God save the Queen’s bookshops! Come la Gran Bretagna cerca di sostenere le librerie indipendenti (dopo averle quasi ammazzate!)

Books-Are-My-Bag-at-Orion-2A qualche settimana dalla “vittoria sul campo” sulla legge Levivittoria di una battaglia che, pleonastico rimarcarlo, non significa affatto trionfo nella guerra dell’editoria nazionale – torno a dissertare un poco sul tema, nel mentre che la situazione pare assestata su una calma apparente la quale mi auguro non tolga nulla all’energia e alla tensione necessarie alla filiera editoriale indipendente per contrattaccare, quanto prima, e per finalmente uscire dalle posizioni di subordine finora mantenute e rivendicare con forza la propria identità in faccia ad un mercato che i poteri forti dell’editoria di sicuro quanto prima tenteranno nuovamente di mangiarsi.
Vi disserto sopra, a tali questioni, utilizzando la vecchia, banale ma sovente fruttuosa pratica dello sbirciare altrove che succede, e in particolare verso un paese la cui realtà della distribuzione e della vendita di libri è stata ed è tuttora alquanto emblematica, soprattutto per noi in Italia: la Gran Bretagna. A differenza di altri paesi europei ove esistono leggi che fissano lo sconto massimo applicabile al prezzo di vendita dei libri – Francia, Spagna ad esempio, per non citare poi la Germania ove lo sconto non esiste nemmeno – e nei quali le librerie indipendenti si difendono piuttosto bene dall’avanzata dei grossi gruppi editoriali e dei colossi della vendita on line, ovvero rispetto alla situazione italiana e alla nostra scassatissima legge Levi, che pur non essendo nulla di eccezionale risulta comunque sgradita ai grandi editori, come abbiano visto un mesetto fa, nella Terra di Sua Maestà non esistono leggi di regolamentazione del prezzo dei libri e la scontistica è libera. Ciò ha provocato in pochi anni un vero e proprio massacro delle librerie indipendenti e una correlata fagocitazione del mercato da parte dei principali e più grandi gruppi editoriali, i quali ovviamente hanno fatto cartello, hanno aumentato i prezzi imponendoli ai punti vendita controllati e così hanno generato un doppio danno per i lettori – nonché per il mercato, per il panorama culturale nazionale (dato che insieme a molte librerie sono morti anche parecchi editori indipendenti) e per sé stessi. E’ successo qualcosa, insomma, che potremmo veder accadere anche in Italia, in caso di abolizione della legge Levi o di qualsivoglia altra regolamentazione del mercato editoriale.
Fatto sta che, in Gran Bretagna, la situazione s’è rapidamente aggravata al punto da non poter più essere ignorata, dal pubblico dei lettori in primis ma anche da elementi istituzionali del panorama editoriale e politico, e da qualche tempo sono nate iniziative di salvaguardia della filiera editoriale indipendente piuttosto interessanti e a loro volta significative.
Innanzi tutto, è rimarcabile la presa di posizione a difesa delle librerie indipendenti di uno dei più grandi editori angloamericani, Penguin Random House. Hannah Telfer, responsabile del settore Consumer e Digital Development dell’azienda, ha dichiarato che “la raccomandazione umana rimarrà sempre fondamentale nella ricerca dei libri”, esprimendo una scelta di campo praticamente opposta al “modello Amazon” basato su Big Data e smart algorithms. Scelta dalla quale è poi nata una delle suddette iniziative di salvaguardia dell’editoria indipendente: “My independent bookshop”, una piattaforma innovativa con la quale si mettono in correlazione e dialogo e-commerce, passioni