Un personale ricordo del professor Luigi Zanzi

luigi-zanziQualche giorno fa – il 31 maggio, per la precisione – è venuto a mancare Luigi Zanzi, avvocato, docente di Metodologia delle scienze storiche prima all’Università di Genova poi all’Università di Pavia, grande e appassionato studioso di storia della Natura e della scienza con particolare attenzione alla cultura montana nonché – per usare un’espressione abusata ma significativa – intellettuale a tutto tondo, di opinioni chiare e nette, forti convinzioni e mirabili capacità argomentative.
Lo conobbi di persona fugacemente, ma ebbi più volte modo di fare con Zanzi numerose chiacchierate via mail su alcuni articoli di sua stesura, chiedendogli per un paio di essi di poterli riprodurre qui nel blog – cosa a cui acconsentì con grande cordialità. E’ stata certamente una di quelle figure della cultura nazionale poco note ma assolutamente incisive, illuminanti e influenzanti, e l’eredità saggistico-letteraria che ci lascia sarà certamente un prezioso scrigno di profonda e colta saggezza scientifico-umanistica per chiunque, da oggi e in futuro, vorrà e saprà attingere per conoscere e capire meglio il mondo che abbiamo intorno e la civiltà che lo vive.
In questo articolo pubblicato da Lo Scarpone – notiziario del Club Alpino Italiano, col quale Zanzi collaborò in più occasioni e in particolare per il saggio che sancì la correttezza della verità di Walter Bonatti nel caso K2 e lo chiuse definitivamente – potete trovare una sua articolata bibliografia, mentre vorrei affidare il mio personale commiato ai due articoli coi quali pubblicai suoi scritti: Sterminato Tibet; Tibet sterminato, sulla questione tibetana (pubblicato sul precedente blog da me curato) e la bellissima testimonianza che riproduco qui sotto sul concetto di sacralità (l’originale è qui).

virgoletteHo appreso che uno dei criteri principali per tale riconoscimento (di un concetto di sacralità, n.d.s.) è quello della forma del paesaggio: il profilo di uno spigolo roccioso, la figura di una vetta, una linea di cresta, una lingua o una cascata di seracchi di ghiaccio s’impongono come ‘sacri’ per la loro forma. Dove c’è il segno di tale forma, lì non si passa, non si può mettere piede. Là dove non c’è evidenza di una forma pregnante di significato, là si può passare. È, questa, una lezione da apprendere e non c’è miglior scuola del Bhutan per apprenderla. (…)
Un giorno eravamo ai piedi di una mirabile cresta di roccia-ghiaccio nella zona di Chatarake (6500 m); la linea di salita si prospettava rosata nel chiarore dell’alba verso l’altezza di una cima inviolata di circa 6000 m.
Cedendo ad una nostra tentazione istintiva, io e Claudio
(Schranz, guida alpina, n.d.s.) abbiamo cercato di convincere Tenzing (la loro guida locale, n.d.s.) ad una deviazione dal programma concordato per una digressione di uno o due giorni per arrivare a quella cima.
Naturalmente mi rispose con un fermo diniego, a cui io prontamente mi adeguai.
Ma non tralasciai di argomentare: “Se su per quelle rocce salisse uno stambecco non avresti nulla da dire e non lo impediresti; perché lo impedisci a me?”. Non seppe rispondermi subito. Dopo più di un’ora di cammino, mi si avvicinò per dirmi: “Sai perché è giusto non essere saliti là in cima? Perché noi uomini siamo gli unici che abbiamo la facoltà di saper rinunciare a tali tentazioni! È questa la nostra spiritualità!”.
L’argomento mi ha lasciato stupito perché l’ho trovato e lo trovo tuttora straordinario.

(Brano tratto da Il paese più verde dell’Himalaya. Viaggio in Bhutan alla scoperta di tradizione e sacralità della montagna, di Luigi Zanzi. La Rivista – Bimestrale del Club Alpino Italiano, Settembre/Ottobre 2011.)

