Montanari, vi chiudono le banche? Datevi al baratto!

[Il grattacielo di Intesa Sanpaolo a Torino con le Alpi sullo sfondo, così geograficamente vicine ma, nel pensiero della banca, così lontane. Fonte dell’immagine: www.openhousetorino.it.]
Intesa Sanpaolo, la maggiore banca italiana, forte del proprio utile di ben 8,7 miliardi di euro (!) conseguito nel 2024, chiuderà molti dei propri sportelli nei territori montani, come si evince da questo articolo de “L’AltraMontagna”.

La politica nazionale che fa, al riguardo? Nulla, d’altro canto non può intervenire in un’iniziativa privata, è già troppo impegnata nell’intervenire sui servizi pubblici chiudendo scuole e ambulatori medici o tagliando i trasporti. Può mica fare tutto lei, eh!

E come faranno dunque gli abitanti dei piccoli comuni montani con i propri conti bancari, che per giunta spesso non possono gestire nemmeno on line vista la scarsa qualità delle connessioni web in montagna?

Be’, possono sempre darsi al baratto oppure andare a vivere in città, no!

Come dite? Ma in questo modo la montagna si spopola ancora di più? Eh, meglio, così ci sarà più spazio per costruire infrastrutture turistiche e meno proteste al riguardo. Alé!

«La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane» recita l’articolo 44 della Costituzione italiana. La montagna è l’unico territorio del nostro paese menzionato nella Carta costituzionale. Deve essere stato chiaramente un errore.

Docce fredde olimpiche, in Valtellina

[Immagine tratta da www.komoot.com.]
Gli amministratori pubblici valtellinesi dicono sia «inspiegabile» e ritengono «una doccia fredda e inaspettata» il “no” della Soprintendenza del Ministero della cultura alla realizzazione dello svincolo in località Sassella, alle porte di Sondrio, per motivi di «compatibilità paesaggistica».

Lo svincolo era una delle opere “olimpiche” previste per i Giochi di Milano-Cortina 2026 ed è in capo a Simico, il soggetto che presiede a tali opere, ma le lungaggini dell’iter progettuale hanno reso indeterminabile la data di realizzazione dello svincolo, i cui lavori non sono mai iniziati [1].

Ma, cari amici… «Inspiegabile»? «Inaspettata»? Cioè, veramente pensavate che alla costruzione di un imponente viadotto stradale di cemento armato a pochi metri dal Santuario della Sassella, un monumento artistico e religioso del Cinquecento (ma di probabile origine del X secolo, lo vedete lì sopra), luogo iconico e identitario per Sondrio e i sondriesi, la Soprintendenza vi avrebbe detto «Ma sì, dai, fate pure!»? Sul serio?

Insomma: ci siete o ci fate?

Lo chiedo con tutto il rispetto del caso, sia chiaro, ma con altrettanta inevitabile obiettività.

[Un rendering dello svincolo per come apparirebbe dalla zona del Santuario. Immagine tratta da primalavaltellina.it.]
Dunque ora come se ne esce da questo pasticcio?

Oh, non c’è problema, in Italia c’è una soluzione facile e immediata per tali questioni: il “Metodo Me-ne-frego”! «Probabilmente tutto procederà comunque come previsto. Si potrebbe infatti decidere di “superare” il parere sfavorevole della Sovrintendenza e proseguire con il progetto e l’aggiudicazione dell’appalto integrato» dicono gli amministratori valtellinesi (fonte qui).

Capito?

In poche parole: incompetenza tecnica e amministrativa, insensibilità verso il territorio e il paesaggio, negligenza verso i luoghi e la comunità.

Lo svincolo in questione andrebbe fatto, lo snodo stradale a cui fa riferimento è tra quelli che genera più traffico e code di tutta la Valtellina. Ma un conto è fare qualcosa per bene, un altro è «far su» tanto per fare. Per la Sassella è stato presentato il progetto peggiore che si poteva elaborare ma, evidentemente, ai suddetti amministratori pubblici valtellinesi la cosa non interessa, come non importa il parere della Soprintendenza.

Ma infatti, a cosa servirà mai la Soprintendenza? Che c’importa di salvaguardare i beni storici, artistici e architettonici oppure il territorio e il paesaggio!

«It’s your Vibe» recita il motto delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026: “È la tua vibrazione”. Be’, visto l’andamento dell’organizzazione dei Giochi, credo che tale motto ormai vada aggiornato e modificato in It’s your problem!”, ecco. Formula che peraltro in inglese suona come quella italiana più “colorita”. Non credo serva dire quale sia.

