Manuela Medici: dal “sonno eterno” lo sguardo e lo stimolo dell’arte per avviare innumerevoli nuovi “risvegli”…

La nostra società, da sempre troppo impegnata a rincorrere quel falso e multiforme edonismo dietro il quale vorrebbe nascondere le necessità ineluttabili che ci tocca affrontare, ha fatto di tutto per rendere tabù cose che invece fanno parte della vita, nel bene e nel male, anche perché, viceversa, di “vita” non si potrebbe parlare. La morte è certamente una di queste – ed è inutile rimarcare come, al solo udire quel termine, ci venga una pelle d’oca che nemmeno se fossimo al polo Sud in costume da bagno… Ma, appunto, ignorarne il senso, dimenticarlo, fare finta che non sia affar nostro, se da un lato può essere comprensibile per come tale senso ci appare opposto ed avverso alla vita, da un altro lato di obbliga, magari anche solo inconsciamente, a tenere ben presente il valore della vita stessa – “Ed è il pensiero | della morte che, in fine, aiuta a vivere.”, scriveva Umberto Saba – e in qualche modo questo valore è come se trovasse un suo apice emozionale quando alla morte – alla dipartita di un nostro caro, soprattutto – ci tocca purtroppo di entrare in contatto. Come se un tale evento, pur in tutta la sua tristezza, ci consentisse (o ci obbligasse) a fermarci un attimo e riflettere, a rimettere le cose nel loro giusto ordine, e a cercare in noi stessi la forza e lo spirito giusti per metabolizzare il dolore, il lutto, il cordoglio, e quindi andare avanti. Forse è per questo che, fin dalla notte dei tempi, quando l’uomo/homo non era ancora (almeno ufficialmente) sapiens, la tumulazione e la commemorazione dei defunti è stata usanza consueta, secondo alcuni addirittura istintiva e comunque praticata in qualsiasi cultura, e ancora oggi i cimiteri sono luoghi il cui senso va oltre la mera funzione sepolcrale (e religiosa) di “ultima residenza terrena”, in grado di mettere in moto nel visitatore che si trova a camminare tra le tombe e i monumenti funebri quelle emozioni apicali di cui dicevo poco fa.
Mi viene da citare al proposito un altro grande poeta italiano, Giacomo Leopardi, il quale scrisse: “Due cose belle ha il mondo: amore e morte.” Ecco, sembra fatta apposta, questa affermazione leopardiana, per introdurre il progetto Awakenings / Risvegli dell’artista milanese Manuela_Medici_foto_220Manuela Medici: una sorta di viaggio per immagini digitali attraverso i viali e le sepolture del Cimitero Monumentale di Milano – il più grande e importante della città – che documenta la percezione, il sentimento e l’esternazione della morte attraverso ciò che in quel luogo così simbolico resta di concreto dei defunti, ovvero i monumenti funebri. A volte discreti e minimali, altre volte grandiosi e scenografici (tanto da diventare non di rado kitsch), spesso di qualità artistica non indifferente, sono le tombe nel bene e nel male a segnare concretamente l’ultima presenza tra i mortali di una persona che non c’è più: per questo motivo non solo servono a vivificare il ricordo di essa, ma sotto molti aspetti rappresentano il compendio dell’affetto e dell’amore dei parenti ovvero il “lascito spirituale” che in essi è rimasto del defunto.
Sia chiaro da subito: nelle opere create da Manuela Medici non vi è alcuna esaltazione della morte, o del “fascino” che in certi casi la nostra società ha generato attorno ad essa e ai luoghi che vi rimandano, quasi sempre in modo del tutto superficiale, vacuo e lontano dal senso filosofico dell’evento in sé. “I cimiteri sono l’arrivo, l’ultimo attracco e per me, le infinite distese di tombe, sono navi arenate destinate a non partire mai più” spiega l’artista. “Mi è sempre piaciuto visitarli, li trovo luoghi unici per la quiete e il silenzio che possiedono e che generosamente regalano a chi li visita. Li ho scelti perché mi piace osservare in che modo le persone che sono rimaste hanno scelto di commemorare chi se ne è andato, perché è una decisione irrevocabile, una decisione che, una volta presa, non lascia spazio ad alcun ripensamento. Il cimitero Monumentale di Milano è un luogo d’amore, dove la grandezza e il dolore si fondono per ergersi in monumenti meravigliosi, eterni, granitici. Fotografo le statue che sovrastano le tombe e cerco di raccontarne la storia, di risvegliare le emozioni imprigionate e calcificate dal tempo. Si può dire addio una volta sola e il “come farlo” è una scelta che, per me, merita particolare attenzione.” Sarà certamente più chiara, ora, quella correlazione che ho indicato poco fa tra la citazione del Leopardi e il progetto di Manuela Medici, il quale non è solo un progetto legato allo spazio e a ciò che di umano esso contiene, ma in qualche modo anche al tempo: molto spesso quei monumenti funebri, passati gli anni del cordoglio e del ricordo più intenso, vengono dimenticati e consunti dal tempo, appunto. Afferma al proposito l’artista milanese: “Non mi piace che le cose vadano dimenticate. Lo trovo sempre terribilmente ingiusto. Allora catturo i volti così, per poi riportarli in vita e raccontare storie di queste statue ricoperte ormai da edera e ragnatele.
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Particolare è anche lo stile attraverso il quale Manuela Medici crea le sue opere: scatti fotografici digitali poi sovrapposti e uniti ad altri segni grafici di vario genere, a ricercare una espressività figurativa che pare richiamare la stratificazione dei sentimenti e delle emozioni nelle persone coinvolte in un evento così importante e significativo come quello luttuoso. “La mia scelta rispetto all’utilizzo dell’arte digitale come tecnica espressiva è dovuta al fatto che, per quanto la fotografia sia di per sé uno dei mezzi di comunicazione più potenti e nitidi che abbiamo, non è però sufficiente a coprire totalmente lo spettro di emozioni di chi fotografa.” spiega Manuela. “L’arte digitale permette di avvolgere le immagini con sensazioni, colori, sfumature interiori che la sola fotografia, in quanto meramente oggettiva e specchio fedele del reale, non possiede. La sovrapposizione di fotografie con altre immagini, colori, schizzi artistici mi permette di dare una visione completa di quella che è la mia interiorità, rivestendo il mondo oggettivo con le mie visioni. Le mie immagini non sono leggere o “solari”, rappresentano molto spesso quelli che io chiamo “tagli dell’anima”, quelle ferite che non si vedono, e per questo forse gli altri non riescono mai a percepire nella loro esattezza ma sempre invece per approssimazione. Perché quando si parla, in fondo, il nostro interlocutore immagina ciò che noi raccontiamo attraverso un processo interiore che non sarà mai uguale al nostro e ciò che vediamo quindi sarà sempre differente. Credo che le mie immagini vogliano essere un ponte, la fotografia di uno stato d’animo e non di un oggetto. Il dialogo potrebbe essere proprio questo: avvicinarsi attraverso delle immagini a quelle parole che, in alcuni momenti, sembrano essere impossibili da trovare.
Mi viene da tornare alla prima citazione che ho richiamato, quel verso poetico di Umberto Saba sul pensiero della morte che può aiutare a vivere… In effetti, il miglior ricordo di una persona scomparsa scaturisce spesso da quanto di buoni i vivi sanno fare sulla scia e per l’ispirazione di essa, e il punto di partenza per ciò è sicuramente quello stato d’animo che Manuela Medici cerca di fissare nelle sue immagini in modo che da essa scaturisca il più proficuo dialogo, con sé stessi in primis e subito dopo con chi continua a condividere quella gran fortuna che noi tutti abbiamo a disposizione: la vita. Forse le immagini di Manuela Medici non sono così solari e leggere, come ammette lei stessa, tuttavia io credo che la loro scarsa “solarità” non possa che essere ottimo impulso e stimolo per partire da esse e ricercare la migliore e più confortevole luminosità che la vita può regalarci – anche e soprattutto attraverso lo sguardo dell’arte, da sempre uno dei più intensi e profondi che abbiamo a disposizione per osservare qualsiasi cosa, reale o ideale, ci ritroviamo intorno.

