Visitando “Walter Bonatti. Fotografie dai grandi spazi” a Milano

Scrivere qualcosa che non sia stato già scritto su Walter Bonatti – forse l’ultimo autentico mito italiano moderno/ contemporaneo, e intendo col termine “mito” un personaggio che ha saputo andare oltre le proprie doti e la fama relativa per diventare icona dell’immaginario collettivo e simbolo di sogni e aspirazioni ben al di là dell’ordinario quotidiano – è probabilmente più difficile che ripetere una delle sue vie alpinistiche più celebrate. D’altro canto, certi personaggi diventano “grandi” ovvero – ancor più, appunto – miti popolari proprio perché la gente trova continuo interesse in essi, nella loro vita e nelle gesta compiute, e relativi motivi di discussione, riflessione, ammirazione, anche quando tali dissertazioni siano condotte su eventi che chiunque ormai conosce in modo abbastanza determinato.
1.Isola-di-Pasqua-Cile.-Novembre-1969-e14153794995311Walter Bonatti. Fotografie dai grandi spazi, la mostra in corso presso il Palazzo della Ragione di Milano, è indubbiamente un’ulteriore e notevole fonte di dissertazioni sulla figura del grande alpinista lombardo. Innanzitutto, le splendide immagini esposte rivelano che, ai titoli leggendari di alpinista ed esploratore che Bonatti si porta appresso, si debba assolutamente aggiungere quello di fotografo: non solo le foto sono spettacolari, ma sovente in esse si ritrova un gusto estetico e una sensibilità verso la composizione di matrice artistica che ci si aspetterebbe soltanto da grandi professionisti dell’immagine – da gente, insomma, che ha studiato a lungo fotografia e che di conseguenza è profumatamente pagata per quanto realizzato. Bonatti, si sa, realizzò i suoi reportage fotografici quali corollari dei viaggi d’esplorazione, a loro volta questi affrontati sulla scia delle letture dei grandi autori letterari che egli elesse a modello fin dalla gioventù: Salgari, Melville, London, Stevenson e alcuni altri. Bonatti stesso dichiarò più volte che le sue esplorazioni nascevano anche (a volte soprattutto) dal desiderio di andare a constatare di persona quanto di vero, o di verosimile, vi fosse in quei suggestivi romanzi d’avventura, dunque le fotografie da essi ricavate sarebbero quasi da considerare elemento non fondamentale dei numerosi viaggi: testimonianza necessaria anche per ragioni “funzionali” al contratto in essere con il settimanale Epoca, che gli pubblicava i reportage, ma non “lo” scopo del viaggio, almeno a livello personale. E probabilmente così era ma, lo ribadisco, la bellezza e il valore artistico che Bonatti seppe ottenere dalle sue immagini lasciano quasi stupefatti, e dimostrano di nuovo la grandezza di un uomo che seppe veramente realizzare i propri più grandi sogni e di farlo in senso assoluto, oltre che attestare la grande sensibilità che sapeva riporre in ogni propria avventura: altra dote tipica, d’altro canto, solo delle persone più grandi – e qui lo intendo anche e soprattutto dal punto di vista umano.
A proposito di umano, di uomo ovvero appartenente al genere umano quale Bonatti era, come tutti noi: trovo che un’altra cosa molto bella e importante che si può ricavare dalla mostra milanese sia il particolare rapporto che Bonatti ha ricercato e (ri)trovato con la Natura. Conscio che l’armonia più autentica e profonda con il mondo naturale fosse (e sia ancor più oggi) qualcosa di ormai dimenticato o perduto per l’uomo moderno, credo che si possa intravedere nelle immagini di Bonatti il tentativo – riuscito, senza dubbio – di staccarsi il più possibile dal proprio genere di appartenenza, per così dire, o forse di elevarsi sopra di esso ovvero di togliersi di dosso tutte quelle convenzioni sociali e quei meccanismi mentali, ideologici, comportamentali e antropologici contemporanei in genere per ritrovare, appunto, la capacità di sentirsi – anzi, di essere realmente parte della Natura, creatura vivente tra mille altre creature viventi relazionanti e interattive con ogni elemento naturale e in grado di “conversare” con essi, di ricevere informazioni, di risintonizzarsi sulla stessa frequenza vitale. Non è qualcosa di assimilabile all’attuale atteggiamento ecologista-ambientalista, non c’entra nulla con questo, ovvero non con la sua accezione odierna più abusata: è qualcosa di infinitamente più ancestrale, profondo, articolato. Bonatti ha saputo tornare alla Natura ma non da animale sottomesso ad essa e non da umano dominatore di essa, ma in base a un rapporto del tutto paritetico e vitale, dal momento che la vita è comunque un elemento che non può essere alto o basso, possente o debole, inferiore o superiore, più importante o meno di altra vita: è una, e nella sua essenza fondamentale è uguale per tutti. Che poi essa si sviluppi in infinite forme è altro discorso, ma il senso di essa è comune per qualsiasi entità che, sul pianeta, si possa definire vivente.

