Un record da battere?

«Ti importa dell’Olocausto o pensi che non sia mai successo?»
«Non solo so che abbiamo perso 6 milioni di ebrei, ma quello che mi preoccupa è che i record sono fatti per essere battuti.»

[Da Harry a pezzi (Deconstructing Harry), 1997, film scritto, diretto e interpretato da Woody Allen.]

Dunque, l’umanità saprà battere anche questo «record»?

A considerare lo stato del mondo attuale e la cronica assenza di memoria della civiltà umana (nonostante le belle parole spese nella giornata odierna), qualche buona probabilità ci potrebbe essere. Già.

[Bambini ebrei nel campo di concentramento di Auschwitz, 1945. Foto di Alexander Voronzow, pubblico dominio, fonte commons.wikimedia.org.]

Una bambina di quasi cinque anni

La bambina ritratta in questa fotografia, datata 6 luglio 1946, si chiama Egea Haffner. Non ha ancora cinque anni e sta lasciando la città dove è nata, Pola, per iniziare un lungo viaggio da esule, scacciata dalla sua terra dalle milizie comuniste agli ordini del Maresciallo Tito.

L’anno prima, una sera, sente bussare alla porta di casa. Tre colpi secchi. La madre sta cucinando. Altri tre colpi, il padre Kurt Haffner apre la porta. «Dov’è Kurt Haffner?» dice uno dei tre uomini che si trova di fronte. «Sono qui», risponde il padre. «Ci deve seguire al comando. Solo un controllo» gli fanno i tre uomini. Sono membri dell’OZNA, la polizia politica di Tito. Kurt non è un fascista e non ha mai collaborato con il regime mussoliniano, in famiglia non capiscono perché lo stiano cercando. Mette al collo una sciarpa di seta blu a quadrettini, saluta la moglie e la piccola Egea e va con loro. Non tornerà mai più.

Qualche tempo dopo, e prima dell’esilio, Egea e la madre vedono in centro a Pola un gruppi di miliziani titini. Uno di essi ha al collo la stessa sciarpa di seta blu a quadrettini. E capiscono cosa è accaduto a Kurt.

Egea si è salvata, oggi vive a Rovereto. Invece altri bambini come lei, insieme a migliaia di donne e uomini giuliano-dalmati di cittadinanza italiana, moriranno nelle foibe e nei campi di concentramento iugoslavi.

Questo è il mio pensiero minimo in occasione del Giorno del Ricordo 2024.

Come in occasione del Giorno della Memoria, lo scorso 27 gennaio, il mio pensiero l’ho voluto dedicare ai bambini. Perché sono gli adulti che da sempre si prendono la “libertà” e si arrogano il “diritto” di deportare, uccidere, massacrare, commettere crimini e atrocità di ogni genere e sorta ma poi sono i bambini che cresceranno nel mondo devastato da quegli adulti e ne subiranno le conseguenze. E questa, come ho già rimarcato per il Giorno della Memoria, è l’inesorabile garanzia di ulteriori e crescenti efferatezze future contro altre donne, altri uomini, altri bambini.

Riuscirà a capirlo la “civiltà” umana, prima o poi? Per il momento sembra proprio di no.

(Le informazioni sulla vicenda di Egea Haffner sono tratte da https://ilbolive.unipd.it.)

Un bambino di quattro anni

Il bambino che vedete sorridere simpaticamente in questa foto si chiama Istvan Reiner. È nato nel 1940 a Miskolc, una città del nord dell’Ungheria nel cui ghetto vive insieme alla famiglia. Nel 1944 è deportato con la madre e la nonna ad Auschwitz-Birkenau, dove viene scattata la fotografia nella quale indossa la classica uniforme a strisce fornita ai detenuti dei lager. Viene detto a Istvan che la foto sarebbe stata un dono, per questo sorride allegramente. È invece l’ultima sua immagine in vita: pochi giorni più tardi, e poco dopo aver compiuto 4 anni, viene selezionato per le camere a gas e ucciso insieme alla nonna.

La fotografia è stata custodita dal fratellastro maggiore di Istvan, Janos (John) Kovacs, anch’egli deportato ma che riesce a fuggire dalla prigionia, sopravvive all’Olocausto e in seguito emigra negli Stati Uniti. La foto è stata donata da Janos allo United States Holocaust Memorial Museum.

I bambini uccisi nei campi di concentramento nazifascisti furono circa un milione e mezzo. Nei territori occupati dal Terzo Reich la percentuale dei bambini residenti che trovarono la morte fu del 90%.

Qualsiasi gruppo, potere, popolo, civiltà che uccide i bambini non fa altro che assicurarsi un futuro di ulteriori violenze, guerre, atrocità.

Questo è il mio pensiero minimo in occasione del Giorno della Memoria 2024.

(Ringrazio lo United States Holocaust Memorial Museum che mi ha concesso la fotografia, e dal cui sito ho tratto le informazioni che avete letto.)

