Lettura, vizio precoce (Gesualdo Bufalino dixit)

Lettura, vizio precoce: da ragazzo raccattavo i giornali unti di pesce che trovavo per strada, li facevo asciugare, li leggevo di notte.

(Gesualdo Bufalino, Il malpensante. Lunario dell’anno che fu, Bompiani, 1987.)

Con la speranza che, se così è, un tale vizio, giammai cattivo, sia come quello del lupo

Letteratura e fotografia: un legame (non sempre idilliaco) che dura da più di 150 anni, “fotografato” in un saggio di Diego Mormorio

cop_scrittori-e-fotografiaVoglio segnalarvi un libro molto interessante, uscito da qualche mese ma i cui contenuti sono destinati a rimanere di valore al di là della data di pubblicazione – come sempre accade per ogni buon libro, d’altronde.
Scrittori e fotografia, di Diego Mormorio per le Edizioni Postcart, risulta interessante, come dicevo, non solo per quelli che, come me, sono affascinati tanto dalla letteratura quanto dalla fotografia – nella convinzione profonda che le due arti rappresentino per molti versi l’espressione narrativa più alta e più intensa che l’uomo abbia a disposizione, e che per questo abbiano in comune, nel proprio spirito più intimo, molte peculiarità – ma anche per chi si occupi, per mero diletto ovvero per attività professionale, solo dell’una o dell’altra arte, dacché troverà in esso parecchie sorprendenti rivelazioni, in ogni senso. E pure interessante, aggiungo, lo è per chi non sia direttamente interessato alle due arti, ma voglia approfondire l’evoluzione culturale e intellettuale della nostra società occidentale in un modo senza dubbio alternativo e, per questo, illuminante più di altri. Tanto più che il libro “fotografa” – è il caso di dirlo – i primi trent’anni di convivenza tra fotografia e letteratura, dal 1840 al 1870, dunque il principio di tale rapporto, il momento nel quale esso si è formato e plasmato nelle forme che tutt’oggi possiamo constatare.
Leggo nella presentazione dell’opera:

Honoré de Balzac credeva negli spettri fotografici e Nathaniel Hawthorne nella forza rivelativa del ritratto. Gustave Flaubert, invece, non vedendovi il segno artistico, non voleva il fotoritratto dell’amante. La fotografia venne accolta dagli scrittori in diverse maniere. Théophile Gautier l’amò. Oliver Wendell Holmes ne fu entusiasta. John Ruskin l’amò e poi la odiò. Mark Twain prima la odiò e poi l’amò. Baudelaire la odiò soltanto. Ad Alexandre Dumas interessavano soprattutto le fotografesse, a Edgar Allan Poe le bellezze “miracolose”. Victor Hugo, mettendosi davanti alla macchina fotografica, cercò dentro di sé, e anticipò di decine d’anni quella che è stata la pratica del cosiddetto autoritratto concettuale.
Mormorio ci racconta i primi trent’anni della fotografia, restituendoci alcune delle più belle pagine del complesso rapporto che gli scrittori e i poeti hanno avuto con l’arte fotografica.

Un saggio alquanto intrigante e altrettanto consigliabile, insomma, anche per la presenza di un’antologia di brani di Edgar Allan Poe, Charles Baudelaire, Honoré de Balzac, Ralph Waldo Emerson, Gustave Flaubert, Victor Hugo, Mark Twain e molti altri autori immortali.
Cliccate sull’immagine della copertina del libro per saperne di più, oppure QUI, per leggere – sempre dal sito di Postcart – alcune recensioni.

Per una vera “Rivolta dei Libri”: alcuni punti (di tanti altri) messi nero su bianco, di getto, e qualche riflessione di contorno…

