Come un’oasi di pioggia nell’estate più arida

Sabato scorso pomeriggio (il 6 agosto), verso le 16 e 30, io e il segretario personale (a forma di cane) Loki decidiamo di uscire a fare un giro. Il cielo è grigio, in certi tratti cupamente, si sentono tuoni non troppo lontani e un vento piuttosto nervoso soffia da un po’. Pioverà? Non pioverà? Bah, sia quel che sia: usciamo. Il tempo di entrare nel bosco e prende a piovere con decisione; il tempo di pensare che magari smetterà e la pioggia si fa intensa; il tempo di pensare se tornare indietro o insistere e tra tuoni ormai prossimi e possenti prende diluviare e a grandinare, con biglie di ghiaccio di diametro anche notevole che imbiancano il terreno. Ci ripariamo sotto la tettoia di una baita nel bosco tuttavia la lavata che ci prendiamo è comunque notevole.

Ma lo è almeno quanto è meravigliosa, già: pioggia, tanta pioggia come da settimane non ne cadeva, l’afa opprimente di qualche ora prima è svanita, la vegetazione si ripulisce dalla polvere accumulata, s’illumina, riprende colore, la temperatura dell’aria torna fresca, il terreno s’inzuppa, le pozzanghere occupano totalmente alcuni tratti della strada che si snoda nel bosco.

Bellissimo! Smette almeno di grandinare, piove ancora forte ma tanto siamo fradici e dunque chi se ne importa, riprendiamo il nostro giro, ci lasciamo accarezzare dai rami grondanti, saltiamo nelle pozzanghere che tanto – parlo per me – le scarpe sono anch’esse del tutto inzuppate, l’acquazzone non ci tange e ce la godiamo fino in fondo, la passeggiata, cioè fino a che, ormai prossimi a casa, la pioggia smette di cadere e già i primi squarci d’azzurro tolgono nervosismo meteorico alle nubi ancora accatastate in cielo.

Insomma: ce la siamo presa tutta, la pioggia, e ci siamo divertiti un sacco a lasciarci infradiciare, proprio come quando si ritrova qualcosa che da tempo mancava e per questo la si gode di più, qualcosa di cui si aveva bisogno anche se apparentemente no e nonostante un tempo la si sarebbe ritenuta un fastidio. Ora invece nessun fastidio, anzi: un piacere sublime.

Non sono il solo che ha descritto i propri recenti “incontri” con la pioggia in modi simili – ad esempio qui trovate cosa ne ha mirabilmente scritto domenica 7 agosto l’amico Paolo Canton. La realtà climatica che stiamo vivendo, in quest’anno così drammatico in quanto a temperature e siccità, inopinatamente ci porta ad apprezzare ciò che prima avremmo probabilmente ritenuto seccante – come d’altronde accade sempre quando qualcosa che diamo per scontato, e per questo trascuriamo, improvvisamente viene a mancare e così ne avvertiamo subito l’assenza e l’importanza. Forse che in futuro il nostro (plurale maiestatis, ma forse anche altri la penseranno come me) rapporto con la pioggia e con l’acqua in generale diventerà come quello del viaggiatore sahariano che giunge a un’oasi dopo tanto tempo trascorso nel territorio più arido e sterile? Verosimilmente no, abbiamo la fortuna di non vivere in una zona desertica ma in una regione temperata e ricca di risorse naturali fondamentali: ma commettere l’errore di dare per scontata qualcosa solo perché fino a oggi l’abbiamo sempre avuta a disposizione, come in forza di una certezza che riteniamo immutabile e incontrovertibile di default piuttosto che per evidenze oggettive, non sarebbe sfortuna ma mera e dannosa stupidità.