[1] «Ritengo che il cantiere possa essere aperto entro la fine del 2023 e quindi la nuova strada sarà ultimata nei primi mesi del 2025» diceva il Responsabile Anas per la Lombardia a luglio 2022. Eh, proprio!

Una nuova strada per i Piani d’Erna, sul Resegone: opera necessaria o fonte di degrado?

La conca prativa dei Piani d’Erna, ai piedi della seghettata cresta sommitale del Resegone, domina dai suoi 1300 metri di quota la città di Lecco, alla quale è vicinissima e dal cui centro è facilmente raggiungibile tramite funivia nonché, con i mezzi pubblici, senza usare l’auto.

Ex stazione sciistica, priva di collegamenti stradali e perciò meta di un turismo dolce lungo tutto l’anno, è ora interessata dal progetto di una nuova strada agro-silvo-pastorale promosso dal Comune di Lecco, la cui notizia ha subito acceso un animatissimo dibattito.

Per alcuni è un’opera necessaria che rende Erna indipendente dal funzionamento della funivia e ne può agevolare lo sviluppo turistico, per altri la strada rappresenta un pericolo concreto per la salvaguardia della località, delle sue peculiarità così speciali e per lo stesso sviluppo del turismo dolce che la contraddistingue.

In questo articolo su “L’AltraMontagna” ho riassunto lo stato di fatto della questione, cliccate sull’immagine per leggerlo. Siccome credo che molti di voi conoscano i Piani d’Erna e ci siano saliti almeno una volta, a piedi o in funivia, rimanendo affascinati dall’amenità del luogo, che ne pensate al riguardo?

L’Antelao, il “Re del Cadore”, e il suo nome complicato ma semplicissimo

Il Monte Antelao è senza dubbio una delle cime più particolari delle Dolomiti, delle quali è la seconda sommità maggiormente elevata (3264 m) dopo la Marmolada.

Innanzi tutto è particolare la sua forma piramidale, differente rispetto a quella di buona parte delle altre cime dolomitiche con le loro forme di scogliere estese, di denti verticali e di guglie più o meno esili. Una forma che in certi scorci conferisce all’Antelao apparenze quasi himalayane, ciò anche per la notevole prominenza del suo corpo montuoso dai fondivalle intorno (che supera i 1700 metri), per il primato nel rapporto tra altezza e sviluppo orizzontale dello zoccolo, che non supera i quattro chilometri di diametro, e per la posizione isolata, che contribuisce ad accentuarne l’imponenza. Da tutto ciò deriva l’appellativo di “Re del Cadore”, che qualcuno eleva addirittura a “Re delle Dolomiti” affiancandolo a quello di “Regina” conferito alla Marmolada.

[Foto di By Ximonic, Simo Räsänen, opera propria, CC BY 2.5, fonte commons.wikimedia.org.]
Particolare è anche l’oronimo, “Antelao”; ricorda quasi un nome proprio di vecchio stampo, come Nicolao o Menelao. Ma da dove deriva, e cosa significa?

Nuovamente, andare alla scoperta dell’origine di “Antelao” dimostra quanto la toponomastica l’oronomastica ancor di più siano discipline affascinanti, in grado di raccontare molte storie e di diversa natura rapprese in poche lettere, le quali è come se fossero “salvate” nei monti quanto i files nei dispositivi di memoria che abitualmente utilizziamo, identificati con un singolo nome o una sola lettera. Grazie ai loro toponimi le montagne e i luoghi diventano chiavette usb o hard disk di roccia, erba o acqua: un po’ difficili da portare in giro ma d’altro canto sempre a disposizione, a saperne aprire i contenuti!

[Foto di kordula vahle da Pixabay.]
Comunque, digressioni informatiche a parte, dicevo del nome “Antelao”.

Dunque: innanzi tutto si intuisce facilmente la sua origine vernacolare, nello specifico dal dialetto cadorino (una delle tante varianti del ladino) che ci presenta il termine Nantelòu, italianizzato poi nel nome in uso. Ma anche la forma dialettale è piuttosto lontana, e dunque poco riferibile di primo acchito, a quella che dovrebbe essere l’origine primigenia del nome, cioè la voce prelatina (forse preindoeuropea, dunque antichissima) lavara, che significa «lastrone di roccia», dalla quale peraltro deriva il termine lavaréit col significato di «piani rocciosi inclinati», cioè l’origine del toponimo “Lavaredo”.

