
Posto ciò, e appunto in tema di stato spesso fatiscente della cultura in Italia generato in molti casi dal sostanziale disinteresse istituzionale – così ben certificato dall’ormai celeberrimo “con la cultura non si mangia!” proferito da un noto ex ministro – viene da chiedersi perché ci sia una tale conclamata avversione della politica verso le cose culturali. Ecco, la risposta migliore che mi viene in mente scaturisce da quelle peculiarità lì sopra elencate riguardo la cultura, la quale da sempre – quando sia di qualità – è originale, fuori dagli schemi, innovativa, sovversiva, spesso pure profetica, appunto. Ovvero, è quanto di più avverso a qualsiasi sistema di potere, politico in primis ma non solo, che per sua natura persegua come obiettivo fondamentale la propria salvaguardia, e che dunque contrasti qualsivoglia pur minimo elemento che possa mettere in discussione lo stato di fatto sul quale il sistema suddetto si regge e prospera. Che venisse o venga da una parte o dall’altra dell’emiciclo parlamentare, proclamandosi dunque al caso conservatrice o progressista, la classe politica di questo paese si è sempre dimostrata inequivocabilmente e rigidamente reazionaria verso la cultura. Per mera fobia, appunto, per angoscia di quanto potesse generare e proporre alla gente, per il terrore che un buon nutrimento culturale possa permettere alla gente di pensare: la cosa massimamente invisa a qualsiasi potere dominante.
Non è un caso, poi, che tale atteggiamento politico non si limiti al solo ambito culturale: purtroppo viene facile constatarlo pure, ad esempio, nell’innovazione tecnologica, nella ricerca scientifica, nell’evoluzione sociale… – l’elenco è piuttosto lungo e d’altro canto notorio.
L’alternativa a ciò messa in atto dal potere nella storia, passata e recente, è l’assoggettamento della cultura alle sue direttive, ovvero la trasformazione della produzione culturale in mezzo di propaganda e di celebrazione del potere stesso, con la parallela eliminazione materiale di quella che non si voglia allineare. Ma siccome tale metodo necessita di un clima di vigente antidemocrazia – e comunque di casi del genere ve ne sono pure in circolazione, anche solo come adattamento al più piatto e ruffiano politically correct: tra libri, musica, cinema e quant’altro, di esempi in tal senso ve ne sono a bizzeffe – al potere non resta altro che lasciare languire la cultura in uno stato di sostanziale e crescente miseria (non solo finanziaria, ribadisco), semmai sostenendo tutto quanto nel quotidiano sia invece ad essa avverso, dalla TV (che non è più “cultura” da tempo, serve dirlo?) agli elementi meramente consumistici fino al materialismo e all’edonismo più ottuso – il caro vecchio panem et circenses, ecco.
Insomma, tutto ciò per sostenere che dal profondo sconcerto derivante dalla constatazione che qualsiasi parte politica che abbia avuto e ha mansione amministrative ha sempre e comunque fatto in modo di non considerare la cultura, se non di avversarla, scaturisce una ulteriore, palese considerazione: non saranno i cambi di colore politico al potere a risollevare le sorti della cultura in Italia, piuttosto serve un radicale cambio di punto di vista, di visione generale, di orizzonti e di fini. Un cambio di sistema, ecco, che sappia cancellare il dogma programmatico che il suddetto ex ministro palesò pubblicamente e riconosca, ovvero comprenda profondamente, tutta l’importanza sociologica, antropologica ergo pure politica – nel senso “alto” del termine, antitetico a qualsiasi accezione partitica di esso, oggi purtroppo dominante – che la cultura possiede per il bene e il progresso della società nella quale si manifesta.
Sembrerebbe una cosa persino banale e totalmente ovvia, vero? Ho fatto la scoperta dell’acqua calda, lo so bene: peccato che sia una scoperta del tutto ignorata, con gli sconcertanti – anzi, per restare in metafora, raggelanti risultati che ci ritroviamo davanti.
Senza tutto ciò, beh, temo che per la cultura nazionale il futuro sarà sempre più cupo.
