London, a (different) story – pt.1

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The London Series: #1, Whiteness, dal blog LucaRotaImages.

Una grande città, Londra, narrata attraverso visioni inconsuete, per raccontarne la realtà e l’essenza in un modo diverso dal solito.
Qui, ora, e il racconto completo, poi, su LucaRotaImages.

Veneziafagìa

Anche così si divora il patrimonio culturale italiano, per di più in uno dei tesori assoluti di cui l’Italia dovrebbe vantarsi:

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Poi si dirà che tali mostri portano un sacco di denaro a Venezia e agli esercizi commerciali della città e potrà essere anche vero (come alcuni sostengono, mentre altri assicurano l’esatto contrario). Tuttavia, a mio modo di vedere, quando uno scempio è palesemente tale, rende insostenibile qualsiasi tornaconto, sempre e comunque. A meno che si voglia apporre su Venezia una data di scadenza, probabilmente prossima: ma lo si dica chiaramente, senza più vuote, insulse e ipocrite parole di senso opposto; e, in ogni caso, ogni persona di buon senso (civico e non solo) dovrebbe tenacemente opporsi a ciò.
Fosse per me, lo farei con dei buoni Mark 46, con salvataggio dei passeggeri effettuato dai gondolieri, ovviamente a pagamento. Ma suppongo che i soliti benpensanti – magari quelli del genere descritto da David Foster Wallace in questo suo celebre libro, parecchio in tema con quanto qui disquisito – non siano d’accordo.

Le foto dell’articolo fanno parte di Mostri a Venezia, l’esposizione delle immagini scattate Gianni Berengo Gardin – uno dei più grandi fotografi italiani – per documentare il quotidiano usurpante passaggio di mastodontiche navi da crociera nel Canale della Giudecca di Venezia, organizzata dal FAI-Fondo Ambiente Italiano in collaborazione con Fondazione Forma per la Fotografia e Contrasto, dall’11 Luglio al 28 Settembre prossimo presso Villa Necchi Campiglio, a Milano.
Cliccate QUI per visitare il sito web di Fondazione Forma e conoscere ogni dettaglio sulla mostra, su come visitarla e – aggiungo io – su come finalmente e definitivamente rendersi conto di quanto sia urgente e indispensabile fermare la Veneziafagìa dei mostri d’acciaio galleggianti.

INTERVALLO – Torino (Italia), Libreria Maramay

Sapete che solitamente, in questa sezione denominata INTERVALLO (nome mutuato dal celebre e omonimo spazio RAI d’un tempo, come qualcuno avrà capito), pubblico post dedicati a luoghi consacrati alla cultura – letteraria ma non solo – particolarmente suggestivi e affascinanti.
Tuttavia, al di là della forma (architettonica) particolarmente bella, è inutile dire che di questi luoghi conta soprattutto la sostanza, il contenuto: e in tema di luoghi dedicati alla cultura letteraria le librerie sono tra quelli primari, per come sono presenti ovunque e accessibili da chiunque, ovviamente per l’acquisto di un buon libro, ma anche come mera presenza (e baluardo) culturale, appunto, nella nostra urbanità quotidiana.
Quindi, per questa sezione, la biblioteca fantascientifica della celebre archistar nella grande città ha in sostanza lo stesso valore della piccola libreria di quartiere, nella quale il mestiere di vendere libri è direttamente e indissolubilmente legato alla passione per i libri stessi da parte dei titolari.
Ancor più tale discorso può valere per una libreria dedicata ai libri per i lettori più giovani, come la Libreria Maramay di Torino, “per bambini e ragazzi da 0 a 18 anni” – come recita l’insegna: un luogo ove la lettura diventa un’esperienza a 360°, ricca di fantasia e creatività come lo sono quei libri e proprio come deve essere per i lettori più giovani – i più importanti, inutile rimarcarlo, dacché come scrisse Roald Dahl: “Se riesci a far innamorare i bambini di un libro di due, di tre, cominceranno a pensare che leggere è un divertimento. Così, forse, da grandi diventeranno lettori. E leggere è uno dei piaceri e uno degli strumenti più grandi e importanti della vita.

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Cliccate QUI per visitare il sito web della Libreria Maramay, oppure QUI per visitarne la pagina facebook. E grazie di cuore a Mara Maggiora per le immagini della libreria.

P.S.: ovviamente chiunque avesse da segnalare una libreria particolarmente interessante, suggestiva, inconsueta, affascinante o semplicemente perché è la propria libreria del cuore, può tranquillamente farlo – anzi, è caldamente invitato a farlo. Sarò ben felice di dedicarvi un post in questa sezione.