Qualche settimana fa ho pubblicato un post, qui nel blog, intitolato E se invece si facesse scoppiare una rivolta dei libri?, per rimarcare come in Italia ci sia forse bisogno di una autentica e profonda rivolta culturale, soprattutto, prima che meramente politica – come quelle più o meno forconate che si sono manifestate nelle scorse settimane, che hanno avuto lo stesso effetto di uno starnuto durante un uragano.
Tra i vari commenti ricevuti a quel post, voglio citare quello di Guido Mura per come abbia ragione scrivendo: Tra regionalismi, elitarismi, rimasticature di fenomeni culturali della dominante cultura statunitense, la letteratura italiana non sa bene dove andare. Come potrebbero ribellarsi i nostri libri, se anche loro sono figli del sistema e della sottocultura in cui ci dibattiamo? Vogliamo proporre qualcosa di nuovo, facendolo nascere dalle nostre ceneri italiane e mitteleuropee? Bene. Ma troveremo imprenditori in grado di comprendere la forza rivoluzionaria e costruttiva di una tale operazione? Come ho sempre sostenuto, il problema di fondo del nostro paese è una classe dirigente e imprenditoriale inadeguata e timorosa, a sua volta non incoraggiata nel suo agire da una classe politica ottusa.
E’ vero, appunto: non è detto che una pur buona rivoluzione culturale – che per me è sinonimo di rivoluzione del pensiero anche per come i libri e la lettura siano la migliore palestra per la libertà e l’emancipazione di esso, sotto ogni punto di vista – non venga soffocata dal sistema di potere vigente talmente deviato e marcio da non poter essere nemmeno un poco raddrizzato e purificato. E’ un’osservazione concretamente realistica e pragmatica, quella di Guido. Tuttavia, forse ingenuamente, forse utopisticamente, forse ottusamente, resto convinto che solo nella cultura – e con la cultura – si possa costruire un vero cambiamento, dacché solo la cultura può possedere in sé l’impulso, la forza, il raziocinio e insieme la creatività politico-sociale (oltre che, bisogna dirlo, l’intelligenza) per metterlo in atto. Non vedo, altrimenti, quale altro settore della società e della vita pubblica possa ottenere ciò, senza nel caso creare forse ancora più danni di prima. Come osserva Guido, ciò significa anche che lo scrittore – ovvero il letterato e l’intellettuale in generale – deve sobbarcarsi un diritto/dovere fondamentale: quello di rivendicare la propria totale autonomia e libertà rispetto al sistema e alla sua sottocultura (nonché al potere politico che con essi domina: cosa sottintesa ma che è bene comunque precisare), e comprendere che un’opera letteraria deve – e ribadisco, deve – avere in sé e ottenere anche uno scopo culturale, dunque sociale e politico, non solo di intrattenimento. E ciò non vuol dire che non si debbano più scrivere libri leggeri, ci mancherebbe, non è questo il punto, ma semmai che la cultura, quella vera, deve tornare a rappresentare il primo mattone per la costruzione della società, ergo che chi produce cultura deve porsi tale responsabilità, dovere, diritto, fine – chiamatelo come volete – come imprescindibile.

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Posto ciò, ho pure provato a pensare come realizzare una rivolta dei libri partendo dal basso, da azioni – credetele necessarie, possibili, improbabili, folli, fate voi: ho solo appuntato, e di getto, pensieri che mi frullavano in testa – che chiunque potrebbe mettere in atto, individualmente o in gruppo, esattamente come si è visto in TV certi individui scendere nelle strade e bloccarle con un forcone in mano, ottenendo alla fine, lo ribadisco, meno di nulla – anzi, probabilmente danneggiando altri cittadini senza invece nemmeno sfiorare il potere, che dai suoi palazzoni dorati se la rideva e se la ride. Alla fine io credo, ne sono fermissimamente convinto, che un libro sia un’arma miliardi di volte più efficace di qualsiasi altra: per questo ho appuntato questo elenco…

– Facciamo capire in modo chiaro e inequivocabile al potere dominante che noi non siamo il popolo pecorone facilmente assoggettabile e dominabile che esso vuole, che noi la mente ce l’abbiamo attiva e funzionante, rifiutando le sue imposizioni, le sue ipocrisie, illuminando le sue falsità, mettendolo davanti alle sue responsabilità e colpe, in primis quelle etiche, civili e sociali!

Scendiamo nelle piazze e blocchiamole ma non commettendo atti di violenza, semmai leggendo libri seduti sull’asfalto, sui selciati, sui marciapiedi! E’ già stato fatto, ma sono state manifestazioni estemporanee di pochi: facciamole diventare di migliaia, decine di migliaia!

“Imprigioniamo” i politici dentro i loro palazzi del potere bloccando le uscite con muri di libri! Se ne dovranno uscire abbattendoli, dimostrando così anche materialmente come per essi la cultura non conti nulla!

Contrapponiamo alle parole vuote e inutili dei politici le parole piene di senso e di cultura dei più grandi letterati, degli scienziati, dei pensatori, degli intellettuali di pregio, traendole dalle loro opere e traendone per noi insegnamenti e riflessioni per nuove idee, nuove azioni!

– Combattiamo una volta per tutte la strategia di istupidimento mediatico che il potere porta avanti, rifiutando quanto ci viene propinato da TV e giornali ovvero da ogni altra cosa simile di così offensivo per la nostra intelligenza!

