Qualche personale osservazione in merito alla finale del talent show per aspiranti scrittori “Masterpiece” di ieri, 30 Marzo

Masterpiece? La finale?

Ah, ma andava ancora in onda?

(P.S.: per leggere ciò che ho scritto nel tempo sul programma suddetto, cliccate qui)

“Solo Jazz”: a Bergamo torna in mostra l’arte fotografica di Maurizio Buscarino – e non solo la sua…

Ho già presentato tempo fa, qui nel blog, Maurizio Buscarino e la sua mirabile arte fotografica – beh, ovvio, in verità di presentazioni Buscarino non ne ha affatto bisogno, ma ci tengo a ribadire quanto lo ritenga (e non solo io, anzi, sono buon ultimo dopo tantissimi) uno dei più grandi fotografi italiani di sempre, in grado di fissare nei suoi scatti forza, passione, emozione, intensità, profondità, fantasia, umanità come si direbbe che il media fotografico non potrebbe mai fare, almeno non come potrebbero fare altri mezzi espressivi abitualmente ritenuti – in ciò – superiori.
A Bergamo, fino al prossimo 30 Marzo, c’è la possibilità di rendersi conto direttamente di quanto ho appena scritto, e della grandezza di Buscarino anche in un contesto diverso da quello – il teatro – che ha reso particolarmente rinomate le sue immagini: Solo Jazz, evento collaterale di Bergamo Jazz 2014, è un’esposizione curata da Cristiano Calori e Raffaella Ferrari e composta da 70 fotografie scattate nel 1978 da Maurizio e durante più recenti edizioni della rassegna bergamasca da Federico, figlio di Buscarino e a sua volta rinomato fotografo, collocate sulla struttura espositiva allestita all’interno della ex Chiesa della Maddalena; nell’abside vi è inoltre un video continuo – creato da Federico Buscarino – che scorre 160 immagini, su un brano musicale di circa 20 minuti appositamente composto ed eseguito dai musicisti Adelio Leoni e Roger Rota.
Leggo dalla presentazione della mostra (il cui catalogo offre i testi dello stesso Calori e di Corrado Benigni):
In quegli anni di trasformazione e di violenza – gli anni ‘70 – anche Bergamo di sera era deserta. In alcune occasioni particolari, però, larghe fasce di popolazione soprattutto giovanile, come in tutta Italia, manifestavano il bisogno di cultura e il piacere della aggregazione di massa. Le Amministrazioni pubbliche rispondevano deliberando iniziative di grande partecipazione, particolarmente nel teatro e nella musica, al di fuori dei luoghi e degli spazi canonici. 16 marzo 1978: nel secondo Buscarino_familygiorno della Rassegna Internazionale del Jazz al Palazzetto dello Sport, uomini delle BR compiono la strage della scorta e rapiscono Aldo Moro. La Rassegna viene fermata e spostata nei giorni successivi dalla sera al pomeriggio, riempiendo comunque il Palazzetto dello Sport di migliaia di persone entusiaste.
La mostra – un percorso di volti e figure del jazz – in una inevitabile sintesi, inizia con le immagini di Maurizio Buscarino del 1978, appunto nel grigiore degli scarsi neon del Palazzetto, in cui si rivede quel pubblico giovane, denso, nuovo e apparentemente felice, colto negli intervalli delle esecuzioni delle stars nazionali e internazionali: Art Blakey e Kenny Clarke, Illinois Jacquet, Giorgio Gaslini, Claudio Fasoli, Dizzy Gillespie, Chico Freeman, Bobby Battle, Don Pullen, Carrie Smith, Monty Alexander, Gianni Basso, Toots Thielemans, Gianluigi Trovesi, un giovanissimo Roberto Gatto, Fabio Treves, Dave Baker, Christopher Barber…
Dopo quella edizione la Rassegna venne sospesa. Fu ripresa negli anni ’90 inoltrati e riportata al Donizetti, quando era cominciata una nuova era, la nostra di adesso.
Il capitolo successivo della mostra – di Federico Buscarino – inizia con le immagini del teatro Donizetti, la piazza lignea, stilizzata e rituale, accogliente il suo pubblico maturo, affezionato e abbonato, per proseguire nella consistente e intensa galleria delle stelle del jazz che si sono avvicendate nelle performance degli anni 2000 sul palco del salotto della città: fra questi Fabrizio Bosso, Alan Broadbent, Larance Marable, Regina Carter, Rosario Bonaccorso, Charlie Haden, Jim Hall, Dave Holland, Lew Soloff, John Zorn, Glenn Ferris, Claudio Fasoli, Anthony Braxton, McCoy Tyner, Al Foster, Gianni Basso, Claudio Angeleri, Richard Galliano, Enrico Rava, Giorgio Gaslini, Gato Barbieri, Gianluca Petrella, Roberto Gatto, Dee Dee Bridgewater, Gregory Porter, Franco Piana, Uri Caine, John Scofield…

