Se chiude una libreria, chiude un pezzo della nostra civiltà. La costante falcidia delle librerie indipendenti, e le infauste conseguenze che ciò comporta

cop_InfoBergamo_feb2013L’articolo a mia firma pubblicato sull’ultimo numero del mensile InfoBergamo – il 105 di Febbraio 2013 – è dedicato ad un fenomeno desolante tanto quanto estremamente grave, che già il titolo (che riprendo per questo post) credo esemplifichi in maniera chiara e netta: l’inesorabile “estinzione” delle librerie indipendenti, che comincia a coinvolgere non più solo il piccolo esercizio a gestione familiare ubicato nel piccolo paese ma anche realtà ben più importanti e prestigiose che da decenni operano nelle grandi città. Prendo spunto da un’analisi della situazione milanese, appunto – essendo Milano una città-campione molto interessante anche da questo punto di vista – e la rapporto a quella di Bergamo, città di piccola/media taglia a sua volta statisticamente significativa dacché senza dubbio correlabile a moltissime altre realtà cittadine simili sparse per la penisola – dunque, anche per questo, è un articolo che non ha certo una valenza meramente locale ma può ben interessare i lettori di tutto il territorio nazionale.
Ve lo propongo di seguito, mentre cliccando QUI potrete leggerlo nella sua versione “originale” nel sito di InfoBergamo (che potrete visitare cliccando invece sulla copertina dell’ultimo numero, lì sopra).
Buona lettura e, ancora di più, buona riflessione.