– Facciamo della cultura, in senso generale, il motore primario del paese, il propellente fondamentale per il pensiero comune e l’opinione pubblica! Il futuro si costruisce sulla cultura, sul buon senso civico, sull’intelligenza, la conoscenza e la consapevolezza diffusa, non sul denaro, non sul potere politico e finanziario, non sul consumo di beni inutili che arricchiscono pochi e inebetiscono tanti!

Riportiamo al centro della società l’essere pensante e che esiste in quanto tale, non quello che appare e pretende di esistere in modo imposto e artificioso. Sono le idee, le parole e le azioni individuali a determinare il valore di una persona, non l’immagine esteriore!

– E, ancor di più, riportiamo al centro di tutto il pensiero libero, ovvero la prima e più grande libertà che l’uomo possieda!

Sto soltanto vaneggiando, forse, credendo alla possibile realtà di una mera utopia. Eppure sono convinto che spesso l’utopia è soltanto una realtà che nessuno ha ancora avuto il coraggio di realizzare.

Una letteratura condannata all’irrilevanza. Stralci da un articolo di Martina Testa, di Minimum Fax

Stralci di un articolo di Martina Testa, direttore editoriale di Minimum Fax, pubblicato su Artribune nr.15, Settembre-Ottobre 2013. Lo rimetto alla vostra attenzione (nonostante il pezzo sia di qualche settimana fa, appunto) e li cito, tali stralci, perché in qualche modo confermano certe mie opinioni circa il panorama letterario/editoriale nostrano di oggi da una posizione interna al panorama stesso e peraltro di prestigio, vista la bontà del lavoro di Minimum Fax. Un buon lavoro, quello della casa editrice romana e di molte altre piccole, medie e indipendenti, che rischia di essere “infangato” e reso vano dalla situazione in corso, caratterizzata da (per semplificare al massimo) troppa quantità edita a fronte di sempre più scarsa qualità letteraria. Certo, gli italiani leggono poco e questa è una colpa gravissima e una questione non solo culturale ma pure sociale: tuttavia se l’editoria (che è un’industria culturale, è bene non dimenticarlo mai!), piuttosto che far di tutto per invertire tale tendenza la sfrutta biecamente per conseguire meri fini consumistici ovvero di guadagno – il che significa, nella logica industriale in cui pure i grandi editori sono finiti, elargire dividendi agli azionisti, e pace se nel frattempo il paese diventa sempre più ignorante… – allora non solo scivoliamo verso l’orlo del baratro ma veniamo pure brutalmente spinti in esso.
E, si noti, l’articolo pare scritto sull’onda della visione del “talent show” RAI per scrittori Masterpiece! Invece no, non era ancora in onda, all’epoca della pubblicazione, d’altro canto tale parvenza ne conferma la bontà: in fondo il programma di RAI 3 non è che una macroscopica prova di quanto asserito.
L’articolo completo di Martina Testa lo trovate QUI.