L’Essenza (un racconto inedito)

Un racconto inedito, tratto da una raccolta che ugualmente tale – cioè inedita – forse lo rimarrà ancora per molto tempo, se non per sempre. Perché si scrive una cosa, poi se ne scrive un’altra e un’altra ancora, quindi una di quelle diventa “preponderante” – il che non vuol dire automaticamente che sia la migliore, semmai è quella, per così dire, più nelle proprie corde di quel dato momento, e che finisce sul tavolo dell’editore. Per ciò, tutto il resto di compiutamente scritto al contempo finisce per rimanere nel classico cassetto, in attesa che un altro momento giunga, più consono, più propizio, o soltanto così creduto per chissà quale intuito, e chissà se giusto, quell’intuito, ovvero vacuo e ingenuo…
Buona lettura!

landschaft_1L’Essenza

Le imposte di legno inumidite dalla guazza antelucana rilasciavano lievissimamente un inconfondibile olezzo di bosco allorquando i primi caldi raggi di Sole superavano con il loro consueto ardore la linea delle alte montagne ad oriente per illuminare le case del villaggio, prima quelle più alte sui versanti occidentali, poi via via le altre e l’intera vallata. E quel gentilissimo profumo, delicato eppure così intenso, rappresentava per Matti la più meravigliosa sveglia di fragranza, annunciante meglio d’ogni altra cosa una nuova giornata dal cielo azzurro e sgombro di nubi. Ma non solo: il cinguettare allegro di mille uccelli sui pini appena fuori la casa; lo scampanio delle mandrie ormai ben distribuite per tutta l’ampiezza dei vasti alpeggi intorno; il vociare dei contadini e dei boscaioli e dei lavoratori della montagna intenti nelle proprie attività quotidiane… una nuova, bella mattina!
La madre del giovane giungeva allora velocemente, ben ligia ad un incarico del quale il figlio da tanto tempo l’aveva incaricata e di cui si sentiva doverosamente investita: l’apertura delle imposte della stanza da letto, quelle che davano direttamente sulla maestosa bellezza della Grande Montagna, sulle sue vette, sulle sue pareti e sui suoi ghiacciai, così che i profili di legno scuro della finestra divenivano una favolosa cornice per un quadro che forse mai pur grande artista avrebbe potuto pienamente eguagliare, con la sua arte.
La freschissima e frizzante aria della mattina di montagna penetrava allora nel piccolo locale, come una dolcissima ma fremente scarica di energia, un’energia naturale, ancestrale, indescrivibile eppure capace di dar vigoria ad ogni cosa più di chissà qual’altra forza. Penetrava a cavallo della purissima luce mattutina, resa ancor più preziosa nel suo fulgore dalle immacolate nevi della Grande Montagna, che parevano divenire specchio per ogni luminosità presente nell’Universo, pure di quella stellare oramai nascosta dalla chiarezza possente del cielo diurno.
