Arno Camenisch, “La cura”

Pochi altri posti nelle Alpi come la valle svizzera dell’Engadina sanno offrire la più completa quintessenza della dimensione alpina, dal punto di vista geografico, del paesaggio, della storia umana tra i monti, della manifestazione artistica relativa. Giungendo dall’Italia, e dopo aver superato i numerosi tornanti della carrozzabile che raggiunge il passo del Maloja, di colpo il paesaggio si amplia ed esplode di meravigliosa sublimità montana, che quasi lo sguardo fatica a recepire completamente. Laghi dalle acque cristalline, cascate spumeggianti, boschi ininterrotti, vette maestose, ghiacciai, storie e vicende affascinanti a non finire, a partire da quelle dei tanti personaggi famosi che non hanno saputo resistere alla bellezza di questi luoghi – Friedrich Nietzsche e Giovanni Segantini, per citarne solo un paio – eleggendoli a propria dimora. E terra, l’Engadina, nella quale si parla una lingua – ufficialmente riconosciuta come tale, nella Confederazione Elvetica – che rappresenta a suo modo un particolarissimo incrocio di culture: il romancio, un antico mix di dialetto lombardo, tedesco-svizzero, ladino e dialetti friulani, ormai utilizzato da poche decine di migliaia di persone ma in fondo anche per questo parecchio identitario, una sorta di sigillo di autenticità alpina come ormai pochi altri ve ne sono per tutte le Alpi.

È la stessa lingua madre – nella sua versione sursilvana – di Arno Camenisch, che proprio in terra engadinese ambienta il suo ultimo (per l’Italia) romanzo, La cura (Keller Editore, 2017, traduzione di Roberta Gado), una sorta di “estratto di quotidianità”, frazionato in 47 brevi episodi, della vita di una coppia di pensionati nel momento in cui vincono un soggiorno in un prestigioso hotel cinque stelle in Engadina: un evento inatteso e ovviamente lieto tanto quanto “perturbante” la loro ordinaria esistenza… (continua)

(Leggete la recensione completa de La cura cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Morire non val la pena, costa troppo caro (Arno Camenisch dixit)

Per ora la montagna è seduta da brava dietro il paese come una nonnina, ma non voglio sapere ancora per quanto. Tuona, lui prende l’ombrello dal sacchetto di plastica. Anche il Benedict era convinto di poter contare sul buon Dio e voleva solo finire di tagliar l’erba attorno alla sua baita, quel mucchio di assi che se ne stava in mezzo al prato come un pacco sorpresa, e invece è arrivata la montagna. Mh, la osserva. Alla vita non scampiamo, dice lui, ma neanche morire val la pena, costa troppo caro.

(Arno Camenisch, La cura, Keller Editore, 2017, traduzione di Roberta Gado, pagg.69-70.)

D’altro canto è risaputo, che se si conta troppo sul “buon Dio” si finisce per morire prima… dunque non ne vale la pena, di contarci troppo: meglio vivere la vita il più a lungo possibile e nel migliore dei modi, no?
Peraltro così avrete tutto il tempo per cliccare sull’immagine di Camenisch qui sopra e leggere la personale recensione de La cura, eh!

Ota Pavel, “La morte dei caprioli belli”

cop-pavel-caprioliConsentitemi di esprimere subito una considerazione d’un genere che, solitamente, rimarco alla fine di queste mie “recensioni”, e che posso titolare con qualcosa del genere: Keller Editore, chapeau! Perché realmente l’editore trentino ha intrapreso una strada d’una tale onestà professionale e intellettuale, di così intelligente gestione commerciale e, in primis, di tanto alta qualità letteraria da meritare che il suo giù consistente successo – per un editore ancora “piccolo” sotto molti aspetti – non possa che accrescersi sempre più. Alla faccia di certa grande editoria che di grande ho forse i numeri in bilancio ma sempre più inversamente proporzionale all’etica professionale e alla qualità dei suoi cataloghi!
Bene, posto ciò – che è anche un piccolo sfogo personale atto a rimarcare che la buona editoria, quella fatta di qualità e non di quantità, si può fare, in Italia: basta volerlo, e aggiungere a tale volontà una relativa e adeguata lucidità imprenditoriale e culturale – capirete forse già il tono della parte specifica di questo mio articolo, quella dedicata a La morte dei caprioli belli di Ota Pavel (Keller, 2013, traduzione di Barbara Zane, postfazione di Mariusz Szczygieł; orig. Smrt krásných srnců, 1971), ennesima dimostrazione delle capacità di Keller di cercare e trovare piccole/grandi perle letterarie di valore assoluto sconosciute da noi…

