[Sul Monte Baldo, Veneto. Immagine tratta da 360gardalife.com.]Concordo abbastanza con chi sostiene che, in tema di turismo, non sia corretto colpevolizzare il turismo stesso in quanto tale, e di conseguenza i turisti, in maniera maggiore di altri elementi che compongono la realtà contemporanea al riguardo. Soprattutto i secondi, più che essere causa di certe fenomenologie parecchio degradanti i territori che visitano – l’iperturismo, ad esempio – ne sono vittime, seppur senza esserne generalmente consapevoli come invece lo sono innanzi tutto, e inevitabilmente, i residenti dei territori.
Tuttavia una grossa colpa che poteva essere evitata, il turismo di oggi – figlio di quello formatosi nel secondo Novecento, dal boom economico (dei paesi occidentali) in poi – ce l’ha: l’aver scelto di mettere da parte la matrice culturale propria del viaggio – anche quando affrontato per ragioni in primis ludico-ricreative, come normalmente accade – per alimentarsi soltanto di ingredienti economici, commerciali, finanziari in un modello viepiù consumistico per il quale la meta del viaggio, il luogo, il territorio, la sua anima, non contano più nulla ma conta solo il pacchetto turistico, la fruizione dei servizi in esso compresi, l’“esperienza” ma solo se di svago, l’«effetto wow!», per usare un’espressione corrente.
[In Val di Rezzalo, Lombardia. Immagine tratta da www.sondaloturismo.it.]Il turista che in buona fede acquista questo genere (dominante) di pacchetto turistico, volesse pure vivere un’esperienza di tipo culturale in concreto non riuscirebbe a farlo. Alla fine si dovrebbe – si deve gioco forza assoggettare a tali modelli turistici, dai quali la componente prettamente culturale – nel senso vero del termine: ad esempio, la visita di un’ora al Colosseo con selfie-ricordo con il tizio vestito da gladiatore non è cultura, e tanto meno lo è la salita alla vetta alpina in funivia con pranzo “tipico” e souvenir “made in China” – è stata strategicamente eliminata perché non funzionale agli scopi del pacchetto. Come se la fruizione culturale autentica non potesse essere ricreativa! – d’altro canto ciò la dice lunga sullo stato della cultura diffusa, purtroppo.
[Intorno al Gran Sasso, Abruzzo. Immagine tratta da www.jonas.it.]Ma, al solito, non c’è da fare di tutta l’erba un fascio, perché mentre certo turismo massificato si manifesta in modi sempre più impattanti e ignoranti (consci o meno che siano, ribadisco), di contro leggo che sono in costante aumento i cammini e i camminatori ovvero chi sceglie di trascorrere una vacanza in questo modo, al punto che l’economia che parallelamente sta crescendo intorno presenta numeri sempre più ingenti, con un impatto economico complessivo di oltre 8 miliardi di Euro. Che è tantissimo, se si considera che l’intera industria dello sci in Italia genera un giro d’affari complessivo di oltre 23,7 miliardi di Euro (dati 2023/2024): in pratica i camminatori, da soli, “rendono” già oggi più di un terzo dello sci su pista, sono in costante crescita e non scontano i problemi (se non marginalmente) della crisi climatica. Inoltre, e torno al punto centrale di questo articolo, il viaggio a piedi è compiutamente culturale: perché il cammino è cultura e parimenti lo è il paesaggio, e l’incontro dei due elementi genera altra cultura nella relazione dei camminatori con i territori, le comunità che li abitano e le presenze storiche, architettoniche, artistiche e culturali (appunto) che ne manifestano l’identità.
[Nelle Dolomiti, Trentino. Immagine tratta da www.visittrentino.info.]Dunque, il turismo si sta ormai bipartendo in due ambiti sempre più diversi e lontani: da una parte il turismo massificato che punta tutto sulla quantità di fruizione dei luoghi, dall’altra il turismo dolce (meglio che definirlo sostenibile) che ricerca la qualità dell’interazione con i luoghi. Sono due strade parecchio differenti che portano verso mete altrettanto diverse: sta ai territori e alle comunità scegliere consapevolmente quale seguire.
Il Lago di Garda, una delle zone in assoluto più belle d’Italia.
Di certo un paradiso per i turisti, ma pure un inferno per i residenti?