Matti sentiva questo favoloso prodigio sulla propria pelle, quasi che i brividi causati dalla fresca temperatura fossero in realtà fremiti dovuti proprio a quella misteriosa energia; sentiva tutta la bellezza del momento, tutta la maestosa gloria di un incantesimo rinnovato ogni giorno e ogni giorno diverso dal precedente; sentiva tutta l’incredibile eufonia verso cui tendeva ogni pur minima essenza presente in Natura, così aumentandola come un virtuale crescendo sinfonico. Era come se la Natura melodiasse la sua infinita bellezza in una possente ouverture la cui direzione spettasse, per meriti insindacabili, soltanto alla solennità della Grande Montagna e a niente altro. La mente annebbiata dal torpore del sonno notturno pareva aprirsi come la corolla di un grande cardo all’apparire del Sole, pareva a quella luce agganciarsi come per il moto di un girasole, di quella nutrirsi per un processo di fotosintesi clorofilliana nel quale unica e abbondante produzione fosse quella di emozioni, di fortissime e parimenti dolcissime sensazioni, di impressioni come di immagini che nella loro vaghezza riponevano tutta l’indescrivibile bellezza.
Matti percepiva l’ingresso dall’esterno nella propria piccola stanza della più profonda essenza di ogni cosa e di ogni elemento: ognuno dei flebili bagliori la cui somma e compendio determinava ogni immagine di luce degli elementi del paesaggio esterno, ogni piccola, infinitesima parte olezzante dei profumi della legna, dell’erba umida di rugiada, dei fiori nei campi, del latte munto nelle vicine stalle e del burro conservato nelle cantine delle case e di ogni attività umana, così come di ogni minimo soffio della brezza che allietava la mattina discendendo ben carica di freschezza dagli alti circhi ghiacciati della Grande Montagna. Qualsiasi elemento raccontava la propria essenza, la esplicava con gli strumenti offerti dalla Natura, rivelando ognuno in quell’ancestrale discorso il proprio piccolo ma fondamentale segreto – come nello sfogliare le pagine d’un grimorio medievale, ricco di formule magiche che, nella loro interezza, fornivano la chiave d’accesso ad una dimensione superiore, una dimensione favolosa, mitica quale per Matti era il mondo là fuori dalle mura domestiche, ed in particolare quel mondo al cui centro s’elevava imponente e maestosa la mole turrita e merlata del “castello” della Grande Montagna.
E quella montagna Matti sapeva di conoscere perfettamente, pur se mai v’era salito. Essa si ricreava ogni mattina, ad ogni apertura delle imposte, nell’angusto spazio della propria camera da letto, meravigliosamente concentrata per l’effetto d’una misteriosa magia con tutta la propria bellezza, la propria grandezza, la propria raggiunta irraggiungibilità, come se i ghiacciai e i nevai, le pareti, le vette, i pascoli, gli alpeggi e i boschi, le vallate con i propri zampillanti corsi d’acqua, i pittoreschi villaggi ed i mille sentieri riflettessero la propria naturale avvenenza in quel piccolo spazio, ed unicamente in onore al giovane uomo per quei pochi, stupendi, prodigiosi istanti.
Forse sarebbe salito un giorno, con l’aiuto di qualcuno, pure sulla vetta massima della Grande Montagna: e allora, chissà, la situazione si sarebbe ribaltata, nella constatazione che in realtà nessun muro chiudesse la piccola stanza da letto dalla quale egli per tanti anni aveva volto gli occhi quassù, nessun muro per un’anima capace di riconoscere l’essenza più profonda di ogni piccola grande emozione.