ota-pavel-muzeum-2-polonicult-e1454258214387(Leggete la recensione completa di La morte dei caprioli belli cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Le cose semplici e importanti, e le cose grandi e superflue (Ota Pavel dixit)

Noi tre ragazzi in quei posti appena oltre il castello di Křivoklát ci andavamo con immenso piacere. Allora non sapevo perché, ma oggi lo so. Papà aveva capito già allora che una volta o l’altra avrei potuto vedere i boulevard di Parigi e i grattacieli di New York, ma che non avrei mai più avuto la possibilità di abitare per settimane in una baita dove il pane profuma dentro il forno e si fa il burro nella zangola, perché un giorno davanti a quelle baite ci sarebbero state parcheggiate le Skoda MB, all’interno i televisori avrebbero diffuso un chiarore intermittente, avrebbero servito del caffè nero e del pane sbiadito.

(Ota Pavel, La morte dei caprioli belli, Keller, 2013, pag.45.)

otapavel_galerie-980Il progresso, coi cambiamenti sociali e culturali che si porta appresso è sempre una cosa bella e auspicabile. A meno che diventi uno strumento di dimenticanza – quando non di annientamento – delle cose importanti che si possiedono, a volte tanto minime e banali da farcele credere trascurabili per poi renderci conto della loro grandezza e fondamentale importanza soltanto quando non ci sono più.

P.S.: cliccate sull’immagine per leggere la personale recensione de La morte dei caprioli belli, di Ota Pavel.

Alek Popov, “I cani volano basso”

cop-i-cani-volano-bassoAaaah, il sogno americano! Quella chimera così scintillante, forte, entusiasmante… o deleteria, nociva, appestante – certo, dipende da che punto si osserva la questione e con quali lenti… Di sicuro non serve rimarcare quanto l’America, dal dopoguerra in poi, sia diventata non solo la guida politico-economica (e militare, ahinoi) del mondo occidentale, ma anche una sorta di eden da imitare nel modo più assoluto e assolutista possibile oppure, meglio ancora, da raggiungere. E se ciò è stato valido (e lo è ancora, sotto molti aspetti) per noi europei dell’Ovest, figuriamoci quanto lo potesse essere, in modo ben più terremotante, per gli europei orientali soggiogati fino a poco più di due decenni fa dai regimi di matrice sovietico-comunista! Un sogno, una chimera, un’utopia di libertà e di benessere che pareva appartenere ad un’altra galassia, per quei popoli. Poi la storia ha fatto il suo corso, la cortina di ferro si è fusa, l’America è tornata ad essere parte dello stesso pianeta comune e, insieme a tanti altri, i fratelli Banov, Ned e Ango, possono coronare il loro sogno a stelle e strisce – sempre che di sogno si tratti veramente…
Sono loro, Ned e Ango Banov, due fratelli bulgari assai diversi tra di loro nel carattere ma assai meno negli intenti, i protagonisti del romanzo di Alek Popov I cani volano basso (Keller Editore, 2013, traduzione di Sibylle Kirchbach), che negli USA vi giungono sulle orme, anzi, sulle ceneri del padre, ricercatore universitario emigrato oltre oceano e mai più tornato a casa se non, appunto, da deceduto e cremato…

popov1Leggete la recensione completa di I cani volano basso cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!