Bellissima mostra, e naturalmente non solo per gli amanti del jazz, dal momento che è vero, nelle immagini i personaggi principali sono loro, i musicisti che si sono avvicendati sui palchi del jazz festival bergamasco, ma la protagonista fondamentale è e resta sempre l’arte che Maurizio Buscarino sa creare e offrire a chi ha la fortuna di incontrarla. E tale fortuna, lo ribadisco, in questi giorni la si può cogliere a Bergamo…
Cliccate sulla foto di Maurizio e Federico Buscarino per conoscere ogni altra utile informazione sulla mostra.

P.S.: una piccola galleria personale di immagini, scattate durante la visita:

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INTERVALLO – Seinäjoki (Finlandia), City Library

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La città finlandese di Seinäjoki è nota in tutto il mondo per essere una delle più importanti realizzazioni del grande architetto Alvar Aalto, che disegno l’urbanistica dell’intero centro città e ne progettò gli edifici principali – peraltro ho avuto la fortuna di visitarla, constatandone la bellezza architettonica.
Dallo scorso anno il centro cittadino è impreziosito da un’altra bellissima opera, la nuova Biblioteca cittadina: ennesimo ottimo esempio di design nordico, nonché della cura incessante che i paesi scandinavi dedicano alla cultura e ai luoghi deputati ad essa, rappresenta – per voce degli stessi architetti che l’hanno progettata – un ambiente “concepito come catalizzatore sociale, che incoraggia gli utenti ad essere attivi, invece di ricevere passivamente informazioni e servizi. In altre parole, la biblioteca deve essere uno spazio pubblico versatile in grado di fornire esperienze.”
Insomma: sia lode e gloria imperitura agli iperborei!
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INTERVALLO – Maranello (Italia), MABIC – Maranello Biblioteca Cultura

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“Non solo Ferrari!”, verrebbe banalmente da esclamare, ma certamente la cittadina modenese può ben vantare un’altra eccellenza, questa volta architettonico-culturale!
Il MABIC, progettato dallo studio Arata Isozaki & Andrea Maffei Associati ed inaugurato nel 2011, ospita la Biblioteca Comunale di Maranello, un luogo pensato anche per accogliere eventi e iniziative culturali. Al primo piano la biblioteca vera e propria, con spazi pensati per accogliere varie utenze ed esigenze, dai bambini ai ragazzi, dall’emeroteca alle postazioni Internet, oltre naturalmente ai libri, disponibili a vista sugli scaffali e a richiesta nell’archivio. Al piano terra, un’ampia sala per ospitare incontri, mostre e presentazioni di libri, oltre a spazi destinati in futuro a fonoteca e videoteca. Particolare attenzione a’ stata riposta al risparmio energetico, con l’utilizzo di un impianto geotermico per il riscaldamento invernale e il raffrescamento estivo, e l’illuminazione a led.
Insomma, è bello scoprire che anche in Italia vi siano amministrazioni pubbliche che ancora scelgono di investire in modo significativo – finanziario tanto quanto estetico – in luoghi deputati alla cultura. Un investimento in bellezza che, inutile dirlo, assicurerà una rendita incalcolabile ai maranellesi, ben più preziosa di qualsiasi altra materiale ricchezza.
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BUK Festival 2014, a bocce ferme: sempre un bel vestito ma con qualche piccolo buKo…