dei lettori e salvaguardia delle librerie indipendenti. I membri di “My independent bookshop”– semplici appassionati, blogger, bibliotecari, esperti di letteratura eccetera – allestiscono negozi virtuali dove possono mettere in mostra fino a 12 libri, raccomandandoli e condividendoli con le rispettive community attraverso Facebook, Twitter, Google+ e gli altri social. Quando un lettore acquista un libro, entra in gioco la piattaforma e-commerce “Hive”, connessa con centinaia di librerie indipendenti sparse nel Regno Unito, che si occupa non solo della transazione ma anche di stornare una percentuale del ricavo a favore della libreria preferita dall’acquirente.
Altra iniziativa interessante nata all’ombra del Big Ben è “Books are my bag” una campagna a difesa delle librerie indipendenti o, ancor più, di presa di coscienza dell’importanza di esse e della loro presenza urbana. Partendo da tale presupposto e da dati statistici incontrovertibili tanto quanto ignorati dai grandi editori – ad esempio, il 68% dei lettori preferisce scoprire nuove letture nei bookshop (Fonte: Censuswide, giugno 2013), o la stima che le librerie siano responsabili della scoperta del 21% dei titoli venduti per un valore generato attorno ai 450 milioni di sterline (Fonte: Bowker, marzo 2013), oppure ancora il dato indicante che dopo la chiusura di molte librerie indipendenti una vendita editoriale su 10 non è migrata verso altre librerie o nel canale on line, il che, in soldoni, significa che un certo numero di lettori si è sostanzialmente perso – “Books are my bag” ha coinvolto i vari elementi della filiera editoriale in un lungo e costante calendario di eventi: una grande festa “nazionale” di lancio dell’iniziativa, che si ripete annualmente in autunno, la distribuzione di una shopper estremamente modaiola (anche in una versione artistica, firmata da Tracey Emin), un concorso e un fitto calendario di incontri, attività, presentazioni e attività social per risvegliare il senso di appartenenza dei lettori alle loro comunità di quartiere (che in metropoli come Londra non è affatto cosa da poco). I risultati di tutto ciò non hanno tardato ad arrivare: nella sola prima settimana di lancio dell’iniziativa, secondo quanto dichiarato dalla Bookseller Association, le librerie coinvolte hanno guadagnato il 18% sulle vendite rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’idea adesso, dopo una valutazione dei risultati complessivi della campagna in questi primi due anni di azione, è quella di ampliarla e renderla costante durante tutto l’anno, piuttosto che concentrata in un periodo limitato.
Insomma: in Gran Bretagna sono dovuti arrivare in vista dell’orlo del precipizio per invertire la marcia e tornare su terreni più agevoli e tranquilli. Da noi, lo sapete bene, ci sono anche ora in corso alcune iniziative che, almeno nello spirito, vorrebbero conseguire risultati simili ai pari progetti britannici, e c’è da augurarsi vivamente che tali buoni risultati arrivino. Ciò che manca, a mio parere – e spero ancora per poco – è una strategia programmatica messa in atto dall’editoria indipendente per non dover più subire le mosse della grande editoria ma per contrastarle e reagire – propositivamente – con indipendenza di mezzi, di azioni, di intenti e di scopi. Per non dover più rincorrere un mercato trainato e soggiogato dai grossi gruppi editoriali, in pratica, ma per riavere tra le mani le redini che le spettano. E, magari, pure per guadagnarne qualcun’altra.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

