Quando abbiamo imparato a conoscerlo, il cielo stellato è l’amico più fidato che abbiamo nella nostra vita; è sempre lì, ci trasmette un senso di pace, ci ricorda sempre che la nostra irrequietezza, i nostri dubbi, i nostri dolori, sono cose di poco conto, passeggere. L’universo non verrà mai meno. Quando tiriamo le somme, scopriamo che le nostre opinioni, le nostre battaglie, le nostre passioni non sono poi così importanti e straordinarie.
[Fridtjof Nansen, citato in Erling Kagge, Il silenzio, Giulio Einaudi Editore, 2017; trovate la mia recensione al libro qui. Del cielo stellato io ho scritto varie volte, ad esempio qui.]
[Foto di Nathan Anderson su Unsplash.]Anche stasera c’è questo cielo dubbioso, indeciso, ingolfato di grigiume nebbioso, imbronciato ma come se non lo fosse realmente, come se giocasse a mettere il muso alla Terra per ottenere chissà cosa ma già sapendo che non la otterrà.
Perché in verità lì sopra la Luna c’è, ci sono le stelle come oggi c’era il Sole a splendere sul mondo, al di sopra delle nubi.
In effetti, quando diciamo che in cielo «non c’è il Sole», affermiamo una sostanziale insensatezza. Ovvero in questo modo palesiamo, seppur incolpevolmente, il nostro atteggiamento a volte superficiale verso la realtà nella quale viviamo: lo stesso che ci porta a credere solo (o quasi) a ciò che vediamo, altrimenti da subito sospettiamo e congetturiamo. E fa nulla se di frequente il sospetto è del tutto ingiustificato, dunque la congettura conseguente campata per aria. Siamo nell’era delle mille cospirazioni, d’altronde, novecentonovantanove delle quali infondate (e quella che rimane chissà!)
Sia chiaro: non è sempre sbagliato credere a ciò che vediamo, anzi. Ma se avessimo fatto di questo principio un dogma assoluto, saremmo ancora fermi all’invenzione del fuoco o poco oltre. Einstein si sarebbe dovuto cercare un altro impiego, altro che relatività generale!
Peccato che poi, spesso, finisce che vediamo solo ciò che crediamo (di vedere, o di sapere, o di supporre) e così cominciano i guai. La confusione è assicurata, la realtà alterata, la verità ottenebrata.
Anzi no, nessuna di queste cose ma tutto nella nostra testa. Già.
Ne abbiamo parecchia di nebbia in testa, di frequente. Forse è questo cadere in confusione a “oscurarci il Sole”, più che le nubi in cielo.
Nelle cadute c’è il perché della Sua Assenza. | Le nuvole non possono annientare il Sole.
[Foto di Jeremy Thomas su Unsplash.]Cielo ancora abbastanza limpido, nonostante una leggera velatura che forse anticipa il cambio delle condizioni meteo dei prossimi giorni.
Loki trotterella per il giardino in cerca dell’ultimo punto di minzione quotidiano.
Osservo una luce che pare appoggiata propri in vetta al Monte Tesoro. Che ci sia qualcuno lassù, a quest’ora? Forse è il frontalino di qualche astrofilo intento a fotografare il cielo?
No, non c’è nessuno.
Mi dilungo qualche attimo di più per osservare la luce, ovviamente una stella, nella sua lenta, regolare ascesa sopra la sommità del Tesoro, fino a che vi si eleva di qualche grado.
Rifletto che non sarebbe male tentare di armonizzare certe nostre cose alla velocità di movimento delle stelle nel cielo. Che è “lentezza”, certo, non velocità, ma forse è tale perché siamo noi ad andare troppo veloci, ben oltre un limite logico che illogicamente non sappiamo più determinare.
A partire proprio dal pensiero, ad esempio. Pensare rapidamente (perché si vive rapidamente) è sempre una dote?