È ancora una domanda, per il momento. Dettata dalle cronache degli ultimi tempi che registrano casi sempre più frequenti di overtourism e relative conseguenze, di scarsa o nulla gestione politica dei flussi turistici, di assenza d’una visione territoriale al riguardo, di crescente degrado dei luoghi ma di contro di nuove proposte di turistificazione del territorio gardesano.
Come detto, per ora è una domanda quella sopra proposta. È bene che non diventi una risposta, senza più il punto interrogativo, su cosa sia diventato il Lago di Garda. E il rischio che lo diventi, a quanto pare, c’è.
Dunque tutti dovremmo avere consapevolezza piena di ciò e agire per annullare tale rischio, per quanto possibile. Sabato 7 giugno prossimo c’è un’ottima possibilità per cominciare a farlo:
Per qualsiasi informazione al riguardo, potete visitare il sito web www.camminataperilgarda.it, mentre qui trovate il “manifesto” della giornata.
[Vedute da sud (sopra) e da nord della zona di Garda e di Costermano, nella quale si svolgerà la camminata.]P.S.: detto tra noi, quanti politici locali e amministratori gardesani interverranno alla Camminata? Io spero molti, e non solo per presenziare e dire belle parole e poi fare tutt’altro. La speranza è sempre l’ultima a morire, no? Be’, facciamo in modo che il Garda non muoia prima!
Domenica scorsa a Oltre il Colle, sulle Prealpi Bergamasche, ho avuto la fortuna e il privilegio di partecipare a una cosa non solo importante ma pure bella: dialogare con la comunità locale su temi che concernono la realtà del luogo e, in generale, di tutte le comunità di montagna. È stato possibile grazie al libro Turismo Insostenibile di Alex Giuzio – completa e approfondita disamina sul tema e su come le sue fenomenologie impattano sui luoghi che ne sono oggetto e diventano particolarmente importanti proprio nei delicati territori montani – con il quale ho dialogato insieme a Consuelo Bonaldi del CAI Valserina, e grazie alla bellezza e alle potenzialità del territorio di Oltre il Colle, assolutamente rappresentativo della realtà prealpina lombarda e meritevole di un futuro di reale sostenibilità complessiva, in senso turistico, socio-economico, ambientale, culturale.
Ringrazio di cuore la Biblioteca di Oltre il Colle – altra realtà esemplare e ammirevole per quanto sta facendo a favore del proprio territorio – che mi ha coinvolto, e innanzi tutto Chiara Zanchi e Michela Carrara, nonché Alex Giuzio e Consuelo Bonaldi con i quali è stato bello e interessante dialogare, e naturalmente il numeroso pubblico presente. Mi auguro che questa prima serata di dialogo possa essere foriera di ulteriori e numerose occasioni di interlocuzioni e confronti con la comunità locale riguardo le tematiche sulle quali si costruirà il futuro prossimo del luogo, delle sue montagne e di chiunque le vive e frequenta.
[La spiaggia Caló des Moro, a Maiorca: un tempo era poco conosciuta, poi sono arrivati gli “influencer” e ora soffre di sovraffollamento. Immagine tratta da “Il Post“.]Di frequente, in tema di overtourism e overcrowding – l’iperturismo e il sovraffollamento periodico – oltre ai presunti disincentivi come tasse di soggiorno, prenotazioni obbligatorie, ticket d’ingresso eccetera (scrivo “presunti” perché, nel modo in cui vengono applicati, sono a mio parere utili soprattutto a far cassa e a poco altro) si invocano spesso la destagionalizzazione dei flussi turistici e la loro delocalizzazione, il che in pratica significa mandare i turisti in luoghi suggestivi ma ancora poco frequentati per alleggerire il carico in quelli più rinomati e troppo frequentati.
Nel principio sembrerebbero due azioni valide da attuare; le si invoca spesso anche per i territori montani, nei quali iperturismo e sovraffollamento possono generare disagi e danni più che altrove.
Bene: in Spagna, paese che prima di altri ha cominciato a riflettere sugli eccessi del turismo di massa, non di rado protestandovi contro, hanno messo in pratica le due azioni suddette attraverso un sistema assai in voga oggi: chiedendo a influencers e content creators del web di postare immagini di luoghi poco frequentati, così da invogliare chi non li conosca ad andare lì al posto che nelle solite mete iperturistiche – si veda qui al riguardo e l’immagine lì sopra. Un sistema al quale ad esempio hanno pensato anche in Svizzera, paese che proprio dai suoi paesaggi montani elabora la massima attrattiva turistica.