Quello che Bonatti ci mostra con le sue immagini è un equilibrio vitale alla massima potenza, un altro, ennesimo esempio di grandezza umana (appunto da intendersi ora nella suddetta accezione ampliata e riarmonizzata col mondo d’intorno) quanto mai illuminante e ispirante, oggi ancor più degli anni in cui Bonatti compì le proprie imprese esplorative. E’ la testimonianza di uomo che ha vissuto come raramente altri hanno fatto la propria vita, in modo profondo, autentico e sempre leale, con sé stesso e con il mondo, divenendo un vero e proprio mito, come ho affermato fin da subito. Oppure, se vogliano essere più pratici ma ugualmente oggettivi, un maestro di vita – quando poi ci fu pure chi se ne andava in giro per il mondo su un furgone con scritto sul copriruota “Bonatti is God”, come il grande alpinista americano Steve House
Bellissima mostra, imperdibile direi, e non solo per chi ha seguito Bonatti nelle sue imprese “solite”, alpinistiche o esplorative. E altrettanto bello è stato constatare il grande affollamento di visitatori, pure con coda all’ingresso del Palazzo della Ragione: prova ulteriore che i miti sono sempre tra noi, e sempre è bello (re)incontrarli ad ogni occasione utile. Chissà poi quanto sarebbe stata contenta la “sua” Rossana, di vedere così tanta gente venuta a omaggiare il “suo” Walter…

Il mestiere di vivere di Pavese che diviene mestiere d’arte (e di vita), con Corinna Gosmaro e Alessia Xausa alla Thomas Brambilla Gallery

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Continuo nella mia ricerca (e nella conseguente approfondita considerazione) di espressioni artistiche visive contemporanee che in un modo o nell’altro si rapportino e dialoghino con l’arte letteraria, direttamente inglobandola nell’oggetto o nel media artistico oppure facendosene ispirare: questo secondo è proprio il caso di Corinna Gosmaro e Alessia Xausa, che per la loro bipersonale Lavorare stanca alla Thomas Brambilla Gallery di Bergamo, hanno preso notevole spunto da Cesare Pavese, autore tra i più grandi del Novecento italiano.
Leggo dalla presentazione della mostra che le due artiste piemontesi, ergo conterranee dello scrittore cuneese (giovani artiste: c’è da dirlo, forse, ma il timore personale è che tale “titolo” cesare-pavesediventi più un limite che una virtù, come a volte pare accadere…), “circoscrivono le loro opere intorno a motivi fondamentali che non si curano di ampliare ma, al contrario, di concentrare; stile diventa cadenza, forma biografica del proprio rapporto con la tela, lavoro fisico del sovrapporre, dello sfregare contro un supporto, dell’impregnare. Lavoro fisico che obbedisce al proprio corpo e che, parafrasando Pavese ne Il mestiere di vivere, “…non è fatto di realismo psicologico, né naturalistico, ma di un disegno autonomo di eventi, creati secondo uno stile che è la realtà di chi racconta, unico personaggio insostituibile”. Il rimando allo scrittore piemontese non è dato solo da genuino e giovanile entusiasmo verso una poetica lirico realista o verso l’unione di cultura “engagè” con l’emozione più viva e tragica, ma dal solido e inattuale concetto di arte come lavoro, lavoro duro e quotidiano, che impegna le risorse del proprio corpo e della propria intimità. Eduardo diceva che: “Per fare buon teatro bisogna rendere la vita difficile all’attore.” Ed anche Pavese era maestro per creare trappole esistenziali ben raccontate e soprattutto vissute.

