Ogni libro ha il suo “carattere”… (Leo Longanesi dixit)

Gli scrittori si debbono dividere in due schiere: quella alla quale debbonsi stampare gli scritti in elzeviro, e quella alla quale debbonsi stampare in bodoniano. Se dovessi dirti a quale schiera farei appartenete diversi scrittori, mi troverei sinceramente imbarazzato, ma ti posso assicurare che ben pochi reggerebbero al Bodoni e molti si troverebbero a loro agio nell’elzeviro e ancora meglio nei caratteri meno austeri e perfetti. (…) Non bisogna mai che la bellezza dei caratteri, o per meglio dire della carta stampata, prenda la mano alla prosa che dentro vi si trova; ed io credo che il peggior servizio che si possa fare a uno scrittore, sia quello di stampargli un libro con un carattere che non sappia intonarsi allo scritto.

(Leo Longanesi, citato in Francesco Giubilei, Leo Longanesi, il borghese conservatore, Casa Editrice Odoya, Bologna, 2015, pag.132)

Leo_Longanesi_1956Ovvero: quando la scrittura, e la conseguente attività tipografica ed editoriale, era anche una questione estetica. E lo sarebbe ancora, ma mi pare che la cosa si sia piuttosto dimenticata, col tempo.
(Per la cronaca: questo è il carattere Elzeviro, e questo è il Bodoni.)

I poeti? Dei poveri diavoli… (Aldo Palazzeschi dixit)

Il popolo non ha prevenzioni né antipatie per il poeta; lo giudica un povero diavolo, uno che va a finir male; sa che con la poesia si fanno magri guadagni; in fondo lo ama perché non lo invidia. Lo vede un po’ quello che proclama la giustizia a tutto rischio e pericolo, o esalta a fondo perduto la bellezza che è nelle cose: due sentimenti nel popolo radicati bene.

Aldo Palazzeschi, dall’intervista di Alberto Viviani, Colloquio, Quadrivio, III 16, 17 febbraio 1935, p.6)

ALDO PALAZZASCHI0001 (Copia)Insomma, in 80 anni e più non è che lo cose siano tanto cambiate, per i poeti e la poesia. O meglio: se al tempo in cui Palazzeschi affermò quanto sopra era la gente che giudicava i poeti dei poveri diavoli in quanto riconosceva in essi virtù tanto preziose quanto sostanzialmente inutili, oggi la gente non è più in grado di riconoscere tali virtù e dunque i “poeti” contemporanei (se si possono considerare tali, nella loro gran parte) hanno pensato bene – non sempre, ma spesso – di dimostrarsi dei poveri diavoli fin da subito, senza aspettare il giudizio altrui.

Per scrivere un romanzo occorre qualcosa da dire (Leo Longanesi dixit)

Si parla di romanzo e non si è ancora ben capito che per scrivere un romanzo occorre qualcosa da dire, da dire nel senso sociale, politico o per usare una parola più ardente e più sonora, umano.

(Leo Longanesi, citato in Francesco Giubilei, Leo Longanesi, il borghese conservatore, Casa Editrice Odoya, Bologna, 2015, pag.146)

longanesi_h_partbLonganesi denotava sagacemente quanto sopra già sessant’anni fa… ecco, fate conto che da allora la situazione non ha fatto che peggiorare. Anzi, di più: guai se oggi scrivere romanzi debba essere un esercizio letterario di senso sociale, politico ovvero culturale e, perché no, artistico. E’ il metodo più veloce per non farsi pubblicare, questo!
(P.S.: cliccate qui per leggere la recensione del libro di Francesco Giubilei da cui è tratta la citazione.)

Scrivere libri è rifiutarsi di vivere? (Björn Larsson dixit, “special guest” Charles Bukowski)

Da dove mi veniva questo desiderio di scrivere e di essere scrittore? Ovviamente da una miriade di ragioni e motivazioni diverse. E quelle che spiegano perché continuo a scrivere non sono probabilmente le stesse che mi hanno spinto a cominciare. Eppure non c’è da stupirsi se sostengo, da fonte sicura, che una delle prime motivazioni, come più tardi per la barca, era e continua a essere il sogno di una vita in libertà. Solo che oggi so quel che da giovane ignoravo, e cioè che scrivere è un duro lavoro, di lungo respiro, che richiede disciplina e implica non pochi sacrifici. E so anche fino a che punto è difficile vivere della propria penna. Nel suo pregevole libro “La scrittura o la vita”, Yorge Semprun dice giustamente che “scrivere, in un certo senso, è rifiutarsi di vivere”. Non arrivo a tanto, perché la scrittura mi ha anche regalato un surplus di vita. Ma è innegabile che quando si è immersi nella scrittura di un romanzo, vivere risulta difficile. Prima e dopo si vive, durante, mica tanto.

(Björn Larsson, Bisogno di libertà, Iperborea, 2007, traduzione di Daniela Crocco, pag.50)

(Foto di Roberto Dalla Bona)
(Foto di Roberto Dalla Bona)
Leggendo quanto scritto da Larsson mi è venuta in mente l’affermazione di un altro grande personaggio della letteratura moderna, Charles Bukowski, di segno del tutto opposto:

Sento dagli altri scrittori quanto sia duro scrivere e se per me fosse così maledettamente dura proverei a fare qualcos’altro.

Alla fine, per quanto mi riguarda, la verità sta nel mezzo: deve essere un duro piacere, ecco, dacché se fosse solo “piacere” ci sarebbe qualcosa che non va, e se fosse attività così dura idem. Ovvero, è giusto la somma di queste due condizioni a creare quella terza che forse, o probabilmente, può permettere – se si possiedono le capacità – di scrivere cose interessanti.

L’eternità nera e imperscrutabile d’intorno… (Knut Hamsun dixit)

“E intorno a me covava sempre la stessa oscurità, quella stessa eternità nera e imperscrutabile, contro la quale si inalberavano i miei pensieri incapaci di afferrarla. Con che cosa potevo paragonarla? Feci sforzi disperati per trovare una parola abbastanza grande per definire quel buio, una parola così crudelmente nera da annerire la mia bocca quando l’avessi pronunciata.”

(Knut Hamsun, Fame, traduzione di Ervino Pocar, ed.Adelphi Edizioni, 2002)

Knut-hamsunHamsun è un altro di quei personaggi fondamentali, con le sue opere, per cercare di capire meglio la realtà contemporanea ovvero i suoi risvolti spesso più celati e tribolati. Ottima prova di ciò è la citazione lì sopra, tratta da un’opera – Fame, appunto – edita nel 1890 ma, converrete, che pare formulata da qualcuno il quale nel mondo contemporaneo, e in particolare proprio di questi tempi, si stia guardando intorno. Una forza evocativa intatta, purtroppo.