Per il Giorno della Memoria 2023

[Le “Pietre d’inciampo” delle vittime di Meina. Fonte dell’immagine: commons.wikimedia.org.]
Come ogni anno, in occasione del Giorno della Memoria propongo una testimonianza che mi pare significativa riguardo il senso di tale occasione e, ancor più, la necessità di mantenere non solo storicamente viva ma didatticamente attiva la memoria dell’Olocausto e di tutte le tragedie che purtroppo la nostra storia conserva, affinché non debba accadere che la Shoah «Tra qualche anno sarà soltanto una riga sui libri di storia», come ha osservato amaramente Liliana Segre qualche giorno fa.

Quest’anno vi invito alla conoscenza e all’approfondimento di un episodio poco noto tra quelli che concernono la persecuzione degli ebrei ad opera dei nazifascisti in Italia: la strage di Meina, il primo eccidio di massa di cittadini ebrei sul territorio italiano, messo in atto tra il settembre e l’ottobre del 1943 sulle sponde piemontesi del Lago Maggiore tra Arona, Verbania e in altri comuni limitrofi da parte delle unità militari tedesche del primo battaglione della Panzer-Division Waffen SS – LSSAH, che avevano preso il controllo dell’area (corrispondente alle attuali provincie di Novara e del Verbano-Cusio-Ossola) subito dopo l’armistizio dell‘8 settembre, installando il comando militare all’Hotel Beaurivage di Baveno. I rastrellamenti degli ebrei iniziarono proprio da Baveno il 13 settembre, per terminare il 10 ottobre.

[Meina oggi. Foto di Torsade de Pointes, opera propria, CC0, fonte commons.wikimedia.org.]
Nel comune di Meina in particolare avvenne la strage più nota. La mattina del 15 settembre i militari nazisti occuparono l’Hotel Meina: i sedici ospiti ebrei dell’albergo vennero rinchiusi in un’unica stanza all’ultimo piano dell’edificio, mentre il padrone dell’albergo, Alberto Behar e la sua famiglia, ebrei di nazionalità turca, furono liberati grazie all’intervento del Console della Turchia, Guelfo Zamboni. La famiglia Behar riuscì a sopravvivere alla Shoah trovando rifugio in Svizzera: è anche grazie all’impegno di testimone dell’allora tredicenne Becky se la memoria di questo eccidio non è caduta nell’oblio.

[L’Hotel Meina in un’immagine dell’epoca dei fatti narrati.]
Dopo una settimana di prigionia, nel corso delle notti del 22 e 23 settembre, i sedici prigionieri furono uccisi e i loro corpi gettati con delle zavorre nelle acque del lago a poche centinaia di metri dal centro abitato. Alcuni cadaveri riaffiorarono il giorno dopo le esecuzioni e vennero riconosciuti da alcuni abitanti del paese. Le vittime della strage erano in prevalenza ebrei provenienti da Salonicco e sfollati da Milano. A loro sono state negli anni dedicate due stele commemorative e sedici pietre d’inciampo. Da alcuni anni uno degli istituti scolastici di Meina è intitolato ai fratelli Fernandez Diaz, tre giovanissime vittime della strage.

Per le sue modalità, l’eccidio del Lago Maggiore rappresentò un’anomalia rispetto alla prassi nazista sul trattamento degli ebrei in Italia, che prevedeva la loro cattura e la successiva deportazione nei lager. In questo caso, invece, i comandanti locali delle SS fecero seguire agli arresti l’immediata uccisione dei prigionieri e la depredazione dei loro beni. Ciò ha fatto propendere alcuni storici nel ritenere le stragi come iniziative dei singoli responsabili nazisti locali piuttosto che un’azione coordinata con le alte gerarchie naziste. L’ampiezza del territorio interessato e la durata nel tempo delle operazioni, sostengono invece altri studiosi, rendono però poco probabile che tutto ciò possa essere avvenuto senza che ne fossero stati condivisi i piani con i comandi superiori tedeschi. Di certo è che i nazisti tentarono di tenere segreta la strage, ma la notizia delle uccisioni si diffuse quasi subito tra la popolazione locale: in alcuni casi le SS non riuscirono a evitare che ci fossero testimoni delle esecuzioni sommarie, in altri, come avvenne nel caso di Meina, alcuni corpi delle vittime riaffiorarono dal lago nel quale si cercò di occultare i cadaveri.

[L’articolo sugli eccidi del Lago Maggiore uscito sul giornale del Partito Socialista di Lugano il 23 ottobre 1943, uno dei primi a narrare la cronaca dei fatti. Immagine di pubblico dominio, fonte: it.wikipedia.org.]
Trovate il racconto completo dei tragici fatti di Meina e del Lago Maggiore qui, sul sito “Scuolaememoria.it” (fonte dalla quale ho tratto anche i testi da me proposti in questo articolo), oppure qui, dal sito dell’Istituto storico della Resistenza e della società contemporanea nel Novarese e nel Verbano Cusio Ossola “Piero Fornara”. Qui invece trovate l’articolo al riguardo di Wikipedia. Della strage di Meina racconta anche il film di Carlo Lizzani Hotel Meina, del 2007; inoltre, in calce al racconto del sito “Scuolaememoria.it” trovate una bibliografia di titoli dedicati agli eventi.