Alessia_XausaLe opere di Alessia Xausa sono il risultato di una sovrapposizione di strati di colore e grafite; la fluidità del colore si mischia con la matita creando sempre sfumature e toni di luminosità differenti integrati dal segno vibrante della matita e del pastello. Lavorando sulla superficie l’artista allarga i buchi bianchi che si sommano, sovrappongo e si dividono con i grigi e i neri. Nelle sue opere usa la tela grezza proprio per la qualità del materiale che, essendo privo di preparazione impermeabilizzante, assorbe a trattiene il colore. Le sue ampie tele simili a dei lenzuoli, a delle “sindoni” dove il colore è una traccia che impregna il tessuto. Alessia dipinge per “impregnazione” aggiungendo bianco su bianco, colorando la tela grezza spesso solo con l’acqua sporca che fa assorbire la grafite dalla tela, costringendo l’artista a ripassare in continuazione il colore per ottenere l’effetto desiderato.

corinna_gosmaroCorinna Gosmaro dipinge spesso su filtri industriali sui quali il pennello non può scorrere liberamente, perciò usa stracci e spugne per trasferire il colore nelle maglie strette della superficie che spesso si rompe e lacera. Il filtro è un materiale plastico che oppone resistenza alla sua pittura, il colore viene trasferito tramite pressione; le mani dell’artista premono il colore allargandolo, spalancandolo “a bocca aperta”. Nelle opere di Corinna Gosmaro il colore viene trascinato in un paesaggio di affioramenti, dove lo spazio dell’opera rappresenta il tempo della sua esecuzione: luogo di percezione e proiezione dell’artista.

Cliccate sulle immagini delle opere per conoscere maggiori informazioni sulle due artiste, oppure cliccate sull’immagine in testa al blog per visitare il sito web della Thomas Brambilla Gallery e avere ogni altra informazione sulla mostra.

Drogati di libri! (O forse no…)

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Solita retata di spacciatorileggo dai media – solite modalità di spaccio, solito squallore di una società allo sbando per sua gran parte, fatta di persone “normali” provenienti da ogni ceto e classe sociale, quelle persone normali così spesso elevate al rango di bravi cittadini e prese ad esempio “virtuoso” per qualsiasi scempiaggine che invece miri a colpire chi è diverso (in qualsiasi senso, anche solo perché pensa diversamente rispetto alla massa), per poi dimostrare – come se ce ne fosse bisogno poi, in certi casi! – tanti di quegli scheletri nell’armadio da far impressione a un ossario medievale al tempo della peste ovvero una turpitudine umana da brividi e, considerazione personale, spiegare inoltre certi comportamenti che spesso vedo in giro di cui non riesco a capacitarmene, oltre che spiegare quanto poi su di essi viene poggiato e imposto (vedi sopra circa le scempiaggini citate).
Comunque, a parte questo… Sulle notizie in merito leggo pure di

“(…) un 60enne che è finito per essere ascoltato dagli agenti in quanto consumatore. Il signore avrebbe riferito ai poliziotti di fare uso di cocaina per poter combattere la stanchezza alla sera, potendo così dedicarsi alla passione per la lettura.”

Ohibò! (o “‘Estica**i!” per voler essere più figo, fate voi!) Cioè, il tizio si farebbe di coca – peraltro di quella attuale, che sembrerebbe ben più sballante d’un tempo (!) – per non crollare di stanchezza e di sonno la sera e così leggere di più, soddisfacendo in tal modo la propria passione (irrefrenabile a quanto pare) per la lettura???
Ok, di fronte a siffatta notizia di cronaca vi propongo un sondaggio, ovvero alcune considerazioni tra cui scegliere quella che a vostro parere può essere la più indicata sul merito.
Dunque…

Un tizio 60enne dichiara di farsi di cocaina per poter contrastare la stanchezza serale e dedicarsi alla propria passione per la lettura. Che ne pensate?