Se 150 anni fa c’era più cultura del paesaggio di oggi: quando a Milano le montagne si potevano ammirare “per legge”…

Non amo affatto il passatismo, e non penso proprio – come fanno tanti per mera convenzione e moda – che “si stava meglio quando si stava peggio”. Tuttavia resto a volte stupito – in senso negativo – per come nel passato vi fossero (e rappresentassero la norma, nella forma e nella sostanza) esempi sublimi di cultura e di senso civico-estetico che oggi abbiamo totalmente dimenticato, e non sempre per inevitabile forzatura generata dall’avanzare del tempo.
Ne ho scoperto di recente uno di questi esempi, che mi ha colpito particolarmente in quanto riferito a zone e paesaggi che conosco molto bene: a Milano, nel XIX secolo, c’era una saggia disposizione edilizia denominata Servitù del Resegone. In sostanza era un vincolo normativo comunale che imponeva agli edifici a nord dei bastioni di Porta Venezia di non superare l’altezza di 2-3 piani, in modo da permettere di ammirare il suggestivo panorama offerto dalle Prealpi lombarde.
Sui bastioni e in corso Buenos Aires, allora chiamato Stradone di Loreto, c’era un notevole passaggio di carrozze: i signori venivano a fare la passeggiata per respirare aria fresca e, nelle giornate terse, per ammirare lo spettacolo delle Grigne e del Resegone (tra le più note montagne delle Prealpi in questione), con la particolare geomorfologia a denti di sega di quest’ultimo – immortalata da Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi – che finì per dare il nome a quella norma edilizia.
Praticamente nella Milano di 150 anni fa e più già era riconosciuto, e sancito per legge, il valore estetico (in senso filosofico) e sociologico del paesaggio: un qualcosa del quale ai giorni nostri si è ottenuto un analogo riconoscimento solo con la legge 9 gennaio 2006 n. 14, che ha ratificato la Convenzione Europea del Paesaggio e che, dopo decenni d’incertezza, ha affermato in modo chiaro che il paesaggio è costituito essenzialmente dalla percezione del territorio che ha chi ci vive o lo frequenta a vario titolo e viene altresì detto che le persone hanno il diritto di vivere in un paesaggio che risulti loro gradevole. E la meravigliosa veduta delle Prealpi Lombarde – soprattutto d’inverno, luccicanti di neve – dal centro di una metropoli come Milano era senza alcun dubbio (e sarebbe ancora oggi, assolutamente) qualcosa di più che gradevole!

Milano_1840(Milano intorno al 1840. Sullo sfondo le vette delle Grigne e del Resegone.)

Per la cronaca, il primo palazzo che infranse questo vincolo fu Palazzo Luraschi, così chiamato dal nome del suo costruttore. Era un imponente palazzo di 8 piani, costruito nel 1887 sull’area dell’ex Lazzaretto, tuttora presente in corso Buenos Aires e per la cui costruzione, novità quasi assoluta per l’Italia, fu utilizzato il cemento armato. Ma bisogna anche ricordare che l’ingegner Luraschi, quasi a scusarsi con i milanesi di aver nascosto il Resegone, una montagna molto cara ai suoi concittadini perché legata indissolubilmente alle celeberrime vicende letterarie manzoniane, nel cortile interno sopra le colonne recuperate dal vecchio Lazzaretto fece mettere 12 busti che ricordano i più famosi personaggi de I Promessi Sposi.
Inutile dire che oggi la skyline di Milano ormai s’è fatta un gran baffo di quella Servitù del Resegone. Inevitabilmente, come detto, per certi aspetti; e tuttavia è altrettanto inutile rimarcare che ormai da tempo abbiamo perso – o, se preferite, ci hanno fatto perdere – un buon legame con il paesaggio che abbiamo intorno e nel quale viviamo. Paesaggio che è primario elemento culturale, sia chiaro, per come formi il nostro sguardo, la nostra percezione dello spazio vissuto, per come ne determini il valore estetico e dunque, per tutto ciò, per come partecipi a generare la nostra stessa identità di individui in interazione con esso. E il risultato dello smarrimento del suddetto legame tra di noi e il nostro paesaggio è sotto i nostri stessi occhi, in forma di sfregi, disastri, dissesti ambientali, ma è pure dentro di noi – anzi, non lo è, ovvero lo è in forma di assenza del suo fondamentale valore estetico e sociologico/antropologico, appunto – noi privati della sua bellezza, del poterlo ammirare, e di quanto bene potrebbe fare al nostro animo tale ammirazione.
Dunque ben vengano i grattacieli e le opere d’arte architettonica delle archistar, ma la grande, infinita nostalgia per quella vecchia Servitù del Resegone – e per tutte le situazioni analoghe, ovunque siano – da nulla potrà essere dissolta.

