INTERVALLO – Kenadsa (Algeria), Biblioteca “Khizana”

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Nel bel mezzo dell’arido e infuocato Sahara algerino una biblioteca (e fondazione culturale) tanto piccola quanto preziosa, che custodisce antichi manoscritti insieme a testi più recenti sulla storia e le tradizioni di questo lembo d’Africa. Pure qui, come ovunque vi siano dei libri da leggere, di deserto ci sarà sempre e solo il terreno…
Cliccate sulle immagini per saperne di più (testi in francese).

(P.S.: grazie a Mirella Tenderini per la segnalazione!)

(Dis)Integrazione

Metropolitana di Milano, Linea 1. Il convoglio è su una tratta di periferia, i viaggiatori sono quasi tutti di origine straniera.
Ad una fermata sale una coppia con il figlio. I genitori palesano in ogni loro cosa il loro non essere italiani: ovviamente nella lingua, che tra di essi usano, e poi negli abiti, nelle movenze, nell’atteggiamento, nel come osservano le cose che li circondano. E’ evidente che siano in Italia da tempo, ma la loro cultura è ancora quella del paese di origine, in tutto e per tutto.
Il figlio avrà 9 o 10 anni, parla perfettamente italiano e pure con lieve inflessione milanese, veste come i suoi coetanei indigeni, osserva e commenta ciò che vede esattamente come poco fa sentivo commentare altri bambini presenti sul convoglio. A differenza dei suoi genitori, lui è in tutto e per tutto italiano.
In quel momento, nel constatare quanto sopra e posto che i bambini di quell’età, inutile rimarcarlo, sono come spugne pronte ad assorbire e assimilare qualsiasi cosa li circondi facendola “nozione” propria, mi sono chiesto: ma la società italiana contemporanea, ad un bambino forse ancora straniero per l’anagrafe ma italiano per ogni altra cosa e dunque probabile futuro membro della società stessa, cosa offre? Che valori gli può mostrare, quali modelli può offrirgli, quali ideali e principi identificativi può consigliargli e insegnargli al fine di fornirgli il bagaglio culturale più adeguato possibile per poter diventare, tra una dozzina d’anni, un buon cittadino italiano?
La risposta me la sono data subito ed è stata – ovviamente, a mio modo di vedere – negativa e amarissima. Questa società italiana contemporanea, oggi, non sa offrire a un bambino del genere pressoché nulla di buono, di virtuoso, di etico, di edificante e di identificante. E ciò è assolutamente terribile. Terribile.
Classi dirigenti, politiche e non, corrotte e sovente criminali, confusione istituzionale, mancanza di un autentico e buon senso di patria, assenza ancor più profonda di senso civico, ipocrisia, falsità, maleducazione, inciviltà, degrado sociale, spregio delle regole del buon vivere comune con conseguente svilimento di esse, dominio del panem et circenses, imposizione mediatica di modelli di vita vuoti, futili e deviati, status symbol come unici generatori di prestigio sociale, disprezzo diffuso della cultura. E potrei andare avanti ancora a lungo. E i valori della nostra società? Soldi facili, potere, donne, calcio, TV. Con le sale da gioco e i compro-oro che spuntano come funghi, e le librerie che chiudono perché 2/3 degli italiani si vantano di non leggere nemmeno un libro, in un anno.