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Come inutili soprammobili. Gli assessorati alla cultura, qualcosa di cui la politica sembra spesso farebbe anche a meno…
Non c’è ovviamente bisogno di rimarcare in quale stato versi la cultura (e la sua cura) nel nostro paese – non sarebbe nemmeno nato Cultora se non fossimo così messi male, d’altronde! Ugualmente, non c’è bisogno di ricercare esempi concreti che dimostrino tale situazione, per quanti innumerevoli ve ne siano. Alcune evidenze tuttavia, magari meno lampanti ma nella sostanza più emblematiche, forse palesano meglio di tante altre come l’incuria della cultura in Italia sia una cosa che mi viene da definire strategica – ma io penso sempre male… – ovvero, se preferite, paradossalmente legata a una cronica incapacità di comprendere l’importanza dell’elemento culturale nella formazione e nell’andamento quotidiano di una buona ed equilibrata società civile.
Una di esse, ad esempio, è la questione degli assessorati alla cultura e delle relative nomine, che si è ben svelata in occasione delle ultime elezioni regionali dello scorso maggio. Uno sguardo a quanto è stato deciso nel merito dalle sette regioni andate al voto è infatti parecchio indicativo di come dalle nostre parti l’ambito culturale – fondamentale, non mi stancherò mai di dirlo, per poterci definire civiltà nel senso migliore del termine – sia considerato dalla “politica” (o da quanto in Italia viene definito come tale) qualcosa di secondario, di trascurabile se non – a volte pare proprio – di fastidioso, qualcosa con cui tocca avere a che fare ma non si sa bene come maneggiare, come un soprammobile ereditato che tocca mettere da qualche parte in casa perché nasconderlo è brutto e dunque alla fine lo si mette sullo scaffale più in alto e più nascosto, e se si riempie di polvere amen. Invece, l’assessorato alla cultura è (dovrebbe essere) uno di quelli principali per qualsiasi amministrazione pubblica: primo perché siamo in Italia, paese culla di grande parte della cultura mondiale ed europea in particolare; secondo, perché paese avente la fortuna di possedere uno dei più ricchi patrimoni culturali (in senso generale, dunque artistici, architettonici, storici, archeologici, tematici, eccetera), terzo perché, appunto, la cultura è conoscenza imprescindibile per chiunque voglia definirsi buon cittadino e persona intellettualmente attiva, quarto – ultimo ma niente affatto ultimo! – perché a differenza di certe opinioni rilasciate guarda caso proprio da importanti esponenti di governi passati, la cultura e l’economia derivante renderebbe l’Italia un paese ben più florido e benestante di quanto sia. E scusate se è poco! Per tutto ciò, un valido assessore alla cultura, a mio modo di vedere, dovrebbe essere un personaggio proveniente proprio dall’ambito culturale, possibilmente con specializzazione accademica relativa (non necessaria ma utile), dotato di ampia esperienza o di comprovate capacità organizzative, in grado di comprendere la materia e di maneggiarla in modo consono e magari niente affatto legato all’ambiente politico-partitico, visto che la cultura non è certo cosa di destra o di sinistra, affine a intrallazzi di potere e/o a maneggiamenti di sorta ed altro del genere.
Dunque, le sette regioni andate al voto, dicevo – precisando da subito che, ovviamente, non mi permetterò di entrare nel merito delle capacità degli assessori nominati. La Toscana è tra le poche regioni ad avere scelto un assessore “concorde” pescandolo dal mondo universitario, conferendogli anche la delega per ricerca e università. E ci sta. Idem per le Marche, il cui assessorato alla cultura si occupa anche di turismo, valorizzazione dei beni culturali, promozione e organizzazione delle attività culturali, musei, biblioteche, grandi eventi e spettacoli. Parecchia roba, non c’è che dire, ma almeno abbastanza uniforme. La contigua Umbria, invece, ha un assessorato (e relativo assessore) che si dovrà occupare al contempo di cultura, agricoltura, ambiente e grandi manifestazioni. Giudicate da voi! Anche la Liguria ha un dicastero piuttosto multiforme, con deleghe, oltre che alla cultura, a comunicazione, sport e politiche giovanili – ambiti apparentemente affini ma sotto diversi aspetti antitetici, a ben pensarci. In Veneto la nomina dell’assessore alla cultura è stata invece puramente politica ovvero di campo, per un dicastero che si deve occupare di (udite udite) territorio, cultura, sicurezza, pianificazione territoriale e urbanistica, beni ambientali, culturali e tutela del paesaggio, parchi e aree protette, polizia locale, spettacolo, sport, edilizia sportiva, identità veneta. Mancano i viaggi spaziali, e poi c’è tutto! Anche la nuova amministrazione regionale della Puglia ha attuato una scelta meramente politica, ma per deleghe quanto meno limitate e consone: industria culturale e turismo. Infine la Campania, regione nella quale ufficialmente nemmeno esiste un “assessorato alla cultura” (si veda il sito istituzionale) e nella cui giunta le deleghe relative sono state trattenute direttamente dal presidente del consiglio regionale: nulla di male, sia chiaro, tuttavia non si può non denotare che in tal modo, oltre a dover fare il presidente, lo stesso deve far fronte alle deleghe a trasporti, agricoltura e sanità. Ammonticchiare di ambiti totalmente avulsi l’uno dall’altro che, una volta ancora, lascia parecchio perplessi.