MIA – Milan Image Art Fair 2014: la MIA impressione…

MIA Fair, la fiera internazionale della fotografia di Milano, chiude i battenti di una edizione 2014 senza dubbio soddisfacente, anche più di quella dello scorso anno che avevo trovato artisticamente un po’ moscia… Sempre ospitata in maniera impeccabile dai padiglioni del SuperStudioPiù di Via Tortona, location ormai classica, ripropone la sua formula originale “una galleria-un artista”, quest’anno rinfrescata dalla diffusione dei relativi cataloghi non in formato cartaceo ma attraverso QR Code – cosa che fa molto “figo”, certo, ma che indubbiamente risulta molto comoda e fruibile (e abbatte di parecchio i costi di stampa dei cataloghi cartacei presenti fino allo scorso anno, aspetto certamente non trascurabile!), una formula che pure questa volta mi è sembrata assolutamente intrigante e proficua per meglio focalizzare l’attenzione del visitatore sulle proposte negli stand e sui loro autori.
Ma veniamo a lei, la protagonista della MIA: beh, dunque, di fotografia interessante ne ho vista una buona quantità, di sconvolgente poco, di banale abbastanza. Mi pare che i “filoni” nei quali si sta condensando la produzione fotografica contemporanea siano sostanzialmente tre: i (diciamo così) classicisti, che continuano un percorso legato alla storia del media, con proposte spesso alquanto suggestive ma che in tema di novità apportano poco o nulla all’evoluzione del media stesso; i (diciamo così #2) minimalisti, che producono immagini sovente molto interessanti, a volte parecchio originali, e che propugnano un’idea di ricerca in qualche modo opposta al senso stesso della fotografia: ove questa nasce per riprendere tutto ciò che c’è di fronte all’obiettivo, essi invece fanno in modo che l’obiettivo catturi il meno possibile, lasciando il resto della costruzione dell’immagine allo sguardo e alla mente del suo fruitore. Filone che mi appassiona molto (anche per come intendo la fotografia quando mi ritrovo in mano la mia macchina) il cui maggior rischio, a mio modo di vedere, è il superamento del limite (sottile) tra minimalismo visivo e vuotezza (ovvero banalità) di senso. Si deve togliere dall’immagine senza togliere dal senso di essa, insomma, altrimenti si rischia appunto di non trasmettere nulla a chi l’immagine se la trova di fronte. Infine vi sono i (diciamo così #3) photoshoppatori, che possono essere tranquilli, atletici o estremisti: non serve sottolineare quanto oggi la post-produzione digitale sia utilizzata da tanti fotografi, e come con essa si possano creare immagini incredibili da scatti di partenza ordinari, e riguardo la MIA di quest’anno ho già letto sul web qualche critica per l’eccessivo utilizzo di tali tecnologie in certe opere esposte, che snaturerebbero l’essenza primaria del media fotografico trasformandolo in tutt’altro – un tutt’altro spesso fin troppo kitsch. Qui, in effetti il rischio è opposto rispetto a quello corso dai minimalisti: è di strafare, di aggiungere troppo, di sovraccaricare così tanto uno scatto di effetti speciali e colori ultravivaci (cit.!) da renderlo veramente pacchiano, allontanandolo dalla matrice artistica che comunque resta basilare.

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Per ciò che ho potuto appurare, ribadisco, ho visto cose interessanti in tutti e tre i filoni, e la mia valutazione sulla fotografia contemporanea – ovvero su ciò che può e deve essere – concorda parecchio con quanto ha sostenuto al proposito Pio Tarantini: la fotografia, con tutto l’infinito potenziale creativo che la tecnologia digitale le conferisce, non può limitarsi a rifare, pur con modi e sguardi contemporanei, ciò che gli altri media artistici (la pittura in primis) hanno già fatto in passato. Deve cercare di creare qualcosa di nuovo, ovvero di apportare un linguaggio nuovo – o quanto meno non solito – alla ricerca artistica contemporanea. Ciò per dotarsi sempre più di una propria anima, di una propria identità di genere, per così dire, e tutto sommato pure per giustificare il fatto di essere stata accettata come espressione artistica primaria dal mondo dell’arte contemporanea – oltre che per propria filosofia, ovvio.
Ecco, in tal senso, lo ripeto ancora, ho visto in effetti così interessanti, seppur a volte un poco troppo simili le une alle altre. Ma certo è mi parso di vedere pure la costante e frizzante vivacità del settore, che resta comunque in incessante divenire, una sorta di (art)work in progress che si muove di continuo verso il futuro, sia tecnologicamente che “spiritualmente”, il quale offre già molto di interessante e che potrà risultare ancora più intrigante se (parere personale) saprà mantenere quella sua vivacità un po’ sbarazzina, quasi giocosa, che altre arti hanno (non di rado) perso, spesso anche per colpa di un’essenza artistica più legata al fare show più che al creare qualità autentica, nonché di un mercato divenuto troppo perversamente simile a quello finanziario.
In ogni caso un bell’evento, di certo uno dei migliori tra quelli in Italia dedicati all’arte contemporanea. Se non l’avete mai fatto visitatelo, l’edizione prossima: merita senza dubbio.

P.S.: trovate altre immagini della MIA 2014 sulla pagina facebook dell’evento, dalla quale ho tratto quelle qui sopra pubblicate.