  1. Vecchio ipocrita drogato!
  2. E’ un tizio ammirevole, anche se forse il rapporto tra soldi spesi per le dosi, quelli spesi per i libri e tempo guadagnato non è dei più redditizi.
  3. Potrebbe essere un’idea per rivitalizzare le vendite di libri in Italia, previa liberalizzazione delle droghe (ma solo in libreria).
  4. Dipende da che libri legge. Se si droga per poi leggere Fabio Volo, dategli l’ergastolo!
  5. Dipende da che libri leggeva. Forse è diventato cocainomane per aver letto un libro di Fabio Volo.
  6. Era più credibile se dichiarava di drogarsi per girare tre film porno a notte con una dozzina di ventenni ciascuno.
  7. Boh!
  8. Sempre detto che a fare i recensori su richiesta delle case editrici poi si finisce male!
  9. Non ho tempo di rispondere a questo sondaggio, ho il pusher di fiducia che mi aspetta ai giardini pubblici.
  10. Non c’è limite al peggio (n.b.: risposta passepartout: se non si sa cosa dire fa sempre la sua bella figura.)
  11. Non ho capito la domanda.
  12. Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. E voglio il mio avvocato.
  13. __________________________________________ .

Ovviamente la risposta 13) presuppone che possiate anche aggiungere ulteriori vostre considerazioni sulla questione.

Ah, una cosa per finire – ça va sans dire: siate drogati di libri, ma sempre in senso metaforico, eh!