Da una dozzina d’anni lavoro per una casa editrice di Roma: prima come redattrice, poi anche come editor e ora come direttore editoriale. (…) La mia professione si svolge all’interno della cosiddetta “industria culturale”: un complesso di attività che comprende non solo la produzione di materiali culturali ma anche la loro diffusione, comunicazione, valutazione; un ambito in cui la letteratura e l’editoria convivono con la musica e le arti visive, ma anche con l’organizzazione di eventi e il giornalismo. Riflettendo sulle dinamiche di questo vasto settore, un fenomeno che negli ultimi anni mi sembra evidente è quello del sostituirsi della forza della personalità alla forza della competenza. Un ventennio di berlusconismo, televisivo e non, ha eroso alla base l’idea che lo studio, l’acquisizione di sapere, il possesso di un bagaglio di tecniche specifiche e di strumenti critici siano necessari per farsi strada professionalmente. Il biglietto da visita è diventato quello del carattere: simpatia, spigliatezza, voglia di fare; sensibilità, originalità, passione; capacità di farsi notare. Questo tipo di mentalità anti-intellettuale, la mentalità per cui chi “sa” è un pedante da sbeffeggiare, o un elitario da guardare con sospetto, ha trovato terreno fertile nella democrazia telematica da blog e da social network. Il preoccupante risultato è che, oggi, chiunque scriva si sente scrittore, chiunque faccia musica si sente musicista, chiunque abbia un’opinione su un libro si sente critico letterario, chiunque scatti una foto si sente fotografo. E spesso si ritiene che la passione per la lettura basti di per sé a dare accesso a una vita professionale nell’editoria. Non molti sembrano consapevoli del fatto che per lavorare nella redazione di una casa editrice è utile saper scrivere senza errori in un paio di lingue straniere, o saper usare uno scanner, o saper creare un file .epub, o conoscere il linguaggio HTML o anche solo la regola per la formazione del plurale dei sostantivi in –cia e –gia. (E il fatto che gran parte delle case editrici esternalizzino sempre più il lavoro, rinunciando a formare il proprio personale interno, non contribuisce certo a innalzare il livello di competenza generale nel settore.) (…) Ritenere la letteratura e l’arte – nonché il fare libri, e il curare mostre – questione di sentire più che di sapere fa gioco a chi vuole ridurle a passatempo o a puro mercato, e privarle di valore conoscitivo, critico e, in definitiva, politico. Se in nome di un generico rifiuto della “casta” (la casta dei critici, la casta dell’“editoria tradizionale” ecc.) la cultura si pensa fatta solo di gusto, estro creativo, intraprendenza personale, e non più di abilità tecnica, di patrimonio cognitivo condiviso da accrescere e trasmettere, la si condanna all’irrilevanza. Proprio come, nella vita politica, la progressiva sostituzione della personalità alla competenza e l’idea che voler fare equivalga tout court a saper fare hanno portato agli esiti desolanti degli ultimi mesi.

Masterpiece in pieces. Forse che sia meglio pensarci due volte, prima di gettare i libri in pasto alla TV?

Masterpiece, proprio lui, il “talent” sulla scrittura in onda su RAI 3, del quale già scrissi qui sul blog (e non solo) in tempi non sospetti, come si suol dire in questi casi: che si dice in giro, al proposito, dopo che sono andate in onda (al momento in cui scrivo il presente) tre puntate?
Bene: cerco la risposta sul web, molto semplicemente inserendo in Google i termini di ricerca “Masterpiece”, “Rai 3” e “opinioni”, “reazioni”, “pro”, “contro” e qualche altro di simile. Per ogni risultato consulto le prime pagine, ovviamente tra i siti che riportano commenti sul programma.
Ecco cosa leggo…

Maria Vittoria Sparano su antoniogenna.com:

Ed ecco, infatti, che i due terzi del programma, in onda domenica in seconda serata su Rai 3, sono destinati a mostrare i provini, le selezioni preliminari, l’avvicendarsi di volti e racconti che servono a colmare una carenza imperdonabile per questo tipo di trasmissioni tv.
Per non parlare dell’impoverimento e della mortificazione che subisce l’immagine del mestiere dello scrittore. Chissà che cosa ne pensano i giurati De Carlo, Selasi e De Cataldo.
Che la scrittura fosse business lo sapevamo già, e d’altra parte i mestieri del libro hanno un valore e quindi un costo, ma che arrivasse a piegarsi alle volgari regole dello show business nessuno (o quasi) lo immaginava.

Flaminia Mancinelli su agoravox.it:

Il Format ideato per il nuovo programma di RAI3, Masterpiece, dedicato a far emergere un nuovo scrittore da una sterminata platea di “aspiranti” è demenziale almeno quanto lo è l’immaginare di formare uno scrittore grazie a un corso di scrittura creativa. L’ho guardato per capire come un metodo usato per sfornare programmi di culinaria potesse essere funzionale alla selezione di un talento letterario… E la visione di questo nuovo Format mi ha sconvolta e disgustata q.b.

Gaia Conventi su gaialodovica.wordpress:

Quando viene chiesto alla siora Sgarbi perché Masterpiece dovrebbe essere un successo televisivo, la siora spiega che Andrea De Carlo – scrittore che non frequenta circoli letterari e se ne sta parecchio per i cazzi suoi – ci crede parecchio e ha voluto esserci a tutti i costi, «pur sapendo come e quanto il terreno televisivo sia scivoloso per la letteratura».
Ma metti che te lo chieda la siora direttora della casa editrice con cui pubblichi… eccheccazzo!, potrai dire di no? No, penso di no. Insomma, non lo so. Io non rischierei. Dunque De Carlo ci crede, e io ci credo che ci crede, al posto suo farei altrettanto.

