Ultrasuoni #20: il “mio” Franco Battiato

Il “mio” Franco Battiato è stato ed è tante cose, molte di esse sicuramente condivise con innumerevoli altri suoi cultori, che nel complesso ne hanno fatto una delle figure culturali di riferimento più importanti, per chi vi scrive. Ma, se nella sua produzione musicale devo indicare qualcosa, cioè un brano a me particolarmente caro, allora indico Summer on a solitary beach, ecco.

Anno 1981: ho dieci anni e nei primi sussulti preadolescenziali comincio ad apprezzare non più solo le sigle dei cartoni animati ma pure musiche “da adulti”. In TV un tizio piuttosto strano, ma intrigante, presenta il suo ultimo album, La Voce del Padrone, e per le radio (non avevo impianti stereo o cose simili a quell’età e non ce n’erano a casa, solo un ordinario “mangiacassette”, come si chiamava allora, ed era la radio il principale media musicale) girano brani poi divenuti celeberrimi: Bandiera Bianca, Cuccurucucù, Centro di Gravità Permanente. Però quello che a me colpisce e si stampa in testa da subito è il primo brano del disco – sentito non ricordo dove e come, visto che non fu un singolo ma uscì, oltre che sull’album, come lato B di Bandiera Bianca – dal titolo in lingua inglese e dotato di una melodia particolarissima, suadente, facilissima e al contempo raffinata, vagamente orientaleggiante ma invero indefinibile e non poco ipnotica, ispirata dal paesaggio marino siciliano eppure capace di generare, con il testo altrettanto particolare, quasi surreale, la sensazione di uno spazio-tempo sospeso. Una dimensione metafisica, ecco: forse uno dei pezzi del periodo “pop” di Battiato più capaci di fornire questa specifica percezione, che diventerà centrale ed emblematica in tutta la produzione musicale (e non solo in quella) del Maestro siciliano. Non a caso, «secondo le intenzioni del cantautore il brano doveva rievocare una “spiaggia metafisica”» sottolinea l’articolo di Wikipedia dedicato a La Voce del Padrone.

Ovviamente allora, a dieci anni, non potevo capire tutto ciò; però sono certo che comprendessi o quanto meno fossi sensibile al fascino profondissimo del brano, alla sua capacità di far viaggiare l’ascoltatore cullato da un continuum armonico ammaliante, a quell’accordo elettronico primario tanto semplice quanto “assoluto”, ed ero assai incuriosito dall’autore del brano, così serio, compito, diverso da ogni altra “popstar” del tempo, quasi che lui per primo venisse da un’altra dimensione a proporre i suoi brani per poi tornarsene nel proprio (apparente) mistero.

Fatto sta che, ribadisco, da quel tempo in poi Battiato è diventato uno dei riferimenti culturali fondamentali per me, e quel brano, che compie 40 anni esatti, non ha perso un grammo della sua peculiare bellezza. E non ne perderà mai, senza alcun dubbio.

Ultrasuoni #19: Michel Petrucciani, quando Dio scese sulla Terra per suonare il piano

E così un giorno Dio (quello vero, non l’altro fittizio delle varie religioni), scese dal cielo qui sulla Terra, prese sembianze umane ma del tutto speciali, si mise al piano, cominciò a suonare. E per il tempo in cui restò quaggiù si fece chiamare Michel Petrucciani.

