2 agosto 1980, Bologna, Italia.

Nei tempi odierni siamo molto spesso portati a spendere parole a sostegno di “opinioni” sulla realtà dei fatti il cui peso non percepiamo totalmente, ovvero lo crediamo gravare altrove, come se quelle parole indicassero cose, fatti e oggettività estranee alla nostra quotidianità e solo incidentalmente capitate tra di noi. Quindi, per via di questa in-coscienza indotta circa il reale senso (storico e culturale) di quelle parole, le utilizziamo – a volte anche in buona fede – come strumenti sovente impropri di presunte fattualità, a cui poi il vox populi vox dei conferisce valori e credibilità non consoni alla loro reale tangibilità, quando invece di contro, per esserne coscienti, sarebbe sufficiente una rapidissima riflessione storica, agevolata da una memoria collettiva funzionante e non narcotizzata come troppe volte appare, ahinoi, quella della nostra società.

Terrorismo”, ad esempio: quante innumerevoli volte sentiamo questo termine, quante volte ci viene proferito dai media e quant’altre volte, inevitabilmente, lo proferiamo noi, senza troppo far caso alla relativa cognizione di causa e, ancor meno, alla storia anche recente a cui esso può far riferimento?
E quanti, di contro, sono ancora (almeno sufficientemente) consapevoli del nostro terrorismo, e di come la storia recente del nostro paese sia costellata di attentati terroristici tra i più spaventosi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale?

Bologna è (attenzione: non “era”, è) forse il caso più eclatante, in tal senso. E – mi viene inesorabilmente da riflettere – quello fu un terrorismo se possibile ancora più bieco di questo che oggi dobbiamo fronteggiare, un terrorismo di cittadini italiani contro altri cittadini italiani perpetrato per immondi tornaconti di potere politico, ampiamente agevolato da parti deviate (ma “deviate” quanto? E “deviate” sul serio, poi?) delle istituzioni. Una stagione terribile, molto “italiana” nelle sue modalità (basti pensare che dopo 37 anni il processo sulla strage di Bologna non è ancora stato definitivamente chiuso e, anzi, ancora si tentano risoluzioni palesemente atte a tenere ben nascosta la realtà effettiva – vedi qui) ma dalla cui storia è possibile tutt’oggi trarre numerose consapevolezze di valore assoluto, senza alcun dubbio, fondamentali per osservare e comprendere al meglio pure molte cose del mondo contemporaneo. Avendo cura di preservarne la memoria più piena e lucida, però.

P.S.: qui potete visitare il sito dell’Associazione 2 agosto 1980, che riunisce i parenti delle vittime della strage di Bologna, e che contiene un’ampia documentazione sulla vicenda.

25 aprile cosa?

Già da un po’ di tempo volevo scrivere qualcosa circa una questione culturale profondamente “italiana” che ritengo fondamentale tanto quanto sostanzialmente ignorata – anzi, evitata… Poi, per una di quelle “coincidenze” dal tempismo pressoché perfetto, ho letto Trans Europa Express di Paolo Rumiz – libro di cui a breve potrete leggere la personale “recensione”, qui sul blog –  nel quale ho trovato questo passaggio (pagg.120-121):

La memoria: ecco il tema chiave. Se la Germania ha pilotato il suo allargamento è anche perché ha ammesso le sue colpe storiche, e questa ammissione l’ha resa leggera e meno ambigua anche in territori dove ha compiuto i peggiori stermini. L’Italia no. L’Italia continua a far finta di non essere stata fascista e di aver vinto la guerra. Invece è stata fascista eccome; e ha perso la guerra, proprio nelle mie terre. La Germania ha fatto dei suoi “giorni della memoria” il tempo della responsabilità e del pentimento. Da noi, la parola memoria fa quasi sempre rima con autoassoluzione. Vi prego, non parlatemi di “italiani brava gente” perché abito sul luogo del misfatto. (…) L’Italia non ha avuto la sua Norimberga. Ecco perché non ha l’autorevolezza per chiedere ai vicini di fare pulizia nella loro memoria.