Giorgio Mancinelli su la recherche.it:

Oltre l’orario impossibile della messa in onda, il programma è stato, a mio avviso, deludente, molto deludente. Tale da confermare i dubbi della prima puntata. Infatti sfugge dall’essere un ‘talent in progress’ forse perché non sono state spiegate al pubblico le regole del gioco, che del resto non sono esplicate neppure nel ‘regolamento’ pubblicato. Fatto è che non risulta essere una spettacolo di intrattenimento ma un gioco alla mercé di una giuria molto discutibile che, ad esempio, nel caso specifico della puntata in oggetto, sembra aver assunto un atteggiamento più di sufficienza che di rigore. Tolta la maleducazione e la mancanza di rispetto da parte di un elemento della giuria di lanciare un libro in restituzione a una concorrente. Perché donna?, viene lecito chiedersi. L’avrebbe fatto lo stesso con un uomo che avrebbe potuto prenderlo a pugni in faccia? Io non lo credo.

Carlo Trecce sul blog in ilfattoquotidiano.it:

La ricercata, elaborata e non travolgente (per i successi) Rai3 firmata Andrea Vianello è perfetta per ospitare una competizione che dovrebbe essere intellettuale (ma anche no) e deve fare spettacolo(per forza): altrimenti prendi il telecomando e scappi via. Ma perché un cuoco, un poeta, un romanziere, e anche un giornalista, deve piacere ai telespettatori per verificare se deve insistere con quella passione o cambiare mestiere? Se un ragazzo ha la penna di Alberto Moravia lo deve decidere il televoto, lo share o un insegnante ingaggiato per far divertire le famiglie sul divano e i fighetti su Twitter? (…) Masterpiece non è il principio di una strategia televisiva, è la fine. Il crepuscolo. Anche se per Vianello va sperato che sia l’alba infuocata. Ovunque, ma ormai lo strumento è antico, ti fanno giudicare da un giudice in diretta televisiva (o in leggera differita). Fra un po’ verranno a ispezionare la lavatrice per valutare se hai fatto bene o male il bucato. Può essere interessante: sapete quanto sapone viene sprecato? E il monodose non ha eliminato la piaga delle centrifughe di troppo.

Roberto Tallei su twitter:

Bello #masterpiece, ma non ho capito quando iniziano a cucinare.

…E mi fermo qui, per non generare troppo tediosa monotonia.
Ribadisco, ho elencato tutte le pagine con gli articoli più interessanti tra quelle trovate da Google, sul serio, non ho furbamente tralasciato eventuali altre di segno opposto… Che poi ci sono anche, come questa con un articolo di Beatrice Dondi, su huffingtonpost.it:

Se sei un giornalista, magari pieno di followers, con tanti ma tanti amici su Facebook e passi la giornata a parlare di quanto il Pd parli di sé, allora i tuoi nemici sono almeno due: Fabio Volo e Masterpiece, il talent di Rai Tre sull’esercizio della scrittura.
Un programma che seleziona aspiranti scrittori come fossero chef, li fa mettere in gioco sul foglio bianco a mo’ di palco e poi sfilare davanti a una giuria co-protagonista, occasionalmente senza lustrini né applausi di scena. Un buon programma, non eccelso, ma che parte da un presupposto intoccabile: che lo scrivere sia un mestiere che vale ancora la pena esibire.

Peccato però che nei commenti (leggeteli, ve ne sono di parecchio significativi!), i lettori si dimostrino moooooooolto poco concordi con quanto Dondi scrive nel suo articolo…

Ordunque… Ohibò!
Ma?!? Signora Elisabetta Sgarbi – sì, mi rivolgo a Lei, direttrice editoriale di Bompiani che elisabetta+sgarbidovrebbe pubblicare l’opera vincitrice di Masterpiece in sì poco credibili 100.000 (centomila!) copie… – mi rivolgo a Lei non solo perché pare controllare le fila del programma più che la stessa rete RAI che la ospita (vuoi anche per “comprensibili” interessi aziendali…), ma soprattutto perché prima rappresentante del mondo letterario al quale voglio credere (forse troppo ingenuamente) che pure un programma TV come Masterpiece debba fare riferimento… Ecco, Le chiedo: ma non è che in fin dei conti, con ‘sto programma, Lei/voi non state affatto facendo un buon servizio alla letteratura (e inevitabilmente pure alla lettura) nel nostro paese, bensì le state dando l’ennesima clavata sul capo?
Magari sbaglio, eh, anzi, me lo auguro proprio visto quanto è comatoso il panorama letterario nostrano e dunque quanto abbia bisogno di cure urgenti ed efficaci! Però, a quanto pare, non sono il solo a formularmi quella domanda…