QUI potete ammirare alcune opere del ciclo Awakenings / Risvegli, oppure potete visitare il blog di Manuela Medici per saperne di più sull’artista e sui suoi lavori – che sono anche di natura letteraria, peraltro, in una assai interessante “collaborazione” tra parole e immagini che è ambito sempre affascinante da esplorare e col quale esprimersi…

Se chiude una libreria, chiude un pezzo della nostra civiltà. La costante falcidia delle librerie indipendenti, e le infauste conseguenze che ciò comporta

cop_InfoBergamo_feb2013L’articolo a mia firma pubblicato sull’ultimo numero del mensile InfoBergamo – il 105 di Febbraio 2013 – è dedicato ad un fenomeno desolante tanto quanto estremamente grave, che già il titolo (che riprendo per questo post) credo esemplifichi in maniera chiara e netta: l’inesorabile “estinzione” delle librerie indipendenti, che comincia a coinvolgere non più solo il piccolo esercizio a gestione familiare ubicato nel piccolo paese ma anche realtà ben più importanti e prestigiose che da decenni operano nelle grandi città. Prendo spunto da un’analisi della situazione milanese, appunto – essendo Milano una città-campione molto interessante anche da questo punto di vista – e la rapporto a quella di Bergamo, città di piccola/media taglia a sua volta statisticamente significativa dacché senza dubbio correlabile a moltissime altre realtà cittadine simili sparse per la penisola – dunque, anche per questo, è un articolo che non ha certo una valenza meramente locale ma può ben interessare i lettori di tutto il territorio nazionale.
Ve lo propongo di seguito, mentre cliccando QUI potrete leggerlo nella sua versione “originale” nel sito di InfoBergamo (che potrete visitare cliccando invece sulla copertina dell’ultimo numero, lì sopra).
Buona lettura e, ancora di più, buona riflessione.

