“Ruchin” su Montagne360, la Rivista del Club Alpino Italiano


Sul numero di Novembre 2014 di Montagne360, la Rivista del Club Alpino Italiano distribuita a tutti gli oltre 300.000 soci del sodalizio nonché in edicola, è ospitato l’articolo a mia firma “Cento anni con Ruchin. Storia di un piccolo grande alpinista”, ideale corollario della mostra fotografica dedicata a Ercole “Ruchin” Esposito – il fortissimo alpinista bergamasco piccolo di statura ma grandissimo in montagna, salitore di innumerevoli vie ancora oggi considerate estreme – che ho avuto modo di curare in occasione del centenario dalla nascita, e della quale vi ho già riferito QUI. Mostra che, dopo la presentazione ufficiale dello scorso 11 Ottobre, si appresta a girare per diversi luoghi espositivi tra Lecco e Bergamo, e fors’anche oltre.
Senza nome-congiunto-03
Montagne360 è in tutte le edicole a € 3,90 oppure, se appunto siete soci CAI, la starete ricevendo in questi giorni. Buona lettura!

Cento anni con “Ruchin”, piccolo grande uomo e alpinista

?????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????
Il nome di Ercole Esposito, detto “Ruchin”, non è certo tra i più noti nella storia dell’Alpinismo di meta ‘900. Eppure lo scalatore bergamasco – ma di scuola lecchese – nato cent’anni fa, il 30 Marzo 1914 a Calolziocorte, costruì un curriculum di prime ascensioni di raro valore, con salite ai limiti estremi delle possibilità del tempo, anche oltre il VI grado che in quegli anni rappresentava un limite apparentemente invalicabile. E il tutto con stile impeccabile, senza l’uso di mezzi artificiali e con un’etica alpinistica modernissima lungo una carriera fulminante tanto quanto breve, interrottasi tragicamente sulla Torre Salame del Sassolungo per colpa d’una corda spezzata.
Cento anni con Ruchin, piccolo grande rocciatore è la mostra realizzata in occasione del centenario della nascita di “Ruchin” Esposito (Calolziocorte, 30 Marzo 1914 – Sassolungo, 23 Settembre 1945) nonché in vista dei 70 anni dalla scomparsa, e in concomitanza della celebrazione del 75° di fondazione della Sezione CAI di Calolziocorte, della quale Ruchin fu tra i fondatori e al quale è intitolata. Una mostra che ho avuto il grande onore di curare e per la quale ho redatto i testi; sarà presentata sabato 11 Ottobre proprio a Calolziocorte, come annuncia la locandina qui sotto riprodotta.
Locandina_Ruchin_ok
La mostra si sviluppa in 15 pannelli di grandi dimensioni, ciascuno dedicato a un aspetto della vita di Ruchin sia in senso alpinistico che nell’ambito quotidiano, con relative immagini fotografiche a corredo, oltre ad alcuni cimeli dell’epoca, tra i quali uno spezzone della corda utilizzata da Ruchin nel tentativo fatale alla Torre Salame del Sassolungo.
I pannelli formano un percorso espositivo non tanto legato ad una mera cronologia quanto alla costante complementarietà del Ruchin-rocciatore e alpinista con il Ruchin-uomo nella vita di tutti i giorni, ed entrambi con l’ambiente quotidiano e l’epoca vissuta, drammaticamente funestata dalla tragedia del Secondo Conflitto Mondiale, la cui durata – 1939/1945 – in pratica combacia con la parabola alpinistica di Esposito.
Scopo primario che ho cercato di conseguire con la mostra è dunque quello di mettere in luce l’assoluta particolarità dell’alpinismo praticato da Ruchin e il livello eccelso del curriculum di nuove salite e prime ripetizioni su buona parte delle Alpi Centrali e delle Dolomiti: vie quasi sempre al limite delle possibilità del tempo, tracciate lungo pareti sovente ritenute impossibili e salite senza mezzi artificiali con uno stile e un’etica a dir poco moderni. Al contempo ho voluto evidenziare come tale attività alpinistica sia rimasta sempre intrecciata con la sua vita quotidiana, contrassegnata dalla grande umanità, generosità e disponibilità verso tutti e segnata, seppur indirettamente, dalle difficoltà e dalle restrizioni causate dalla guerra. Difficoltà contro le quali tuttavia Ruchin rappresentava una sorta di “speranza” e di rivalsa oltre che un motivo di orgoglio e di prestigio per chiunque lo frequentasse, grazie a quel suo irrefrenabile ed appassionato dinamismo tanto in parete quanto tra la propria gente che lo portò, per l’attività in montagna, a diventare il primo alpinista bergamasco ad essere nominato membro del Club Alpino Accademico Italiano (una cosa, questa, a cui teneva parecchio) e che con la propria contagiosa intraprendenza sociale lo rese tra i principali promotori prima, e tra i fondatori poi, del sodalizio CAI di Calolziocorte, nato come sottosezione del CAI di Bergamo e divenuto sezione autonoma nel 1945, poche settimane prima della morte di Ruchin durante un tentativo alla Torre Salame del Sassolungo.
In conclusione: un personaggio, quello di Ercole “Ruchin” Esposito, poco noto nella storia dell’alpinismo di metà Novecento eppure assolutamente meritevole di maggiore conoscenza e considerazione, e non solo dal punto di vista alpinistico: ciò che mi auguro di poter ottenere con questa mostra.