Passato qualche giorno e avendo dunque ben assimilato e metabolizzato le impressioni raccolte, medito sulla IX Edizione di BUK Festival, la rassegna dedicata alla piccola e media editoria di Modena svoltasi lo scorso fine settimana nella consueta sede del Foro Boario – nemmeno 5 minuti dal centro pedonale della città – che si era presentata con un’immagine sotto molti aspetti rinnovata e non poche aspettative, palesando chiaramente la volontà di diventare ancor più di quanto lo sia ora un punto di riferimento imprescindibile nel panorama degli eventi pubblici dedicati all’editoria indipendente italiana – aspettative delle quali avevo già disquisito nei giorni precedenti l’apertura della rassegna.
A mio modo di vedere gli eventi come questo, che per mere ragioni di budget difficilmente possono contare sull’attrattiva di nomi importanti del settore letterario e/o culturale in generale (per quanto spesso questi si facciano (stra)pagare!), hanno nella precipua natura la loro maggior fortuna e al contempo la maggior sfortuna: chi li visita nutre certamente un più elevato interesse particolare verso quanto proposto tra gli stand rispetto al visitatore della grande kermesse generalista (certo, sto pensando in primis a Torino), dunque avendo a sua disposizione un logo-BUK2pubblico potenzialmente ben disposto all’esplorazione e alla scoperta delle nuove proposte delle editrici indipendenti e sapendo d’altro canto, appunto, che qui non troverà il best seller da milioni di copie i cui poster giganteggiano nelle suddette kermesse nazional-popolari e il cui autore (ovviamente celebre e celebrato, quasi sicuramente volto televisivo ergo (stra)pagato, vedi sopra) probabilmente attirerebbe folle composte pure da chi un libro non lo leggerebbe nemmeno sotto tortura. Di contro, un evento del genere trova senza dubbio maggiori difficoltà ad attrarre tra i suoi stand quella gran massa di lettori deboli e debolissimi che compongono il grosso della relativa categoria nostrana i quali, se leggono un libro all’anno (e non di più, vedi statistiche) è inevitabilmente quello dell’autore della TV e/o di cui s’è parlato nell’uno o nell’altro talk show: insomma, gente che – lo dico con tutto il rispetto del caso – ha poca dimestichezza con la letteratura propriamente detta.
Il BUK Festival, al pari delle altre due o tre rassegne italiane di simile forma, sostanza e importanza, rappresenta un momento a dir poco fondamentale per far incontrare il pubblico “medio” con l’editoria indipendente e così generare quel necessario circolo virtuoso che può permettere alla stessa di non restare perennemente rinchiusa nel minuscolo recinto nel quale viene costretta anche (forse soprattutto) dall’oligopolio commerciale delle grandi case editrici. In soldoni, scopo primario di un evento come BUK è certamente quello di portare la gente comune davanti agli stand egli editori, anche più che viceversa – e in effetti una delle aspettative che la stessa organizzazione del festival modenese annunciava nei giorni precedenti l’apertura era proprio quello di superare il record di affluenza dello scorso anno. Le premesse non sono state certo delle migliori, soprattutto per quel valzer di date ballato nelle settimane precedenti (BUK doveva svolgersi verso metà Aprile, poi a Febbraio, poi a Marzo e infine di nuovo a Febbraio) che ha ingenerato un certo sconcerto tra alcuni editori, tant’è che era evidente un calo della presenza degli stessi rispetto allo scorso anno e un certo relativo turnover con altri editori per la prima volta presenti a Modena. Per quanto riguarda l’affluenza di pubblico, al momento in cui scrivo il presente articolo non sono stati ancora resi noti dati ufficiali, ma l’impressione è che anche qui una pur lieve flessione ci si sia stata, nonostante poi tra gli editori con cui ho potuto conferire ho riscontrato uno stato d’animo da “poteva andar meglio, ma anche peggio” che di questi tempi è cosa quasi da festeggiare con lo spumante, magari non proprio quello più costoso…
