Quando tra il dire e il fare c’è di mezzo la buona scuola (un articolo di Tullio De Mauro)

Sia chiaro: per “buona scuola” intendo la scuola (e la didattica) di qualità! Nessun riferimento, dunque, a una certa “riforma” che di questi tempi si sta discutendo dalle nostre parti. No, qui l’argomento è serio (!), e Tullio De Mauro ne disquisisce con riferimento all’ambito scolastico finlandese, tra i più avanzati ed efficienti al mondo.
Ho avuto modo di conoscerla piuttosto bene, la Finlandia, dunque non solo comprendo perfettamente il senso dell’articolo di De Mauro qui sotto riprodotto – pubblicato sul sito web de Internazionale il 23 maggio (vedi qui l’originale), ma posso anche dire di aver visto di persona gli effetti collaterali della bontà del sistema scolastico di lassù: società avanzata, cultura diffusa, senso civico elevato. Tutte cose, appunto, che la scuola deve e dovrebbe essere in grado – ed essere messa in grado – di insegnare fin dall’infanzia. E che – come anche chiosa De Mauro sul finale del suo articolo – fanno la differenza tra una mera riforma politica (qualsiasi essa sia, ribadisco) e un’autentica gestione culturale del sistema scolastico. Coi risultati che possiamo constatare quotidianamente attorno a noi.

TulliodemauroFinlandia: liberi tutti
La Finlandia è la palestra educativa del mondo, scrive Liisa Niveri sullo Spiegel di fine aprile. Dopo Le Monde, The Guardian e Die Zeit anche Der Spiegel torna a dare ampio spazio alle novità che si profilano nella scuola finlandese.
I confronti internazionali sulle prestazioni degli alunni nelle prove oggettive non lasciano dubbi: gli alunni finlandesi contendono a giapponesi e sudcoreani i primi posti nel mondo. Il sistema scolastico tiene insieme la massima inclusività (nessuno è lasciato indietro) e i massimi risultati di qualità, come avviene in Giappone e in Corea del Sud – e in Italia nella scuola elementare. Si cercano i segreti del successo. Il benessere e le scelte soggettive degli alunni sono, a tutti i livelli di istruzione, in primo piano, in un modo che sorprende e spiazza atteggiamenti pedagogici consolidati.
Per esempio, dall’autunno scorso bambine e bambini possono scegliere liberamente tempi e vie per imparare a scrivere: messaggini, computer, stampatello o corsivo a mano. Irneli Halinen, a capo dell’ufficio nazionale per lo sviluppo dei curricoli, spiega che nella media superiore le materie non verranno cancellate, ma, dopo aver studiato la cosa e intervistato singolarmente migliaia di studenti e docenti, si è deciso di favorire sempre di più lo studio attraverso ricerche di gruppo su temi trasversali scelti dagli studenti. Cento o cinquant’anni fa cose del genere suggerirono Édouard Claparède o Guido Calogero. In Finlandia le realizzano.
(Tullio De Mauro)

Resistete molto, obbedite poco, se volete restare liberi (Walt Whitman dixit)

Agli Stati, a ciascuno di essi, a ogni città degli Stati: “Resistete molto, obbedite poco”, | basta obbedire ciecamente una volta, per esser in pieno asserviti, | e una volta asserviti, nessun popolo, o stato, o città di questa terra può riconquistare la libertà.

(Walt Whitman, Foglie d’erba. Agli Stati, p. 15, 1° ed. 1855)
Walt+Whitman
Resistete molto, obbedite poco. In quante cose un (meraviglioso) principio del genere sarebbe oggi da mettere in atto? Whitman, fedele alla propria celeberrima visione armonica dell’universo naturale, aveva compreso perfettamente che qualsiasi sovrastruttura umana di natura politico-amministrativa, se costruita male ovvero non per i suoi scopi filosofici ordinari, avrebbe finito per rivoltarsi contro l’uomo stesso. D’altro canto, a mio modo di vedere, tale principio whitmaniano può e deve fare il paio con quello altrettanto celebre (e da tantissimi incompreso), “il governo migliore è quello che non governa affatto”, formulato dal mai troppo osannabile H.D.Thoreau, il cui pensiero non a caso si lega a doppio filo, sotto molti aspetto, a quello di Whitman.
A fronte di una società civile contemporanea che invece pare pedissequamente resistere poco e obbedire molto a qualsiasi cosa, e soprattutto a quelle che più le sono civicamente avverse, principi come quelli sopra riportati sarebbero fondamentali, per la salvezza della stessa società.
Sarebbero, già. Da mettere in pratica, sarebbero.
Se si fosse ancora capaci di farlo.