Tuoni e fulmini! (Piccola ode indisturbabile al temporale)

Foto: © Gianluca Vercellin
Foto: © Gianluca Vercellin
E’ stagione di temporali, questa.
Se mi cercate e non mi trovate, probabilmente sarò da qualche parte all’aperto col naso all’insù, convenientemente al riparo, a osservarne uno, ad ammirare quanto di più possente e apocalittico ma al contempo fortunatamente innocuo – o quasi* – si possa osservare sul pianeta.
Il cielo squarciato dallo scontro immani navigli nuvolosi che cozzano e si sfasciano l’uno contro l’altro, la volta che cambia colore, diviene funerea, si scurisce e s’ispessisce fino a dare l’impressione di dover crollare da un momento all’altro, il ringhio furente degli dei più iracondi che sgomenta e scuote ogni cosa e soprattutto l’animo, le folgori accecanti che invisibili vascelli stellari alla fonda oltre le nubi scagliano verso terra. Eppoi, come se tutto ciò non bastasse, la pioggia a volte furibonda, il vento sconquassante, la grandine aggressiva… Come se la Terra fosse finita in una ciclopica centrifuga che la sconvolga tremendamente e parimenti la mondi, la deterga e la depuri con la necessaria forza, per poi ridonarle un aspetto puro, più nitido e salubre.

Massima luce, come di battaglia
L’acuto urlo, che incita il ferro
a bramar altro ferro, e ne l’impeto
Si face immenso fulgore, lampo
Che orba, e freme nell’aria, favilla
D’Apocalisse, precipite in Terra
Dall’iroso cielo ove d’immane pugna
Già s’ode il terrificante rombo…
**

Il temporale, pur nella sua apparente e banale consuetudine meteorologica, è ancora capace di rimettere le cose terrene al proprio giusto posto, e a far sentire l’uomo – sovente borioso, tracotante, prepotente verso l’intero mondo che ha intorno – un qualcosa di fragile, indifeso, effimero, e tremendamente piccolo, tremendamente nullo di fronte a una tale manifestazione di potenza infinita e incontrollabile se non da parte della Natura stessa che ne è fonte, e di fronte alla quale comunque l’uomo non può nulla.
Ma può lasciarsene affascinare, questo sì – come cerco di fare io, ogni volta. E, se possibile, caricarsi di quell’energia oltre modo vitale che sempre dalla battaglia temporalesca scaturisce, e della bellezza drammatica ma insuperabilmente intensa nonché – se così posso dire – filosofica che si palesa sul palcoscenico troposferico. Si rigenera quella indispensabile armonia tra uomo e mondo/ambiente naturale d’intorno, proprio perché la devastante potenza del temporale rimette le cose nella giusta scala di valori, uomo in primis. Ci abbassa le arie, ci sgomenta con quella persino esagerata dimostrazione di forza, e ci ricorda che, almeno per ora e – credo – per qualche secolo ancora, saremo pure capaci di modificare la Natura a nostro piacimento, ma se si adira veramente siamo sullo stesso piano degli insetti o dei vermi – e di qualsiasi altra cosa della quale ci sentiamo superiori: spazzati via in men che non si dica.
E comunque, se mi trovate, non disturbatemi, almeno fino a che l’imponente spettacolo non si è concluso. Anzi, godetevelo anche voi. Vi affascinerà profondamente, ne sono certo.

*: quasi, già. Pochi giorni fa, mentre corro sui monti sopra casa, mi ritrovo di fronte un grosso faggio, alto almeno 25 metri, posto a margine di una radura. Metà ancora ritto al cielo ma con la corteccia in parte scurita, metà schiantato a terra, perfettamente dimezzato come da un’arma laser – un fulmine, con tutta evidenza.
A volte i raggi folgoranti che cadono dal cielo durante la battaglia temporalesca portano a segno tutta la loro devastante potenza.

**: è un passaggio di un componimento poetico tratto da qui.

Per una definizione di “spazio-tempo” assolutamente, pragmaticamente terrena e umana (col temporale che infuria, fuori…)