Lo scorso Agosto 2012, nell’articolo ospitato su queste pagine web e intitolato In difesa dei librai d’una volta, dissertavo su come l’attuale conformazione commerciale del panorama editoriale italiano stesse provocando – tra le altre cose – la nemmeno troppo lenta e inesorabile “estinzione” dei librai di quartiere ovvero delle librerie indipendenti, piccole e grandi, spesso presenti nelle nostre città come nei comuni più piccoli, simbolo di una passione professionale (e non solo) per i libri e la letteratura che le regole del consumismo contemporaneo, le quali hanno ormai intaccato anche il mercato editoriale, non contemplano più come elemento di valore.
Alcuni eventi accaduti nel frattempo hanno purtroppo confermato la mia esposizione, e in particolare uno dei più recenti è stato considerato da molti di particolare gravità: la storica libreria Hoepli di Milano (che è anche casa editrice), fondata nel 1870 e ad oggi condotta da Ulrico Hoepli – figura assai significativa della categoria dei librai d’una volta – è stata costretta dall’inizio di questo Gennaio a mettere in cassa integrazione ben sessanta dipendenti, per via di una situazione di mercato che negli ultimi mesi si è rivelata particolarmente difficile. Hoepli a Milano è “la” libreria per eccellenza, per storia, fama e per onestà editoriale, e la notizia delle sue difficoltà non è che l’ultima di una serie piuttosto lunga che ha coinvolto librerie indipendenti cittadine nel corso dell’anno appena concluso: dalle libreria Utopia e Mondo Offeso, costrette a cambiare sede per gli affitti divenuti insostenibili, alle librerie di Brera e Rovello le quali hanno chiuso – ma pure sul destino di Hoepli già gravano voci di una possibile chiusura, nonostante le smentite dell’editore, al punto da essere già stati organizzati sit in di solidarietà e di vicinanza contro una tale spiacevole ipotesi. Di contro, sono da denotare pure le difficoltà di simile genere di catene ben più grandi e “istituzionali” – la FNAC, ad esempio – che rivelano come la barca sulla quale tutti stanno è comunque la stessa, navigante in acque sempre meno buone e sempre più piena di buchi nello scafo; tuttavia è inutile dire che la grande catena legata ai grossi gruppi editoriali (e industriali/finanziari, e spesso politici) avrà sempre qualche utile salvagente in più per salvarsi in caso di affondamento imminente, mentre la libreria indipendente, forte soltanto delle proprie possibilità e dei propri ideali, facilmente vedrà il proprio destino inevitabilmente segnato.
Ci sarebbero a tal punto da evidenziare le solite circostanze: l’Italia è un paese sempre meno attento alla cultura e nella quale proprio non gli riesce di credere (paradossale, lo sapete bene, per quanta cultura d’ogni genere invece possieda il nostro paese!), la cui popolazione acquista e legge sempre meno libri anche perché, in questi tempi di crisi economica diffusa, non concepisce il libro come un acquisto “utile” ma come un oggetto superfluo e quindi eliminabile dalla lista spese quotidiana. Ma non si può non evidenziare pure come tale situazione è anche conseguenza delle “strategie” di mercato di quegli stessi grandi gruppi editoriali (proprietari spesso delle catene la cui invadenza commerciale soffoca le librerie indipendenti) e di come abbiano trasformato la propria attività editoriale, autentico presidio culturale per la società, in una mera produzione industriale, pubblicando sempre più spesso volumi di qualità letteraria scarsissima ma facilmente vendibili ad un pubblico sempre meno attento e preparato alla “buona” letteratura, in perfetta ottica consumistica contemporanea – ma anche di questa realtà ho già disquisito in articoli precedenti, qui su InfoBergamo.
Tornando alla suddetta situazione delle librerie milanesi, il fatto che anche in una grande città come Milano, ovvero in un così grande bacino d’utenza potenziale, nemmeno una libreria indipendente riesca a stare in piedi (e, nel caso di Hoepli, non certo piccola, visto che è invece la più grande del capoluogo lombardo) è con tutta evidenza una realtà sintomatica. La metropoli milanese è un campione statistico e sociologico assai rilevante, in grado di rivelare oggettività e tendenze che sono lo specchio, più grande e visibile, di analoghe situazioni presenti nei centri più piccoli per le quali purtroppo la stampa e i media si dimostrano molto meno sensibili, e ancor meno lo è, spesso, la politica locale. Vediamo dunque com’è la situazione a Bergamo e nella bergamasca – zona nella quale, peraltro, l’attenzione nei confronti dei libri e della lettura è migliore che altrove, come ho dimostrato nello scorso numero di InfoBergamo con l’articolo dedicato alla rete bibliotecaria provinciale.
Bene – anzi, male! – anche a Bergamo l’estinzione delle librerie indipendenti ha già raggiunto uno stato avanzato, e assolutamente preoccupante. Il dato generale che subito balza all’occhio è tremendo: vent’anni fa in città e provincia c’erano circa 500 librerie, oggi ne sono rimaste poco più d’un centinaio, e molte di queste faticano a stare aperte al punto da aver dovuto diversificare la propria offerta commerciale – solo con la vendita di libri, insomma, non avrebbero sopravvissuto a lungo. In pochi lustri in città hanno chiuso la libreria Rossi, la Seghezzi e la Conti, prima ancora la Lorenzelli e la Tarantola: tutte librerie indipendenti, con gestione familiare dunque lontane dalle logiche di freddo marketing che guida i book shop dei grandi gruppi editoriali, luoghi dove il libraio consigliava con passione e competenza il lettore, ne conosceva i gusti, vi chiacchierava più o meno amabilmente e lo assisteva negli acquisti. Luoghi dove la letteratura, ovvero la cultura, veniva coltivata e diffusa – e non sto dicendo di contro che ciò non possa avvenire anche nelle nuove, grandi e scintillanti librerie griffate, ma certo è che in queste l’assonanza anche visiva con un supermercato è innegabile, con tutto ciò che tale evidenza comporta…
A questo punto potrebbe esserci qualcuno che, pur sensibile ai fatti fin qui evidenziati e comprendendone la sostanza, potrebbe comunque affermare: va bene, chiude una libreria ed è un peccato, ma in fondo è un esercizio commerciale come un altro! E invece no, non è così. Quando chiude una libreria, non è come se chiudesse una profumeria o un negozio di scarpe – con tutto il rispetto per tali tipologie commerciali e per ogni altra, ovviamente! Una libreria, lo rimarco di nuovo, è un presidio culturale sul territorio, è uno scrigno di cultura a disposizione di chi abita nelle grandi città come nei piccoli paesi (al pari delle biblioteche, dal lato “pubblico”), perché il libro è, senza alcun dubbio, il mezzo di diffusione culturale per eccellenza, e niente più di un testo letterario rappresenta la cultura – quella autentica, di valore assoluto. Il rapporto con il librario, il girovagare tra gli scaffali e la ricerca di cosa acquistare, i processi mentali e le sensazioni nell’animo da ciò generate, il piacere dello scovare un testo sconosciuto eppure, nel tenerlo tra le mani e studiarselo, di ritenerlo interessante, non sono semplicemente cose che fanno parte di un iter commerciale di un mero rapporto acquisto/vendita d’un oggetto qualsiasi e di ordinaria utilità, ma innegabilmente sono gesti e azioni proprie del nostro essere individui culturali, fanno parte della comune antropologia, del nostro progresso intellettuale e sociale. E sono, pure, gesti di libertà, della prima e più grande libertà che noi possediamo; la libertà di pensiero, che fin dal principio i libri hanno saputo coltivare, difendere e accrescere forse più di ogni altra cosa.
Sono certo che persino in chi non ne legga mai il libro susciti un certo fascino, forse perché i libri, al pari di poche altre cose, rappresentano la “prova” e la certezza di essere creature evolute, per così dire. Anche per questo la triste e incessante falcidia delle librerie indipendenti, e di ciò che rappresentano in sé e per le nostre comunità, è una realtà il cui verso deve essere assolutamente invertito, e bisogna che sia una netta inversione di matrice sia culturale che politica. Come ribadisco, paradossalmente l’Italia è uno dei paesi nei quali la cultura (di ogni tipo) viene meno sostenuta e incentivata dallo stato, e dove di contro il relativo mercato – marcatamente quello editoriale – è divenuto una sorta di oligopolio consumistico in mano ai grandi gruppi industriali, anche in tal caso per una sostanziale mancanza d’azione da parte della politica.
Ma certamente, come in ogni cosa di matrice sociale, anche noi tutti possiamo nel nostro piccolo fare qualcosa, a cominciare dal (ri)comprendere l’importanza delle piccole librerie, e soprattutto di quelle che sopravvivono nei centri più piccoli, difendendo la loro preziosa presenza e il valore inestimabile che rappresentano. Perché, statene certi, quando chiude una libreria, è come se si “chiudesse” un pezzo di società ovvero una parte della nostra dimensione civile umana, che poco o nulla potrà realmente sostituire.