Il tempo dell’uomo non è quello della Terra, che non è quello del cosmo. Ma se il tempo non esiste se non come moto, come rivela la fisica, alla fine forse è solo una questione di nostra percezione e interpretazione. Pensiamo che il moto delle stelle nel cielo sia molto lento e non capiamo che il nostro sulla Terra è troppo veloce. Per nostra comodità, in buona sostanza.
Ma siamo veramente “comodi”, così?
Ci devo provare, almeno per qualche momento, ad andare a tempo con le stelle nel cielo. Potrebbe essermi utile.
Buonanotte.
La parola Tempo non è venuta dal cielo, ma dalla bocca di un uomo.
[Foto di Di Roberto Mura, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]Il quotidiano momento serale nel quale accompagno in giardino il segretario personale (a forma di cane) Loki per l’ultima pipì di giornata è ormai diventato un piccolo, prezioso spazio di sospensione e di riflessione su quanto accaduto nel giorno che sta finendo e su ciò che accadrà l’indomani, ancor più perché – se la meteo è favorevole – ne usufruisco sotto il cielo limpidamente stellato che l’abitare in montagna mi consente di osservare. Ma anche quando sia “diversamente bella”, la meteo, non manco di cogliere i dettagli del momento e le sue peculiarità – ce ne sono sempre da rilevare, anche quando ad esempio la nebbia sia così fitta da far scomparire ogni cosa, nascondendo la realtà ma così lasciando spazio alla fantasia.
È un momento che può durare una manciata di secondi oppure qualche minuto – dipende dalle esigenze urologiche del segretario, ovviamente – ma che quasi sempre è sufficiente affinché, nel silenzio della notte, sotto la meraviglia del cielo stellato o nel brivido termico di queste sere nonché nella placidità che tale dimensione regala, rara se non assente in altri momenti della giornata, sorgono pensieri limpidi, sinceri, originali, che a volte sanno compendiare il senso dell’intera giornata appena trascorsa e altre volte marcano principi o presupposti utili per quella che verrà. Pensieri che di frequente ho l’impressione che non nascano solo dalla mente ma che in verità germinino e fioriscano più nell’animo, con la mente che semmai ha il compito di dare loro forma intelligibile, elaborarne il contenuto e appuntarselo da qualche parte nella memoria, se ritenuto interessante. Tuttavia, anche se non lo fosse, è comunque la manifestazione di un prezioso momento di “ri-messa a fuoco” personale, un respiro profondo dell’animo e dello spirito che alleggerisce la mente prima del sonno così da consentirle di riposare meglio (o almeno tentare di farlo), una manciata di attimi di calma che forse sì, è solo apparente ma almeno mi dona l’apparenza di potermi riconciliare con la personale quotidianità – magari dopo averci litigato nel corso della giornata in conclusione, cosa per variegati motivi non infrequente.
Per tali motivi i pensieri di questi momenti tardo serali – in certi casi già notturni – li trovo così interessanti e peculiari. Me li appunteròd’ora in poi, identificandoli con la data nella cui sera mi si sono palesati.
Ad esempio, ieri sera – 05.02.2025 – il cielo era piuttosto limpido nonostante l’assenza di vento. Esattamente sopra la nostra testa, l’Orsa Maggiore mi sembrava particolarmente grande, luminosa, dominante.
Mi ha fatto ricordare che osservarla lassù nel cielo rappresenta un viaggio non solo nelle profondità dello spazio e del tempo cosmici (le stelle più vicine della costellazione sono a circa 80 milioni di anni luce) ma pure indietro lungo la storia dell’umanità, per come il mito a cui il nome fa riferimento è tra i più antichi in assoluto, forse risalente a più di 30.000 anni fa, quando in alcune parti dell’emisfero settentrionale (dal latino septem–triones, «sette buoi» ovvero quelli del Grande Carro, l’altro nome con il quale è nota la costellazione) pare fosse diffuso un culto dell’orso.
E ho pensato che il viaggio è “moto” come il tempo, ma che anche stando fermi si può viaggiare grazie al moto del pensiero. Il quale è forse il viaggio fondamentale senza il quale non ce n’è nessun altro. Già.