La questione culturale a cui facevo cenno poco fa l’avrete capita: in più di 70 anni l’Italia non ha mai saputo fare i conti con il proprio passato, non s’è mai assunta – come comunità civile e politica – le proprie responsabilità, non ha mai realmente meditato su ciò che è successo ricavandone qualche buon insegnamento. Tutt’altro: rapidamente, fin dal primo dopoguerra, ha fatto come se nulla fosse accaduto – dice bene Rumiz – anzi, ha pure cronicizzato quelle problematiche ideologico-politiche scaturite dal periodo fascista rendendole ordinarie, normali, pur dopo così tanto tempo. Le polemiche in corso per questo ulteriore 25 aprile – solite, ormai, anno dopo anno – polemiche inconsistenti, stupide, infantili, rozze, dimostrano una volta ancora la realtà effettiva della situazione. Da una parte beceri neofascisti che paiono rimasti fermi al ventennio mussoliniano contrapposti ad antifascisti a loro volta bloccati in un antagonismo pseudo-partigiano, né più né meno come fossero le tifoserie di due squadre di calcio rivali – perché alla fine tutto, in questo nostro miserrimo paese, si riduce a comportamenti del genere: bandiere, campanili(smi), orticelli. Peggio che all’asilo, appunto. Si continua a inneggiare da una parte e dall’altra a periodi storici morti e sepolti senza provare nemmeno per un attimo a comprendere che l’orologio della storia nel frattempo ha continuato a girare, e lo ha fatto in maniera inversamente proporzionale alle rotelle del cervello di certa gente, la quale nemmeno per un attimo sembra tentare di fermarsi un momento, riflettere, elaborare, capire, ricontestualizzare il retaggio culturale scaturente da quel periodo storico al tempo presente, imparare, assimilare e solo dopo tutto ciò (ri)provare a dire qualcosa al riguardo. No, giammai! – tutti fermi, nemmeno arrivati al 26 aprile ’45, tutti fossilizzati sulle solite stupide parole convenzionali, sui soliti “se ci vanno loro non ci vado io!”, su quei ridicoli saluti romani o sui cori intonanti “Bella ciao”… E tutto il resto? Dov’è?

Dice bene Rumiz: ove la Germania ha fatto dei suoi “giorni della memoria” il tempo della responsabilità e del pentimento, l’Italia fa di essi il tempo del rinnovato scontro, della becera polemica, dell’ennesima dimostrazione della scempiaggine della classe politica (a sua volta incapace di fare i conti con la storia nazionale e di essere dunque da esempio per la cittadinanza… tutt’altro! È la prima a fare baccano! D’altro canto, al solito: ogni popolo ha i governanti che si merita!) ovvero il momento nel quale il paese, piuttosto che dimostrare la sua maturità civica e sociale, riesce per l’ennesima volta a dare il peggio di sé.

Ma, io temo (anzi, ne sono convinto), a ben vedere l’Italia non può fare i conti con la propria storia, ricavandone la più virtuosa memoria… a parte che la memoria qui nemmeno si sa cosa sia (tanti italiani neppure sanno cosa esattamente si festeggi, oggi!), il fatto che un paese decida di intraprendere un processo di assunzione di consapevolezza e responsabilità storica riguardo il proprio passato oscuro presuppone inevitabilmente che un paese ci sia, che ci sia una società civile considerabilmente tale, ben identificabile in senso civico, appunto, antropologico, culturale… Cosa aveva affermato (si dice) Massimo D’Azeglio, quasi due secoli fa? “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, no? Ecco: siamo ancora qui, come tanti bambini rognosi che continuano a litigare su di chi sia il pallone per giocare quando quel pallone è sgonfio da decenni.
Se ci sarà qualcosa da festeggiare realmente, d’ora in poi, in una giornata detta “della Liberazione”, sarà la finalmente ottenuta libertà da qualsiasi ottenebramento “nazional-mentale”, ovvero dalla ancora profonda immaturità civica che contraddistingue la comunità sociale di questo paese, incapace di voltarsi a guardare nel suo passato e, al contempo (ma pure per conseguenza inesorabile), totalmente miope nella visione del proprio futuro.

Tornerò ancora e presto, su tale argomento. Perché dobbiamo pur renderci conto di quanto sia grave tale situazione. Per il nostro bene, per il bene prossimo dell’Italia.

“B”istopia!

barb-wireNo no, nessun fake, è tutto vero, anche la trama che leggete lì. Barb Wire, uscito nel 1996 con la celeberrima (!) Pamela Anderson quale protagonista e giudicato tra i più brutti film di quell’anno (la nostra cara Pamelona vinse i Razzie Awards come “Peggiore nuova star”!), raccontava proprio di un’America dell’anno 2017 governata da una dittatura di matrice (neo)fascista – o neonazista. Purissima, cristallina (e inevitabile?) distopia, insomma.

Ecco: che non si dica più che certi B-movies (nonostante la mediocrità degli attori, ehm…) raccontano storie assurde e strampalate! O forse è che la realtà quotidiana è oramai scaduta al livello dei più brutti film di serie B, dacché governata da “leader” – in fondo attori, a loro modo – assolutamente e tragicamente mediocri?

P.S.: grazie per l’ispirazione ai sublimi snob di Visiogeist, dalla cui pagina facebook ho tratto l’immagine.