Lo scorso Agosto 2012, nell’articolo ospitato su queste pagine web e intitolato In difesa dei librai d’una volta, dissertavo su come l’attuale conformazione commerciale del panorama editoriale italiano stesse provocando – tra le altre cose – la nemmeno troppo lenta e inesorabile “estinzione” dei librai di quartiere ovvero delle librerie indipendenti, piccole e grandi, spesso presenti nelle nostre città come nei comuni più piccoli, simbolo di una passione professionale (e non solo) per i libri e la letteratura che le regole del consumismo contemporaneo, le quali hanno ormai intaccato anche il mercato editoriale, non contemplano più come elemento di valore.
Alcuni eventi accaduti nel frattempo hanno purtroppo confermato la mia esposizione, e in particolare uno dei più recenti è stato considerato da molti di particolare gravità: la storica libreria Hoepli di Milano (che è anche casa editrice), fondata nel 1870 e ad oggi condotta da Ulrico Hoepli – figura assai significativa della categoria dei librai d’una volta – è stata costretta dall’inizio di questo Gennaio a mettere in cassa integrazione ben sessanta dipendenti, per via di una situazione di mercato che negli ultimi mesi si è rivelata particolarmente difficile. Hoepli a Milano è “la” libreria per eccellenza, per storia, fama e per onestà editoriale, e la notizia delle sue difficoltà non è che l’ultima di una serie piuttosto lunga che ha coinvolto librerie indipendenti cittadine nel corso dell’anno appena concluso: dalle libreria Utopia e Mondo Offeso, costrette a cambiare sede per gli affitti divenuti insostenibili, alle librerie di Brera e Rovello le quali hanno chiuso – ma pure sul destino di Hoepli già gravano voci di una possibile chiusura, nonostante le smentite dell’editore, al punto da essere già stati organizzati sit in di solidarietà e di vicinanza contro una tale spiacevole ipotesi. Di contro, sono da denotare pure le difficoltà di simile genere di catene ben più grandi e “istituzionali” – la FNAC, ad esempio – che rivelano come la barca sulla quale tutti stanno è comunque la stessa, navigante in acque sempre meno buone e sempre più piena di buchi nello scafo; tuttavia è inutile dire che la grande catena legata ai grossi gruppi editoriali (e industriali/finanziari, e spesso politici) avrà sempre qualche utile salvagente in più per salvarsi in caso di affondamento imminente, mentre la libreria indipendente, forte soltanto delle proprie possibilità e dei propri ideali, facilmente vedrà il proprio destino inevitabilmente segnato.
Ci sarebbero a tal punto da evidenziare le solite circostanze: l’Italia è un paese sempre meno attento alla cultura e nella quale proprio non gli riesce di credere (paradossale, lo sapete bene, per quanta cultura d’ogni genere invece possieda il nostro paese!), la cui popolazione acquista e legge sempre meno libri anche perché, in questi tempi di crisi economica diffusa, non concepisce il libro come un acquisto “utile” ma come un oggetto superfluo e quindi eliminabile dalla lista spese quotidiana. Ma non si può non evidenziare pure come tale situazione è anche conseguenza delle “strategie” di mercato di quegli stessi grandi gruppi editoriali (proprietari spesso delle catene la cui invadenza commerciale soffoca le librerie indipendenti) e di come abbiano trasformato la propria attività editoriale, autentico presidio culturale per la società, in una mera produzione industriale, pubblicando sempre più spesso volumi di qualità letteraria scarsissima ma facilmente vendibili ad un pubblico sempre meno attento e preparato alla “buona” letteratura, in perfetta ottica consumistica contemporanea – ma anche di questa realtà ho già disquisito in articoli precedenti, qui su InfoBergamo.
Tornando alla suddetta situazione delle librerie milanesi, il fatto che anche in una grande città come Milano, ovvero in un così grande bacino d’utenza potenziale, nemmeno una libreria indipendente riesca a stare in piedi (e, nel caso di Hoepli, non certo piccola, visto che è invece la più grande del capoluogo lombardo) è con tutta evidenza una realtà sintomatica. La metropoli milanese è un campione statistico e sociologico assai rilevante, in grado di rivelare oggettività e tendenze che sono lo specchio, più grande e visibile, di analoghe situazioni presenti nei centri più piccoli per le quali purtroppo la stampa e i media si dimostrano molto meno sensibili, e ancor meno lo è, spesso, la politica locale. Vediamo dunque com’è la situazione a Bergamo e nella bergamasca – zona nella quale, peraltro, l’attenzione nei confronti dei libri e della lettura è migliore che altrove, come ho dimostrato nello scorso numero di InfoBergamo con l’articolo dedicato alla rete bibliotecaria provinciale.