Per darvi un’idea di chi fu Ruchin, vi presento alcuni estratti dai testi della mostra, dalla quale ovviamente provengono anche le immagini fotografiche.

LA VITA
Ventotto anni, un metro e quarantasette, quarantaquattro chilogrammi, tutto qui. (…) Muscoli, cuore e volontà temprati a tutti gli ardimenti e consacrati a tutte le vittorie. Camminatore, sciatore, scalatore di tutte le vette; instancabile, coraggioso, tenace fino alla caparbietà; modesto, umile, semplice come nessuno. (…) Non credo che siano molti oggi, in Italia, coloro che nel regno del puro VI grado gli possano stare alla pari.” Italo Neri su “Lo Scarpone”, organo ufficiale del CAI, nel 1942.
Così nel 1942 sullo Scarpone – organo ufficiale del Club Alpino Italiano – Italo Neri scrive di Ercole Esposito. All’epoca la fama del minuto rocciatore calolziese è già grande, e i numerosi successi in montagna rendono il suo nome conosciuto negli ambienti alpinistici lombardi – e non solo – così come quello del suo paese natale, Calolziocorte, al quale egli resterà sempre legato, e per più motivi.
Ercole nasce il 30 Marzo 1914 da una delle più conosciute famiglie calolziesi la quale come tante altre, da tradizione locale, ha il suo bel pseudonimo: sono i “Roch”, probabilmente per un capostipite di nome Rocco, e da qui verrà il suo soprannome Ruchin. Degli 11 figli per i quali il padre Alessandro ha cura che imparino un mestiere “buono”, Ercole è forse il più vivace, tant’è che il suo maestro elementare lo rimbrotta spesso: “Sei alto come un soldo di cacio, e mi dai tanto da fare. Discolo come sei, non farai mai carriera!” I calolziesi di allora non sono gente ricca – e gli Esposito non fanno certo eccezione – ma il borgo (allora bergamasco, oggi in provincia di Lecco) ha la paesaggistica fortuna di stendersi ai piedi di bellissime montagne come il Resegone, Valcava, le Grigne poco oltre, inevitabili luoghi di svago domenicale. Ercole comincia dunque a frequentare le associazioni escursionistiche calolziesi, inizialmente da sciatore e poi cominciando ad affrontare le prime rocce – probabilmente da autodidatta ovvero da spettatore delle cordate impegnate sulle pareti della Grigna. Trova lavoro in qualità di tornitore a Milano, presso l’Alfa Romeo, nel frattempo ai Resinelli conosce Cassin e gli altri grandi rocciatori lecchesi, mentre a Bergamo ha l’occasione di ascoltare dal vivo Emilio Comici, il “mito” dell’alpinismo di quegli anni (che avrebbe quasi “superato” nel 1940, quale allievo col maestro, se non avesse dovuto interrompere il tentativo di salita alla Torre Salame del Sassolungo, dopo aver superato le maggiori difficoltà, per soccorrere un amico incrodato: Comici vinse poi la parete con Severino Casara quindici giorni dopo, appunto, e fu una delle salite più celebrate del grande triestino). Fa il pendolare tra Calolzio e Milano, sul treno conosce Eva, una ragazza di Calco che diventa la sua fidanzata, ma è la montagna che ormai assurge a irresistibile orizzonte primario, finché nel 1939, dopo alcune ripetizioni di itinerari classici sulla Grignetta, Ruchin apre la sua prima via, sul Torrione Cinquantenario, insieme a Gino Valsecchi.
Da quella via, denominata “Lucia” in onore della gestrice del prospiciente Rifugio Rosalba, inizia la folgorante e incredibile carriera di Ruchin, ricca di imprese alpinistiche al limite delle possibilità di allora e costantemente intessuta lungo quel filo rosso che, come detto, l’ha sempre tenuto legato a Calolziocorte e alla sua gente, al punto da essere tra i più fervidi promotori e fondatori, nel 1939, della locale Sottosezione del Club Alpino Italiano di Bergamo, la quale diverrà poi Sezione autonoma nel Luglio 1945, pochi mesi dopo la nomina di Ruchin a membro del prestigioso Club Alpino Accademico Italiano – primo alpinista bergamasco nella storia del sodalizio – e qualche settimana prima del funesto 23 Settembre di quell’anno, quando la Torre Salame del Sassolungo diverrà l’ultima tappa terrena di Ruchin e dei compagni Gino Valsecchi e Bruno Ceschina.
