Artisti tutti (ma anche no), tuffatevi nella Piscina Comunale!

Esiste un luogo a Milano, dove l’arte non è niente di tutto ciò che oggi certe volte (troppe volte, forse) è – mercato, speculazione, esibizionismo, ostentazione, gossip, egocentrismo, fanfaronaggine… – ma è invece qualcosa che molti non penserebbero più nemmeno che possa essere, qualcosa di valore assoluto e prezioso, di fondamentale, imprescindibile eppure di assolutamente semplice, addirittura ovvio se non fosse tanto ignorato: è arte. Punto. Arte come “un particolare prodotto culturale, comunem. classificato come pittura, scultura, architettura, musica, poesia, ecc. che  non deve avere altri fini che sé stessa, al di fuori di ogni preoccupazione di carattere morale o utilitaristico” (Dizionario Treccani, voce “Arte”). Stop.
Un luogo, insomma, che permette ad artisti e appassionati un vero e proprio tuffo nell’essenza dell’arte, un’immersione completa e profonda nella sua meraviglia: beh, non a caso si chiama Piscina Comunale! E questa sua missione è messa nero su bianco, indiscutibile e inderogabile: l’arte non ha (non avrebbe) bisogno di ipocrisie e dissimulazioni ma di chiarezza, coraggio e franchezza, senza alcun velo coprente – d’altronde in piscina mica ci si butta vestiti, no?

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Così ora la Piscina Comunale di Milano offre agli artisti (tali o meno) di mettere Nero su Bianco le proprie proposte artistiche, per ricavarne una mostra che fin da subito dimostra la sua potenziale originalità. Tuffatevi in Piscina (Comunale), dunque, cliccando sulla locandina qui sopra per visitarne la pagina facebook, oppure scrivete all’indirizzo mail indicato per avere ogni altra informazione in merito.
E ricordate: l’arte deve essere sempre un tuffo al cuore, altrimenti non è arte. Punto.

Come l’arte contemporanea può addolcire le asprezze della vita (Clara Luiselli alla GAMeC di Bergamo, 13/07/2014)

Considero Clara Luiselli una delle migliori artiste in circolazione, per la capacità di portare nella realtà attraverso il linguaggio dell’arte elementi, sensazioni, visioni, e bellezze che sembrano scaturire da una dimensione altra, certamente più elevata e più pura della nostra ordinaria, nella quale ogni cosa riacquista il suo valore più autentico e più genuino, facendo dialogare il tutto con il tempo e lo spazio nel quale il fruitore delle sue opere si trova ad essere – ovvero con il nostro mondo quotidiano. E’ un dialogo dunque a sua volta assolutamente alto e puro, attraverso il quale Clara Luiselli sa presentare davanti agli occhi – e a tutti i nostri sensi – evidenze e verità altrimenti ignorate, oppure nascoste da tutti quei vari e assortiti disturbi che ci ritroviamo nostro malgrado intorno. In fondo è ciò che di primario oggi l’arte può e deve conseguire, e l’artista bergamasca lo sa conseguire con classe, profondità, intelligenza e valore artistico assoluti.
Dunque per il sottoscritto, che ha la fortuna di conoscere Clara e di averla pure ospitata in RADIO THULE qualche tempo fa (QUI c’è il podcast di quella puntata), è ben più che un mero piacere presentare un breve ma significativo video da Dulcis in fundo, la conferenza tenuta sabato 13 Luglio scorso alla GAMeC di Bergamo (evento del programma Art2Night) durante la quale Clara ha affrontato la domanda (capitale, inutile dirlo) “Può l’arte contemporanea addolcire le asprezze della vita?”, trovando soluzioni “dolci” d’artisti che attraverso la condivisione dell’opera col fruitore hanno saputo raccontare la vita, l’amore, la morte.

Un modo per disquisire con cognizione profonda di arte contemporanea attraverso le parole di una grande artista, appunto, ovvero un modo ulteriore per illuminare il valore artistico (e anche umano) di Clara Luiselli attraverso la sua competenza dell’arte (e la sua presenza nell’arte, pratica e pure teorica) di oggi.