E’ giunta l’ora che anche le formiche-libraie nel loro piccolo s’incazzino, finalmente!

anantday_01Torno sulla questione “editoria indipendente (con annessi e connessi) sotto attacco”, dato che, come denotavo in chiusura del mio precedente articolo sul merito, la situazione è in progress e in costante evoluzione, e infatti la settimana si è rivelata parecchio agitata – fortunatamente, aggiungerei… o forse no. Insomma, vediamo alcuni degli eventi accaduti ragionandoci sopra un attimo.
Anzi, prima permettetemi di ribadire la mia ferma convinzione sulla questione: i grossi gruppi editorial-industriali, con la propria struttura di potere in fase di evidente e strategica concentrazione, hanno deciso di fare il più possibile piazza pulita della filiera editoriale indipendente, con lo scopo di assicurarsi e accaparrarsi – in tali periodi di magra commerciale sempre più accentuata – le quote di vendita dell’editoria indipendente. La stanno soffocando, per avere un poco di ossigeno in più per sé stessi, credendo così di salvaguardarsi dal periodo negativo in corso. Punto. Da tale convinzione nessuno al momento può smuovermi, e farò di tutto per convincere pure chi non vi crede che potrei veramente aver ragione. Drammaticamente aver ragione.
Posto ciò, in settimana si è acuita la protesta verso la probabile revisione della legge Levi in tema di scontistica applicata sul prezzo di vendita dei libri: su change.org gira una petizione al proposito, intitolata Non stravolgete la Legge Levi, uccidereste le librerie indipendenti. Non credo sia la prima, non l’unica e non sarà nemmeno l’ultima, purtroppo – e dico “purtroppo” perché temo non sia che l’ennesima iniziativa isolata di un battaglione che continua a muoversi per piccole guarnigioni, senza ufficiali di collegamento. E la scarsità di adesioni raccolte al momento in cui sto scrivendo il presente testo è piuttosto disarmante.
Di contro, nel silenzio assordante delle istituzioni (che parlano, sì, ma verso altre orecchie – modifiche alla Legge Levi docet!), c’è qualcuno in esse che quanto meno comincia a cogliere il dissenso della filiera editoriale indipendente: ad esempio l’onorevole Giovanni Paglia, che sugli organi del suo gruppo parlamentare afferma che “abolire il prezzo imposto e il tetto massimo di sconto equivale sostanzialmente a favorire i grandi gruppi editoriali e le grandi catene librarie nonché Amazon. Richiedere quindi che il tema sia stralciato dalla bozza in circolazione e trattato separatamente a seguito di un confronto con gli esercenti mi pare una semplice richiesta di buon senso e noi la sosterremo.” Ora: di affermazioni apparentemente virtuose i politici italiani ne fanno a vagonate ogni giorno; che ad esse seguano poi fatti concreti è cosa che, sapete bene, risulta troppo spesso evanescente. Tuttavia prendiamo come utile e potenzialmente buona l’iniziativa dell’esponente della Camera, quanto meno come strumento d’opinione a supporto delle iniziative messe in campo contro la revisione della Legge Levi.
Peraltro, nelle sue affermazioni, l’on. Paglia ricorda l’appello che i librai indipendenti della provincia di Ravenna hanno formulato e rivolto ai propri parlamentari eletti nel territorio – tra cui c’è appunto lo stesso Paglia – i quali librai rimarcano che “abrogare la Legge Levi e liberalizzare il settore dell’editoria senza prima ascoltare le esigenze della Categoria interessata, quella dei piccoli librai indipendenti, non è accettabile.” Ottima iniziativa, quella dei ravennati, controfirmata da 16 librerie. Sedici: per questo, un’altra azione del tutto isolata, certamente virtuosa e utile a livello locale ma in senso assoluto priva di forza e di efficacia, inevitabilmente, se non supportata a sua volta da altre iniziative simili, sparse altrove e possibilmente un po’ ovunque sul territorio nazionale.
Infine (ultimo ma non ultimo, tuttavia!), mi pare interessante segnalare l’ultimo intervento “pubblico” di Romano Montroni, attuale presidente del Centro per il Libro e la Lettura, lo scorso 11 febbraio alla trasmissione di Radio 3 Fahrenheit, condotta da Loredana Lipperini. In esso Montroni (che è di scuola feltrinelliana, non bisogna dimenticarlo, dunque di formazione potenzialmente avversa alla causa della filiera editoriale indipendente) ha spero parole di sostegno inopinatamente accorate a favore della salvaguardia dell’editoria indipendente – forse perché negli ultimi tempi si è reso conto dei danni fatti durante la sua precedente carriera professionale, come mi ha fatto sarcasticamente notare un amico librario.