“Poca” spesa, tanta resa (culturale): l’esempio di Lissone e del suo MAC

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La cultura in Italia è messa male. Malissimo, anzi. E sovente è messa così per “imposizione” istituzionale – di quelle istituzioni in mano ai numerosi signor “con la cultura non si mangia” (sì, scusate ma insisto sempre molto su ‘sta cosa) che piuttosto che offrire alla società dell’ottimo cibo per la mente, si occupano solo al ben più bieco cibo per le loro “panze” e saccocce, terrorizzati dal fatto che, con la cultura, la gente probabilmente penserebbe di più e dunque diverrebbe quanto di più ostile al loro sistema di potere.
Ma tra i troppi che, per quanto appena affermato, sono stati da tempo trasformati in prede della più letale abulia intellettuale e culturale, ce ne sono alcuni che con mirabile orgoglio e senza troppi mezzi, ovvero senza il supporto di realtà adeguate ai loro fini, riescono a mettere in piedi e realizzare cose a dir poco fondamentali per preservare e diffondere la cultura nella nostra società, anche dove, per l’appunto, non ci si aspetterebbe di poterla trovare. Esempio che trovo mirabile di ciò è il MAC – Museo d’Arte Contemporanea di Lissone, cittadina alle porte di Milano e dunque potenzialmente nell’ombra di tal gigante urbano e di tutte le sue prerogative – culturali e non – senza contare poi le solite dissertazioni sociologiche sulle problematiche delle periferie delle grandi città nell’era postmoderna e postindustriale che stiamo vivendo, eccetera eccetera. Invece, anche da questo punto di vista, il MAC di Lissone dimostra come la cultura, quando viene inserita in modo concreto, visibile e fruibile in contesti potenzialmente infecondi, non solo rende esteticamente più belle le realtà urbane che la ospitano, ma contribuisce ad evitare loro qualsiasi pericoloso degrado, aiuta a ridare vita a parti di essa altrimenti destinate all’oblio (non solo architettonico) e dunque al divenire elemento di abbruttimento civico e, inesorabilmente, diviene un prezioso volano per vitalizzare l’intera città, trainando dietro di sé innumerevoli altre piccole/grandi iniziative di simile genere e importanza.
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In breve, il MAC – Museo d’Arte Contemporanea, appunto – è un piccolo ma bellissimo e assai dinamico luogo d’arte con il quale, una quindicina d’anni fa, un’illuminata amministrazione comunale ha saputo prendere con una fava i classici due piccioni – anzi, tre: dare una sede ufficiale alla raccolta delle opere già di proprietà comunale e prima ospitate nel polivalente Palazzo Terragni (primo piccione) e riqualificare l’area della stazione ferroviaria locale, che come molte aree simili altrove diventa spesso zona non esattamente raccomandabile, in assenza di interventi urbanistici di interesse sociale (secondo piccione). E quando in altre realtà amministrazioni moooolto meno illuminate alla parola “riqualificazione” ci attaccano “centro commerciale” o altro di simile, a Lissone si è deciso di valorizzare la parte più significativa dell’insediamento ferroviario originario, risalente ai primi anni del Novecento, svuotandolo e ingrandendolo con una nuova costruzione in stile contemporaneo per formare un unico volume costituito da tre livelli fuori terra e un livello interrato, trasformandolo in luogo museale dedicato all’arte contemporanea (terzo piccione!), quella che più di ogni altra oggi, almeno tra le arti visive, è in grado di interpretare in sé il concetto di riflessione culturale di senso pubblico. Col tempo, poi, da semplice sede della collezione di quadri contemporanei premiati ed acquisiti durante gli anni del Premio Lissone – altra bella iniziativa che dalla sua piccola fonte è scaturita con tale forza da divenire oltre modo prestigiosa – è divenuto sede vitale e attiva di numerose iniziative artistiche e culturali, rivolte sia al pubblico più vicino e già attento al panorama artistico che a quello meno coinvolto e interessato, portando avanti una mission di diffusione culturale che, appunto, non è soltanto proficua alla realtà del museo e alla sua salvaguardia ma, soprattutto, a quella della realtà urbana d’intorno, in un circolo virtuoso che diventa fondamentale per il benessere civico di tutta la città.
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Il tutto, inutile dirlo, a pochi passi dall’aspiratutto-Milano e certamente senza poter godere di chissà quali risorse, ma mettendoci tanta iniziativa, volontà, passione culturale, spirito costruttivo in un proficuo connubio tra iniziativa privata e supporto pubblico – particolarmente illuminato a Lissone, ribadisco, per come la suddetta riqualificazione urbanistica e culturale abbia consentito, oltre alla nascita del MAC, la realizzazione della nuova Biblioteca Civica di Lissone, una delle più grandi del milanese, con annessa la Biblioteca del Mobile e dell’Arredamento, unica esistente in Europa.
Insomma: lode e gloria a Lissone, al MAC e chi ha saputo realizzare e sa tenere viva e reattiva una realtà del genere. Di cultura se ne può fare ancora, tanta, e di qualità, facendo rendere al massimo ciò che si ha a disposizione, anche quando sia “poca roba”. Lissone, lo ribadisco, non è Londra o New York, eppure di fronte al gigante Milano sa difendersi con grandissimo onore se non, sotto molti aspetti, con ancor più apprezzabile merito. Se altre realtà simili, a volte meno politicizzate e influenzate dal sistema di potere di quelle più grandi, e a prescindere da una eventuale minor preparazione nei confronti delle arti contemporanee – non solo di quelle visive – da parte delle realtà istituzionali presenti, sapessero realizzare cose simili, pur in scale e modi differenti (nonché con altre iniziative culturali di qualsiasi sorta in altre discipline), credo che la cultura in Italia avrebbe certamente di nuovo davanti un futuro roseo. D’altro canto lo si ripete spesso che, vista la situazione in cui stiamo, la rinascita culturale nostrana non potrà che scaturire dal basso: beh, vediamo tutti quanti di rendere i pochi torrentelli oggi defluenti un inarrestabile fiume in piena!
Cliccate sulle immagini per visitare il sito web del MAC – e poi visitatelo nella realtà, ovviamente!

P.S.: articolo pubblicato anche su CULTORA, qui.

Illuminanti narrazioni (in luce blu) del nostro tempo: Cosimo Terlizzi alla Traffic Gallery di Bergamo.

Cosimo Terlizzi
Cosimo Terlizzi
Come sa bene chi segue con una certa costanza il blog, da elemento attivo del mondo letterario e grande appassionato di arte contemporanea, vado spesso alla ricerca di espressioni artistiche che possano fondere nelle relative opere quei due ambiti, ovvero di forme d’arte che più di altre sappiano narrare storie. Storie suggestive, profonde, illuminanti il nostro mondo e la realtà che ci circonda nel modo che quasi sempre solo l’arte più vera e di valore sa fare.
E se uso spesso il termine “illuminare” riguardo tali argomenti – mi piace molto e lo trovo del tutto consono a questa nostra epoca che di frequente mantiene nell’ombra la verità più autentica per invece dare luce a quanto di essa si palesa come avverso, oltre che sostanzialmente futile e idiota – direi che lo stesso risulta più che adeguato per Luce incidente della lunghezza d’onda del blu, la personale di Cosimo Terlizzi in corso presso la Traffic Gallery di Bergamo – e aperta fino al 18 febbraio prossimo.