Per saperne di più sulle opere e sulla ricerca artistica di Clara Luiselli, cliccate QUI.

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Anche così si divora il patrimonio culturale italiano, per di più in uno dei tesori assoluti di cui l’Italia dovrebbe vantarsi:

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Poi si dirà che tali mostri portano un sacco di denaro a Venezia e agli esercizi commerciali della città e potrà essere anche vero (come alcuni sostengono, mentre altri assicurano l’esatto contrario). Tuttavia, a mio modo di vedere, quando uno scempio è palesemente tale, rende insostenibile qualsiasi tornaconto, sempre e comunque. A meno che si voglia apporre su Venezia una data di scadenza, probabilmente prossima: ma lo si dica chiaramente, senza più vuote, insulse e ipocrite parole di senso opposto; e, in ogni caso, ogni persona di buon senso (civico e non solo) dovrebbe tenacemente opporsi a ciò.
Fosse per me, lo farei con dei buoni Mark 46, con salvataggio dei passeggeri effettuato dai gondolieri, ovviamente a pagamento. Ma suppongo che i soliti benpensanti – magari quelli del genere descritto da David Foster Wallace in questo suo celebre libro, parecchio in tema con quanto qui disquisito – non siano d’accordo.

Le foto dell’articolo fanno parte di Mostri a Venezia, l’esposizione delle immagini scattate Gianni Berengo Gardin – uno dei più grandi fotografi italiani – per documentare il quotidiano usurpante passaggio di mastodontiche navi da crociera nel Canale della Giudecca di Venezia, organizzata dal FAI-Fondo Ambiente Italiano in collaborazione con Fondazione Forma per la Fotografia e Contrasto, dall’11 Luglio al 28 Settembre prossimo presso Villa Necchi Campiglio, a Milano.
Cliccate QUI per visitare il sito web di Fondazione Forma e conoscere ogni dettaglio sulla mostra, su come visitarla e – aggiungo io – su come finalmente e definitivamente rendersi conto di quanto sia urgente e indispensabile fermare la Veneziafagìa dei mostri d’acciaio galleggianti.