Foto_5_smallFoto_9_small
LO STILE
Sovente, in tema di ascensioni alpinistiche, si sostiene che la linea tracciata sulla parete da una via di salita è per certi aspetti paragonabile al tratto di un artista sulla tela, rappresentando per l’alpinista una sorta di firma e al contempo rivelandone lo stile, la personalità e il carattere.
Le numerose “firme” alpinistiche lasciate da Ruchin su altrettante pareti denotano l’essenza di uno stile peculiare che sembra confermare la suddetta tesi, e che nel pur affollato ambiente alpinistico lecchese del tempo diventa rapidamente originale e per molti aspetti innovativo. Come già rimarcato, il fisico minuscolo non solo non gli è d’ostacolo, ma anzi gli garantisce un’agilità e una elasticità quasi inimitabili. Riesce a salire linee che altri tentano ma non riescono a risolvere, ovvero ne trova di nuove su pareti che sembra non possano offrire niente più di ciò che è già stato salito e tracciato, e sempre sono linee dirette, senza fronzoli e arditissime: “arrampicata a perpendicolo” la definirà più volte Italo Neri nei suoi articoli. Bastano le pur poco definite foto dell’epoca a far intuire la leggerezza dei movimenti, l’eleganza del gesto atletico e la sua armonia, che tra le altre cose consentono a Ruchin di affrontare pareti di roccia friabile e a dir poco delicata (Fracia docet!) con un perfetto mix di forza, equilibro e agilità per di più assolutamente moderno se non, come già accennato, molto avanti rispetto ai tempi. In occasione dell’apertura della via sul Corno Centrale di Canzo, Emilio Galli che gli fa da secondo ricorda: “Ercolino stava affrontando grandi difficoltà ma, come sempre, non dava l’impressione della tensione e della fatica e anzi si preoccupava di tranquillizzarmi e ironizzava sulla situazione…” E’ la prova di uno stile di livello eccelso non solo in quanto a doti fisiche e atletiche ma pure mentali, fattore fondamentale.
Modernissimo, lo stile di Ruchin in parete, lo è anche dal punto di vista dell’etica alpinistica – se si può parlare di ciò per quell’epoca ancora sotto molti aspetti pionieristica. Ruchin affronta le pareti nel modo più “pulito” possibile, quasi sempre lasciando ben poco materiale in parete (anche per inevitabili ragioni economiche, visti i tempi) e spesso recuperando quello lasciato da altri: come ad esempio sulla Torre Giavine di Boccioleto, in Valsesia – la cui salita è considerata impossibile da tutti quelli che l’hanno tentata prima – dalla quale torna con la via nuova e “una trentina di chiodi, sette moschettoni e tre cordini lasciati in parete dalle cordate precedenti nei loro inutili tentativi.” racconta Neri nella sua puntuale cronaca. Ancor più di concezione moderna, e veramente precursore dei tempi, è invece l’atteggiamento di Ruchin verso l’uso di mezzi artificiali – un tipo di arrampicata a quell’epoca agli albori – altra peculiarità del suo particolare stile di arrampicata. Ricorda Gentile Butta, suo compagno di cordata in occasione della nuova via sullo spigolo Nord del Sassolungo: “Esposito ha un’antipatia speciale per le staffe, non ne ha voluto mettere nessuna in nessuna via finora fatta, nemmeno sulla Cassin del Sasso Cavallo, e nemmeno sulla via Dell’Oro all’Ago Teresita, che una relazione sul libro Le Grigne dice: “si vince con l’impiego di numerosi chiodi e numerose staffe”.