Ribadisco, per concludere: non si vuole affatto mettere in dubbio le capacità e le valenze di assessorati e assessori, ne tanto meno la liceità delle decisione prese dalle varie amministrazioni regionali. I dubbi però montano e permangono assai forti di fronte a una situazione del genere, in molti casi così paradossale per un paese come l’Italia e per lo stato del suo ambito culturale. Il quale avrebbe decisamente bisogno di una immediata e netta inversione di tendenza, per non decadere sempre più in una condizione di letale abbandono e semmai per diventare finalmente uno degli elementi economici fondamentali per la tanto citata e agognata crescita del PIL nazionale. Ma, al momento, questo nostro incredibile e preziosissimo tesoro lo crediamo ancora un fastidioso soprammobile, al quale magari, visto che nemmeno lo ripuliamo dalla polvere, ci mettiamo pure davanti una pianta, così che ancora meno lo si possa notare!
P.S.: nell’immagine in testa al post, Factotum (2009), scultura di Jud Turner.
Cultura e politica? Come il diavolo e l’acquasanta… – anzi, viceversa!
Non amo parlare di politica, almeno per come viene inteso tale termine (invero di origini nobilissime) dalle nostre parti: troppo umiliante e potenzialmente infangante l’averci a che fare, anche solo a parole! Ma se proprio devo gettarvi uno sguardo, cercando di cogliere percezioni atte a ricavarne una qualche opinione, beh, una di quelle più lampanti – e per il cui senso qui ne voglio trattare – è quanto la politica italiana, a “destra” come a “sinistra” (si notino le virgolette, e si pensi a quel noto brano musicale di Giorgio Gaber…), abbia ormai quasi del tutto disconosciuto e rinnegato qualsiasi legame con la cultura, ovvero con il pensiero culturale coevo e con coloro i quali ne sono fonte e voce – i cosiddetti “intellettuali”, termine che a dire il vero non mi mai piaciuto granché… – con risultati che più rispettosi della par condicio non si può. E mi tornano in mente le Lezioni sulla missione del dotto di Fichte, e su come i dotti (non l’avevano ancora inventato, allora, il termine “intellettuale”, almeno con l’accezione oggi in uso!)
abbiano la missione di diffondere la loro sapienza agli uomini, ovvero di fare della stessa la base virtuosa di qualsivoglia azione di natura sociale e dunque necessariamente, anzi, inevitabilmente politica. Nozioni di due secoli fa, ma pare che questi duecento anni siano stati percorsi dalla politica all’indietro, non in avanti…
A destra, di intellettuali veri e degni di tal nome credo proprio non ve ne sia nemmeno più uno: non a caso la destra italiana è talmente rozza, cafona, ignorante, demagogica (nel senso peggiore del termine) e politicamente immorale; non a caso vengono spesso definiti “intellettuali” personaggi le cui idee offenderebbero dei bambini di un anno; e non a caso ciò comporta l’arrivo sugli scranni del potere di personaggi che in qualsiasi altro paese genererebbero un senso di profonda vergogna nazionale… Votata al populismo più sfrenato, al panem et circenses estremo e a un concetto di liberalismo falso dacché prettamente oligarchico, la destra italiana ha praticamente fatto estinguere l’intellettualismo di parte per intraprendere una strategia politica (!?) che si basa proprio sull’assenza di pensiero e pure di qualsivoglia pur minima capacità di riflessione critica, anche quando indubitabilmente schierata. Temo che nemmeno ai tempi del fascismo vi fosse una tale assenza di intellettualismo pur di parte, appunto!