Pompei, perenne figuraccia italica: forse era meglio prima del 1748…

Avrete certamente letto sui media, o sentito/visto sulle radio-TV, della chiusura per qualche ora, ieri (e non solo ieri), dei siti archeologici vesuviani causa “assemblea sindacale” (QUI un elenco di notizie in merito), e converrete con me che di fronte a tale ennesimo episodio di genialità tutta italiana, c’è veramente poco da commentare.
Ovviamente, non sono in discussione ne i sacrosanti diritti dei lavoratori, ne quelli dei turisti che giungono lì da tutto il pianeta non certo per trovarsi davanti un cancello chiuso e una motivazione che a loro probabilmente parrà incomprensibile. Fatto sta che, non potendo discutere ne l’una ne l’altra cosa, ovvero non potendo mai discutere di nulla, in Italia, dacché salterà sempre fuori qualcosa che vanificherà in bene o in male l’efficacia della discussione, nel concreto finisce per essere perennemente in discussione il buon nome del paese – sempre che ce ne sia ancora uno e alla faccia di tutti quanti si riempiono la bocca, prima, ora e in futuro, di “patrimonio artistico”, di “tesori storici e culturali”, di “difendiamo al cultura” e tutto il resto. Parole che puntualmente, anche quando sono frutto di voci autorevoli, serie e volenterose, svaniscono rapidamente nel vuoto della realtà italica.
Pompei poi, lo sapete, bene, è “il” caso emblematico per eccellenza, sul merito. Ha ragione Christian Caliandro: “Pompei è l’autoritratto più efficace dell’identità collettiva italiana in questo momento: è lo specchio del nostro degrado, che riflette fedelmente quanto poco ci vogliamo bene. Ciò che potrebbe servire di più sarebbe forse proprio l’attuazione della (ventilata) procedura di cancellazione di Pompei dalla lista dei siti Unesco. Sarebbe uno shock salutare, l’occasione per rendersi finalmente e integralmente conto della gravità della situazione: un Paese che non riesce a garantire la minima conservazione, protezione e manutenzione del patrimonio ereditato dal proprio passato è un Paese che sta realmente mettendo in discussione il proprio futuro. Che si sta condannando all’impermanenza.” (Pompei, autoritratto italico, Artribune Magazine #16, novembre-dicembre 2013)
A ruota, mi viene da dare ragione pure a chi sostiene che sarebbe quasi il caso che Pompei tornasse a sparire sotto terra, come prima di essere scoperta e dissotterrata (gli scavi iniziarono nel 1748 per volere di Carlo III di Borbone) ovvero, paradossalmente, prima che venisse avviato il suo incubo, dacché in tal modo si conserverebbe molto meglio che ora, affidata a enti che dimostrano da decenni di non possedere alcuna buona capacità in tal senso.
Ancora una volta, a mio modo di vedere, il problema sta tutto nella totale mancanza di cultura pure in siti che sono cultura, e che cultura dovrebbero fare e trasmettere a chi li visita. Invece no: tutta la questione viene di nuovo ridotta su piani volgarmente materiali e bassamente politici, come se si avesse a che fare con la gestione di un grande supermercato o di un parco divertimenti nella cui conduzione prevalgano sempre e comunque diritti alquanto egoistici e grossolani, ancorché giusti e in parte condivisibili – ma, insomma, una cosa è e resta giusta quando non rende ingiuste altre cose con cui ha a che fare, no?
Da tutto ciò emerge l’impressione di un effettivo menefreghismo – ovvero, se devo essere più diplomatico, di una incapacità di comprensione del valore di ciò che si ha tra le mani – nei confronti del senso, del significato, del valore primario e dell’essenza culturale (senza citare poi il potenziale economico) di certe fortune che l’Italia si trova a possedere. Come se, appunto, Pompei fosse tale quale che un altro sito pubblico qualsiasi da aprire la mattina e chiudere la sera, e se qualcosa non funziona bene e va storto pazienza, c’è altro nella vita a cui pensare.
E’ e sarà sempre inutile istituire e mettere in atto “piani straordinari”, “strategie di rilancio” o altro del genere se verso ciò che va tutelato, rilanciato e sostenuto non ci sarà un autentico attaccamento, e altrettanta dedizione culturale – e intendo dire non legata a nozionismi e informazioni calate dall’alto (del tipo “Pompei va difesa perché così c’è scritto nella legge o nel decreto tot”), ma direttamente legata alla propria cultura, ovvero alla civiltà di cui si è parte e alla società che la anima: Pompei va difesa perché è la nostra storia ed è elemento formante la nostra identità nazionale, da mostrare con orgoglio ai turisti d’ogni dove. E’, in altri termini, ciò che ha affermato lo stesso Caliandro nel passo dell’articolo sopra citato, e tale dedizione deve esserci in ogni soggetto coinvolto, dalle istituzioni politiche (in primis) all’ultimo dei lavoratori come in ogni singolo cittadino, vero padrone del sito (se ce ne ricordassimo ogni tanto, eh!). Non è certo qualcosa che si possa ottenere da un giorno con l’altro, o in poche settimane o mesi. Ma è, credo e temo, l’unica via d’uscita, se non si vorrà finire come in altri ambiti italici nei quali i fantasmi più immondi del passato, che si credevano ormai dissolti, puntualmente tornano e pure più spaventosi di prima – Venezia e il suo Mose insegnano, giusto per restare in tema di tesori artistici e culturali italici gestiti in modo a dir poco opinabile.
Così bisogna agire, sperando di ottenere rapidamente buoni risultati ovvero augurandosi che il degrado e la conseguente rovina, materiale e morale, del nostro patrimonio culturale nazionale non risultino ancor più rapidi.