Il termine lavara assume la forma aggettivale con il suffisso –atum, dunque “lavaratum”, che in passato doveva suonare come «Lavarou», con il significato di “lastricato”. Nel tempo con un fenomeno piuttosto tipico nell’evoluzione linguistica in particolar modo delle parlate locali (è infatti riscontrabile in altri toponimi del Cadore) ovvero l’agglutinazione della preposizione “in”, cioè (I)naeròu, è derivato Naeròu, forma già molto simile a “Nantelòu” ovvero al nome in dialetto cadorino che poi, come già detto, è stato italianizzato nella fonetica e nella forma scritta in “Antelao”.

[Foto di Chripell from Friuli, Italy, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Potete dunque constatare quale lungo ed elaborato giro linguistico abbia compiuto l’oronimo del monte per arrivare alla forma in uso: e cosa significa, alla fine? “Montagna di lastre rocciose inclinate”, cioè quello che manifestamente è e che si intuisce immediatamente nell’osservarla. Un’origine complicata, vecchia di millenni, per esprimere una cosa semplicissima! Ma conferendole un fascino insuperabile e radicando l’identità oronomastica del monte nello spazio e nel tempo di quella porzione di Dolomiti: un lignaggio geolinguistico che giustifica certamente l’intitolazione dell’Antelao a “Re del Cadore” se non di tutte le Dolomiti!

Come ben scrisse Paolo Rumiz ne La Leggenda dei Monti Naviganti – passaggio che cito spesso – «Finché ci saranno i nomi ci saranno i luoghi»: e fino a quando ci sarà pure la conoscenza più o meno approfondita delle storie, delle nozioni, delle narrazioni e delle culture che i toponimi conservano e sanno trasmettere, quei luoghi, la loro bellezza e la loro identità georeferenziale avranno buone possibilità di essere preservati e apprezzati. Per fortuna.

[Foto di By Ka23 13, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
N.B.: buona parte delle nozioni toponomastiche sulle quali ho costruito questo articolo sono tratte da qui.

(L’immagine della cartolina in testa al post è di Michael 2015, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.)

2025.03.08

Sembra che la miriade di coriandoli colorati sparsi oggi per le vie del paese durante il corteo di Carnevale siano volati tra i prati trasformandosi in fiori, che ora esplodono di una vitalità policromatica incredibile.

Sono grossi “coriandoli” gialli, soprattutto, diventati primule le quali compongono bouquet talmente belli che nemmeno il più bravo giardiniere saprebbe fare meglio.

Ne resto incantato, è un’esplosione di vigoria naturale che riverbera nell’animo una gioia palpabile. Una magia, per molti versi.

Certo, è qualcosa che accade ogni anno, è la “normalità”. Puntualmente a ogni primavera i prati si riempiono di fiori d’ogni genere e colore, e io altrettanto puntualmente ogni volta li osservo e mi dico caspita, che bellezza!

Di primo acchito, per ciò, penso che la mia meraviglia sia fin troppo ingenua e bambinesca. In fondo è la stessa, nella sostanza, che provavo da marmocchio nelle passeggiate pomeridiane con il nonno per boschi e campi, una delle attività che più mi ha legato alle montagne e alla natura.

Ma passa solo qualche attimo affinché mi risponda che per fortuna manifesto ancora una tale meraviglia bambinesca.

Credo che osservare il mondo con lo sguardo di un bambino, anche e soprattutto quando si è grandi, sia una manifestazione di sensibilità e vivacità intellettuale, non certo di ingenuità o di superficialità. È il primo atto con il quale percepire e comprendere la bellezza che abbiamo intorno, dunque anche per salvaguardarla.

Se perdessimo interesse verso di essa, se smarrissimo quello sguardo facilmente meravigliabile, se considerassimo “normali” fenomeni così belli pur nella loro semplicità, sarebbe un gran brutto segno. Per noi stessi, innanzi tutto, e subito dopo per il nostro mondo.

A diventare troppo adulti, da grandi, si finisce per adulterarsi.

Mi torna in mente ciò che raccontò al riguardo proprio un artista tra i più originali e creativi del Novecento, Mario Schifano, dunque uno abituato ad avere a che fare con la bellezza – dell’arte nel suo caso:

Forse per me l’infanzia non è mai finita, neppure ora che sono piuttosto avanti con gli anni. Non vorrei apparire presuntuoso ma per infanzia io intendo la possibilità di continuare a osservare il mondo con uno sguardo… magico.

[Mario Schifano, Fiori Vari, smalti e acrilici su tela, 1984.]