Visitando “Segantini. La Mostra.”, Palazzo Reale, Milano

Mi posso vantare, almeno per un minimo istante? Ok: il primo a inserire nella oggi mastodontica e solenne Wikipedia la voce “Giovanni Segantini” fui io, nel 2006. Bene, fine momento-vanità.
Ma ciò, facezie a parte, può servire a denotare quanto lo scrivente possa essere stato felice di reincontrare Giovanni Segantini a Milano con la mostra presso il Palazzo Reale, e dunque in un certo senso ansioso di constatare come la città giovanni-segantinilombarda, nella quale il grande pittore di origine trentina ha cominciato la sua luminosissima (termine non casuale) carriera e con la quale ha mantenuto sempre un rapporto piuttosto stretto, nel bene e nel male, ha voluto rendere omaggio al personaggio e alla sua arte.
Dico subito che è un piacere vedere una certa colonna di visitatori in attesa all’ingresso di Palazzo Reale, cosa non scontata per un artista che non può certo vantare – in senso nazional-popolare – la nomea d’un Picasso o di un Van Gogh (anch’egli in mostra a Milano in un’altra ala del palazzo) e, più tardi, un bell’affollamento nelle sale lungo le quali è allestita l’esposizione. Segantini è pittore che cattura il senso estetico dell’appassionato, senza dubbio, coi suoi sublimi paesaggi naturali in grande formato, ma è pure artista che suscita una notevole e per certi versi imprevedibile riflessione teorica, sulla forma della sua arte e sulla sostanza. Attivo giusto nel periodo di transito tra la pittura di stampo classico e la nascita delle prime avanguardie moderne, riesce a sviluppare uno stile tanto debitore dell’una epoca quanto anticipatore – e sovente senza fruire di contatti diretti – con l’altra, inoltre caratterizzandosi per uno stile assolutamente personale che deriva da un approfondito studio dei soggetti (umani o naturali) da ritrarre – testimoniato nella mostra dai numerosi disegni e bozzetti preparatori delle opere, che diventano ora a loro volta opere singolari – nonché una accentuata sensibilità verso la presenza e l’effetto della luce, la sua capacità di “disegnare” e/o “modificare” delle scene, di cambiarne l’essenza, la profondità sociologica, il coinvolgimento emotivo generabile da esse.

"Ave Maria a trasbordo", 1882-1886
“Ave Maria a trasbordo”, 1882-1886.
Non a caso Segantini è stato definito “il pittore della luce”, e in effetti tale definizione rende assai bene la sua sublime capacità di cogliere e rappresentare la luminosità naturale (soprattutto, ma non solo) nelle sue opere: il celeberrimo Ave Maria a trasbordo è un quadro, ad esempio, che pare avere dietro la tela un faro ad illuminarlo, dimostrando perfettamente quanto sopra affermato. Certo poi Segantini saprà ancora di più “illuminare” i fruitori delle sue opere con le tele nate in Engadina, che della meravigliosa valle svizzera sanno catturare e inglobare tutto il naturale fulgore – anche se, sappiatelo, a Milano non è presente il Trittico della Natura (o delle Alpi), opera a mio modo di vedere (ma sono di parte!) di quasi inarrivabile bellezza, che gli svizzeri han pensato bene di non farsi scappare e di tenere ben custodita e coccolata presso il bel Museo Segantini di St.Moritz (dando peraltro con ciò ottimo motivo di andare in visita anche di questo luogo d’arte – visita che io direi pressoché indispensabile, per entrare ancora meglio nello spirito panteistico che fu per Segantini grande impulso e ispirazione alla sua pittura, e per godere come lui della bellezza di una delle più sublimi zone delle Alpi).

"Il Naviglio a Ponte San Marco", 1880.
“Il Naviglio a Ponte San Marco”, 1880.
Vi sono comunque in mostra a Milano opere meno note ma altrettanto significative: cito ad esempio Il Naviglio a ponte San Marco, opera del 1880 dunque prodotta proprio agli inizi di “carriera” eppure già del tutto significativa del percorso artistico che Segantini poi compirà, col suo presentare una parte superiore di matrice impressionista – anche se, sia chiaro, dico ciò per semplicità d’intendimento, dacché Segantini non ebbe che rarissimi e flebili contatti con la scena impressionista che da pochi anni, a quel tempo, stava sviluppandosi soprattutto a Parigi – e una parte inferiore già divisionista o quasi. Le altre opere presenti, beh, sono per la maggior parte note o arcinote, e a ben vedere l’assenza importante del Trittico della Natura è ben compensata da due opere di altrettanta potenza: Alla stanga, del 1886 e, ancor più, La raffigurazione della primavera, del 1897, capolavoro di rara bellezza e stile.
"La raffigurazione della primavera", 1897.
“La raffigurazione della primavera”, 1897.