Questo mi viene da credere, se penso al grande pianista francese. Musicista realmente unico, di talento sovrumano, geniale, virtuoso ben oltre il funambolico, potente, capace di rendere affascinante ogni singola nota suonata e, per giunta, dotato di altrettanto sovrumane forza di volontà e energia vitale grazie alle quali ha saputo vincere la propria malattia ricavando da essa ulteriore vivacità e di contro, ovvero per gli stessi motivi, decidendo di vivere la propria esistenza nel modo più pieno possibile, senza farsi mancare nulla di virtuoso o di dannato, tra alcol, donne, sostanze proibite, eccessi vari e assortiti – sembra che un giorno disse al suo manager: «Voglio avere almeno cinque donne contemporaneamente, voglio fare un milione di dollari in una sola notte!». Il tutto, se possibile, sempre vissuto con una personalità insuperabile e comunque mirabile, anche perché tutto quanto reso carburante possente per la sua arte musicale e fremente energia da spandere ogni qualvolta saliva su un palco e mandava letteralmente in visibilio gli spettatori dei suoi concerti. D’altro canto egli stesso, di questo suo atteggiamento nei confronti della vita e delle difficoltà fisiche e pratiche che doveva superare quotidianamente, diceva: «La mia filosofia è quella di divertirmi davvero e non lasciare mai che nulla mi impedisca di fare quello che voglio fare. È come guidare una macchina, aspettando un incidente. Non è il modo di guidare una macchina ma, se hai un incidente, hai un incidente, punto. C’est la vie!».

Un mostro di bravura, un genio, un apice assoluto delle possibilità umane, un personaggio unico e inimitabile, uno dei più grandi musicisti di sempre che a suo modo ha cambiato per sempre la musica. O forse fu anche di più, Petrucciani – per tornare all’incipit di questo mio scritto e a quella volta in cui deve scegliere un nuovo pianoforte da acquistare presso un celebre costruttore: entra nella grande sala ove i vari modelli sono esposti, si aggira tra di essi, ne prova qualcuno, verifica le sonorità e poi, di colpo, si gira, ne indica uno e dice: «Prendo quello!». E quando il responsabile della casa costruttrice gli osserva che il modello scelto non l’ha nemmeno provato Petrucciani risponde: «Mi ha parlato, mi ha detto “Prendi me!”». Lo acquisterà e con quel pianoforte raggiungerà le più alte vette musicali e virtuosistiche. Ecco: dicevamo, di quel Dio sceso sulla Terra all’inizio di questo mio testo?

Oltre alle varie produzioni musicali e a quanto si può ritrovare sul web in tema di esibizioni dal vivo, c’è un notevole documentario che racconta la vita del genio francese: Michel Petrucciani | Body & Soul, del regista Michael Radford. È veramente molto bello, se ne avete occasione guardatevelo – qui sopra potete vedere il trailer. L’aneddoto sulla scelta del pianoforte, che ho citato a memoria, viene da lì.

Sono solo canzonette (brutte)

[L’edizione del Festival di Sanremo del 1957, senza dubbio migliore di quelle attuali. Fonte dell’immagine: Wikipedia.]
Con non poco sconcerto, devo capacitarmi del fatto che pure quest’anno c’è stato il Festival di Sanremo: me ne rendo conto ascoltando la radio e certi brani musicali che passano nelle ultime settimane e che i vari speaker identificano poi come “sanremesi”, appunto.

C’è di peggio, però. Ho pure sentito, su una di quelle radio, un tal critico ovvero giornalista musicale affermare che mai come quest’anno il Festival sarebbe stato rappresentativo della scena musicale italiana. Be’, io, ascoltando le varie canzoni, ho maturato la convinzione che mai come quest’anno i brani sanremesi – salvo solo un paio, forse – siano particolarmente brutti. Piatti, insulsi, raffazzonati, banali. Non che potessi pensare il contrario, sia chiaro, ma senza dubbio, se veramente questa è la realtà musicale italiana attuale, con assai meno sconcerto rimpiango Il babà è una cosa seria di Marisa Laurito, ecco!

Ultrasuoni #15: Casadei

No no, io non l’ho mai ascoltato Raoul Casadei con la sua orchestra.