Si blatera tanto di integrazione, di fronte ai flussi migratori in genere provenienti da paesi socialmente meno sviluppati del nostro, ma in cosa bisogna integrare i nuovi residenti? O meglio: c’è una comunità sociale, qui, esiste veramente una società propriamente detta, identificata e auto identificante, dotata di propri principi strutturali, di propri valori e dunque di un senso civico comune che la renda effettivamente un’entità collettiva? Io temo di no. Esiste un’accozzaglia pseudo-sociale che mai è diventata “nazione” anche per colpa di una classe dirigente da decenni inadeguata (ma che nel tempo è divenuta perfetto riflesso della società votante: per la serie “ogni popolo ha i governanti che si merita”!), pressoché priva di senso civico, di consapevolezza e coscienza sociale, il cui unico collante è – alla fine – un certo benessere diffuso il quale tuttavia, lo vediamo bene in questi ultimi anni, sta per essere spazzato via da un solo lustro di crisi economica. E tale mancanza cronica di valori nella società italiana – perché, sia chiaro, anche quelli che qualcuno pomposamente definisce tali sono in verità belle e buone ipocrisie dietro le quali celare comportamenti spesso indegni: “predicar bene e razzolar male”, insomma, per nuovamente motteggiare – non permetterà mai una vera integrazione ai nuovi cittadini italiani. Anzi, genererà un problema ulteriore e assai grave: uno stato di anomia sociale, per il quale le seconde generazioni (come quel bambino sulla metro) si ritroveranno a non essere ne parte della cultura originaria, quella dei genitori, e ne parte di quella nella quale sono nati o sono giunti. Una condizione che inevitabilmente determina discordia e disordine sociale e lascia campo aperto allo scontro, dal momento che alcun senso civico e nessuna consapevolezza sociale, appunto, potranno contrastare. E una società così debole, e così priva di basi solide perché chi ne è parte è il primo a non far nulla per mantenerle tali, verrà spazzata via in men che non si dica. Ma, evidentemente, ai governanti di questo paese non importa assolutamente nulla, da sempre avulsi dalla realtà quotidiana e costantemente, totalmente impegnati nel difendere i propri privilegi…
E’ una colpa gravissima del nostro paese, questa, lo ribadisco, che se non verrà risolta al più presto (ma non vedo alcuna volontà di risolverla, appunto) non farà che accrescere il degrado della società stessa, dato che, quando priva di solidi principi e di autentico senso civico diffuso, essa attirerà pure ben più criminalità di altre simili istituzioni sociali nazionali. Ed è una questione in primis culturale, senza dubbio: perché ne va del futuro della nostra cultura, del senso di essa, del valore sociale e dell’importanza per la civiltà di cui siamo esempio. Oppure, a breve, l’Italia non sarà veramente altro che un‘espressione geografica, per dirla col Metternich, dalla quale le persone per bene sapranno inequivocabilmente di dover stare alla larga il più possibile.