25 Novembre: che diventi una giornata veramente rivoluzionaria, per le donne!

VIOLENZA DONNE: DOMANI GIORNATA MONDIALE CONTRO BARBARIE
Oggi, 25 Novembre, è la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Ricorrenza fondamentale, inutile dirlo, ma che come tutte le altre simili rischia di confinare l’attenzione su una tale tragedia solo al giorno stesso, con iniziative tanto belle quanto di maniera le quali, complice il letale menefreghismo nonché la smemoratezza irrefrenabile che attanaglia l’opinione pubblica un po’ ovunque (se non la correa, subdola volontà), rischiano sempre di scivolare in breve nell’oblio.
Ma, al di là di queste evidenze che, lo ammetto, mi suscitano non poca diffidenza verso molte delle parole e delle promesse che oggi verranno spese a favore delle donne e contro la violenza su di esse – penso da sempre che tutti i giorni dell’anno dovrebbero essere proclamati contro la violenza sulle donne, appunto per quanto sopra esposto! – in questa giornata mi viene da riflettere e da proporre una cosa di una banalità sconcertante eppure, di contro, di una necessità ineluttabile io credo. Posto che da millenni il genere umano si è conformato e strutturato in un maschiocentrismo – divenuto sovente fallocentrismo – pressoché dogmatico in ogni settore del vivere collettivo – politica, religione, lavoro e, frequentemente, nelle stesse gerarchie familiari se non per rari casi sparsi qui e là per i secoli e i continenti – e posto che, obiettivamente, questo nostro mondo conformato come sopra ho detto sta parecchio andando a rotoli e in più modi, facciamo una bella cosa: che siano una volta per tutte le donne a dominare la civiltà umana. Punto. Lo dico da uomo fiero di essere tale, ma altrettanto attento alla realtà che ho intorno e alla storia da cui essa deriva, e non lo propongo con la bieca ambiguità del poter poi dire magari, tra qualche anno: «Ecco, visto? Le donne sono uguali agli uomini, anzi, peggio!» No, niente affatto. Anzi: basta con tutte quelle viscide manfrine delle quote rosa, dei contentini dati alle donne con qualche incarico qui e là che, appunto, sembra tanto il giocattolino dato in mano al bambino per farlo smettere di piangere.
No. Io sono convinto – e lo ripeto, convinto – che le donne possa veramente rappresentare e realizzare quella rivoluzione generale di cui il nostro mondo terribilmente ricolmo di problemi avrebbe bisogno, e che potrebbero avere le soluzioni che uomini dalla mente troppo impegnata a tessere intrallazzi vari e assortiti e dall’animo ammorbato da mire di potere e di guadagno indegne non hanno, e forse non vogliono avere. Inoltre, e la cosa non è secondaria, credo che quelle soluzioni le saprebbero mettere in campo con una grazia – e sia inteso questo termine nel modo meno ovvio e banale possibile – che noi uomini non possiamo di sicuro nemmeno concepire.
Attenzione: in questa mia riflessione la questione della parità di genere non c’entra nulla, semplicemente perché nemmeno la pongo. Anzi, il fatto che ancora oggi si stia a rilevare che le donne non godano di uguali diritti, libertà, opportunità e possibilità degli uomini e se ne discuta continuamente senza ottenere grossi risultati è uno dei più evidenti segni di quel maschio centrismo prima citato, e dell’arretratezza civica e sociale relativa nella quale ancora la nostra civiltà langue.
Insomma: se effettivamente la bellezza salverà il mondo, come fece dire Dostoevskij al principe Miškin ne L’idiota – una bellezza di mente e di spirito, ancor prima che esteriore – beh, insomma, credo che le donne abbiano qualche probabilità in più di noi uomini di salvarlo, questo nostro mondo.
Ed è il mio augurio non solo per questa giornata, ma per ogni singolo giorno da oggi nel futuro.