Bene – anzi, male! – anche a Bergamo l’estinzione delle librerie indipendenti ha già raggiunto uno stato avanzato, e assolutamente preoccupante. Il dato generale che subito balza all’occhio è tremendo: vent’anni fa in città e provincia c’erano circa 500 librerie, oggi ne sono rimaste poco più d’un centinaio, e molte di queste faticano a stare aperte al punto da aver dovuto diversificare la propria offerta commerciale – solo con la vendita di libri, insomma, non avrebbero sopravvissuto a lungo. In pochi lustri in città hanno chiuso la libreria Rossi, la Seghezzi e la Conti, prima ancora la Lorenzelli e la Tarantola: tutte librerie indipendenti, con gestione familiare dunque lontane dalle logiche di freddo marketing che guida i book shop dei grandi gruppi editoriali, luoghi dove il libraio consigliava con passione e competenza il lettore, ne conosceva i gusti, vi chiacchierava più o meno amabilmente e lo assisteva negli acquisti. Luoghi dove la letteratura, ovvero la cultura, veniva coltivata e diffusa – e non sto dicendo di contro che ciò non possa avvenire anche nelle nuove, grandi e scintillanti librerie griffate, ma certo è che in queste l’assonanza anche visiva con un supermercato è innegabile, con tutto ciò che tale evidenza comporta…
A questo punto potrebbe esserci qualcuno che, pur sensibile ai fatti fin qui evidenziati e comprendendone la sostanza, potrebbe comunque affermare: va bene, chiude una libreria ed è un peccato, ma in fondo è un esercizio commerciale come un altro! E invece no, non è così. Quando chiude una libreria, non è come se chiudesse una profumeria o un negozio di scarpe – con tutto il rispetto per tali tipologie commerciali e per ogni altra, ovviamente! Una libreria, lo rimarco di nuovo, è un presidio culturale sul territorio, è uno scrigno di cultura a disposizione di chi abita nelle grandi città come nei piccoli paesi (al pari delle biblioteche, dal lato “pubblico”), perché il libro è, senza alcun dubbio, il mezzo di diffusione culturale per eccellenza, e niente più di un testo letterario rappresenta la cultura – quella autentica, di valore assoluto. Il rapporto con il librario, il girovagare tra gli scaffali e la ricerca di cosa acquistare, i processi mentali e le sensazioni nell’animo da ciò generate, il piacere dello scovare un testo sconosciuto eppure, nel tenerlo tra le mani e studiarselo, di ritenerlo interessante, non sono semplicemente cose che fanno parte di un iter commerciale di un mero rapporto acquisto/vendita d’un oggetto qualsiasi e di ordinaria utilità, ma innegabilmente sono gesti e azioni proprie del nostro essere individui culturali, fanno parte della comune antropologia, del nostro progresso intellettuale e sociale. E sono, pure, gesti di libertà, della prima e più grande libertà che noi possediamo; la libertà di pensiero, che fin dal principio i libri hanno saputo coltivare, difendere e accrescere forse più di ogni altra cosa.
Sono certo che persino in chi non ne legga mai il libro susciti un certo fascino, forse perché i libri, al pari di poche altre cose, rappresentano la “prova” e la certezza di essere creature evolute, per così dire. Anche per questo la triste e incessante falcidia delle librerie indipendenti, e di ciò che rappresentano in sé e per le nostre comunità, è una realtà il cui verso deve essere assolutamente invertito, e bisogna che sia una netta inversione di matrice sia culturale che politica. Come ribadisco, paradossalmente l’Italia è uno dei paesi nei quali la cultura (di ogni tipo) viene meno sostenuta e incentivata dallo stato, e dove di contro il relativo mercato – marcatamente quello editoriale – è divenuto una sorta di oligopolio consumistico in mano ai grandi gruppi industriali, anche in tal caso per una sostanziale mancanza d’azione da parte della politica.
Ma certamente, come in ogni cosa di matrice sociale, anche noi tutti possiamo nel nostro piccolo fare qualcosa, a cominciare dal (ri)comprendere l’importanza delle piccole librerie, e soprattutto di quelle che sopravvivono nei centri più piccoli, difendendo la loro preziosa presenza e il valore inestimabile che rappresentano. Perché, statene certi, quando chiude una libreria, è come se si “chiudesse” un pezzo di società ovvero una parte della nostra dimensione civile umana, che poco o nulla potrà realmente sostituire.

