Mark Twain, “Il diario di Adamo ed Eva”

twain-diario-copPer ben poche altre realtà letterarie del mondo e della storia si può affermare con simile sicurezza che un autore sia fondamentale per ogni altra opera scritta ad egli successiva come per la letteratura americana con Mark Twain. È quasi una banalità affermarlo, in effetti, ma quanto meno a mitigare tale ovvietà arriva in soccorso un altro pilastro letterario come Ernest Hemingway, il quale a sua volta affermò che «Tutta la letteratura americana moderna deriva da un unico libro di Mark Twain intitolato Huckleberry Finn», ovvero il riconosciuto capolavoro dello scrittore ex pilota di battelli sul Mississippi – da cui Samuel Langhorne Clemens derivò lo pseudonimo che lo ha reso immortale.
Altra banalità, ora – d’altronde vien facile formularle, con Twain: i pilastri della letteratura di tutti i tempi si riconoscono anche dal fatto che non solo le loro più famose e celebrate opere sono dei capolavori, ma pure gli scritti minori in un modo o nell’altro lo sono, o quanto meno sanno dimostrare anche in poche righe come il loro talento e l’ispirazione non fosse dovuta a fortunate coincidenze o a congiunzioni astrali favorevoli ma, per così dire, a peculiarità genetica costantemente attiva.
Il diario di Adamo ed Eva (Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Viterbo, 1° ed.1999, a cura di Giovanni Sordini, prefazione di Carla Muschio) è un’ottima prova di quanto ho appena scritto. Opera certamente minore nella produzione dello scrittore americano, probabilmente non fondamentale per poter dire di conoscerlo in modo adeguato eppure, nelle sue sole 60 pagine, perfettamente in grado di…

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Scrivania in disordine? No, in ordinata entropia!

Stili "scrivaniali" a confronto: Mark Twain entropico a sinistra, Agatha Christie minimalista a destra.
Stili di scrivania a confronto: Mark Twain entropico a sinistra, Agatha Christie minimalista a destra.
Disquisendo qualche giorno fa tra colleghi di penna (o di tastiera, dovrei dire) mi è sorta la riflessione su una tale domanda – apparentemente banale e inutile ma tutto sommato curiosa: il creativo, qualsiasi arte pratichi, deve avere la scrivania disordinata oppure ordinata?
In verità è una questione che non di rado viene affrontata e dissertata un po’ ovunque, tra accademiche osservazioni su cosa comporti l’una o l’altra cosa e dotte citazioni letterarie di segno anche opposto – “Una scrivania ordinata è sintomo di una mente malata” (Oscar Wilde), “L’ordine, e l’ordine soltanto, fa in definitiva la libertà. Il disordine fa la schiavitù.” (Charles Péguy) – che alla fine, come sovente accade in tali casi, lasciano il tempo che trovano, ovvero la libera scelta di fare come a chiunque pare.
Per quanto mi riguarda ho sempre pensato al proposito alla necessità, se così posso dire, di una entropia ordinata: ogni creativo, in quanto tale, è in grado di generarsi un proprio personale ed esclusivo ordine nel quale tutto occupa un proprio posto, stabilito e regolato da algoritmi mentali o pragmatismi spiccioli, e che chiunque altro percepisce come disordine se non caos. Un’entropia razionale che si giustifica da sé e che, se dovesse venire altrimenti messa in ordine (nel senso classico della definizione) ovvero se per la rottura dei suoi equilibri diventasse ancora più entropica, perderebbe ogni sua “virtù”.
Quindi? Quindi, io rispondo, Francis Bacon, uno dei più grandi artisti del Novecento – lo conoscerete senza dubbio. Un creativo all’ennesima potenza, un genio dell’espressività artistica moderna. Bene: se vi capita di passare per Dublino, visitate la Hugh Lane Dublin City Gallery e, al suo interno, potrete ammirare la ricostruzione fedele dello studio londinese di Bacon, trasportato nella città natale dell’artista a fine anni Novanta.

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Francis Bacon. 1970s /Michael Holtz /sc
Francis Bacon nel proprio studio, 1970 (foto Michael Holtz); sopra, lo studio ricostruito alla Hugh Lane Gallery di Dublino.
«Un fantastico accumulo di spazzatura e testimonianze preziose: carte, fotografie, ritagli, bottiglie di champagne vuote, multiformi contenitori di pittura (tubetti, pastelli, barattoli, bombolette) mescolati a scatole di conserva, pennelli, libri, stracci, tele squarciate, dischi, attrezzi, spugne e vestiti vecchi; un totale di più di 7000 oggetti fu rilevato, catalogato, mappato con cura maniacale e ricostruito in maniera identica alla Hugh Lane Gallery. Un’operazione da un milione e mezzo di sterline, durata mesi. Solo per trasportare il tavolo e ciò che vi era accatastato sopra furono necessarie 8 settimane. In quanto alla polvere, la preziosa polvere accumulatasi per tre decenni, fu impacchettata, etichettata “Bacon’s Dust” e ridistribuita con cura sul tappeto impastato di pigmenti che copre il pavimento nella nuova sede, ricreando la materia viscida e multicolore che ai rari visitatori richiamava il compost, il terriccio fertile rigenerato dalla decomposizione di materiali organici» (testo tratto da qui).
Insomma: la quintessenza assoluta del caos, nel quale tuttavia Bacon creava arte sublime e dal quale sono scaturite le sue celeberrime e potentissime opere. Allora, in fin dei conti, aveva forse ragione il sagacissimo Leo Longanesi quando affermava che “La nostra ricchezza è il disordine, che poi è anche la nostra miseria”: non goderne e parimenti non soffrirne rappresenterebbe, questo sì, una triste autoprivazione di creativa libertà.