Di contro, l’organizzazione nelle giornate di apertura al pubblico si è confermata buona, come lo è sempre stata gli scorsi anni. Ma proprio riguardo l’organizzazione mi viene da denotare quella che – personalmente, certo – ho trovato essere la pecca più evidente del BUK di quest’anno: una sostanziale mancanza di promozione in città, atta a far che la tantissima gente che ci passeggiava – complice il bel tempo, appunto – venisse informata e invogliata a fare nemmeno cinque minuti in più di strada oltre il centro storico per raggiungere il Foro Boario e visitare il festival. Ecco, tale mancanza – se così posso definirla, nell’ottica di quanto affermato poco sopra sulla necessità di conseguire lo scopo del portare nuovi lettori agli stand degli editori indipendenti, l’ho trovata piuttosto importante, e assolutamente da evitare gli anni prossimi. La fortuna di avere il centro di una città importante (che non sarà Londra o Parigi, certo, ma nemmeno un minuscolo borgo di provincia!) a pochi passi è un’opportunità che deve necessariamente essere sfruttata meglio, magari anche ampliando le varie sinergie già esistenti tra il festival e le location esterne ad esso, conferendovi la massima visibilità possibile e senza dunque limitarsi ad eventi inevitabilmente attraenti solo un pubblico ristretto e specificatamente interessato all’evento stesso.
Anche la collaborazione con le istituzioni francesi per gli eventi legati alla cultura transalpina e basca in particolare – una delle novità dell’edizione appena conclusa –  mi è parsa un po’ troppo evanescente: l’idea è senza dubbio buona, dato che nessuno vieta a una rassegna dedicata alla piccola e media editoria che la stessa non possa vestirsi di “abiti internazionali” come fanno quelle maggiori con gran pompe magne, anzi: c’è forse più affinità editorial-letteraria tra i piccoli editori italiani e quelli esteri che tra questi e la grande editoria nostrana, così inopinatamente “industrializzata” da essere in troppi casi ormai lontana da eccellenze europee di ben altro tenore – e proprio la citata Francia certamente sul tema ha qualcosa da insegnare. Ma, appunto, l’idea è buona e mi auguro si sviluppi meglio nelle prossime edizioni, a condizione di non togliere risorse (soprattutto economiche) alle iniziative direttamente legate alla realtà italiana e così da portare il buon nome della rassegna modenese anche su mercati forestieri di pregio, con possibilità di interscambi indubbiamente molto interessanti anche per gli stessi editori presenti in rassegna.
Lo ribadisco: una manifestazione come BUK Festival deve essere sostenuta con tutte le forze – ineluttabilmente sostenuta, mi verrebbe da dire! – per l’enorme importanza potenziale che possiede e non solo relativamente al comparto editoriale piccolo, medio e indipendente, in questo nostro paese sempre così poco attento al proprio sviluppo culturale, ancor più nel caso di buona cultura come è questo. C’è solo da augurarsi che le mancanze di quest’anno – nulla di grave, ribadisco, a patto che non diventino croniche al punto da avviare una qualche involuzione nello sviluppo futuro del festival – possano essere eliminate così da focalizzare gli sforzi organizzativi con ancora maggiore intensità ed energia verso quel fine di rappresentare un ineluttabile faro pubblico per l’intera editoria indipendente italiana, primo, e secondo un’attrattiva veramente intrigante e immancabile per un pubblico sempre più vasto e sempre più consapevole che è in questi eventi che si può trovare la vera buona letteratura italiana, quella di alta qualità, e non certo in altri luccicanti tanto quanto opachi in quel senso.

P.S.: foto in testa all’articolo © Isabella Colucci