spazio_tempoElucubrazioni d’un temporalesco pomeriggio di mezza estate, con la pioggia che ticchetta sui vetri delle finestre, il rombo dei tuoni, il vento teso e ululante, e certe cose che guizzano in testa proprio in momenti del genere, quando l’ancestrale forza della Natura si riappropria, almeno per qualche istante, dello spazio e del tempo che noi umani ci vantiamo così spesso di dominare…
Ecco, lo spazio-tempo, ad esempio, o la struttura quadridimensionale dell’Universo, il “palcoscenico” dei fenomeni fisici.
Domanda: si potrebbe formulare anche una concezione di spazio-tempo più terrena di quella scientifica, più quotidiana, pragmatica, e legata all’esistenza di noi tutti?
Vediamo un po’…
Dunque, mi viene da riflettere sul fatto che lo spazio “virtuoso” nel quale si compie la vita di un individuo è ormai sempre più virtuale nel valore, e da esso il tempo sfugge fino ad essere una dimensione considerata da molti avversa: il tempo passa troppo in fretta! – certo, non stai facendo nulla di buono nel tuo “spazio”! Un’esistenza misera di valore autoriduce il proprio spazio vitale, vi si imprigiona e si immobilizza, e il tempo non può conoscere sosta, lo si sa, pena la finale rovina…
Lo spazio-tempo, insomma, non è solo quella strana cosa di cui si ha (forse) conoscenza principalmente perché un noto regista americano ci fece alcuni films di successo; e a lato della sua definizione specificatamente fisica, credo che ogni individuo di spirito dovrebbe raggiungere la cognizione del proprio spazio-tempo, ovvero della propria presenza ed azione in relazione ad una dimensione spazio-temporale ben definita: la vita. La vita si manifesta in un dato spazio (l’ambiente in cui si vive e nel quale le nostre azioni hanno effetto) e in un dato tempo (l’istante in cui noi viviamo e agiamo, e per il quale compiamo una certa azione): due elementi strettamente correlati, dacché, in un ambito limitato temporale quale è l’esistenza di una persona, ogni singolo istante risulta fondamentale per il valore complessivo di esso, e abbisogna di caricarsi di un proprio singolo valore conferito da quanto avviene nello spazio, nel nostro mondo vissuto in cui il nostro agire quotidiano, nelle banalità come nelle grandezze, genera effetti, conclusioni, esiti. Noi agiamo per quanto impone un certo istante, solitamente futuro in prossima realizzazione presente, nello spazio che ci è necessario per ciò che è dovuto, e tale materialità spaziale non ha effetti solo in quello stesso ambito ma anche nel tempo, per i prossimi istanti nei quali quell’effetto avrà validità: concepirsi consapevolmente come elementi in moto (vitale) in un proprio spazio-tempo, dunque, significa proprio intendersi come un’astronave in moto nello spazio per un certo tempo, ma con la virtuosa capacità di condizionare il rapporto tra i due elementi, di modificarli a proprio altrettanto virtuoso fine, come se il mezzo fosse dotato di un motore a curvatura capace di distorcere lo spazio-tempo e di viaggiare da un punto all’altro del cosmo attraverso un wormhole – come vengono definiti i presunti passaggi spazio-temporali postulati dall’astrofisica di frontiera … Parimenti, noi possiamo condizionare lo spazio-tempo in cui viviamo, le nostre azioni sono come quel motore a curvatura: il loro manifestarsi nel presente condiziona e muta il futuro, allo stesso tempo conformando il passato; il “contenuto” materiale del nostro spazio (le azioni e i loro effetti) va’ ad agire nel tempo, e tanto più esso sarà virtuoso, tanto più virtuoso sarà quel tempo verso cui ci dirigiamo, tanto più proficuo per le azioni che compiremo quando vi arriveremo, nel nostro viaggio sulla rotta della vita. L’agire proficuo di oggi ci fa già passeggiare agevolmente nel futuro, insomma, e lascia il segno prezioso del nostro passaggio nel passato; chi riesce ad avere consapevolezza di questa naturalissima verità e dunque a governare il proprio spazio-tempo, può ben dirsi in viaggio sulla giusta rotta della propria vita; gli altri inevitabilmente diventeranno naufraghi spersi nel cosmo vitale, con la bussola fuori uso, fino alla fine del loro tempo – sempre che non vadano a schiantarsi stoltamente contro qualche asteroide di passaggio! Sbeng! – finito lo spazio, e finito insieme il tempo: correlazione perfetta, e inevitabile finale per chi non sa viaggiare sulla giusta rotta…
Nel frattempo, fuori, pare che la buriana si sia calmata, e il ruggire dei tuoni si allontana verso oriente. Bello, il temporale… Mi è sempre piaciuto. E’ primordiale energia allo stato puro e assoluto…