"Sacra Famiglia", Lambda Print, cm.40x50, 2014. Courtesy Traffic Gallery.
“Sacra Famiglia”, Lambda Print, cm.40×50, 2014. Courtesy Traffic Gallery.
Sono tante le storie che l’artista pugliese racconta con le sue opere, anche per via della molteplicità mediatica utilizzata da Terlizzi (arte visuale, fotografia, cinematografia, performance) e per la densità espressiva che conferisce ai suoi lavori, nei quali è in fondo egli stesso il primo a raccontarsi in quanto artista dunque filtro narrante delle storie raccontate ma anche come uomo, entità vivente del/nel mondo e delle/nelle realtà narrate ovvero ego, in senso antropologico e sociologico. Lo denota anche Piero Deggiovanni nel testo critico della mostra: “L’artista è colui che parlando di sé offre una rappresentazione ecumenica dello stato delle cose e dello spirito del tempo che dà loro forma. Per questa ragione sono convinto di trovarmi di fronte a una delle figure artistiche più importanti del nostro tempo.
Così, dopo il grande successo internazionale del video La Benedizione degli Animali, Terlizzi presenta un corpo di lavori inediti coerentemente in linea con la sua personale ricerca ramificata tra ciò che ancora Deggiovanni afferma essere “una insospettata coincidenza nel kitsch, di sacro e profano, sensualità barocca e ieraticità bizantina”. Fotografia, video, installazione, scultura, sono i mezzi attraverso i quali l’artista ci accompagna in un mondo sempre più in bilico tra ciò che costituisce l’identità individuale contemporanea, il concetto collettivo di sacro, la definizione del vuoto, e l’ingombrante presenza dell’ego – appunto: presenza ingombrante sotto molteplici aspetti ma inevitabile, in un certo senso, per noi uomini contemporanei. Come nel tentativo di ricostruire un percorso di liberazione spirituale attraverso il delinearsi di una nuova forma di religiosità, le opere di Terlizzi non vogliono e non possono essere considerate come oracoli di verità ma meri e semplici punti di riflessione riguardanti l’uomo e in generale gli esseri viventi in dialogo con l’ambiente e la società in cui essi crescono, vivono e in fine muoiono. Punti luce, insomma, illuminazioni preziose che possono renderci più chiara la nostra essenza ed esistenza nel mondo di oggi, la nostra posizione e l’interazione con quanto abbiamo intorno, magari riattivando quelle peculiarità percettive che noi, esseri senzienti e dotati di emotività profonda, abbiamo a disposizione proprio per comprendere a fondo quanto il mondo ci presenta. E – nuovamente cito Deggiovanni – “Questo viraggio del senso della mostra sul piano meramente percettivo, è un giocare di sponda, un’allusione alla complementarità di corpo e spirito, di luce e opacità, d’innocenza e ironia. In effetti  è agendo sulla percezione, ovvero sui sensi, che accediamo alla sfera divina.” Una sfera probabilmente molto più umana di quanto vorremmo (e ci vogliono far) credere.

"Pietra d'oro", Scultura, pietra e fogli d'oro, cm.30x15x10, 2014. Courtesy Traffic Gallery.
“Pietra d’oro”, Scultura, pietra e fogli d’oro, cm.30x15x10, 2014. Courtesy Traffic Gallery.
Bellissima e intensa mostra, Luce incidente della lunghezza d’onda del blu: da non perdere, se siete in zona Bergamo entro il prossimo 18 febbraio, e da sfruttare quale ottima occasione per conoscere meglio la ricerca artistica ed espressiva di Terlizzi, veramente molto interessante e – non a caso – illuminante.
Cliccate QUI per conoscere ogni informazione utile sulla mostra, e su come visitarla.