A sinistra, invece, di intellettuali ve ne sarebbero, eccome! – inutile dire che da sempre l’intellettualismo ha goduto di un maggior feeling con questa parte politica, piuttosto che con la destra. Epperò che fa la sinistra italiana? Li ignora, gli intellettuali; finge di cullarli tra le sue braccia ma evita accuratamente di ascoltarli, anzi, spesso se ne mostra parecchio infastidita, con atteggiamento saccente e presuntuoso tanto quanto ottuso e autolesionista. Non a caso la sinistra italiana è così tanto mentalmente rattrappita, incapace, sprovveduta, disadattata e inguaribilmente perdente; non a caso così spesso si vanta dei suoi princìpi e valori per poi puntualmente rinnegarli, con gran ipocrisia; non a caso ciò comporta che, così spesso, gli esponenti di sinistra appaiano come quelli di destra, ma seduti dalla parte opposta del parlamento, dando la viva impressione di esserlo, di sinistra, solo perché per un motivo o per l’altro non possono esserlo di destra. E pensare che il materialismo storico, papà del pensiero di sinistra (o comunista che dir si voglia), è frutto della riflessione filosofica, qualcosa che più intellettuale di così non si può!
Ergo, come dicevo all’inizio, par condicio perfettamente rispettata: destra e sinistra italiane ugualmente indegne di qualsivoglia rispetto e considerazione.
Ecco: volendo parlare di politica partendo da un punto di vista culturale, mi viene da dire e ribadire che la politica italiana è talmente immonda anche perché ormai totalmente priva di buona cultura. Cultura nel senso più alto e “propizio” del termine, quella che sarebbe capace di apportare al pensiero politico quanto di buono viene elaborato nelle discipline umanistiche, scientifiche e artistiche… No: oggi pensatori, letterati, scienziati, artisti e intellettuali d’ogni genere sono persone non gradite alla politica. I “dotti” di Fichte stanno ad essa come un animalista starebbe ad un gruppo di bracconieri coi fucili carichi. Pensano troppo, appunto, e il pensiero, quando derivante dalle suddette discipline ovvero da menti illuminate, è quanto di più opposto al magna-magna totale che, a conti fatti, la politica è. Forse perché in questo modo, ridotto tutto e tutti all’ignoranza più profonda, quando questo povero paese imploderà definitivamente non saremmo nemmeno più in grado di rendercene conto. Andremo allo scatafascio ridendo come degli ebeti. Amen.
Ma la politica è veramente libertà di pensiero? (Björn Larsson dixit #2)
“Aveva perfettamente ragione Gao Xingjian, che sapeva bene di cosa stava parlando, quando sosteneva che ogni forma di associazione o movimento politico implicava già una sorta di repressione della libertà di pensiero e di espressione.“
(Björn Larsson, I poeti morti non scrivono gialli, Iperborea 2011, pag.23)
Che dire, se non di essere totalmente d’accordo? Non potrei non esserlo, dacché sono italiano. E ho detto tutto.
Se la barca merita di affondare, che coli a picco! (Cupe e amarissime riflessioni sugli ultimi accadimenti politico-elettorali italici)
Sarò parecchio amaro e cupo – come appunto recita il titolo del post. Sappiatelo, e scusatemi per questo fin da ora.
A me pare che pure le ultime farsesche elezioni politiche (e “farsesche” non certo per la presenza di un comico tra i leader di partito) non abbiano fatto altro che confermare una già storica evidenza: buona parte del popolo italiano ha nel proprio DNA l’ineluttabile necessità di essere dominato – attenzione: non “governato”, dominato!) da un potere che sia tanto forte da giustificare l’assoggettamento pedissequo alla sua egemonia, e al quale il popolo conferisce ogni facoltà pur di deresponsabilizzarsi e giustificarsi in tal modo quanto combina nella propria esistenza quotidiana. Sia un leader che impersoni le brame più facili e popolari, sia un dittatore, un papa, ma pure un simbolo, un’icona, un’ideologia, uno status symbol, una bandiera, una squadra di calcio, un campanile: l’italiano suddetto deve avere qualcuno che lo guidi, qualcuno nel quale identificarsi, qualcuno a cui accodarsi e che lo sollevi il più possibile dal dover pensare. Questo io credo venga dalla storia di questa miserrima nazione, che dopo i fasti dell’Impero Romano (ormai troppo lontani nel tempo affinché ne possa restare qualche buona traccia) non ha fatto altro che subire invasioni, dominazioni, liberazioni e successive nuove dominazioni che hanno spezzato sul nascere qualsiasi germoglio di identità – nazionale, sociale e infine anche individuale: inevitabilmente direi – e dunque qualsivoglia virtuosa