Insomma, a mio giudizio quella di Palazzo Reale a Milano è una mostra veramente interessante, ben costruita, sovente spettacolare e tutto sommato piuttosto completa e significativa di chi fu (e perché lo fu) Segantini. Forse sarebbe stata utile qualche nozione in più circa il contesto nel quale la sua attività artistica si concretizzò, d’altro canto – lo ribadisco – si può benissimo approfondire la conoscenza segantiniana con una bella escursione in Engadina, tra St.Moritz col suo museo Segantini, Maloja e l’atelier ove l’artista lavorò e visse nonché, magari, una capatina al piccolo cimitero del villaggio nel quale è sepolto, percorrendo il bellissimo sentiero Segantini e restando un poco al cospetto di quelle maestose vette alpine che egli amò profondamente e così meravigliosamente seppe rappresentare sulle proprie tele.

Cliccate QUI per visitare il sito web della mostra e conoscere ogni informazione utile alla visita.

Il “Reliquiario” dell’inconscio di Emanuele Puzziello, alla Piscina Comunale di Milano

"Spoliazione", acrilico su tela, cm.20x20, 2011
“Spoliazione”, acrilico su tela, cm.20×20, 2011

Vi ho già parlato qualche tempo fa della Piscina Comunale di Milano, e vi ho invitato a tuffarvi nelle sue meravigliose tanto quanto autentiche acque artistiche
La personale di Emanuele Puzziello (nato a Maglie, Lecce, nel 1982; vive e lavora fra Modena e Lecce), che s’inaugura venerdì 31 Ottobre in Piscina, è un ennesimo motivo per portarsi il costume – al contrario di tanti altri che, per starsene a mollo nell’arte di oggi, devono invece indossare una maschera. E non intendo quella con boccaglio annesso!
Cliccate sulla locandina qui sotto per visitare la pagina facebook della Piscina Comunale ed avere ulteriori informazioni…
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Lorenzo Manenti: la dignità assoluta dell’Arte, prima di ogni altra cosa

Se mi dovessero chiedere, così su due piedi, senza pensarci troppo insomma, il nome di un artista che a mio parere ha notevoli possibilità di emergere, prossimamente, e diventare qualcuno di rinomato nel panorama artistico contemporaneo, beh, uno dei nomi (e cognomi) che farei – senza nulla togliere a chiunque altro, eh! – è quello di Lorenzo Manenti.
16255_10202136880734547_1955738138_n (1)Questo per una motivazione semplice e lineare quanto in verità articolata e profonda, se analizzata con completezza: perché Manenti sta portando avanti, ormai da parecchi anni, un discorso artistico coerente, ben determinato, originale e distintivo, di grande spessore e qualità, quasi fosse pianificato in un progetto accuratamente ponderato e di lungo periodo, nel quale siano confluiti elementi non solo artistici ma anche storici, etno- e antropo-logici, filosofici, politici. Eppure nelle sue opere non solo è assolutamente presente la tipica istintività dell’arte più innovativa e singolare, grazie alla quale si evita il pericolo di un eccessivo cerebralismo – tipico di certa arte contemporanea, che a volte deborda in ambiti di eloquenza eccessivamente complicati vanificando così l’eventuale bontà estetica e vestendosi di uno snobismo piuttosto irritante – ma trovo ancora più mirabile il notevole equilibrio che Manenti ha saputo conseguire tra mera espressività artistica, ovvero la forma della sua opera, e consistenza tematica, cioè la sostanza di essa. Equilibrate, appunto, così che l’una sostenga l’altra, e l’altra non adombri o addirittura soffochi l’una. In questo modo i lavori dell’artista bergamasco offrono un’esperienza artistica nel verso senso della parola, ovvero una interazione tra opera d’arte e fruitore di essa del tutto armoniosa e accessibile ma al contempo profonda e illuminante. Cosa rara, inutile rimarcarlo, in un panorama artistico spesso e volentieri troppo impegnato nell’apparenza più che nella sostanza, più che alla verità del proprio messaggio (se un messaggio c’è, naturalmente!).


Così Lorenzo Manenti dice della propria ricerca artistica:

Mi interessa l’idea di memoria e di tempo. Il tempo, concetto astratto, è in grado di concretizzarsi attraverso il deterioramento dei materiali, rendendo visibile, tangibile, la distanza tra l’origine di un oggetto e noi che oggi ne siamo, temporaneamente, i custodi. Di conseguenza il concetto di memoria è inevitabilmente legato a quello di responsabilità verso ciò che ci è stato consegnato e che dobbiamo a nostra volta consegnare nel migliore stato possibile a chi verrà dopo di noi, senza dimenticare che tutto prima o poi avrà una fine. Sento che ogni reperto archeologico stipato nei musei o rimasto in sito o ancora custodito gelosamente dalla terra porta con sé una carica di energia della civiltà da cui proviene e di cui spesso ne è tutto ciò che rimane.