Mark Twain, “Appunti sparsi su una gita di piacere”, “Storia privata di una campagna militare che fallì”

cop_Twain-entrambe_200Ammettiamolo: l’America, tra tante idiozie, ci ha pure donato qualcosa di buono. Ad esempio alcune parti del suo “mito”, le conquiste spaziali, Il David Letterman Show, i Griffin, Thoreau, Lovecraft e, assolutamente, Mark Twain. Scrittore immenso, brillante, illuminante, sagace, anticipatore di stili e generi, animo profondissimo e spirito di inestimabile valore umano, non solo è da considerarsi il “padre” della letteratura americana moderna e contemporanea, ma pure una sorta di entità protettrice, quando non ispiratrice, di tutta la successiva produzione letteraria mondiale. Un pilastro della scrittura, insomma, senza il quale essa credo stazionerebbe su livelli più bassi e meno valorosi di quanto ha saputo fare lungo tutto il Novecento nella sua produzione migliore.
Posto ciò, e avendo io letto buona parte dei lavori più noti e celebrati del grande scrittore americano, mi faccio facilmente incuriosire da qualsivoglia altro libro che presenti suoi testi pur secondari e minori, dunque meno famosi degli altri – ma chissà poi perché. Per questo motivo, appena ho visto questi due libricini sugli scaffali a metà prezzo di una discutibile libreria di catena (cioè, Mark Twain a metà prezzo… Inconcepibile nel principio, per me, se poi considero certi altri “libri” sparati sul mercato a prezzi folli, e comunque acquistati da pseudo-lettori privi di reale passione per la lettura), ovvero Appunti sparsi su una gita di piacere e Storia privata di una campagna militare che fallì (Passigli Editori, del 1992 il primo, con traduzione di Franca Piazza; del 1994 il secondo, con traduzione di Bruno Oddera) ho dovuto accaparrarmeli.
Sono due volumetti che contengono alcuni racconti di varia lunghezza, un paio sufficientemente lunghi da poter essere considerati romanzi brevi, altri in forma di novella, in pratica…

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Essere sempre connessi con il mondo intero? Una maledizione! (Mark Twain dixit)

I bermudesi sperano di poter presto comunicare telegraficamente con il resto del mondo. ma anche quando possiederanno questa maledizione il loro rimarrà un paese magnifico per le vacanze, perché vi sono incantevoli isolette sparse nella laguna dove si potrà sempre vivere senz’essere disturbati. Il fattorino del telegrafo dovrebbe venirci in barca, e non sarebbe difficile ammazzarlo mentre approda.

(Mark Twain, Appunti sparsi su una gita di piacere, Passigli Editori Firenze, 1992, p.78-79)

mark_twainInsomma, il sagacissimo Mark Twain, nel dire delle Isole Bermuda non ancora collegate al mondo dal telegrafo – allora il massimo della connettività possibile – aveva già inteso che, per una terra genuina come quella, poter collegarsi col resto del pianeta sarebbe stata una maledizione.
Beh, sarei veramente curioso di sapere cosa direbbe oggi, nell’era del web, della connettività totale e perpetua, nella quale chi in rete non c’è viene guardato peggio che un Neanderthal
Ma (al di là che il web sia una cosa meravigliosa, quando ben utilizzata) chi sono poi, alla fine, i veri trogloditi?

P.S.: qui potete leggere la personale recensione del testo da cui la citazione è tratta.

I poeti? Sono dei minchioni! (Mark Twain dixit)

Suvvia, finiamola! E’ da quando son nato che leggo queste sciocchezze nelle poesie, nei racconti e altre simili balordaggini! Pietà per il povero marinaio! Sì, va bene, ma non nel senso che intendono le poesie. Pietà per la moglie del marinaio! Anche questo va bene, ma non nel senso inteso dai poeti. Pensate un po’: chi, fra tutti gli uomini, conduce la vita più sicura? Il povero marinaio. Date un’occhiata alle statistiche e vedrete. Dunque, non sprecate la vostra pietà per i pericoli, i disagi e le privazioni del povero marinaio. Lasciate che lo facciano quei minchioni dei poeti.

(Mark Twain, Appunti sparsi su una gita di piacere, Passigli Editori Firenze, 1992, p.29)

tom-selleck-as-mark-twain-martha-booysenBeh, quantunque le motivazioni che utilizza Twain – col suo solito meraviglioso e mordace stile – per sostenere quanto sostiene sui poeti siano quanto meno insolite, almeno per noi, oggi, devo inevitabilmente concordare con lui sulla sostanza di molti (troppi) presunti/pretesi poeti contemporanei, che con le loro dabbennaggini spacciate per poesia e ancor più con la boria di definirsi poeti, appunto, giustificano tutt’oggi pienamente il giudizio del grande scrittore americano. Assolutamente.

P.S.: qui potete leggere la personale recensione del testo da cui la citazione è tratta.