Poi Matti s’accostava alla sedia accanto al letto, si vestiva con la solita cura degli abiti quotidiani. Seguendo col tocco della mano la parete a destra, sulla quale luccicava una stupenda piccozza da ghiaccio – regalo di amici alpinisti – andava in bagno per rinfrescarsi. Fatto ciò giungeva la madre, per accompagnarlo al piano inferiore per la colazione, poi porgeva al giovane il bastone bianco che ne agevolava il movimento nel mondo invisibile, fra tutte quelle cose di cui egli non discerneva la forma ma assai bene percepiva l’essenza – così che egli potesse uscire, camminare un poco, andare per i dolci prati adiacenti alla casa e respirare a pieni polmoni quella fresca aria discendente con la solita, meravigliosa briosità dalla sua tanto amata Grande Montagna.

Questa sera su RCI Radio, in FM e streaming, la 12a puntata 2014/2015 di RADIO THULE!

Thule_Radio_FM-300Questa sera, 23 marzo duemila15, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la puntata #12 dell’anno XI di RADIO THULE. Puntata molto affascinante e intensa, intitolata A 8000 metri e oltre e con un ospite altrettanto intenso e affascinante: Annalisa Fioretti, “la dottoressa degli 8000”! Mamma, moglie, medico e fortissima alpinista, Annalisa è in procinto di partire per un progetto alpinistico a dir poco ragguardevole, la “Lhotse-Everest Expedition 2015” durante il quale tenterà la salita di entrambi i colossi himalayani. Ma vi sono altre due vette altrettanto fondamentali da salire, per Annalisa: attivare il dispensario medico di Seduwa, nella regione del Makalu (Nepal) e formare personale sanitario locale che possa gestirlo con continuità nel futuro. Dunque, in questa puntata di RADIO THULE, preparatevi a salire molto in alto – su montagne di roccia, di ghiaccio e di umanità!

10301966_647351415333641_115402245867972686_nSe volete sottoporre ad Annalisa domande, osservazioni, curiosità, sensazioni e/o qualsiasi altra cosa, potete farlo direttamente qui oppure su luca@lucarota.it.
Dunque mi raccomando: appuntamento a questa sera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate della stagione in corso (e delle precedenti), QUI! Stay tuned!

Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com (64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
http://myradiostream.com/rciradio (128 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus).
– Player Android: Google Play

Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

La prima neve

Ero qui che stavo pensando e decidendo quale fosse il post per oggi, nel blog, che d’un tratto lo sguardo si è spostato sulla finestra che s’apre sul cortile per constatare che sta nevicando, ora, in modo deciso. Anche prima nevicava ma in modo meno deciso, un po’ svogliato, tant’é che nemmeno attaccava sul terreno e sulle strade, mentre ora sì, attacca eccome. E siccome la neve è sempre la neve – su questo non ci piove, infatti – ed è sempre qualcosa che, nonostante tutti i disagi, ti mette di buon umore e agghinda il paesaggio in modo indubbiamente piacevole – e siccome ancora questa è sostanzialmente la prima vera nevicata dell’inverno in corso (e probabilmente sarà anche l’ultima, vera nevicata, dato che siamo già ben dentro Febbraio), alla fine il post per oggi sarà quello che leggerete di seguito: un raccontino tratto da una raccolta inedita che forse tale rimarrà per sempre, ma non perché non la ritenga meritevole d’essere pubblicata, anzi! Solo che non è ancora giunta la sua ora, e considerando che si tratta di testi ormai vecchi di qualche anno, potrebbe anche essere che quell’ora epifanico-editoriale non giunga nemmeno mai. O magari invece verrà molto presto, chissà.
Insomma, buona lettura, eh!

10868111_663262473795301_1058747476183485206_nLa prima neve

Quando la prima neve cade sui tetti del villaggio ai piedi delle montagne, tutti i bambini corrono verso le finestre rivolte alle più alte vette del massiccio nella speranza che i bianchi nembi carichi dell’algido dono, magari sulla spinta d’un poco di vento, s’aprano a mostrare la cima più alta: lassù certamente essi potrebbero intravedere il Re Gigante della Grande Montagna, intento a spargere nel cielo intorno con ampi movimenti delle colossali mani i fiocchi nevosi. Egli osserva dalla sua dimora di ghiaccio sita sulla più alta vetta l’andamento stagionale, il cambio delle tonalità naturali dei boschi e dei prati, lo scomparire delle corolle floreali sugli alpeggi, il rientro delle mandrie nelle stalle, le prime gelate notturne; inoltre, suoi falchi messaggeri per l’ultima volta nell’anno salgono fino alla più alta vetta e riferiscono dei cambiamenti avvenuti al Gigante. Egli sa che tutto quanto sta accadendo non è che il richiamo perentorio della Natura, per far che la prima neve scenda ad indurire il terreno così da predisporlo al letargo invernale ed ammanti l’intero paesaggio del suo prezioso silenzio, che all’uomo lenisce i turbamenti dell’animo e fa sentire prossimo il tempo di ritornare al riparo nel calore della propria casa per proteggersi dalle ormai imminenti intemperie invernali.
Ma anche gli adulti, che richiamano prima o poi i propri figli dal gelido incanto del paesaggio imbiancato, guardano anche solo un attimo verso l’alto, verso la più alta vetta pur nascosta dalle basse nuvole: essi sanno bene che il Re Gigante della Grande Montagna vive e persevera sostentandosi dei loro sogni e dei loro aneliti, che sugli arditi fianchi del monte acquisiscono la necessaria energia e purezza per potersi slanciare verso l’alto e raggiungere il cielo.