Mirella Tenderini, “Tutti gli uomini del K2”

cop_tutti_gli_uomini_del_k2Certe montagne sono maggiormente popolari presso il pubblico per mere ragioni geografico/scolastiche – ad esempio il Monte Bianco, che ci viene insegnato a scuola come il più alto delle Alpi, o lo stesso con l’Everest, così come molti, anche tra i profani d’alpinismo, ad esempio conoscono il Cervino per la sua caratteristica e spettacolare forma. Certe altre vette sono invece divenute note – almeno tra gli appassionati di montagna – grazie alla fama di chi le ha affrontate e salite: penso al Petit Dru con Bonatti (ma quanti che conoscono Bonatti salitore del Dru sanno dove esso si trovi?), o alle Grand Jorasses con Cassin. Abbiamo poi tutti quanti scoperto che gli 8000 sulla Terra sono 14 grazie alle imprese di Messner, primo salitore di tutti; ma ci sono vette le quali, a prescindere dalle cronache alpinistiche e non che ne hanno parlato, hanno per così dire una personalità montana più spiccata di altre, ovvero un fascino che le ha rese sotto certi aspetti “leggendarie” – e non intendo riferirmi a miti religiosi e/o a tradizione del folclore delle genti che ne hanno frequentato le pendici. Il K2 è certamente una di queste: un immane cristallo che si eleva verso il cielo dalla forma quasi perfetta, lucente di ghiaccio, possente, spaventoso nella sua infinità e altrettanto incantante qualsiasi occhio che l’abbia ammirato. In base a questa personale premessa trovo mirabile l’idea alla base dell’ultimo libro di Mirella Tenderini, Tutti gli uomini del K2 (Corbaccio), uscito in occasione del 60° anniversario della conquista della vetta che i locali chiamano ChogoRi

Mirella Tenderini
Mirella Tenderini

Leggete la recensione completa di Tutti gli uomini del K2 cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Dalle stalle alle stelle. Se dalla montagna può “discendere” la salvezza culturale della nostra società…