In questo periodo potete ammirare le opere di Lorenzo Manenti in ben due mostre tematiche, insieme ai lavori di altri artisti: a Lonigo, Vicenza, fino al 29 Settembre prossimo in Parsing Properties. The politics of art experience; a Milano, fino al 4 Ottobre presso Dimora Artica, in Scriptorium. Cliccate sui titoli delle mostre (le cui locandine trovate qui sotto) per saperne di più, mentre per ammirare un ampio portfolio delle opere di Manenti – quella sopra è una selezione necessariamente stringatissima anche se già significativa – cliccate QUI.

Un’artista da conoscere a fondo e seguire con grande attenzione, insomma, al quale il tempo prossimo darà ampia e luminosa ragione, ne sono certo.

L’uomo invisibile (una storia vera)

Immagine tratta da http://www.lecconotizie.com/, rielaborata dallo scrivente.
Immagine tratta da http://www.lecconotizie.com/, rielaborata dallo scrivente.

C’è l’uomo invisibile personaggio fantastico che ha popolato romanci, film e serie TV – col quale fa il paio la donna invisibile, la supereroina dei fumetti, già. E ci sono uomini invisibili così costretti ad essere dalle storture della nostra società, che mette al bando chiunque non si “normalizza” o, per sorte infausta, si ritrova ai suoi margini. E poi c’è – c’è stato, purtroppo – un uomo invisibile per scelta, forzata senza dubbio ma pure consapevole e schietta, leale. Un “eroe” a suo modo, e si intenda tale aggettivo senza alcuna accezione consueta e tipicamente conferita allo stesso, dacché gli eroi propriamente e popolarmente detti sono creati (artificiosamente, spesso) per divenire modelli ed esempi per la gente comune, nonché di tal gente effige aumentata ed dilatata a dismisura, per così dire. Un anti-eroe, dunque, ma anche in questo caso la banalizzazione da abuso di tali terminologie è dietro l’angolo, ed è bene che lì resti.
Ho scritto “purtroppo”, poco sopra, perché di questo “uomo invisibile” è stato celebrato il rito funebre qualche giorno fa, a Lecco, davanti a poche persone tra le quali alcune autorità cittadine – presenza certamente ammirevole. Si chiamava Darno Nardi, nato a Fiume nel 1937, residente a Sesto San Giovanni fino al 1967 e poi resosi “irreperibile”: sparito, scomparso nel nulla, proprio così, tanto da essere ormai considerato deceduto da lustri (come da sentenza del Tribunale di Monza). E invece vivo e vegeto, residente in una piccola grotta alla base delle pareti montane che sovrastano Lecco, a poche centinaia di metri dal centro della città ma invisibile, sostanzialmente invisibile – fino, appunto, a un mese fa, quando il suo cadavere è stato ritrovato e recuperato a seguito del decesso per probabili cause naturali, un infarto verosimilmente.
Beh, non è poi così difficile sparire nel nulla, potrebbe osservare qualcuno: basta andarsene in un isola sperduta nell’oceano, mollando tutto, cambiando identità e quant’altro. Certo, ma non alla portata di tutti, a ben vedere; eppoi così non si sparisce, semmai ci si nasconde. E’ diverso.
Nardi viveva invece a pochi minuti da una città occidentale, popoloso e frenetico agglomerato urbano contemporaneo in tutto e per tutto ovvero parte integrante di quella società in cui tutti viviamo nella quale conta sempre di più essere, apparire, rendersi visibili – per scelta o per imposizione, tra presenze tv e sul web, selfie, status symbol, appariscenze pubbliche d’ogni sorta ma pure tra videosorveglianze, tracciature elettroniche, condizionamenti di massa, tecnologie da Grande Fratello sempre più sottovalutate (dalla gente comune) e invasive. Per più di quarant’anni – un periodo incredibilmente lungo, nella superveloce società contemporanea – Nardi è invece riuscito a rimanere invisibile, sfuggendo a qualsiasi controllo, a qualsiasi tracciabilità identificativa, ad ogni sistema solitamente inesorabile con cui il nostro mondo ingloba e normalizza chiunque, appiccicando addosso il proprio bel numero con cui guadagnarsi il posto nell’elenco infinito che in testa riporta il titolo “Consumatori”.
Ha scelto di rinunciare a tutto guadagnando così il tutto, ovvero ciò che più di tutto dovrebbe contare, per degli esseri senzienti come noi uomini, la libertà. Una libertà ricca di privazioni e certamente offuscata da chissà quanta infelicità, esteriore e interiore, tuttavia frutto di una scelta consapevole e di una ferma volontà di togliersi di mezzo dallo spazio-tempo corrente per crearsi un proprio micro-universo, dotato di un ecosistema difficile eppure “funzionante” al punto da resistere per decenni.
Nessuno sa se su tale sua scelta di invisibilità abbiano influito chissà quali sfortunate circostanze del passato, o se in qualche modo la sua natura di profugo istriano – nato in una terra che invece la libertà se l’è vista togliere in modo drammatico e con conseguenze sovente terribili – abbia fatto da motivo ulteriore. E’ un peccato che non glielo si possa più chiedere – ecco, è forse questo l’aspetto più negativo della sua dipartita: il non poter più chiacchierare con lui. Sono pronto a scommettere che avrebbe avuto molto da raccontare e ancor più da insegnare: insegnare come un solo piccolo uomo possa sconfiggere – nel principio ma pure nella sostanza – il nostro ipertecnologico e soggiogante mondo contemporaneo con tutte le sue categoriche convenzioni, e insegnare come si possano affrontare difficoltà impensabili per chiunque di noi, uomini di oggi viziati e rincitrulliti, senza dover chiedere a nessuno, e a nessuno chiedere conto. O forse egli avrebbe voluto chiedere, ma non ne ha avuto il coraggio, la forza, o forse non l’ha fatto per orgoglio, per sfida…