Su film ancora realmente capaci di narrare storie. Dal Film Festival della Lessinia 2014…

Tra i vari eventi dedicati al cinema indipendente che si svolgono in Italia, alcuni di indubbio livello, a mio parere uno dei migliori è il Film Festival della Lessinia, capace come pochi altri di dare spazio a opere filmiche che narrano storie, nel senso più alto e pieno di tale “definizione” e con la forza che altrimenti solo le grandi narrazioni letterarie sanno dimostrare, in un’epoca nella quale buona parte della produzione cinematografica di più ampia diffusione si è ridotta a fare mero show, intrattenimento da pancia e non da intelletto. Esattamente come è accaduto in letteratura, d’altronde.
Il FFdL è, in Italia, l’unico concorso cinematografico internazionale esclusivamente dedicato a cortometraggi, documentari, lungometraggi e film di animazione sulla vita, la storia e le tradizioni in montagna. Nato nel 1995 su iniziativa dell’associazione Cimbri della Lessinia come rassegna videografica dedicata alle montagne veronesi, il Film Festival ha col tempo allargato il suo interesse alle montagne di tutto il mondo e non solo ad esse, escludendo per regolamento le opere dedicate allo sport e all’alpinismo vero e proprio.

Dall’edizione di quest’anno vorrei segnalarvi, tra quelle premiate, due narrazioni cinematografiche di diversa forma e sostanza ma, entrambi, di grande suggestione e bellezza.
Una è Søsken til evig tid (Fratelli per sempre, 2013) del regista norvegese Frode Fimland, il quale racconta la storia dei settantenni Magnar e Oddny, fratello e sorella che vivono serenamente tra le montagne norvegesi, accudendo il proprio bestiame, ignari e volutamente distanti dal fermento delle città nordiche. Dalla loro quotidianità traspare un senso di profonda gioia e armonia, che li porta a prendersi amorevolmente cura l’uno dell’altra con gli stessi gesti attenti e affettuosi con i quali accudiscono e coccolano i loro animali. Le loro giornate sono scandite da gesti consueti, interrotti da saltuarie visite in paese o dalla visita di lontani parenti da oltre oceano che non sconvolgerà per nulla le loro consuetudini. QUI altre informazioni sull’opera.

(Siblings are forever from Frode Fimland on Vimeo).

L’altra è il corto animato Vigia (2013), dello svizzero Marcel Barelli, che basa la propria narrazione su una insolita e suggestiva domanda: e se le api, per sfuggire allo sterminio che stanno soffrendo a causa del feroce inquinamento, trovassero un rifugio e del prelibato nettare in alta montagna, al riparo da insetticidi e da fumi tossici? Da qui nasce la storia di una piccola ape il cui viaggio in montagna è ispirato dalla fiaba di un nonno, un racconto animato che affronta, con leggerezza e ironia, il gravoso tema dell’inquinamento ambientale e della conseguente moria degli insetti pronubi, indispensabili alla vita di tutti. QUI altre informazioni sull’opera.

Entrambe meritano senza dubbio di essere viste, se mai ne avrete l’occasione in qualche evento pubblico oppure per merito di un gestore di sala di proiezione particolarmente illuminato – sperando che nel frattempo non si estinguano del tutto, queste sale, soffocate dall’avanzata dei multisala da consumismo (pseudo)cinematografico sfrenato. Esattamente come sta accadendo con le librerie indipendenti, d’altronde.