Ok, vediamo ora di tirare un poco le somme circa quanto sopra esposto, per vedere di trarne qualche indicazione utile.
Battaglia sulla Legge Levi: sacrosanta a dir poco, ma permettetemi due osservazioni. Uno: si faccia di tutto per bloccare lo scempio previsto dall’imminente “DdL Concorrenza”, ovviamente; ma perché la filiera editoriale indipendente deve sempre agire a difesa di propri diritti? Perché deve sempre rincorrere e mai farsi (in)seguire, mai ad agire all’attacco? Drammatica mancanza di forza politica e commerciale, la risposta vien da sé. Due: la battaglia contro la modifica della Legge Levi è sacrosanta, lo ripeto, ma non dimentichiamoci che si sta difendendo una legge che è la meno peggio si sia riusciti a ottenere, e delle cui norme quasi sempre la grande editoria s’è fatta un baffo, aggirandole impudicamente e impunemente. Si vincerà la battaglia, è augurabile, ma per vincere la guerra ce ne corre ancora un sacco.
Questione distribuzione: nuovamente mi ripeto e rimarco come i nuovi assetti sulla distribuzione editoriale italiana credo servano anche (se non soprattutto) a soffocare la filiera indipendente. Come afferma Manolo Morlacchi di Booklet – un’esperienza di distribuzione editoriale “diversa” sulla quale probabilmente tornerò, a breve – in un articolo uscito su Tropico del Libro, “L’editoria, come ogni altro ambito, ha una sua filiera. Tra le sue tante contraddizioni (alcune specifiche del settore) vi è quello della concentrazione dei capitali in funzione delle esigenze dei monopoli del mercato. Ciò avviene, a velocità accelerata, in periodi di crisi come quello che stiamo attraversando. Al movimento di questo schiacciasassi non sfugge nessuno.” E’ in corso la creazione di un monopolio, insomma, o alla meglio di un oligopolio lobbistico e autoritario. Cosa fare dunque, per evitare di finire ancor prima di rendersene conto sotto il citato schiacciasassi? Beh, una cosa sola c’è da fare: unirsi per generare forza. E incazzarsi, finalmente e possentemente. E’ giunta l’ora che la filiera editoriale indipendente (ri)trovi la sua identità, la sua unicità, la consapevolezza che nell’essenza non sarà mai uguale alla grande editoria, ma che maneggiando la stessa sostanza deve – e ribadisco, deve – poter godere di uguali diritti rispetto ai suddetti grandi gruppi editoriali. “Libero mercato” significa compartecipazione a uguali diritti e simili possibilità di sviluppo. Poi è ovvio, i numeri saranno sempre diversi, ma ciò non significa che i diritti debbano essere proporzionalmente più o meno riconosciuti.
Ci vuole unità, ci vuole collaborazione tra i vari soggetti della filiera editoriale indipendente – tra tutti i soggetti, a partire dall’editore fino al lettore dei prodotti dell’editoria indipendente possibilmente acquistati presso librerie altrettanto indipendenti, e coinvolgendo pure altri soggetti affini quali piccole biblioteche, enti culturali che lavorano con i libri e la lettura. Una rete, fittamente intrecciata e diffusa, nella quale anche il singolo, sommato a tutti gli altri singoli, diventi un’entità importante e imponente, uno che, quando apre bocca, finalmente si possa distintamente sentire e possa rivaleggiare con le più supponenti voci della grande editoria, e non scomparire nel rumore di fondo come mille flebilissimi bisbigli. Pur innumerevoli formiche che assalgono un elefante ma ciascuna a suo modo, non faranno che provocargli un minimo solletico, al massimo; tante formiche coalizzate che portano attacchi possenti, precisi e mirati, faranno vacillare pure il più grosso bestione!
In fondo, la grande editoria è un gigante dai piedi d’argilla, non scordiamolo – e proprio le mutazioni d’assetto nel sistema editoriale nazionale provano ciò. Se essa oggi vale “100”, e ci sono tanti “1” indipendenti che la combattono con mere iniziative lodevoli tanto quanto singole e isolate, l’unica strategia efficace da seguire è quella di sommare tutti gli “1” per ricavarne un numero ben più elevato. E state certi che se l’editoria indipendente in tal modo riuscisse anche solo ad arrivare a “60” o “70”, i grandi editori comincerebbero a sentirsi molto meno baldanzosi, molto meno impudenti e ben più insicuri!
Al solito, non mancherò di seguire gli ulteriori sviluppi sui temi qui trattati, auspicando che nel frattempo le formiche-piccoli editori-librai indipendenti finalmente si decidano a incazzarsi, a unirsi, ad agire compatti  e a non lasciarsi soffocare senza alcuna buona ed efficace reazione.