Maurizio Buscarino: quando la vita è il teatro, il mondo intero il palco e il cuore un obiettivo fotografico…

Pochi giorni fa, grazie alla preziosa intercessione di Francesco Lussana, ho avuto la grandissima fortuna di conoscere personalmente Maurizio Buscarino. Devo ammettere che sapevo poco o nulla di lui fino a qualche tempo fa, eppure rapidamente, e in maniera quasi sorprendente anche per me, sono arrivato a considerarlo uno dei più grandi fotografi italiani di sempre (opinione che peraltro non sono certo io il primo ad aver maturato!). Conoscerlo di persona, appunto, mi ha ancora di più mostrato e confermato come l’intensa e profondissima valenza artistica delle sue opere sia riscontrabile, tale e quale, anche in colui che le ha create – cosa assolutamente non automatica, nell’arte come in ogni altra attività creativa umana.
Ma, ancora, mi viene difficile mettermi a disquisire – qui, ora, e/o in altre sedi – dell’arte di Buscarino. E questo perchè la raffigurazione del grande e fantasmagorico mondo del teatro che è stato il tema peculiare e portante della propria attività fotografica, la quale si interseca con una visione della condizione umana nel mondo reale a sua volta (sempre più) spesso simile a un palcoscenico che trasforma le vite quotidiane in recite di attori e comparse, ovvero lo scambio di ruoli, di senso e di verità tra la realtà e la fantasia, tra il teatro che diviene sotto certi aspetti più vero della realtà effettiva, viceversa artificiosa al punto da diventare più simile a una rappresentazione teatrale… – insomma, tutte queste peculiarità che ritrovo nell’arte di Maurizio Buscarino creano tali e tanti spunti, motivi, impulsi di studio, riflessione e dissertazione, e così tanto profondi, intensi, strutturati, sociologici e filosofici mi viene pure da dire, che veramente il provare a compendiare tutto quanto in poche righe d’articolo da blog mi sembra come pensare fare il giro del mondo in bicicletta senza un più che adeguato allenamento.
Di contro, questa appena espressa opinione rafforza la mia già ferma volontà di conoscere ancora più a fondo, studiare, meditare e comprendere – per quanto potrò fare – l’opera di Maurizio Buscarino. Perché, lo ribadisco ancora, trovarsi di fronte ad una così meravigliosa arte, e al suo creatore così grande, rende quella volontà semplicemente imprescindibile.