consapevolezza civica. Gianni Brera sosteneva che l’Italia aveva per secoli sofferto di “sindrome da liberazione”, appunto: sempre dominata da qualcuno e sempre liberata da qualcun altro (straniero, generalmente), ovvero mai in grado di maturare quella suddetta consapevolezza necessaria alla costruzione di un’autentica e virtuosa società civile, capace di riflettere nelle sue strutture di governo il meglio di essa e non, viceversa, superficiale al punto da nemmeno rendersi conto di ciò che è e di dove sta andando. L’identità nazionale italiana secoli fa era un infante che abbisognava di una buona educazione e degli insegnamenti necessari a farle maturare una determinata e adeguata personalità, e a tutt’oggi infante è rimasta: mai divenuta adulta ovvero ineluttabilmente superficiale, politicamente rozza, incolta, priva di qualsiasi impulso all’autodeterminazione, mancante di qualsiasi riferimento in base al quale maturare la capacità di scegliere ciò che è buono e ciò che non lo è. E, proprio come un infante, non fa che credere a tutto quello che gli viene propinato, addirittura lasciandosi convincere che chi lo sta ingannando sia invece il custode e il difensore della verità, dacché superficiale al punto da non saper più nemmeno riflettere, da non essere più in grado di formulare dei dubbi oppure quando sia in grado di farlo, comportandosi come l’Asino di Buridano o lasciandosi impaurire dai dubbi stessi e fuggirne lontano. In fondo penso che gli stessi motivi siano alla base del fatto che l’Italia sia un paese così spaventosamente arretrato in tema di diritti civili: non avendo la coscienza civica e l’intelligenza politica per rifletterci sopra e stabilire cosa sia giusto fare, lascia fare ad altri (vedi sopra), cioè a quei poteri che tutto vogliono meno che i diritti dei cittadini siano difesi, preservati e ampliati – ciò che invece sarebbe cosa del tutto naturale e inevitabile, in una vera democrazia.
Credo sia anche per questo che Giorgio Bocca sostenesse che gli italiani fossero sostanzialmente un popolo di fascisti: non in quanto sostenitori “storici” di quel regime, semmai perché privi di presenza civica al punto da non poter che lasciarsi assoggettare dal primo uomo forte in circolazione, capace di dir loro ciò che vogliono sentirsi dire e, nel contempo, senza che essi si curino di quanto quell’uomo poi faccia concretamente. Fa nulla, dunque, se è/sarà un perfetto incapace, un emerito malfattore ovvero un vuoto fantoccio: non conta questo, conta che egli sappia riempire il vuoto civico (ovvero, lo ribadisco, sociale, sociologico e antropologico) che essi hanno dentro, nella mente e nell’animo.
A ben vedere, la validità del noto motteggio popolare “ogni popolo ha i governanti che si merita” è proprio qui. Come sosteneva Goethe, il miglior governo è quello che ci insegna a governarci da soli. Addirittura Thoreau, dotato di pensiero per certi versi ancora più avanzato (e/o rivoluzionario), affermava addirittura che il miglior governo è quello che non governa affatto. In Italia è accaduto e continua ad accadere il contrario: incapaci di governarci da soli (ovvero, insisto, a generare una sana e consapevole società civile) finiamo puntualmente per farci governare dal peggior governo possibile, che in quanto tale non governa nemmeno: domina, impone, imperversa, assoggetta, soggioga, facendosi gli affari propri mentre il popolo assiste stoltamente e applaude a comando. Come accade in TV – e non è certo un caso, questo. Per non piangere verrebbe da ridere, così sperando di evocare Bakunin – “Una risata vi seppellirà!” – e come invita a fare uno dei leader più votati in quest’ultima tornata elettorale, ma forse nemmeno questo molti italiani sanno più fare, se non facendolo sguaiatamente, purtroppo.
Nossignori: per questa Italia non c’è speranza alcuna. Avrebbe infinite risorse per rinascere e diventare una potenza assoluta – la cultura in primis, non mi stancherò mai di dirlo! Oh, già, la cultura, guarda caso quanto di più assente nei proclami di tutte le forze politiche presentatesi al voto… E ho detto tutto! – e invece si è inesorabilmente votata al suicidio. Stando così le cose, e dato che nulla fa pensare che possano cambiare tanto profondamente da sovvertire tale stato, non c’è nessuna speranza. La barca sta affondando, ma i passeggeri continuano a mettere al timone i peggiori capitani possibili: beh, non si meritano altro che colare a picco, a questo punto.
Io la penso così. Sia benvenuto e lodato chiunque mi potrà contraddire e smentire, ma al momento la mia idea è questa.