Lost In Translation

Ho visto Lost In Translation di Sofia Coppola, del 2003.

È una pellicola sulla quale potete trovare e leggere molto, sul web, visto il notevole interesse che ha suscitato, dunque non sto a ripetere cose che, appunto, potrete quasi certamente riscontrare altrove.
Detto ciò, per quanto mi riguarda, Lost In Translation non è affatto una “commedia d’amore”, come peraltro viene presentata, così come non è – almeno non compiutamente – un omaggio alla città di Tokyo, anche se è la stessa regista a sostenerlo in forza del legame personale con la megalopoli nipponica. Trovo invece che sia un’ottima e coinvolgente narrazione cinematografica sul concetto di “straniamento”: è la storia di due stranieri in una città per loro stran(ier)a e straniante, entrambi in una condizione di straniamento rispetto al loro vissuto quotidiano – lui da una carriera da attore in declino, lei da un matrimonio all’apparenza molto poco appagante – che vivono una “sorta” di flirt per estraniarsi dalla situazione nella quale si trovano accomunati e in generale dalla loro (troppo) ordinaria quotidianità immergendosi – volenti o nolenti – nella strana ovvero assai diversa (per noi occidentali) quotidianità nipponica e vivendo diverse circostanze rispetto le quali sono del tutto estraniati ma, di contro, che ricercano proprio per straniarsi da ogni cosa. Il tutto, poi, attraverso un altrettanto strana storia d’amore/non amore, cioè il sentimento forse più estraniante che un essere umano può ritrovarsi a vivere.

Ecco, da questo punto di vista Lost In Translation trovo che sia un’opera tanto originale quanto ben riuscita, coi valori aggiunti di un Bill Murray assolutamente perfetto nella parte, di una brava ancorché giovane (allora) Scarlett Johansson, e di un girato in sequenza che rende la pellicola per certi versi simile a una docu-fiction e che, supportata da un’ottima fotografia e una bella colonna sonora, risulta senza dubbio coinvolgente. Un film certamente consigliabile, insomma, ben equilibrato, raffinato, peculiare e per questo in grado di farsi apprezzare da chi cerchi qualcosa di inaspettato e diverso dal solito. A parte l’evitabilissimo (secondo me) titolo italiano – ma ormai si sa che un problema comune e cronico, questo.

Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve

Ho visto Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve.
Be’, l’ho trovato un film deliziosamente nordico, nel bene – in gran parte, per me – e nel “male” – per molti altri che l’avranno visto o che lo vedranno, credo. Nel senso che chiunque ami la letteratura scandinava, quella così ben diffusa da Iperborea, in Italia (e non solo da lei, certo, ma da lei nel modo più significativo, a mio parere), con tutte le sue peculiarità pressoché uniche nel panorama letterario mondiale, troverà che questo film ne rappresenta una consona versione in immagini, dello stile narrativo nordico (d’altro canto è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di gran successo, in Svezia). Storia in bilico tra realismo e improbabilità, spesso surreale ma pure introspettiva, dotata di humor ferocissimo che tuttavia scaturisce in modi del tutto naturali e spontanei proprio come accade nella letteratura scandinava, dove il tragico e il comico vengono espressi con lo stesso registro, senza una parola di più di quanto serva – ovvero senza una sequenza in più, visto che qui si tratta d’un film – e senza il sovraccarico di pathos tipico di noi sudeuropei. In aggiunta a ciò si percepisce il tentativo di mettere, intorno alla storia narrata, una sorta di morale quasi filosofica – di “filosofia” quotidiana e pratica, intendo dire – che si potrebbe riassumere, credo, con «vivi la vita istante per istante e cerca di cogliere sempre le migliori occasioni possibili», a 10 anni come a 100; un tentativo forse non così ben riuscito, anche per quel costante mood surreale che scaturisce dalla pellicola.

Qualcuno, leggo, lo trova un film poco dinamico, ovvero che alterna in modi un po’ disordinati dinamismo e fasi di stanca: lo capisco ma non lo condivido se, appunto, considero il film dal punto di vista del tipico stile narrativo scandinavo. Paradossalmente nella narrazione letteraria è più facile gestire le fasi di quiete di una storia: la parola scritta impone un ritmo comunque più pacato che invece la narrazione per immagini non può permettersi troppo: ma ho visto film molto più blasonati che mi sono sembrati ben più lenti de Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve e comunque qui, lo ribadisco ancora, siamo ben affini al suddetto nordic style. Eppoi, che diamine, il protagonista è un vecchietto di 100 anni! Va bene che il film si diverte (e fa divertire) a mostrarsi surreale e poco credibile, ma se corresse troppo risulterebbe quasi ridicolo, ecco.