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Vi invito a conoscere a vostra volta (per chi già non lo conosca, ovvio!) Maurizio Buscarino. E’ quasi inutile che affermi nuovamente come lo ritenga tra i più grandi fotografi italiani di sempre: se appunto andrete alla scoperta della sua arte, sono convinto che ve lo affermerete da soli.
QUI potete trovare un suo (piccolissimo, vista l’entità della sua produzione) portfolio, che traggo da Lombardia Beni Culturali, il portale unificato del patrimonio culturale lombardo – ma in effetti la rete è disseminata di immagini delle sue opere…
Da par mio, nel frattempo, sollevo il sipario su un palcoscenico grande come la vita, e su una delle più affascinanti rappresentazioni a cui si possa assistere… Ve ne darò certamente ancora conto, di questo spettacolo.

(Nell’immagine: Re Nicolò, di Frank Wedekind, Teatro Stabile di Genova, 1981)

Gianni Brera, “Storie dei Lombardi”

(P.S./Pre Scriptum: leggete QUI una necessaria nota personale su Gianni Brera e su questa recensione.)

Storie_dei_lombardi_copUn capolav…!?!… – O no, forse no…
Mi spiego, dacché non è indecisione questa, e un giudizio piuttosto netto io l’avrei già…
Dopo essermi deliziato con gli unici tre romanzi che Gianni Brera scrisse (dei quali trovate qui nel blog le recensioni), giungo a questo piuttosto corposo Storie dei Lombardi, non un romanzo o una raccolta di racconti (come si potrebbe pensare di primo acchito) almeno non in senso “classico”, ma in realtà una antologia di scritti di carattere soprattutto storico, ed etnologico, antropologico e anche sociologico sulle terre padane e sulle di esse popolazioni, lombarde in senso più largo, per Brera, di quanto amministrativamente le cartine dimostrano. In buona sostanza, un lungo viaggio per le terre del bacino padano (di Po, come Brera scrive spesso, quasi che il grande fiume fosse una sorta di nume a cui riferirsi in prima persona) per città, paesi, regioni, vallate, e personaggi, eventi, curiosità e quant’altro, scritto in uno stile sublime, meraviglioso, aulico e insieme popolano (bellissimo e spassoso leggere passaggi stilisticamente eruditi, e un rigo sotto assai colorite intrusioni dialettali), il quale rende a mio parere Gianni Brera – lo dico! – uno dei più grandi scrittori italiani (e dico di più: tra i tre più grandi. Ecco, l’ho detto!) del secondo Novecento italiano…

Leggete la recensione completa di Storie dei Lombardi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Pugnaci esercizi di autodifesa culturale

Ormai è più che chiara, la situazione. Quasi pleonastico rimarcarla. L’Italia, paese primario al mondo (se non primo in assoluto) per potenzialità culturali, e per altrettanto potenziale e fruttuosa influenza della cultura sulla società civile e sullo stato del paese, la cultura stessa istituzionalmente l’ha ormai gettata alle ortiche. La classe dirigente che ci comanda, ignorante e becera (oltre che sovente criminale), non capisce quanto bene si potrebbe ricavare (anche dal punto di vista economico) dalla cultura – non solo: con la ormai palese strategia di rincoglionimento di massa (scusate la franchezza) posta in atto da decenni, funzionale al far che le menti spente non possano creare noie e fastidi alle loro mire di potere e di dominio sempre più vaste, sta facendo in modo che la cultura, in Italia, sia ormai quasi allo stato di cadavere. Lo si sa bene, d’altronde, che la cultura genera pensiero, dunque intelligenza, dunque consapevolezza della realtà: tutto ciò che il potere aborrisce, invece, per i motivi di cui sopra.
Dunque? Dunque non resta che fare una cosa – del tutto ovvia e naturale, d’altronde, se veramente vogliamo vivere in un sistema democratico: riprendere in mano il controllo della realtà, fare ciò che le classi dirigenti non fanno e probabilmente non faranno mai (visto al proposito l’orizzonte che abbiamo di fronte…), e cominciare a farlo fin dalle piccole cose – dacché, non dimentichiamocelo, anche le più grandi conquiste sono spesso fatte di tanti piccoli progressi, a partire da noi tutti singoli individui in su.
Ecco di seguito, ad esempio, due ottimi esercizi di autodifesa culturale, alla faccia di quei beceri potenti che un libro non sanno forse nemmeno come sia fatto…

