Il bosco come culla dell’istinto di libertà (Björn Larsson dixit)

A partire dagli undici anni, trascorrevo molto tempo nei boschi, alla scoperta di non so cosa. Spesso partivo la mattina in bici con un panino e un termos, per non tornare che la sera. Ricordo che avevo scoperto in mezzo alla foresta, lontano da case, strade e sentieri, un laghetto dove mi ero costruito un rifugio. Passavo ore lì a osservare, fiutare, esplorare un angolo di natura selvaggia dove non veniva nessuno, e dove mi piaceva immaginare che nessuno tranne me avesse mai messo piede. In ogni caso non ho mai incontrato anima viva intorno a quel laghetto sperduto, cui non conduceva alcun sentiero. Ero solo e mi sentivo straordinariamente bene. Non avevo sempre bisogno di compagnia per sentirmi felice. Anzi. Oggi direi che ero felice perché mi sentivo libero, perché potevo andare dove mi pareva, perché nessuno mi diceva cosa fare e cosa non fare, ma anche perché, suggestionato dalle storie di indiani – piuttosto che di cowboy – dei romanzi di Fenimore Cooper e altri, immaginavo di essere fuori dal mondo quotidiano e tristemente reale (…) Le ore e i giorni trascorsi in solitudine nella foresta di Åseda sono sicuramente stati uno momento di libertà importante e formativo nella mia vita. E’ probabile che avrei trovato altre vie di fuga e altri margini dove inscrivere la mia indipendenza, se fossi vissuto in una grande città. Ma sarebbe stato molto più difficile scoprirli da solo.

(Björn Larsson, Bisogno di libertà, Iperborea, 2007, traduzione di Daniela Crocco, pag.22/25)

LarssonAnche io, come Larsson e con in mente l’esperienza filosofica di Thoreau, trovo da sempre il bosco come uno dei luoghi dentro il quale mi sento più a casa, se così posso dire. Un ambito non solo possentemente naturale, protettivo, vitale, non solo bio-logico e antropologico ma anche culturale, in senso filosofico e non solo. E non è un caso che lo scrittore svedese ne parli in un libro dedicato al concetto di libertà e al bisogno di essere – non sentirsi, essere – liberi: che cos’è la libertà se non una delle più alte e consapevoli forme di cultura?
E dove si è liberi, e d’una libertà garantita, per così dire, anche dal poter starsene al riparo dalle cose spesso torbide del mondo, se non in ciò che possiamo riconoscere come “casa” – la quale non è solo, ovviamente e banalmente, il luogo con un tetto e quattro mura dove risiediamo?
Ecco, appunto.

Sulla richiesta di condanna per Erri De Luca

Erri De LucaHa ragione Roberto Saviano, quando sulla vicenda della richiesta di condanna a 8 mesi per Erri De Luca – definendola “inquisitoriale” – scrive che

“Il silenzio degli scrittori è assordante. (…) Questo Paese di scrittori melliflui, pronti ad avere parole dure e acide per ricevere l’obolo di una rubrica, pronti a candidarsi a qualsiasi cosa per lo scranno che gli darà pensione, pronti a scannarsi per qualche copia. Si possono non condividere idee e prassi, ma bisogna sempre stare dalla parte di chi rischia scrivendo. Di chi assume sulla pagina, e nelle parole, posizioni che possono fargli smarrire serenità, equilibro, libertà, credibilità.”

Dunque ribadisco qui ciò che ho pubblicato ieri sul mio profilo di facebook – peraltro prima che Saviano scrivesse e pubblicasse sul suo, di profilo, quanto sopra riportato. Ovvero che avrà pure sbagliato a dire pubblicamente (ma sinceramente) ciò che ha detto contro un’opera che magari, se fatta, servirà pure – nonostante tutti gli studi sul tema dimostrino il contrario – ma se devo considerare chi è Erri De Luca, cosa ha detto e cosa ha fatto (in generale, non solo in questo caso) e di contro considerare l’altra parte, quella di un coacervo di istituzioni che col suo solito dittatoriale modus operandi ha imposto un’opera colossale ad un territorio e alla sua gente senza nemmeno chiedere uno straccio di parere e/o di consenso (come invece è stato fatto dall’altra parte delle Alpi)… beh, non solo sto dalla parte di De Luca, ma devo constatare che il comportamento delle istituzioni fornisce un senso e una giustificazione alle sue parole.
Senza contare come tale vicenda dimostri per l’ennesima volta come la legge, troppo spesso, viene posta al servizio del potere e non dei cittadini – ma qui si aprirebbe un universo di considerazioni che non è il caso di esplorare e che poi, credo proprio, conoscete bene anche voi.