I bambini durante l’Olocausto (per il Giorno della Memoria 2022)

[Alcuni sopravvissuti del “Blocco 66” di Buchenwald (un edificio destinato ad ospitare i bambini) fotografati poco dopo la liberazione. Germania, dopo l’11 aprile 1945. Fonte dell’immagine: https://encyclopedia.ushmm.org.]

I bambini erano a Birkenau come uccelli di passo: dopo pochi giorni, erano trasferiti al Block delle esperienze, o direttamente alle camere a gas.

(Primo LeviLa tregua, Einaudi, 2000, 1a ed. 1958, pag. 168.)

Il sito dello United States Holocaust Memorial Museum, ricchissimo di contenuti e di testimonianze sull’Olocausto, presenta anche numerosi contenuti in lingua italiana alcuni dei quali raccolti in una sezione – facente parte della “Enciclopedia dell’Olocausto” – intitolata I bambini durante l’Olocausto. Voglio dedicare il mio solito contributo al Giorno della Memoria 2022 proprio a loro, vittime ancor più innocenti dei crimini spaventosi della follia nazista, invitandovi a visitare le pagine del sito suddetto e in particolar modo quelle dedicate alla tragedia dei bambini durante quegli anni spaventosi, appunto, monito tra i più potenti e inevitabili per alimentare la speranza che mai più degli esseri umani, membri di una civiltà che ama definirsi la più avanzata del pianeta, possano commettere atrocità talmente terrificanti.

Così si può leggere nell’introduzione della sezione I bambini durante l’Olocausto:

Nazisti sostenevano che l’uccisione dei figli di persone ritenute “indesiderabili” o “pericolose” fosse giustificata dalla loro ideologia, sia quella basata sulla “lotta di razza”, sia quella che considerava l’eliminazione dei nemici una misura preventiva necessaria alla sicurezza. Da un lato, quindi, i Tedeschi e i loro collaboratori uccisero i più giovani con queste motivazioni ideologiche; dall’altro ne eliminarono molti come forma di rappresaglia agli attacchi partigiani veri o presunti.
In tutto, si calcola che almeno un milione e mezzo di bambini e ragazzi sia stato ucciso dai Nazisti e dai loro fiancheggiatori; di queste giovani vittime, più di un milione erano Ebrei, mentre le altre decine di migliaia erano Rom (Zingari), Polacchi e Sovietici che vivevano nelle zone occupate dalla Germania, nonché bambini tedeschi con handicap fisici e/o mentali provenienti dagli Istituti di cura. Le possibilità di sopravvivenza degli adolescenti compresi tra i 13 e i 18 anni, sia Ebrei che non-Ebrei, erano invece maggiori, in quanto potevano essere utilizzati nel lavoro forzato.
Il destino dei bambini, Ebrei e non-Ebrei, poteva seguire diverse vie: 1) i bambini venivano uccisi immediatamente, al loro arrivo nei campi di sterminio; 2) potevano venir uccisi subito dopo la nascita, o mentre si trovavano ancora negli Istituti che li ospitavano; 3) i bambini nati nei ghetti e nei campi potevano sopravvivere quando gli altri prigionieri li nascondevano; 4) i bambini maggiori di 12 anni venivano destinati al lavoro forzato o erano usati per esperimenti medici; 5) infine, vi furono i bambini uccisi durante le operazioni di rappresaglia o quelle contro i gruppi partigiani.
Nei ghetti, i bambini ebrei morivano a causa della denutrizione e dell’esposizione alle intemperie, in quanto mancavano sia il vestiario che abitazioni adeguate. Le autorità tedesche rimanevano indifferenti di fronte a queste morti in massa perché consideravano la maggior parte dei ragazzini che viveva nei ghetti come elementi improduttivi e quindi come “inutili bocche da sfamare”. Siccome i bambini erano troppo piccoli per potere essere utilizzati nel lavoro forzato, le autorità tedesche in genere li selezionavano per primi – insieme agli anziani, ai malati e ai disabili – per essere deportati nei centri di sterminio, o per le fucilazioni di massa che riempivano poi le fosse comuni.

P.S.: altrettanto significativo sulla storia e la sorte dei bambini durante l’Olocausto è il Memoriale dei Bambini presso lo Yad Vashem di Gerusalemme, uno spazio commemorativo costruito in una caverna sotterranea per ricordare il milione e mezzo di ragazzini vittime dell’Olocausto. Durante la visita all’interno del Memoriale dei Bambini non si deve fare nulla, si può solo ascoltare: Moshe Safdie, l’architetto che ha progettato questo luogo, ha fatto realizzare un lungo percorso immerso nel buio, rischiarato solo da flebili candeline poste a diverse altezze che creano l’impressione di un piccolo firmamento, nel quale si procede nella penombra seguendo un corrimano. In sottofondo, voci registrate elencano nelle varie lingue i nomi delle piccole vittime: «...Eugene Sandor, 12 anni, Jugoslavia… Maritza Mermelstein, 8 anni, Cecoslovacchia…». Niente come un elenco riesce a dare al tempo stesso il senso dell’individualità e quello della totalità. Qui trovate alcune testimonianze audiovideo dell’interno del Memoriale (una la vedete lì sopra).