P.S.: articolo pubblicato anche su Cultora, qui.

Bendati in un campo minato: gli editori e i librai indipendenti e i nuovi assetti della distribuzione editoriale in Italia

img_0822Lavorare nel settore dell’editoria indipendente oggi, in Italia, sia in qualità di editore che di libraio, è sempre più simile all’attraversare un campo minato con gli occhi bendati e con intorno numerosi cecchini pronti a sparare. Oltre alle problematiche legate alla probabile revisione della legge Levi sul prezzo di vendita dei libri, e sulla scontistica applicabile, vi sono altre questioni che sembrano strategicamente studiate per togliere la terra da sotto i piedi dell’editoria e della vendita libraria indipendenti, e per lasciare sempre più campo libero al dominio dei grossi gruppi editoriali/industriali. Il tutto, sia chiaro, senza che la cosa fondamentale della questione stessa, ovvero la qualità della diffusione editoriale e letteraria, sia tenuta in gran conto, quasi fosse una conseguenza secondaria rispetto alle mere mire finanziarie dei soggetti che stanno portando avanti il tutto.
In particolare, voglio ora fare riferimento ai recenti movimenti di fusione tra alcuni dei più importanti distributori editoriali italiani: Messaggerie/Fastbook e Feltrinelli/PDE, che lo scorso anno hanno creato una nuova joint venture che vale circa il 60% della distribuzione nazionale, con il bene placito dell’AGCM (l’autorità antitrust, per intenderci) giunto sul finire dell’anno e il parere favorevole dei grandi editori. La cosa troverebbe giustificazione nell’attuale situazione di crisi del settore, per via della quale le due società ora unite “ritengono che l’unico modo per continuare a garantire una distribuzione del canale tradizionale delle librerie in modo economicamente sostenibile sia il raggiungimento di economie di scala e sinergie conseguibili soltanto attraverso la realizzazione dell’operazione notificata. I risparmi derivanti dall’aggregazione potranno tradursi in prezzi maggiormente competitivi e più elevati livelli di efficienza del servizio offerto, senza dubbio auspicabili nel momento storico di forte contrazione che vive il mercato della distribuzione dei prodotti editoriali attraverso il canale tradizionale delle librerie.
Tutto bene, dunque? Niente affatto, dal momento che tale operazione, unita ad altri eventi nel frattempo avvenuti, ad esempio la chiusura (per fallimento, ovviamente) di alcuni distributori indipendenti e/o di magazzini di distribuzione locali, particolarmente utilizzati dai piccoli librai, non fa altro che infilare nuovi e numerosi bastoni tra le ruote del già traballante carro dell’editoria e della vendita libraria indipendenti, che si ritrovano ora in balia di nuove realtà controllate dai grossi gruppi editoriali, dotate a loro volta di proprie librerie di catena, le quali non hanno affatto interesse a togliere risorse alla propria distribuzione per garantire un buon servizio ai piccoli editori e ai librai di quartiere. Al di là poi del fatto che il valore del 60% in termini di distribuzione nazionale del nuovo gruppo è ben oltre la soglia del 40% che, teoricamente, l’AGCM stabilisce come limite oltre il quale si delinea una posizione di dominanza commerciale, quali sono gli altri soggetti che occupano la restante parte del mercato distributivo? Mondadori, RCS e Giunti, ovvero tutti gruppi a loro volta dotati di una propria produzione editoriale, di proprie librerie e che per ciò non curano affatto la distribuzione di terzi, ne a favore dei piccoli editori e ne dei librai indipendenti.