Sto congetturando fin troppo, lo so, e non ho affatto il diritto di farlo. Ma, ribadisco, io che in fondo ho saputo della storia di Nardi solo dai media, da quel giorno in cui venne rinvenuto il suo corpo esanime, ora mi rammarico tantissimo di non aver conosciuto la sua vicenda prima e così di non averlo conosciuto direttamente, e non averci parlato insieme. Anche poche parole, a volte bastano quelle per dire tantissimo e altrettanto capire – altra cosa che noi tutti qui, visibilissimi individui trasformati sempre più in merce a cui attribuire un qualche valore ovvero qualche utilità, stiamo sempre più dimenticando, soffocati dal rumore assordante che ci circonda e dalle sue frequenze penetranti, probabilmente studiate apposta per annullare sempre più il nostro intelletto e, per diretta e inevitabile conseguenza, la nostra libertà. Frequenze puntate ad altezza d’uomo, dunque – forse – non aventi effetto alcuno lassù, nella grotta appena sopra la città.
Sfortunato il popolo che ha bisogno di eroi, recita il noto motteggio. Fortunato invece chi, dico io, pure nella sua eventuale sfortuna sa diventare eroe per sé stesso.

Che la buona sorte sia dalla Sua parte in eterno, ora, Darno Nardi. Se la merita tutta.

Artisti tutti (ma anche no), tuffatevi nella Piscina Comunale!

Esiste un luogo a Milano, dove l’arte non è niente di tutto ciò che oggi certe volte (troppe volte, forse) è – mercato, speculazione, esibizionismo, ostentazione, gossip, egocentrismo, fanfaronaggine… – ma è invece qualcosa che molti non penserebbero più nemmeno che possa essere, qualcosa di valore assoluto e prezioso, di fondamentale, imprescindibile eppure di assolutamente semplice, addirittura ovvio se non fosse tanto ignorato: è arte. Punto. Arte come “un particolare prodotto culturale, comunem. classificato come pittura, scultura, architettura, musica, poesia, ecc. che  non deve avere altri fini che sé stessa, al di fuori di ogni preoccupazione di carattere morale o utilitaristico” (Dizionario Treccani, voce “Arte”). Stop.
Un luogo, insomma, che permette ad artisti e appassionati un vero e proprio tuffo nell’essenza dell’arte, un’immersione completa e profonda nella sua meraviglia: beh, non a caso si chiama Piscina Comunale! E questa sua missione è messa nero su bianco, indiscutibile e inderogabile: l’arte non ha (non avrebbe) bisogno di ipocrisie e dissimulazioni ma di chiarezza, coraggio e franchezza, senza alcun velo coprente – d’altronde in piscina mica ci si butta vestiti, no?

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Così ora la Piscina Comunale di Milano offre agli artisti (tali o meno) di mettere Nero su Bianco le proprie proposte artistiche, per ricavarne una mostra che fin da subito dimostra la sua potenziale originalità. Tuffatevi in Piscina (Comunale), dunque, cliccando sulla locandina qui sopra per visitarne la pagina facebook, oppure scrivete all’indirizzo mail indicato per avere ogni altra informazione in merito.
E ricordate: l’arte deve essere sempre un tuffo al cuore, altrimenti non è arte. Punto.