Pippi Calzelunghe for President! (Reloaded)

pippicalzelunghe2Vedevo il telefilm quand’ero piccolino, e mi divertivano le avventure di quella piccola peste che lei era – in fondo non potevo che vederla in questo modo giocoso, allora. Di recente ho rivisto alcuni episodi di quella serie su un canale satellitare, con lo sguardo e l’animo di oggi nonché con la mia mente attuale, sui cui “scaffali” stanno le reminiscenze di decenni di letture di filosofia e sociologia, oltre che di tante altre cose. Beh, posto ciò non posso che affermare con decisione: Pippi Calzelunghe for President (of the world, possibilmente)!
Perché? Perché Pippi è intelligente, indipendente, allegra, fantasiosa, creativa, solidale e disponibile con chiunque, libera, insofferente al potere e alle regole quand’esse siano palesemente ottuse (e quante ve ne sono con le quali abbiamo a che fare quotidianamente, no?), anarchica ovvero perfettamente in grado di governarsi da sola e cavarsela in ogni cosa facendo del bene a sé stessa e a chi interagisce con lei, astuta, sagace, onesta, perspicace al punto di capire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, in profonda armonia con quanto la circonda, che sia umano o meno… Se ne sbatte altamente di tutto ciò che c’è di inutile al mondo (e non serve dire quante ce ne sono, di cose inutili!) e sbeffeggia di continuo i poteri precostituiti e chiunque si arroga il diritto di ingiungere la propria idea a scapito di quella degli altri, ovvero di imporre la propria forza e prepotenza quand’esse danneggino qualcuno che non lo merita. È, insomma, ciò che un essere umano che si proclami creatura intelligente e senziente – come fa, come facciamo noi tutti da secoli – dovrebbe essere, nonché un esempio, pur in salsa letteraria per ragazzi (il che non gli fa perdere un milligrammo di forza, sia chiaro), tra i più alti di umanità, civiltà e di modus vivendi. Ecco.
Vi parrà ora che stia fin troppo esagerando, forse, con la mia interpretazione del personaggio, il quale in fondo non è che una favola per ragazzi, appunto. Sarà, ma sono convinto che se fossimo tutti un po’ più Pippi Calzelunghe nell’animo e nelle azioni quotidiane, vivremmo in un mondo molto migliore di quello che invece ci impone come “modelli di vita” personaggi immondi, che risulterebbero offensivi persino a bambini di un anno.

Nel sole dell’estate | andiam per boschi e campi | e mai ci lamentiamo: | cantiamo ovunque andiamo, Trallallà! Trallallà! | Tu che sei giovane | non stare in casa | pigro e indolente | ma vieni con noi! | La nostra truppa | di canterini | sale veloce | sulle montagne. | Nel sole dell’estate | cantiamo ovunque andiamo. Trallallà! Trallallà!

P.S.: ho già pubblicato questo pezzo qui sul blog un paio d’anni fa, quasi, ma di recente ho re-reincontrato Pippi sull’ennesimo canale satellitare e dunque…

P.S.#2: provate a cliccare sull’immagine in testa al post…

 

Se la scuola disimpara a ricordare e alimenta la perdita di memoria collettiva, piuttosto che guarirla…