Si sta formando (o si è già formata, sostanzialmente) una sorta di oligarchia editoriale, conformata per salvaguardare e favorire i soggetti industriali di riferimento e lasciare a piedi o quasi tutto il comparto indipendente. Oltre al danno, vi è pure in tutto ciò una ignobile beffa: secondo Messaggerie e Feltrinelli la joint venture non penalizzerà gli editori che non diverranno clienti della nuova compagine societaria (tutti i piccoli, in pratica), i quali potrebbero vendere sul web utilizzando canali propri (improbabile, per via dei costi) oppure di terzi, “primo tra tutti Amazon”. Che è un po’ come mettere in mano al soggetto che già soffoca i piccoli editori e librai pure una pistola carica, pronta a sparare: o l’editoria indipendente si affida al proprio aguzzino Amazon, affidandole il suo destino, oppure s’attacca, visto che, appunto, sperare che il comparto si possa reggere in piedi solo contando sulle vendite web è pura utopia. Con buona pace di tanti blablabla sulla necessità di contrastare il dominio web di Amazon, appunto!
Non è un caso, insomma, che gli unici a levare parole di protesta contro i movimenti che stanno cambiando la realtà editoriale italiana siano i piccoli editori e la relativa filiera indipendente: si ritrovano ostaggi del sistema di controllo del mercato dei grossi gruppi editoriali, senza distributori di riferimento affidabili, costretti ad accettare condizioni di vendita per le quali non possiedono forza di discussione contrattuale e disagi dovuti alla precedenza che i suddetti distributori riservano agli “amici” grandi editori, privati (strategicamente, insisto) dei minimi strumenti commerciali di sopravvivenza. Il tutto senza alternative attualmente presenti nella realtà nazionale ovvero possibilità di affrancamento da questo soffocante sistema.
Si sta cercando di fare piazza pulita dell’editoria e della vendita libraria indipendente, in poche parole, per creare spazio commerciale ai grossi gruppi editoriali e alle loro pubblicazioni sovente assai scadenti. Ma a che pro, tutto ciò? Siamo sicuri che tali mutazioni del mercato porteranno autentici benefici ai lettori? Appunto, i lettori: ma i signori che in base a meri calcoli di convenienza commerciale e finanziaria stanno pilotando il mercato verso questa nuova situazione, hanno pensato ai lettori? Hanno pensato al valore socio-culturale della diffusioni di libri e della lettura tra la gente? La concentrazione di potere nel comparto editoriale sta già andando avanti da qualche tempo, eppure i dati di vendita dei libri in Italia, ovvero di diffusione della lettura tra gli italiani, sono sempre più negativi: verrebbe da ritenere senza troppi dubbi che qualcosa non va, tuttavia si continua nella strategia intrapresa, alla faccia di tutto e di tutti. O il comparto è nelle mani di adepti dell’autolesionismo suicida, oppure di individui ai quali del libro, della lettura e della cultura relativa non interessa un bel nulla.
La situazione al momento è ancora in progress e piuttosto confusa: non mancherò di seguirne gli sviluppi, ma nuovamente ribadisco la necessità ormai assoluta di reazione, da parte del comparto editoriale indipendente. Non credo sia il caso di lasciarsi soffocare, senza fare nulla.

P.S.: articolo pubblicato anche su CULTORA, qui.

Se la legge Levi, le librerie ti bevi!