“La Prima Scuola”: un progetto di impegno civile per il futuro della scuola italiana, della cultura diffusa, e per il bene di tutta la società

Dopo la partecipazione alla 70° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e dopo aver vinto il festival del Cinema Italiano in Francia ad Annecy, oltre al premio del pubblico, da qualche giorno è nelle sale La prima neve, il nuovo film di Andrea Segre: una storia di “dolori e silenzi che diventano occasioni per capire e conoscere. Un tempo per lasciare che le foglie, gli alberi e i boschi si preparino a cambiare.” Vi è anche un libro che racconta la storia e la pellicola che ne è scaturita, Prima della neve, un percorso fotografico di Simone Falso nel backstage del film corredato dagli scritti inediti del regista Andrea Segre. Per conoscere meglio il film e il libro si può visitare il sito www.laprimaneve.it, peraltro molto ben fatto e completo.

Tuttavia a me preme qui ancor più segnalare il bel progetto direttamente collegato al film e alla sua uscita nelle sale, La Prima Scuola, nato con l’obiettivo di finanziare progetti artistici e pedagogici nelle scuole primarie per riportare la creatività e la libera espressione dei bambini al centro del progetto scolastico. Uno scopo assolutamente fondamentale, inutile rimarcarlo, per il futuro della cultura e della sua fruizione nella società.
L’idea de La prima scuola nasce da Andrea Segre proprio durante la realizzazione film La prima neve. La sua sensibilità di padre e artista l’ha portato a uscire dal mondo della fiction cinematografica per dare un contributo concreto nella realtà, come già ha fatto in passato. Anche se il film non parla direttamente di istruzione, la tematica dell’educazione infantile scolastica e familiare è presente. Il protagonista è infatti un bambino di dieci anni il cui carattere ha un ruolo determinante per la storia del film. Altrettanto importanti sono i due suoi amici che aiutano a tenere al centro del film il punto di vista dei bambini sul mondo.
Come viene rilevato nel blog dedicato al progetto, la scuola elementare – ambito in qualche modo citato nel film, come detto – è la prima vera esperienza di formazione extra-familiare di un bambino e costituisce il nucleo fondante del sistema educativo italiano. Fino a meno di logo-laprimascuoladieci anni fa era considerata il fiore all’occhiello dell’offerta scolastica italiana; poi sono iniziati tagli, riforme, riduzioni e la qualità dell’offerta educativa è scesa, contribuendo ad accrescer le differenze tra zone agiate e non. A fronte del progressivo impoverimento del sistema d’istruzione pubblica è necessaria un’azione dal basso per proporre una direzione contraria di rilancio e crescita della scuola nella nostra società. Non abbiamo certo noi le risorse per cambiare radicalmente il corso degli eventi nazionali, ma può essere avviato un percorso propositivo sia di riflessione che di finanziamento dal basso, nel quale il mondo del cinema e dell’arte può giocare un ruolo importante. Le privazioni materiali della scuola pubblica sono importanti, ma è importante parlare anche delle opportunità formative che la scuola non è più in grado di offrire.
Posto ciò, il progetto de La Prima Scuola si propone di raccogliere risorse e impegnare energie per la scuola perseguendo due macro obiettivi: contribuire al dibattito sulla crisi del sistema d’istruzione pubblico relativa alle scuole elementari, e finanziare progetti artistici nelle scuole primarie di periferia con un’apposita raccolta fondi. Il meccanismo è molto semplice. Per circa quattro mesi (da settembre a dicembre 2013) verranno raccolte donazioni tramite il sito e attraverso le varie iniziative territoriali legate alla distribuzione nelle sale del film La Prima Neve. I fondi così raccolti saranno poi affidati a singole scuole di aree periferiche che presenteranno progetti di miglioramento dell’offerta educativa e pedagogica (laboratori di teatro, musica o cinema, incontri, visite, servizi di mediazione interculturale e altri). I progetti saranno giudicati e selezionati entro la primavera 2014 da una commissione di esperti e, una volta avviati, i progetti saranno documentati e raccontati sempre attraverso questo sito. L’attenzione sarà rivolta in particolar modo a tutti quei quartieri periferici delle grandi città e a quelle località isolate in cui i tagli all’istruzione hanno mostrato il loro volto più duro. Dato che queste realtà sono spesso caratterizzate da contesti fortemente multiculturali, il progetto cercherà di stimolare la partecipazione di realtà che dimostrano una certa sensibilità verso i percorsi di integrazione e valorizzazione delle differenze.
Insomma, un progetto tanto interessante quanto prezioso, che peraltro rimarca l’importanza dell’iniziativa “privata” ovvero scaturente direttamente dalla società civile per generare iniziative proficue e benefiche per l’intera comunità, nonché – lo ribadisco di nuovo – fondamentali per il futuro della cultura (in senso generale e complessivo) diffusa e per la fruizione di essa, dacché credo di non andare troppo lontano dalla verità imputando anche alla decadenza della qualità dell’insegnamento scolastico di base nei decenni scorsi lo stato ben più che preoccupante della cultura in Italia, a partire dalle realtà di base – dal numero di lettori e di libri venduti, ad esempio, per citare un ambito di diretto interesse personale, e non solo… Un progetto da sostenere totalmente, La Prima Scuola, un vero e proprio investimento sociale per il futuro, e non solo di quegli alunni che ne usufruiranno, ma di tutti noi.
Cliccate sul logo del progetto per visitare il sito web, o QUI per conoscere tutto quanto sul film La Prima Neve.