Anzi, sì invece: io li ho ascoltati un sacco di volte, i Casadei, e come me quasi tutti voi che state leggendo questo articolo, immagino. Perché non c’è stata località di villeggiatura, di mare e non solo, non c’è stata vacanza soprattutto estiva, non c’è stata sagra di città o di paese, festa, serata danzante, mangiata tra amici nella quale non sia risuonata la melodia di uno dei brani composti dai Casadei, così come ci sono state centinaia di spot pubblicitari, spettacoli e programmi Tv, film più meno conosciuti che hanno utilizzato qualcuno dei più suoi celebri pezzi. Non solo: mi viene da immaginare che, forse anche più di Modugno, Battisti, Baglioni e di qualsiasi canzone che ha fatto la storia della canzone pop(olare) italiana, noi tutti, anche senza essere degli appassionati di ballo (e io men che meno) ci siamo ritrovati a canticchiare pezzi come Romagna Mia, Simpatia, Ciao Mare, La Mazurka di Periferia, Romagna e Sangiovese. Perché come pochi altri, forse come nessuno, i Casadei, guidati da Raoul, sono stati il gruppo musicale nazional-popolare italiano par excellence, geograficamente referenziato (Romagna über alles, appunto) eppure nazionalmente riconosciuto e apprezzato.

Insomma: il “Re del Liscio”, come veniva chiamato Raoul Casadei non senza una punta di ironia e di leggerezza, è invero da considerare un vate tra i principali della musica popolare italiana: vacanziera, banalotta, disimpegnata e casereccia quanto si vuole ma, io credo, comunque meno di quella proposta dai “Sanremi” d’ogni tempo, dai talent contemporanei e da quant’altri “fenomeni” musicali in circolazione, già.

Per tutto ciò, l’omaggio a Raoul Casadei è assolutamente doveroso. Anche se non li ho mai (consapevolmente) ascoltati, i Casadei: però riguardo loro e quanto hanno fatto «massimo rispetto!», come si usa dire.

Ultrasuoni #13: The Dandy Warhols

[Foto © Chad Kamenshine, dalla pagina facebook della band.]
A volte il mondo musicale è assai “bizzarro”: offre il più grande successo a gruppi e cantanti a dir poco mediocri (la maggioranza, oggi – parere personale, ovviamente) mentre permette che piccoli/grandi gioielli pienamente dotati di talento, tecnica, classe e altre simili doti restino nascosti e ignorati. Poi, in alcuni casi, tali gioielli nascosti diventano di colpo “famosi” ma, paradossalmente, comunque restano sconosciuti ai più.
Prendete i The Dandy Warhols, ad esempio: li conoscete tutti (o quasi) per questa canzone la quale, tuttavia, probabilmente non sapete che è un loro brano e dunque credo che comunque continuiate a non conoscerli granché; eppure la band di Portland è tra quelle che, pur in mezzo a cose scialbe e discutibili, come poche altre ha sempre avuto la capacità di scrivere brani che erano (e sono) delle hit perfette, da primi posti nelle top ten di tutto il pianeta dacché dotate di un appeal commerciale semplicemente irresistibile, come e ben più che quel suddetto celeberrimo brano ultramediatizzato. Prendete ad esempio un album abbastanza poco considerato come This Machine, del 2012, e beccatevi in rapida sequenza – come li si ascolta nella track list – due brani come The Autumn Carnival:

e la seguente Enjoy Yourself:

Oppure fate un salto indietro nel tempo – per comprendere come quelle facoltà i The Dandy Warhols le abbiano da sempre – e ascoltatevi un brano come Not If You Were the Last Junkie on Earth tratto da The Dandy Warhols Come Down, album del 1997:

A mio parere, delle hit potenzialmente perfette, appunto – e sono solo alcuni buoni esempi tra tanti.
Ecco, ribadisco: i The Dandy Warhols (il quale peraltro è un nome assolutamente geniale!) avevano una forza e un appeal commerciale infinitamente maggiori della gran parte degli “artisti” musicali che in questi anni hanno scalato le vette delle classifiche. Eppure, ci ricordiamo solo di quel “famigerato” brano senza (quasi) nemmeno conoscere il loro nome di chi l’ha creato.

Proprio strana a volte la musica, già.