Sconti-libri-altraversioneAl di là del bislacco gioco di parole del titolo (pardon!), penso che molti di voi già conosceranno – almeno per nome – la cosiddetta Legge Levi, o “Legge sul prezzo dei libri”, controversa normativa che nel 2011 ha cercato di mettere un certo ordine al mercato editoriale italiano (in gran ritardo rispetto ad altri paesi europei, more solito!) e, tra le altre cose, fissato un tetto massimo al valore di sconto applicabile ai prezzi di vendita dei libri, con ciò venendo incontro alle richieste della piccola e media editoria e delle librerie indipendenti ma di contro scatenando vivaci proteste di molti lettori fautori del “meno costa meglio è”, sovente ritenendo che tale strategia commerciale sia indiscutibile ausilio alla vendita di libri e alla diffusione della lettura.
Bene – o male, fate voi: è notizia di solo qualche giorno fa (io la prendo da qui) che una delle norme contenute nella bozza del disegno di legge sulle liberalizzazioni e sulla concorrenza, su cui il governo in carica è al lavoro, predisporrebbe l’abolizione del limite massimo del 15% di sconto applicabile sui libri, appunto sancito dalla suddetta Legge Levi nel 2011. Di conseguenza verrebbero aboliti i commi 3 e 4 dell’articolo 2 della normativa che, rispettivamente, permettevano una deroga alla regola del tetto massimo agli sconti per il mese di dicembre e fissavano uno sconto massimo del 20% in occasione di eventi particolari come manifestazioni o fiere (sempre che tali commi fossero effettivamente rispettai dai soggetti coinvolti, ma questo è un altro discorso).
Un’abolizione, in buona sostanza, che consentirebbe di nuovo ai maggiori gruppi editoriali e alla grande distribuzione (sovente in comunella, lo si sa bene) di fare il bello e il cattivo tempo sui prezzi di vendita dei libri, con modalità consentite dai propri grandi numeri e, di contro, sostanzialmente impossibili per l’editoria indipendente e per quelle librerie di ugual natura (ovvero non di catena, ma quelle oggi ormai si fanno chiamare bookshop, non più banalmente “libreria”!) che devo subire imposizioni di prezzo e condizioni di vendita insostenibili nei confronti della grande distribuzione o della vendita on line. Tutto questo, per di più, aggravato dal fatto che tali angustie commerciali vanno a colpire un’editoria che ancora produce letteratura di qualità, a fronte invece di quanto prodotto, distribuito e imposto dai grossi gruppi editoriali – ma non vado oltre, anche qui, per non imboccare strade speculative infinite che peraltro avrete percorso più volte pure voi.
Insomma, il ritorno di un lobbismo editoriale (!) senza pudore, capace di influenzare la politica (ma non ci vuole molto, suppongo) a tutto vantaggio di un’oligarchia che, per come ha lavorato negli ultimi anni, ha fatto più danni che buone cose per l’editoria, la letteratura e – soprattutto – per la cultura nazionale, a fronte di una situazione di mercato palesemente sbilanciata e deprecabilmente lasciata in condizioni di liberismo assoluto. Peccato che si stia parlando di libri, ovvero oggetti culturali, e di cultura diffusa, appunto, non di detersivi o ciabatte da mare – il che dimostra, una volta ancora, la mancanza di preparazione non solo tecnica ma pure culturale di certa classe politica e dirigente nostrana quando abbia a che fare con cose di una certa delicatezza.
Se effettivamente l’abolizione delle suddette norme – ovvero lo svuotamento sostanziale della Legge Levi, controversa e discutibile quanto si vuole ma almeno primo passo per regolarizzare il settore – andrà in porto è ancora da vedere, tuttavia mi chiedo nuovamente perché, molto semplicemente e banalmente, visto che siamo comunque un paese del pianeta Terra e non di Nettuno o di Alpha Centauri, non si dia un’occhiata ad altre situazioni simili intorno a noi e a legiferazioni in materia che sembrano funzionare bene: la normativa vigente in Germania, ad esempio, che fin dal primo articolo recita così: “La presente legge è volta alla tutela del libro inteso come bene culturale.” Quella italiana inizia invece così: “La presente legge ha per oggetto la disciplina del prezzo dei libri.” Sarò esageratamente caustico, ma temo che già così poche parole dimostrino molto, se non tutto.