E’ on line il numero 112 – Settembre 2013 – di InfoBergamo.it

cop_Infobergamo_Set2013E’ uscito il numero 112 – Settembre 2013 – di InfoBergamo.it, il primo mensile on-line bergamasco di cultura ed informazione, ovvero la più diffusa e letta web-rivista di genesi orobica, indubbiamente (fin dal nome, appunto!), ma di respiro, spirito e interessi assolutamente nazionali, se non di più. Un gradimento così grande e continuato che persino in Agosto, mese vacanziero nel quale di sicuro la maggior parte della gente preferisce starsene all’aria aperta, in spiaggia, in acqua o su qualche bel sentiero di montagna piuttosto che davanti a un pc, il numero dei lettori ha raggiunto il numero incredibile di 74.000! Ma, come ripeto spesso, è certamente questa una quantità e un relativo gradimento ben legati – anzi, proporzionali! – alla qualità degli articoli e dei collaboratori del mensile, come sempre ben orchestrati dal direttore Graziano Paolo Vavassori. Un mensile che anche in questo numero 112 offre veramente molta carne al fuoco, tra cultura, politica, società, arte, musica, libri, motori, viaggi e molto, molto altro, come si può evincere dal sommario del mese
A mia volta sono molto onorato di far parte dei collaboratori di InfoBergamo.it, cercando di offrire ai lettori spunti, osservazioni, testimonianze e riflessioni sul mondo dei libri, della letteratura e dell’editoria contemporaneo. In questo numero 112, vi offro un articolo provocatorio, che riflette e focalizza un’ipotesi apparentemente assurda – e sperando che veramente tale sia e non il contrario! – e sulle conseguenze che la sua manifestazione potrebbe (e dovrebbe) avere: se domani mattina sparissero libri, librai ed editori, dunque non ci fosse più nulla di letterario da leggere, voi credete che ne scaturirebbe una rivolta popolare? All’apparenza, credo che molti di voi risponderebbero di sì, perché accidenti, si può veramente concepire un mondo senza libri e lettura?
E se invece la realtà potenziale fosse diversa da ciò?
Potete leggere E se domani mattina sparissero di colpo editori e librerie? cliccando direttamente sul titolo dell’articolo oppure QUI ma, ribadisco, non perdetevi nulla dell’intero ultimo numero e di tutto quanto offre la piattaforma web del mensile, cliccando sull’immagine della copertina lì sopra ed entrando nel sito del mensile: InfoBergamo.it merita sul serio la vostra attenta lettura, e sono certo che non vi deluderà!

Un libro di pietra che cade in rovina. Il degrado del Sacrario di Redipuglia e la meschina indifferenza verso la storia di una nazione senza memoria.