Federico Ferretti, “Il mondo senza la mappa. Élisée Reclus e i geografi anarchici”

ferretti.reclus-copSe viene normale, a qualsiasi individuo dotato di senso della realtà, chiedersi il perché delle cose che accadono nel nostro mondo, ancor più tali domande vengono da farsi oggi – e intendo nel periodo in cui sto scrivendo la presente – quando una situazione di instabilità geopolitica generale e la presenza di conflitti bellici di gravità già ora notevole e comunque non del tutto comprensibile generano (per l’ennesima volta!) forti dubbi sul fatto che noi umani effettivamente ci si debba considerare così intelligenti come ci siamo autoproclamati d’essere.
Le guerre, appunto, cosa della quale tutt’oggi, nel Terzo Millennio, pare che l’umanità non possa proprio fare a meno: perché ancora scoppiano, si combattono, causano innumerevoli morti e tragedie d’ogni sorta? Cosa c’è, di concreto, che puntualmente rende vana qualsiasi diplomazia e ogni eventuale proposito di pace e fratellanza tra popoli, e fa imbracciare le armi più letali? La sete di potere, di sopraffazione del prossimo, certamente; interessi geopolitici vari e assortiti, altrettanto ovvio, così come scontri razziali, religiosi, etnici e altro del genere. Ma cosa – materialmente intendo – fa da miccia a tutta questa potenza distruttiva? Una potenziale risposta: e se in molti casi fossero i confini dei vari stati, recinti che per il solo fatto di esserci e di “recintare”, per così dire, e dividere un territorio da un altro, generano l’irrefrenabile impulso a scavalcarli per invadere il paese accanto e, appunto, eliminare quel confine ovvero spostandolo più lontano? Un po’ ciò che accade con un divieto, la cui sola sussistenza è motivo per molti per trasgredirlo, o con un muro, che genera inevitabilmente l’impulso a guardare cosa c’è oltre e a scavalcarlo…
Il mondo senza la mappa. Élisée Reclus e i geografi anarchici, il saggio che Federico Ferretti (Edizioni Zero in condotta, 2007) ha dedicato al grande tanto quanto dimenticato – da noi – geografo francese, è un ottimo testo per indagare e conoscere meglio la questione e trovarvi notevoli spunti a supporto della personale idea sopra espressa nonché di tutta la questione legata agli aspetti e alle ricadute politiche della disciplina che studia nel modo più diretto il nostro pianeta…
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Leggete la recensione completa di Il mondo senza la mappa. Élisée Reclus e i geografi anarchici cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!

Per un’educazione scolastica che crei uomini veramente liberi (Élisée Reclus dixit #2)

Il nostro insegnamento sarà integrale, razionale, misto e libertario: integrale perché tenderà allo sviluppo dell’essere armonico (…); razionale perché sarà basato sulla ragione e conforme ai principi della scienza attuale e non sulla fede, sullo sviluppo della dignità e dell’indipendenza personale e non  su quello della pietà e dell’ubbidienza, sull’abolizione delle finzioni religiose, causa eterna ed assoluta di asservimento; misto perché favorirà la coeducazione dei sessi (…); libertario perché gioverà al’immolazione progressiva dell’autorità a favore della libertà, lo scopo finale dell’educazione essendo il formare degli uomini liberi.

(Élisée Reclus (con altri), Manifesto europeo anarchico per la fondazione di scuole libertarie, 1896. Citato in Federico Ferretti, Il mondo senza la mappa. Élisée Reclus e i geografi anarchici, Edizioni Zero in condotta, 2007)

Ho già espresso QUI il mio parere su Élisée Reclus, e questa ulteriore citazione serve anche a dare maggior forza a quanto ho scritto. Per leggere invece la personale recensione del saggio di Federico Ferretti dedicato al grande geografo francese, cliccate sull’immagine qui sotto – una perfetta rappresentazione grafica del pensiero politico di Reclus e la miglior distinzione da qualsiasi altro superficiale luogo comune sul tema (è in lingua spagnola, ma credo risulterà perfettamente comprensibile a tutti).
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