[Il cielo di nord est come più o meno lo vedo da casa, in questo periodo.]In queste sere di meteo ciclonico e di cieli finalmente limpidi – per me che abito in montagna – dopo le continue piogge di ottobre, l’uscita serale in giardino per l’ultima pipì del segretario personale (a forma di cane) Loki diventa anche una sorta di piccolo rito di saluto alla volta stellata e, in modo particolare, alla costellazione per eccellenza dell’inverno: Orione, il gigante che combatte contro il Toro, «la più potente delle costellazioni» secondo l’astrologo romano Marco Manilio.
All’ora in cui esco la vedo sorgere a nordest, maestosa, grandissima, brillantissima, con la spada appesa alla cintura (forse l’allineamento stellare, questo, più famoso e celebrato del cielo) che pare conficcata nel crinale montuoso che da quella parte chiude il mio orizzonte visivo e mi genera la fantasia che il ciclopico gigante stellare si sforzi, aumentando ancor più la sua luminosità (in verità perché rimanendo fuori al buio l’occhio acuisce la sensibilità visiva), di estrarre la lama per continuare la propria ascesa nel cielo, mentre con il suo scudo cerchi di ripararsi dalla luminosità del pianeta Giove, che in questi giorni brilla sopra di lui, e dall’altra parte dall’ammasso delle Pleiadi, uno dei più spettacolari del cielo.
[La regione celeste attorno a Orione nella Uranographia di Johann Elert Bode, del 1801.]È un rito domestico banale – e funzionale ai bisogni di Loki, certamente – ma altamente suggestivo, che mi ricorda quanto sia non solo bello ma per molti versi necessario, per noi piccoli terrestri mortali, perdere lo sguardo e incantarsi il più spesso possibile nell’osservazione del cielo stellato e della sua infinità, così meravigliosa e inconcepibile da non poter essere nemmeno lontanamente compresa e per questo visione insuperabile di una vastità che si riverbera nella nostra mente e nell’animo aprendoli come non mai, facendoci per un attimo dimenticare di essere creature confinate quaggiù, su un piccolo pianeta tra miliardi di altri persi nel cosmo, e sognare di viaggiare in quell’infinito stellare apparentemente vuoto ma in realtà talmente pieno di bellezza da sembrare assolutamente denso di tutto.
[Immagine tratta da accademiadellestelle.org.]Peccato che tante persone non coltivino più l’abitudine di osservare il cielo stellato e la sua bellezza, ancor più perché spesso impedite nel farlo dall’inquinamento luminoso delle nostre città (leggete “Cieli neri” della bravissima Irene Borgna, al riguardo) e da quello dell’aria che vela il cielo e offusca, quando non spegne, la luce di gran parte delle stelle (al riguardo date un occhio alla “Scala del cielo buio di Bortle”). Sono convinto da sempre che se si praticasse diffusamente l’osservazione del cielo, tutti quanti “praticheremmo” molto meglio anche la nostra vita quotidiana quaggiù sulla Terra. Il che potrebbe sembrare un paradosso, ma solo a chi, appunto, non sia più in grado di rendersi conto quanto sia bello perdersi tra le stelle. Anche in questo caso, d’altronde, è un perdersi necessario per poi ritrovarsi, e il cielo stellato permette di farlo senza nemmeno muoversi da casa – inquinamenti permettendo, ribadisco.
[Il cielo stellato sopra le Alpi del Salzkammergut, vicino Salisburgo in Austria. Foto di Felix Wegerer su Unsplash.]Per cui, se potete, provateci: qualche minuto in meno sullo schermo dello smartphone, prima di dormire, per qualche minuto in più in giardino o sul terrazzo di casa col naso all’insù. Sembra una stupidaggine, una banalità, ma sono certo che vi sentirete molto meglio, e più sensibili alla bellezza che ci circonda – quella veramente che può salvare il mondo come nessun altra cosa – e che spesso non sappiamo più cogliere.