15845980-human-dementia-problems-as-memory-loss-due-to-age-and-alzheimer-e1423492730438-659x297Qualche post fa, citando un brano del libro di Paolo Rumiz La leggenda dei monti naviganti, riflettevo sul rumore di fondo presente nella nostra società contemporanea per via del costante e assordante bombardamento di stupidaggini d’ogni sorta  che la nostra società ultramediatica ci propina quotidianamente. Un rumore che in maniera alquanto rapida e letale distrugge la nostra memoria, ovvero la capacità di memorizzare, di ricordare quanto ci avviene intorno, le cause e gli effetti, nonché la facoltà di meditazione e comprensione di ciò che accade nel mondo, fuori casa oppure dall’altro capo del pianeta. Un danno del tutto risaputo, peraltro, che siamo dunque costretti a subire – strategicamente, se devo pensare malignamente tanto quanto realisticamente.
Un danno che forse – qui non so se per strategia oppure per ignoranza – trova la sua causa (o una delle sue cause primigenie) fin dalla scuola contemporanea, come testimonia Faby, curatrice del blog Soliloquio in compagnia e protagonista attiva dell’ambito in questione, nel testo che vi presento di seguito. E’ un ulteriore e interessante tassello nella riflessione che ho cercato di avviare – anzi, che Rumiz mi ha permesso di avviare, con quel suo brano – e che dovremmo tutti, poco o tanto, elaborare autonomamente: ne va del nostro essere individui liberi e intellettualmente attivi, ergo buoni e proficui cittadini. Il che non significa certo che dobbiamo obbligatoriamente tornare a studiarci le poesie di scuola (che poi male non farebbe, eh!), semmai che è nostro dovere mantenere “allenata” la mente – in qualsiasi modo sia possibile – alla formazione e all’elaborazione della memoria. In fondo, come sosteneva Napoleone Bonaparte, “Una testa senza memoria è una piazzaforte senza guarnigione.”: la può conquistare chiunque e con la massima facilità.
Ringrazio di cuore Faby per avermi concesso il permesso di riportare le sue riflessioni.

virgoletteL’abbandono del puro nozionismo e dello studio a memoria è sbagliato, secondo me. Mi spiego meglio. Adesso ai bambini delle scuole elementari/medie non viene fatto più imparare niente o quasi a memoria, preferendo uno studio e una memorizzazione per immagini. Questa cosa può andare bene per aiutare il ragionamento e l’uso di un linguaggio proprio (o almeno questo era lo scopo e soprattutto una volta che uno ha già imparato ad usare un linguaggio proprio), ma non è giusto che soppianti completamente il vecchio metodo che, anche se talvolta fine a se stesso, sapeva produrre e garantire nel tempo un radicamento profondo dei concetti memorizzati e della terminologia specifica, cosa che il linguaggio per immagini non sa ottenere. La generazione dei nati negli anni ’70/’80 ancora ricorda a memoria poesie come “A Silvia” o alcuni passi della Divina Commedia, che è vero che nella vita quotidiana non servono, ma è anche vero che creano un modo diverso, la famosa “forma mentis”, di approcciarsi alla materia di studio. A dimostrazione di ciò è il fatto che quelle su citate sono le ultime generazioni capaci di approcciarsi, senza scoraggiarsi più di tanto, ad interi manuali senza immagini e che non hanno necessariamente bisogno di linguaggi ed espedienti musicali e informatici per venirne fuori. E ancora, per essere più aderente al tuo discorso, il rumore di fondo produce l’urgenza di altro rumore di fondo e allontana la voglia di leggere, meditare e creare in genere sia manualmente che mentalmente, creando individui robot che non sanno cosa fare in assenza di stimoli visivi o uditivi esterni ed imposti.
A completamento di quanto detto fino a questo punto, lo studio della memoria storica, quella oggettiva e non faziosamente di parte, servirebbe a creare individui pensanti, capaci appunto di non reiterare alcuni nefasti errori che impediscono di progredire. A livello storico abbiamo già dimenticato le lezioni che le due grandi guerre avrebbero dovuto insegnarci. Abbiamo perso la memoria in tutti i sensi e quella che ci vogliono insegnare è inutile e pilotata. Ma è proprio sui banchi di scuola che si impara la memoria (in ogni aspetto) e ancora la scuola non aiuta a coltivarla e conservarla.

“Le” Parole – 2, LIBERTA’

Parole fondamentali, dal significato certo e prezioso ma, forse, dalla reale cognizione e comprensione vaga, vacua, fallace se non perduta. Definizioni tratte dal vocabolario Treccani che riproduco qui, per generare una riflessione sul loro senso, sulla nostra conoscenza e consapevolezza di esse, sulla loro presenza nel mondo in cui viviamo e nella nostra esistenza quotidiana.
La parola di oggi è:

Libertà(Cliccate sull’immagine per leggere il testo completo.)

Libertà. La parola che forse più d’ogni altra abbiamo in bocca e non abbiamo in mente, tanto meno in animo. Ma, evidentemente, ci accontentiamo d’essere liberi dall’obbligo di comprenderla veramente per poter credere di goderne, metterci il cuore in pace e amen.