Ghirri-Luigi-Alpe-di-Susi-Bolzano-1979Vorrei proporvi un argomento diverso da quelli soliti trattati qui nel blog – anche se a ben vedere, e credo ne converrete anche voi, a fine lettura, sto comunque disquisendo di cultura, e pure di quella molto alta.
Voglio parlare di montagna, ambiente che amo frequentare e che trovo assolutamente stimolante per le mie scritture, ma in tal caso voglio dissertarne in chiave sociale/sociologica – peraltro, non a caso, quanto andrete a leggere mi si è formulato nella mente proprio durante un’escursione sui monti…
Montagna in chiave sociale e/o sociologica, ho scritto: già, e voglio riferirmi in primis a quel processo che ha avuto inizio nel dopoguerra sull’onda dell’industrializzazione intensa del territorio italiano il quale, per via delle relative modificazioni alla società, al modus vivendi quotidiano, agli usi e costumi nonché, ovviamente, alla cultura, ha provocato un drammatico spopolamento delle aree di montagna e il conseguente deperimento generale dell’economia sussistente in esse. Un’economia rurale difficile, legata a poche attività faticose, scarsamente fruttuose – certamente molto meno che quelle industriali – inevitabilmente legate al clima e ai cicli stagionali. Per decenni i montanari sono emigrati, scendendo a valle nei paesi e nelle città ovvero dove le industrie sempre più in espansione abbisognassero lavoratori per l’incessante produzione di matrice via via consumistica. Di contro, la montagna si è trasformata in “divertimentificio”, come qualcuno l’ha definita, un luogo per il quale l’unica economia post-rurale possibile è stata ritenuta quella del turismo, e in particolare quella dello sci.
Un’evoluzione inevitabile, forse, quella della montagna nel 20° secolo, e sotto certi aspetti pure comprensibile – anche perché, banalmente, era impossibile pensare di aprire grandi fabbriche in mezzo ai monti, pensando di trattenere lì i residenti; tuttavia, tale evoluzione ha cagionato uno stato di “coma socioeconomico” profondo, alla montagna, privata di buona parte delle sue risorse umane e al contempo sfruttata in modo sovente insostenibile a fini turistico-speculativi. La si è creduta (ottusamente) per tanto tempo ricca, grazie al turismo, quando invece si stava impoverendo e sfiancando sempre di più.
Poi, negli ultimi anni, sulla scia della diffusione nel pensiero comune delle tematiche ecologiste e ambientaliste, oltre che di una sempre più condivisa avversione verso la società post-industriale, ultraconsumistica e verso tutti i danni da essa arrecati, c’è stato un certo ritorno alla montagna, soprattutto da parte di giovani i quali hanno riscoperto attività lavorative quasi scomparse – allevamenti, colture, sfruttamento sostenibile del territorio, eccetera – e che hanno fatto sperare in una (quasi miracolosa) inversione di tendenza, purtroppo per nulla sostenuta dalle istituzioni pubbliche le quali invece pare considerino già da tempo la montagna come una sorta di “zona morta”, priva di futuro – tra gli altri lo denunciò tempo fa con forza e a suo modo Mauro Corona, che da buon abitante del Vajont conobbe bene cosa può provocare il disinteresse della politica e delle classi dirigenti nei confronti del territorio di montagna. Si sa, la bieca e criminogena politica nostrana si fionda ovunque veda la possibilità di ricavi, di tornaconti, di intrallazzi e di inciuci, mentre altrove non si degna nemmeno di porre la pur minima attenzione…