Insomma: a me è piaciuto. Sarò tra i pochi a pensarla così e forse sarò di parte, ma tant’è.

Come sempre, cliccate sull’immagine della locandina per saperne di più e guardatevi il trailer, qui sotto.

The Gentlemen

È un piacere ritrovare in The Gentlemen il Guy Ritchie di Snatch, pellicola che ad inizio secolo mi aveva entusiasmato per il suo iperdinamismo da videoclip musicale. Poi l’avevo abbastanza perso, il regista inglese, vuoi per alcuni notevoli flop, vuoi per altre opere più dignitose ma che non hanno attratto la mia attenzione e vuoi per essere diventato, nel frattempo, il “Signor Madonna”, cosa che a mio modo di vedere non ha giovato affatto alla sua carriera, oscurandola parecchio. In The Gentlemen torna invece l’action-gangster movie in salsa ultrabritish, con un plot di quelli invero fin troppo abusati (la guerra tra malavitosi di varia natura e le rispettive gang per il controllo di un qualche traffico illegale, qui di droga) che tuttavia s’impreziosisce di un gran cast che in ogni soggetto da il meglio o quasi di sé. Certo, da Snatch sono passati vent’anni e il dinamismo di allora qui riproposto non è più una novità così entusiasmante, tuttavia Ritchie resta – come ricordavo bene – un maestro nel gestire trame intrecciate e intricate nelle quali fino in fondo non si capisce chi siano i buoni, chi i cattivi (e alla fine si scopre che il più cattivo di tutti è in fondo anche il più “buono” – non è uno spoiler, tranquilli!) e lo fa attraverso trovate filmiche piacevoli e divertenti che consentono alla pellicola di viaggiare veloce e di non finire in confusione, oltre che grazie a un notevole stile – molto british, senza dubbio – che caratterizza situazione di vernacolare raffinatezza e rende sia i buoni che i cattivi comunque cool.

Ecco, poi forse manca, in The Gentlemen, il coup de théâtre che farebbe gridare al genio – sembra sempre lì per saltare fuori ma alla fine non esce – tuttavia ciò non toglie affatto interesse o pregio alla pellicola (semmai non ne aggiunge ulteriore, appunto). Non toglie nemmeno di torno il sospetto di eccessivo tarantinismo (sì, nel senso di Quentin ovviamente) che molti contestano a Ritchie: dal mio punto di vista, però, già quell’aura molto britannica ma pure parecchio cockney che permea il film aiuta Ritchie (forse a sua insaputa, non so) a mantenersi su un binario paragonabile a quello di certe pellicole di Tarantino ma non convergente e comunque dotato di un proprio “perché”.

Insomma: un film stiloso tanto quanto ruvido e sempre divertente, peraltro palesemente costruito (e lo si intuisce bene alla fine) per avere un suo naturale sequel. Guardatevelo, e poi vedremo che ne sarà.

Borat – Seguito di film cinema

[Cliccateci sopra!]
Ho visto Borat – Seguito di film cinema, qualche sera fa.

Sasha Baron Cohen è probabilmente il più grande satiro del nostro tempo, nel senso letterale del termine nonché di attore che pratica la satira, cosa ben diversa (seppur certamente imparentata) dalla comicità. Un film come questo, per gli scopi che si prefigge ora che è uscito, non poteva essere comico, doveva essere necessariamente satireggiante: e a mio modo di vedere non esiste una satira più o meno sferzante, la satira è sempre sferzante alla massima potenza altrimenti non è tale. D’altro canto, raccontare l’America di Trump e dei “repubblicani” (virgolette necessarie) che si identificano nella sua figura, ovvero un paese che ha ormai di gran lunga superato i limiti del comico per raggiungere gli ambiti del grottesco, necessita di mezzi narrativi e rappresentativi adeguati ovvero equi a quello status così paradossale (perfettamente messo in evidenza nel film) nonché, di conseguenza, di una figura che sappia in primis formularli e poi maneggiarli nel modo più “fruttuoso” alla propria causa.