La storia è cultura, inutile affermarlo, e “cultura” significa anche ricordo, rimembranza degli eventi che la storia custodisce e per i quali il tempo dona la facoltà di consentirci l’assimilazione del significato e del senso storico, nonché il superamento delle matrici di fondo, siano positive ovvero, e soprattutto, negative o in qualche modo infauste. Si può dire che da sempre la storia passata viene “raccontata”, oltre che dalle parole, dalle testimonianze monumentali che vengono edificate: certamente spesso intrise di retorica anche bieca se non in certi casi riprovevole, di enfasi patriottica (o pseudo-tale) francamente a volte ridondante e tronfia, non si può tuttavia ignorare che, appunto, tali monumenti rappresentano veri e propri libri di storia all’aperto, le cui vicende vengono narrate non da testi e parole ma da alberi, aiuole, costruzioni, architetture e pietre più o meno artistiche capaci di generare nell’animo del visitatore emozioni e sentimenti certamente vividi e autentici. Poi, ribadisco, si potrà essere più o meno concordi con il messaggio commemorativo che questi monumenti trasmettono, con le motivazioni per le quali sono stati edificati e con il senso che oggi, a distanza di decenni, possono ancora conservare, ma ciò non toglie che raccontano un pezzo di storia, e spesso una storia dalla quale, nel bene e nel male, la nostra società attuale deriva.
Posto ciò, trovo del tutto deprecabile lo stato di degrado e di sostanziale abbandono nel quale versa il Sacrario Militare di Redipuglia, il più grande d’Italia e uno dei maggiori al mondo, in cui sono tumulati i resti di oltre 100.000 combattenti della Prima Guerra Mondiale (e tra di essi una sola donna, Margherita Kaiser Parodi Orlando, una crocerossina di 21 anni), molti dei quali morti proprio sulle colline ove il Sacrario è stato costruito. Redipuglia è anche il monumento italiano che ricorda simbolicamente tutte le vittime del primo conflitto mondiale, con un’apposita cerimonia che qui si tiene il 4 Novembre di ogni anno. Un tempo gestito direttamente da un apposito distaccamento dell’Esercito, ora è passato sotto l’amministrazione della Redipuglia_ossa_photoprovincia di Gorizia ma, appunto, le solite mancanze all’italiana – soldi in primis, poi personale, attrezzature e, cosa più grave in assoluto, volontà politica – ne stanno provocando un degrado inesorabile: si veda, nella eloquente foto qui sopra, addirittura le lapidi rotte entro le quali si scorgono i resti mortali conservati… A tal punto, sarebbe più “onorevole”, o meno indegno, radere al suolo tutto quanto e tanti saluti.
Ora, al di là di qualsivoglia parere, considerazione e posizione di matrice retorico/politica, quanto mai lontana dallo scrivente (in fondo lo stesso Sacrario è un esempio notevole della tipica retorica architettonica fascista) e del senso primigenio e attuale dello stesso – è anche una rappresentazione guerresca impressionante tanto quanto spaventosa, per come lo schieramento delle lapidi ricordi quello d’una armata pronta all’attacco, con gli ufficiali sepolti nelle prime file e la truppa dietro – non si può ignorare che nel monumento si trovano le spoglie di uomini morti in battaglia, chissà con quali atroci sofferenze, nella maggior parte dei casi costretti a lasciare le proprie vite quotidiane per diventare soldati con animo – credo di non sbagliare nell’affermare ciò – sicuramente non felice, anzi… Persone, insomma, che sono morte in un periodo tetro della nostra storia recente ma le quali, nel bene e nel male, rappresentano i costruttori di una parte del percorso storico e sociale che porta direttamente al presente e alle nostre attuali vite quotidiane. Il Sacrario narra, per così dire, le loro vite e, soprattutto, il loro contributo alla generazione della storia che noi oggi viviamo. Storia magari giusta, magari sbagliatissima, ma lo ripeto di nuovo: non è questo ciò che conta. Semmai è una questione di cultura, autentica cultura appunto: e una questione di preservazione della storia come inconfondibile monito ai posteri, di ineludibile senso civico, di comprensione sociologica e antropologica della vicenda narrata da quel monumentale “libro” di pietra e, ultimo ma non ultimo, di rispetto per la tragedia che l’impressionante numero di lapidi del Sacrario rende così suggestivamente vivida. Lasciare che venga cancellata, dunque eliminata anche dalla memoria collettiva, è pura ottusità sociopolitica che solo una classe dirigente mentecatta potrebbe mettere in atto.
L’anno prossimo, 2014, ricorrerà il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale: già molti paesi in Europa stanno preparando consone e significative commemorazioni, con relativo stanziamento di fondi governativi (la Gran Bretagna, giusto per citare un esempio, ha stanziato 59 milioni di Sterline, pari a 50 milioni di Euro). C’è da augurarsi che entro tale ricorrenza la situazione di Redipuglia possa finalmente essere risolta e in modo pregevole, anche perché uno stato che disdegna la conservazione e la promozione del ricordo della propria storia – la quale, bella o brutta che sia, sempre storia propria è! – non può certo dirsi realmente “civile” e, al contrario, facilmente diventa promotore della propria irrefrenabile decadenza.