che un film è “forte”, non ti dà il minimo elemento per capire se la storia è divertente, tragica, avvincente o romantica; se la fotografia è splendida, la recitazione sentita, la sceneggiatura intelligente, la regia magistrale, o se piuttosto la protagonista aveva una scollatura per la quale varrebbe la pena di morire. Il gergo possiede un’economia e un’immediatezza che possono senz’altro avere le loro attrattive, ma svalutano l’esperienza standardizzandola e offuscandola, frapponendosi tra l’umanità e il mondo reale come un… un velo. Il gergo non fa altro che istupidire la gente, punto e basta, e la stupidità alla fine genera la follia.

(Tom Robbins, Coscine di Pollo, B.C.Dalai Editore 2010, traduzione di Bernardo Draghi, pag.82-83.)

Una piccola ma intensa lezioncina di semantica in perfetto Tom Robbins style. Che mi trova perfettamente concorde, dacché la generale scarsa attenzione al senso e al significato delle parole, e la conseguente perdita di ricchezza linguistica, è un’altra deleteria sconfitta della nostra società contemporanea.
E a breve, qui nel blog, la recensione del romanzo sopra citato.