Da questo punto di vista io riesco a vedere in Cohen una netta discendenza dai migliori e più irriverenti Monty Python (quelli di Brian di Nazareth, per dire), una scuola umoristica tipicamente anglosassone della quale alcuni altri attori sono allievi in modo egregio ma non con la forza e l’efficacia di Cohen – basti constatare come padroneggia l’espediente narrativo del “falso documentario”, o mockumentary, anche in situazioni estreme (il comizio del vicepresidente USA Mick Pence, ad esempio – se vedrete il film capirete) e con totale controllo degli effetti perseguiti e provocati. Di contro non mi pare che, come si scrive ad esempio qui, Borat sfiori troppo spesso il mero insulto verso i suoi “nemici” «senza rispettarli e dunque capirli», anzi, li capisce benissimo e ritorce contro loro stessi gli “insulti” che da quegli individui provengono e colpiscono il buon senso e la cultura politica democratica. Proprio in ciò sta la forza principale della sua operazione di satira: evidenziare palesemente e sbeffeggiare potentemente una certa realtà americana (e non solo) contemporanea usando essa stessa come arma d’attacco, di autoritorsione che amplifica la già lampante devianza civica e culturale di chi ne è fonte, una sorta di boomerang la cui traiettoria Cohen sa intercettare e sfruttare per colpire in un modo che, ribadisco, forse nessun altro oggi sa fare ad un livello così alto.

A ben vedere, Borat/Cohen non si inventa narrativamente nulla, in un film del genere, semmai sfrutta il grottesco della realtà nella quale si infila e vi trae la satira che trasuda fuori (e da quella realtà americana-trumpiana ne esce fuori a fiotti) plasmandola al fine di ricavarne un efficace plot narrativo. Che poi, come si dice in quest’altra recensione, «se il film fosse andato avanti per altre quattro ore oltre i 90 minuti stabiliti, Sasha Baron Cohen sarebbe stato capace di trovare sempre nuove battute, vittime e situazioni nelle quali intersecare recitazione e improvvisazione»: vero, ma anche questo non è da considerare un punto debole della narrazione filmica, è invece un ulteriore fattore di palesamento del degrado della realtà dalla quale Cohen ha tratto i suoi 95 minuti di film, compendio tanto aperto quanto definito (e definitivo) della situazione del “regime americano” contemporaneo.

In fondo, credo che a parecchi il film non piacerà, e non solo per mere ragioni “politiche”, e questo senza dubbio ne rafforzerà il valore e l’influenza culturale. Magari anche quella elettorale, viste le imminenti elezioni presidenziali, chissà. Di certo rafforza lo status di “genio della satira” di Sasha Baron Cohen, un personaggio la cui unicità è un piccolo-grande tesoro espressivo della nostra epoca.

I “vecchi” film di Nanni Moretti

Nella lista delle Cose che mi riprometto di fare, possibilmente a breve ho inserito, più o meno alla posizione 200 – dunque molto in alto, visto le migliaia e migliaia di voci che compongono la lista – di rivedere la produzione cinematografica anni Ottanta e Novanta di Nanni Moretti (da Ecce Bombo fino ad Aprile, per intenderci), che vidi anni fa e verso la quale, se ci penso, ho ricordi di gradimento e piacevolezza che non so spiegarmi, oggi – e comunque che non dipendono affatto da qualsivoglia ragione “politica”, sia chiaro. Dunque me li devo rivedere, quei film, a partire ad esempio da Caro Diario, forse quello che (sempre nel mio ricordo) mi piacque di più, e che è uscito proprio qualche giorno fa in un’edizione restaurata a cura della Cineteca di Bologna, e “studiarmi” meglio un regista certamente tra i più originali e coinvolgenti della cinematografia italiana contemporanea – a prescindere da qualsivoglia lettura “politica”, cosa che non mi tange nemmeno lontanamente, sia di nuovo chiaro.

Ecco. Potrebbe ulteriormente salire di posizione, questa cosa ripromessami, chissà. Vedremo.

P.S.: ah, ovviamente, se c’è qualche appassionato di Moretti ovvero qualche detrattore che voglia consigliarmi o scoraggiarmi, può farlo liberamente. Nessun problema.