Quando i confini sconfinano

[La Testa Grigia, tra Cervinia e Zermatt, sullo sfondo il Cervino/Matterhorn. Foto di Francofranco56, Opera propria, Pubblico dominio; fonte qui.]
I cambiamenti climatici in corso, tra mille altri problemi e questioni di varia gravità, generano “effetti collaterali” curiosi e assai affascinanti per chi come me si occupa di paesaggi, sia dal punto di vista fisico-geografico che da quello umanistico, almeno in senso simbolico. Sulle Alpi, ad esempio, il forte ritiro dei ghiacciai comporta che i confini tra gli stati alpini si stanno spostando, spesso anche di decine e decine di metri, togliendo territorio nazionale all’un paese per “donarlo” all’altro e viceversa. Ne parla questo interessante articolo di Swissinfo.ch, prendendo spunto nello specifico da un macroscopico spostamento del confine che separa Italia e Svizzera, sui monti tra Cervinia e Zermatt, dovuto proprio alla sparizione quasi totale di un ghiacciaio, ma analoghi casi si stanno registrando anche nelle Alpi Orientali riguardo i confini tra Italia e Austria.

[Immagine tratta da swisstopo.ch, via swissinfo.ch.]
Nell’articolo, ribadisco, trovate ben spiegata la questione (potete anche cliccare sull’immagine in testa al post per leggerlo) la quale possiede pure dei risvolti di geografia umana, sociologici e antropologici se non – se posso usare il termine in questo contesto – filosofici e comunque parecchio simbolici. Già, perché sembra che la Natura, adattandosi ai cambiamenti del clima dovuti per gran parte alle attività umane, voglia far capire agli stessi umani quanto il concetto di “confine”, che se possiede sensi e significati quasi mai sono quelli che la geopolitica gli conferisce, a partire dalla definizione stessa delle linee di confine sui monti, di matrice cartesiana, che usano gli spartiacque e ignorano totalmente come storicamente mai le montagne hanno fatto da confine alle genti che le abitavano ma sempre da collante, da cerniera, zona di transiti, commerci, incontri d’ogni sorta e assai meno raramente di scontri più o meno bellici – dicevo, sembra che la Natura voglia rendere evidente agli uomini come il loro concetto geopolitico di confine sia tanto aleatorio quanto vacuo e, per certi aspetti, non consono (o proprio antitetico) alla realtà delle cose, il che finisce per generare più problemi che vantaggi persino per lo stato che se ne fa baluardo in base a proprie ragioni ideologiche e politiche. Alla fine, i confini non esistono se non in forma di linee dal tratto più o meno grosso sulle mappe oppure nella testa delle persone: a volte con matrice positiva, quando essi siano di forma culturale (e identitaria ma in senso antropologico, non etnico e ideologico!), e per natura aperti allo scambio – esattamente ciò che erano un tempo le montagne, che connettevano genti di vallate diverse e spesso di culture diverse ma ponendole in dialogo e mai in contrasto, ripeto – in altri casi, fin troppo diffusi oggi, con accezioni del tutto negative, quando diventano strumenti di separazione tra individui per motivi del tutto stupidi e dannosi per entrambi – i separatori e i separati. Attenzione: non sto dicendo che i confini siano sempre e comunque il “male” e che debbano svanire in forza di chissà quale “globalizzazione” (che è l’altra faccia d’una tale corrosa medaglia), semmai sto osservando che i “confini” che la geopolitica e l’ideologia relativa spesso ci impongono, e per come ce li impongono, non sono certo interventi virtuosi e quasi mai hanno una logica pienamente condivisibile, essendo di frequente diventati – la storia ce lo insegna bene – motivi e cause di divergenze, scontri e guerre piuttosto che strumenti di salvaguardia di due nazioni dai territori adiacenti, dei quali non di rado hanno spezzato l’unitarietà socioculturale.

D’altro canto se lassù sui monti, in quei luoghi ove i cambiamenti climatici stanno modificando la morfologia del terreno, come altrove vi fossero stati dei muri – esempio massimamente concreto dell’esistenza di un confine e della sussistenza di una notevole, bieca sciocchezza umana, molto probabilmente sarebbero crollati. Sarebbe mancato loro il terreno di sotto, letteralmente, proprio come a certi confini, demarcazioni, limiti politici e ideologici, muri, cinte, fortificazioni e quant’altro di simile manca qualsiasi base logica e culturale. Probabilmente è per questo che le idee di chi li difende sembrano sempre così campate per aria. Già.

Vivere in montagna (ma non ovunque)

Quando lo scorso ottobre era uscito su “swissinfo.ch” il reportage multimediale Vivere e lavorare in montagna grazie a internet, che potete vedere e leggere cliccando sull’immagine qui sopra, lo avevo messo subito tra le cose importanti da conservare e di cui tenere ben conto, per me che mi occupo anche di progetti culturali nei territori di montagna. Nel reportage elvetico gli autori illustrano e dimostrano nel concreto, ovvero con testimonianze pratiche, come le nuove tecnologie possono rappresentare non solo una salvezza per le montagne ma pure un’opportunità di grande rilancio e di potenziale forte valorizzazione, al punto da diventare, quelle zone in quota altrimenti a rischio di abbandono, una nuova dimensione vitale ideale, un habitat prezioso e contestuale ai cambiamenti in atto nella contemporaneità, a livello economico, sociale, culturale e ovviamente ambientale.

Ecco: peraltro la mia attenzione verso il reportage nasceva anche dal fatto che, negli stessi giorni e in relazione all’al di qua delle Alpi, cioè al versante italiano, in tema di vita sui monti e relative opportunità digitali avevo letto resoconti e testimonianze di ben altro tono, ad esempio in articoli come questo, tratto dal sito dell’Uncem (cliccateci sopra per leggere il contenuto):

Un contrasto tanto sconcertante quanto irritante, che per l’ennesima volta palesa quanto siano vuote e ipocrite le tante “belle” parole spese da politici, amministratori pubblici e funzionari vari, con le relative lacrime di coccodrillo, in merito alla salvaguardia socio-economica (il che significa anche culturale) delle aree marginali e interne dell’Italia ovvero al loro degrado, aree che sono per la gran parte territori di montagna. E tale situazione non si giustifica affatto con l’avere contiguo un paese come la Svizzera, economicamente ma pure socialmente e culturalmente ben più vivo e in salute: i confronti servono a generare metri di paragone ma poi ogni situazione è a sé stante, nel bene e nel male, e in merito alla sua realtà bisogna agire, non (solo) perché altri fanno meglio. Altrimenti quel divario così palese al punto di sembrare incolmabile rischia di diventare una paradossale giustificazione al non fare – altra cosa che i sopra citati figuri pubblici italici sanno fare benissimo, come è noto.

Ora leggo che il reportage di swissinfo.ch dell’ottobre scorso figura tra i lavori selezionati per il prestigioso Swiss Press Award, il più importante premio giornalistico svizzero – in un paese nel quale, peraltro, l’informazione sovente offre esempi di altissima qualità, anche in tal caso con un divario rispetto alla situazione italiana deprimente e, di nuovo, assai irritante.

Ecco, mi fa piacere questo. Perché è qualcosa di concretamente utile per le montagne le quali – è bene ricordarlo, a dispetto di come la geopolitica odierna di matrice cartesiana le considera – non rappresentano affatto confini ma zone di contatto e unione: dunque chissà che quanto raccontato nel reportage svizzero sia ben appreso e messo in pratica anche al di qua, della catena alpina. Chissà.