N.B.: articolo pubblicato anche su CULTORA, qui.

A.A.A. Scrittori italiani contemporeanei VERAMENTE degni di nota: cercasi nomi.

Un amico artista visivo – Marco Mapelli – durante una conversazione su facebook circa cosa sia – cosa debba essere, cosa viene inteso o non inteso per – “arte” oggi, e su che consonanze concettuali vi siano con la letteratura, prima scrive:

In generale, sull’arte contemporanea, da troppo tempo mi chiedo cosa sia successo nella mente di tutti da portarli a pensare che l’arte finisca col romanticismo (neanche con l’impressionismo) e poi da lì il nulla. Cioè, non è solo colpa della scuola, non è solo colpa della televisione… credo sia una cosa ancora molto più profonda e irrisolta. Boh, un giorno qualcuno riuscirà a spiegarmelo, qualcuno si metterà li e farà chiarezza non solo per gli addetti ai lavori che parlano la loro lingua ma per tutti.
E non è poi come quella cosa che io considero la letteratura contemporanea, ovvero pura spazzatura, arrivando a ritenere importanti gli scrittori solo fino agli anni sessanta/settanta… cioè, non è la stessa cosa! Gli scrittori italiani di oggi si limitano a creare oggetti leggibili e basta, non fanno la storia, non si mettono li a ripensare il ruolo della scrittura, scrivono e basta storie che interessano a nessuno, meglio il blog… Non c’è nessun Calvino in giro
Invece nell’arte contemporanea ce ne sono eccome di artisti che lavorano seriamente! Altri meno, si fanno coccolare dai critici e dal dio denaro, è vero, ma molti lavorano davvero, si interrogano davvero sul loro ruolo e sul significato di quello che stanno facendo…

Poi mi tagga chiedendomi: «Dammi un suggerimento. dimmi chi c’è in giro… chi scriva oggi in Italia, sia degno di nota e che non sia uno che scrive e basta… come quelli che dipingono e basta… voglio che scriva per un motivo vero e non solo per vendere…»
Ovvero, gente – scrittori – che scrivano per motivi prettamente letterari, e che provino a creare qualcosa di nuovo, di innovativo, di non già scritto-già sentito, di vendibile perché di valore (letterario), e non vendibile per un valore (economico)…

Mi ha scritto il tutto domenica sera (15 Giugno). Ieri mattina ho linkato sulla sua pagina facebook questo mio articolo (pubblicato anche QUI) nel quale curiosamente presi a mia volta Italo Calvino quale riferimento diretto e “storicizzato” della mia dissertazione, con il quale rispondo in buona parte alla questione di fondo toccata da Mapelli.
Ora solo le 19.00 di lunedì 16. E’ tutto il giorno che sto pensando e cercando una risposta, invece, alla questione pratica – i nomi! – che mi ha posto. Qualcuno in mente ce l’ho, ma non posso dire che li ritenga totalmente soddisfacenti la questione stessa.
Insomma, quella risposta non l’ho ancora trovata.

Tuttavia c’è, la risposta, ce n’è più d’una senza dubbio… Ma, temo, è di quelle sfuggenti, inafferrabili e inaccessibili ovvero non accessibili (già, esattamente come nelle librerie la maggior parte dei volumi pubblicati dall’editoria indipendente o non mainstream). Cercando invece ove la stessa potrebbe essere più accessibile, nel panorama editoriale e letterario nazional-popolare, se così posso dire, non ho ancora trovato nulla.

Accetto ben volentieri suggerimenti, se ne avete da darmi.