Vorrei però ora porre la questione fin qui illustrata sotto una luce differente, di natura maggiormente sociologica – se non antropologica. Sì, dacché indubbiamente, se già la società post-industriale mostrava da tempo quanto ci fossero, dietro al (presunto) benessere diffuso, parecchie zone oscure, di degrado sociale, di scollamento pubblico, di ghettizzazione d’ogni sorta (tutte oscurità ben nascoste dalla chimera consumistica e dal panem et circenses imposto dal potere), la crisi finanziaria degli ultimi anni ha in qualche modo palesato ancora di più la natura anti-filantropica, per così dire, della società contemporanea, la sua mutazione in un sistema controllato dai poteri vigenti con modi sempre più oligarchici nel quale l’unico fine – per giunta assoluto – è quello della ricchezza e dell’influenza pubblica derivante, mentre ogni altro elemento basilare e necessario per una buona e democraticamente fruttuosa evoluzione sociale è stato sempre più messo da parte, se non a volte palesemente combattuto – vedi alla voce “cultura”, appunto. Abbiamo lasciato che la società da noi costruita, in cambio della possibilità (rivelatasi alquanto chimerica) di poter diventare tutti ricchi, distruggesse buona parte dell’umanità presente in essa, generando una socialità basata sull’avere, non più sull’essere, ecco.
Posto che se si vuole uscire dalla crisi in corso – la quale, qualcuno sostiene e temo a ragione, è stata ormai resa “cronica” dal sistema di potere proprio per fare che, grazie al costante stato di emergenza derivante, lo stesso possa arrogarsi il diritto di divenire ancora più soggiogante – e uscirne nel miglior modo possibile, bisogna indispensabilmente considerare di fondare la ripresa (termine da intendersi in senso generale, non solo economico ma pure, e soprattutto direi, etico) su una rinnovata consapevolezza culturale, sulla quale poi basare l’altrettanto fondamentale consapevolezza civica che, inutile dirlo, deriva anche da una virtuosa coesione sociale (mentre ora pare che l’egoismo, inteso come individualismo bieco, ottuso e direttamente generato dal sistema ultraconsumistico impostoci negli ultimi tempi, sia considerato il modus vivendi più figo da seguire). Bene: io credo che proprio la montagna, nel suo essere un ambiente comunque “difficile”, nel suo costringere l’uomo ad adattarsi ad essa e non viceversa – come è successo nelle pianure, con i danni da antropizzazione selvaggia che abbiamo tutti sotto gli occhi – con l’esigenza inevitabile di un rapporto di collaborazione quotidiana più stretta tra i residenti – perché, ovvio, gli agi, i servizi e i vizi della città mai potranno essere riprodotti tout court in mezzo ai monti – col suo conservare, tra le vette, un ecosistema umano che non diviene – anche nei casi peggiori – così corruttibile come quello della città e, ultimo ma non ultimo, col suo essere cultura – perché, non bisogna dimenticarlo mai, il paesaggio è cultura, e la difesa del paesaggio è azione culturale: se tale verità non fosse stata ignorata così profondamente, in Italia, avremmo meno scempi ambientali, meno dissesti idrogeologici, meno terreni e falde inquinate, e un territorio più bello e vivibile – possa rappresentare l’ambito migliore e più efficace per un buon risanamento (o rinnovamento, o rinascita, fate voi) di una società finalmente più equa, più civica, più consapevole. Già da tempo immemorabile la saggezza popolare recita quel famoso detto, “la montagna è scuola di vita”: beh, con altre parole è proprio il senso di quanto vi sto scrivendo. Che poi, tale rinnovata società potrà comunque continuare ad essere supercapitalistica ma, nel caso, lo sarà con intelligenza, logica, assennatezza e onestà politica – dacché questo conta: ciò che si è, certo, ma ancor più come lo si è.
E’ un dato di fatto antropologico che l’essere umano, allontanato dalle logiche “urbane” (si intenda qui in senso negativo) e messo in contatto con la Natura, recupera in qualche modo un’etica quotidiana che invece la città, con il suo abbagliante luccichio, i suoi agi sfrenati, il suo mettere a disposizione tutto senza sforzo e l’offrire una soluzione a qualsiasi problema, ha purtroppo relegato nell’angolo più oscuro e ignorato dell’animo umano – lo diceva già Thoreau quasi due secoli fa. In montagna lo scempio ambientale è più evidente (il che purtroppo non ne ha evitati innumerevoli, ahinoi…), la prepotenza sociale è più lampante e più irrazionale, la speculazione economica e la dissennatezza civica balzano subito all’occhio, nel silenzio che tra i monti non è disturbato dal baccano urbano e mediatico. Voglio dire – e ribadire: la società civile in montagna non può non porsi di fronte a sé stessa, alle proprie azioni e al proprio presente, nel frattempo facendo gioco forza tesoro del passato e dovendo meglio immaginare e costruire il futuro; e ogni individuo, nelle terre alte, non può non partecipare a tale quotidianità sociale, per il semplice motivo che il primo a trarne vantaggio sarà proprio lui (sarebbe così ovunque, inutile dirlo, ma sappiamo bene come la realtà sia ben diversa). Dunque proprio dalla montagna potrebbe venire un (rinnovato) modello di società civile che da tale ambiente ancora tutto sommato puro – o comunque meno corrotto che quello cittadino iperantropizzato – mutui le migliori virtù vitali, e dal progresso contemporaneo le migliori tecnologie e le più proficue evoluzioni sociali. Paradossalmente, mi viene da pensare e sperare, proprio quelle condizioni che dal dopoguerra in poi causarono lo spopolamento della montagna potrebbero essere le stesse che, in tutta la loro inesorabile schiettezza, consentano di rigenerare una società autenticamente umana nella quale l’uomo, l’essere umano, il cittadino, l’individuo libero, torni ad essere il centro. Così come dovrebbe essere e dovrà sempre essere in futuro, in qualsiasi forma sociale, se vogliamo che la nostra civiltà continui ad essere considerata tale e non diventi invece uno spaventoso mondo alla 1984 di Orwell.