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12 pensieri su “Se chiude una libreria, chiude un pezzo della nostra civiltà. La costante falcidia delle librerie indipendenti, e le infauste conseguenze che ciò comporta”

  1. Complimenti, bellissimo articolo. Qui da noi a Udine le librerie storiche resistono, ma ho tanta paura che sarà solo questione di tempo e altrettanto timore che la mazzata arriverà dalla lettura in digitale

    1. Buongiorno, gente dell’Osteria! 🙂
      Grazie di cuore, e complimenti: nel senso che se ancora a Udine le piccole librerie resistono, significa (anche) che siete lettori migliori e più consapevoli di altri!
      Ma ovviamente spero che quella mazzata non arrivi: e se, alla fine, l’e-book si rivelasse (almeno per qualche lustro ancora) soprattutto una moda, e dunque subisse le conseguenze di ciò? In effetti già alcune statistiche rivelano una certa frenata nella vendita di titoli in formato digitale… Forse è solo una speranza, ma sono convinto che il libro “tradizionale” sia più forte di quanto si possa pensare: dobbiamo solo, noi lettori, dargli modo di dimostrarlo!
      Grazie ancora di cuore, e a presto! 🙂

  2. Non so se avessi già commentato in questo blog…o altro..
    Insomma qui in Sardegna ci si è organizzati a seguito proprio della chiusura di molte librerie storiche.
    Prima che chiudessero alcuni autori in primi Michela Murgia ha ideato Lìberos – La comunità del lettori ed autori, editori sardi.
    E’ stata una iniziativa senza precedenti potete guardare il sito: http://liberos.it/chi-siamo-
    Questa iniziativa ha permesso di salvare non solo le librerie ma anche di sostenere molti scrittori giovani della nostra Isola.
    Tutti insieme….appassionatamente.
    Questo progetto è forte perchè trova uniti lettori, autori, editori, librerie…..
    Il mondo ediriale è in crisi ovunque…certo in tempo di crisi la prima cosa, purtroppo…che ne risente è proprio la cultura.
    (Dipendesse da me..no…) però insomma…
    speriamo che si riesca a salvare quanto più librerie possibile…

    Buona serata
    .marta

    PS. io avevo pubblicato anche un post http://tramedipensieri.wordpress.com/2013/01/08/e-gradito-un-click-per-liberos/ per votare Liberos….che poi ha vinto il premio “Che fare”…

  3. Oh Luca, quanto è vero! Non sono “attività commerciali”, sono Luoghi!
    Non sai quante volte ho pensato di aprire una piccola ma fornita libreria con un angolo con poltrone e sostanze poco stupefacenti (torte, the caldi, caffè, etc.) per organizzare readings & Co…poi penso ai mostri della concorrenza e i sogni di gloria svaniscono. Io amo Libri&Libri nella zona pedonale di Monza. Mi rifornisco unicamente da loro ma a due passi c’è Feltrinelli e l’affollamento è diverso. Anche la clientela e l’affezione lo sono ed è proprio su questo che le piccole e storiche realtà devono far leva. Chi ama la lettura come noi non è interessato a sconti ma all’universo che gravita attorno ad un libro. Quindi, ben detto! Sara

    1. Ciao Sara!
      Anch’io credo di esserci entrato qualche volta, in quella libreria di Monza che citi! 🙂
      E’ verissimo quanto scrivi, soprattutto quando denoti la differenza di clientela e di affezione tra chi frequenta le piccole librerie e chi i grandi bookstore di “marca”… Vedi già da come ci entrano, molte persone, che hanno negli occhi la stessa luce che avrebbero nell’entrare in un ipermercato! Per carità, nulla di male, ma certo se ci sono luoghi nei quali il libro è veramente IL centro di tutto, beh, non credo siano quei bookstore superpatinati!
      Bella la tua idea, però! Anche perché, le “sostanze” che citi, se ben fatte, possono essere ben più “stupefacenti” di quelle altre propriamente dette!!! (Personalmente, per una crostata ai mirtilli o ai frutti di bosco fatta come dio comanda, sono disposto a quasi tutto!!! 😉 🙂 )
      Grazie di cuore del tuo commento e delle tue osservazioni!

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