Risultato: ora pure in quei luoghi poco frequentati ci sono troppi turisti, con problemi anche più gravi di quelli che devono affrontare i luoghi più rinomati i quali, per ciò, sono comunque più attrezzati a gestire grandi masse turistiche mentre i primi, per il motivo opposto, non lo sono affatto.
Era ed è inevitabile che ciò accadesse: come sostengo da tempo, in mancanza di una vera e ben elaborata gestione dei flussi turistici contestuale ai territori che ne sono oggetto, l’unico effetto che la destagionalizzazione e la delocalizzazione ottengono è la riproposizione e la diffusione dello stesso modello iperturistico nel tempo e nello spazio, dunque degli stessi disagi e danni per i territori e le comunità residenti su una più vasta scala spaziale e temporale.
Dalla padella alla brace se non direttamente tra le fiamme, in pratica!
D’altro canto, temo (a pensare male si fa peccato ma si indovina!) che questa spalmatura dei flussi turistici sia proprio quello a cui molti amministratori locali puntano, al fine di aumentare il business turistico senza metterne in discussione i modelli e le evidenti numerose storture che li caratterizzano, a totale discapito dei territori e di chi li abita. Dopo che per anni hanno agognato e poi alimentato i massimi numeri di presenze turistiche, tanti amministratori, albergatori e ristoratori, responsabili del turismo e associazioni di categoria oggi se ne lamentano e invocano soluzioni come quelle citate ma, sotto sotto, non vogliono affatto rinunciare al business e pensano solo a accrescerne la portata trascurandone completamente le conseguenze sui luoghi e sulle comunità Le quali anzi «non hanno nulla di che lamentarsi», visto che più ci sono turisti più possono fare affari – come non di rado mi capita di sentire.
Ecco: sono queste le sensazioni assai vivide che mi sorgono al riguardo.
Per tali motivi, quando leggo o sento dichiarazioni sulla necessità di destagionalizzare e delocalizzare i flussi turistici ma non colgo analoghe volontà di attivare una gestione progettualmente strutturata, storco il naso e penso male. Ad esempio: quante di quelle località, e dei rispettivi responsabili (pubblici e privati) del turismo, dai quali giungono le suddette invocazioni “contro” la massificazione turistica, hanno pensato di elaborare per i propri territori le relative capacità di carico – una delle prime cose che ci sarebbe da fare, in una meta turistica – e di applicarne concretamente le risultanze nella gestione concreta dei flussi?
Credo che per la risposta, e per contare tali località, le dita di una sola mano siano fin troppe.
Dunque, di che stiamo realmente parlando quando ci riempiano la bocca con quei termini, destagionalizzare, delocalizzare così come con valorizzare, sviluppare…? Del nulla, temo. Sono tante belle parole il cui possibile buon senso viene troppo spesso gettato alle ortiche per interpretarle in modi del tutto distorti e funzionali a fare affari sulle spalle dei nostri territori, della loro bellezza, e della qualità di vita di chi li abita.
Ma anche qui, come in altre circostanze, a tirar troppo la corda il rischio pressoché inevitabile è che prima o poi si spezzi. E poi hai voglia a riportarla integra – sempre che si possa farlo!
Questa sera alle ore 21 sarò a Oltre il Colle, sulle Prealpi bergamasche, per partecipare alla presentazione del libro di Alex Giuzio “Turismo insostenibile. Per una nuova ecologia degli spazi del tempo libero” (Altreconomia, 2025): con Giuzio, e con Consuelo Bonaldi, del CAI Valserina, dialogheremo e rifletteremo sulle fenomenologie che caratterizzano il turismo contemporaneo, sulle conseguenze della loro mancata gestione e di quali soluzioni concrete e approcci alternativi poter attuare per promuovere un turismo più equilibrato e rispettoso dei luoghi montani oltre che più consono e vantaggioso per le comunità residenti.
Sarà senza alcun dubbio un incontro molto interessante e, credo, illuminante per chiunque ci sarà: residenti, villeggianti, amministratori, frequentatori delle montagne. Dunque, se potete e volete, non mancate!