Esercizio di autodifesa culturale #1: la biblioteca di condominio
biblioteca-via-rembrandt-milanoÈ stata inaugurata lo scorso 12 febbraio la prima “Biblioteca condominiale” a Milano, in via Rembrandt 12, passata subito agli onori della cronaca grazie alla singolare problematica che il suo fondatore, il Sig. Roberto Chiappello, è riuscito a mettere in luce. Non solo nel condominio di via Rembrandt 12, abitato da circa una settantina d’inquilini, si assiste infatti all’assurdo di non conoscere i propri vicini di pianerottolo, o il non aver scambiato se non un vuoto “buongiorno” per le scale con gli altri condomini. Il paradosso si raggiunge in ascensore, ci racconta con un filo di ironia lo stesso signor Chiappello che siamo andati a trovare per chiedere come procede l’iniziativa, dove, se si è in tre, uno fa girar il mazzo di chiavi, l’altro guarda il soffitto e l’altro il pavimento, perpetuando questa bizzarra situazione. “Abbiamo cercato di abbattere le distanze tra gli inquilini del palazzo, di dialogare con i condòmini per verificare se anche da parte loro ci fosse la volontà di creare finalmente un nostro spazio, adibito al dialogo e al confronto” dichiara il signor Chiappello. La Biblioteca, allestita in una sala adiacente alla portineria, ora considerata come spazio comune del condominio, imbiancata e sistemata di tutto punto per l’iniziativa, conta tra le sue fila più di mille titoli, ancora non catalogati, ed altri mille sono in arrivo. La maggior parte di questi libri, sottolinea il signor Chiappello, sono arrivati grazie anche al supporto di persone all’esterno del condominio, “ho addirittura ricevuto una telefonata da un signore di Perugia che voleva donarci alcuni libri”, aggiungendo, in risposta a chi del condominio aveva proposto di chiudere la biblioteca agli “esterni”, che queste opere non sono altro che un veicolo culturale, un mezzo attraverso il quale promuovere una nuovo modo di fare coesione sociale, all’interno tanto del condominio quanto del quartiere.” (articolo tratto da www.milanoize.com. Qui l’originale.)

Esercizio di autodifesa culturale #2: la comunità dei lettori
liberos-it_imageLiberos in logudorese significa sia libri che liberi ed è il nome di un nuovo interessante progetto.
Liberos – come si legge sul sito di Michela Murgia – è un progetto di rete nato per volontà di scrittori, editori, librai, associazioni culturali, bibliotecari e agenti letterari. Partirà tra poche settimane, ma intanto è già on line una pagina di pre-lancio con un video (con musiche di Arrogalla). Il network Liberos sarà operativo ai primi di marzo. E’ già possibile però effettuare una pre-iscrizione su http://www.liberos.it (per testare per primi le funzionalità della comunità) e seguire l’iniziativa su Facebook e Twitter.
L’idea di Liberos nasce dalla constatazione delle difficoltà di sopravvivenza di tutti i soggetti della filiera sarda del libro e si propone di offrire a librai, bibliotecari, editori e agli altri attori del mondo editoriale uno strumento di relazione costante, di progettazione comune e di comunicazione diretta con i lettori. Ai lettori, che sono la chiave di volta di questo progetto, Liberos offre moltissimi servizi, il principale dei quali è un social network on line dove incontrarsi, costruire i propri angoli di lettura personalizzati, entrare in contatto diretto con gli autori, le associazioni, i librai, gli editori e i bibliotecari e ricevere informazioni sul mondo del libro in Sardegna.

(Articolo tratto da www.edumondo.it. Grazie di cuore a Marta, del blog Tramedipensieri, per la segnalazione.)

Ecco. La cultura è nostra, la cultura siamo noi. Riprendiamone il controllo, e avremo tra le mani l’arma forse in assoluto più efficace contro qualsiasi deriva sociale, imposta per strategia o meno.
Alla pugna! E, mi raccomando, siate feroci e spietati, quando avrete un buon libro tra le mani!