Insomma, per concludere: la montagna e la sua Natura (in senso generale) ancora “brada” possono concedere all’uomo quello spazio di azione civica che la città – ovvero l’ambito industrializzato, superantropizzato, ipermediatizzato, socialmente degradato e soggiogato alle più basse strategie consumistiche – forse non può più offrire, a causa dell’imminente autosoffocamento sociale. Bisogna salire, per ritrovare noi stessi e il mondo “nostro” – quello che dovremmo desiderare per vivere bene: all’apparenza quasi un anelito spirituale (come lo interpretò Henry Wadsworth Longfellow in quel celebre componimento dal quale lo stesso Club Alpino Italiano trasse il proprio motto: Excelsior!, letteralmente “più in alto”, in un’epoca nella quale la montagna era ancora totalmente viva) che tuttavia, qui, io mi auguro possa essere un concretissimo invito a ritrovare la migliore via sociale da seguire, per non ritrovarsi sempre più ridotti a numeri uguali a tanti altri, dunque formalmente inutili, in una società simile a un arido e sterile deserto etico.

(In testa al post: Luigi Ghirri, Alpe di Siusi, Bolzano, 1979)

Un “corto” racconto per voce e immagini, ovvero un grande film: “Pensieri nel vento”, di Ermanno Salvaterra

Ammetto di aver sempre preferito la lettura dei libri alla visione cinematografica, pur essendo del buon (e ribadisco: buon) cinema un ammiratore assoluto. Ma quando mi viene chiesto di citare un titolo di opera filmica particolarmente gradito, tra quelli che mi balzano in mente c’è sempre Pensieri nel vento, dell’alpinista trentino Ermanno Salvaterra. Il che lascia regolarmente un po’ sgomento chi mi ha posto quella domanda, anche quando preciso di cosa si tratta così tentando di dipanare il dubbio dei più verso un titolo certamente non celebrato come un grande “classico” ovvero sostanzialmente sconosciuto. E ciò a torto, mi permetto di dire, “imponendomi” di dedicarvi questo breve articolo che possa anche sostenere e motivare la mia preferenza.
Pensieri nel vento è un film d’alpinismo, un cortometraggio da meno di venti minuti di durata, certamente sotto molti aspetti “artigianale”, semplice, essenziale, nulla a che vedere, insomma, con megaproduzioni simil-hollywoodiane o altro del genere – comunque vinse il Premio Genziana d’oro del Club Alpino Italiano al Trento Filmfestival del 2002, una delle più importanti rassegne internazionali dedicate al cinema di montagna e d’avventura.
Sia quel che sia, Pensieri nel vento è a mio parere tremendamente sublime, capace di concentrare in quella sua semplicità tecnica e tematica una potenza espressiva e un effettivo senso artistico incredibili. E’ un piccolo gioiello cinematografico dalla fortissima valenza letteraria, pure, per l’armonia che si genera tra voce narrante (come per un breve audiolibro, in pratica) e immagini nonché per la grande carica poetica che in ciò vi si può riscontrare. Un’opera che trascende i propri confini “naturali” meramente alpinistici tanto da poter affascinare pure chi le montagne non le ha mai nemmeno viste in lontananza, e che io citerò sempre, ogni volta che mi chiederanno la domanda sopra riportata, insieme ai titoli classici (sarò forse blasfemo, ma tant’è) di mostri sacri quali Herzog, Lynch, von Trier, Kitano e così via. Già.
Buona visione.